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Articolo di Dottrina



SINDACATO DEL G.A. IN MATERIA URBANISTICA



Estensione e limiti del sindacato di legittimità del giudice amministrativo in materia di atti discrezionali e, segnatamente, di scelte di politica urbanistica

Cristiana Apostolo

La sentenza in trattazione affronta la materia del sindacato di legittimità in materia di pianificazione urbanistica e, segnatamente, dell’estensione dei poteri del giudice amministrativo rispetto al provvedimento di non approvazione di una richiesta di variante urbanistica. La decisione interessa la tematica del limite di carattere generale al sindacato di legittimità costituito dalla natura discrezionale del provvedimento impugnato. In particolare è oggetto di scrutinio la scelta operata da un Consiglio Comunale di conservare la destinazione ad attività produttive di una vasta zona periferica in luogo di quella, richiesta dalla società proprietaria delle particelle interessate, a carattere commerciale/direzionale, compatibile quindi con la realizzazione di una struttura commerciale o terziaria. Nel confermare la propria decisione, l’amministrazione evidenziava: 1. la necessità di un’attenta ponderazione degli intervenuti mutamenti socio‐economici e di una rivalutazione in chiave prospettica dell’assetto urbanistico complessivo; 2. l’opportunità di adoperare l’area de qua per realizzare interessi utili al rilancio dell’intera città; 3. l’urgenza di valorizzare il centro storico e, per contro, l’idoneità dell’opzione suggerita dagli interessati ad aggravare ulteriormente lo stato di depressione commerciale dello stesso; 4. l’importanza di un riesame complessivo dell’assetto urbanistico della zona nell’ambito di una variante più organica che tenga conto di tutti gli interessi coinvolti. La motivazione a sostegno del diniego, così articolata, veniva ritenuta insufficiente dal Tar Marche il quale rilevava in primo luogo la genericità delle considerazioni inerenti la pianificazione commerciale. Sosteneva infatti il giudice di prime cure come l’amministrazione avesse omesso di tener conto degli interessi del privato, prediligendo la scelta di limitare gli insediamenti commerciali all’interno dell’area, sulla base di una generica esigenza di approfondire le necessità urbanistiche della zona. Ad avviso del Tar erano peraltro altrettanto da stigmatizzare le motivazioni addotte dall’amministrazione in ordine all’opportunità di valorizzazione del centro storico, le quali venivano ritenute peraltro contrarie al confronto concorrenziale. In altre parole, il Tar, pur muovendo da considerazioni in merito alla natura discrezionale della scelta operata dal Consiglio Comunale, concludeva per l’incongruità delle motivazioni alla stessa sottese, giudicate insufficienti a sostenere la decisione urbanistica. Di diverso avviso il Consiglio di Stato, il quale, investito della vicenda da parte dell’amministrazione comunale, ha rimarcato la natura essenzialmente politica delle scelte in questione e la loro conseguente estraneità rispetto al sindacato giurisdizionale. In particolare si rilevava la validità del diniego di variante urbanistica in quanto correlato all’esercizio di una prerogativa di carattere economico‐sociale consistente nella cura, da parte dell’amministrazione, delle esigenze della comunità locale. Nei confronti di siffatta prerogativa, ad avviso del Consiglio di Stato, doveva riconoscersi natura strettamente discrezionale, con conseguente insondabilità delle relative scelte da parte del giudice amministrativo. Ed invero, a base del potere di pianificazione territoriale affidato all’amministrazione comunale non si rinverrebbe il solo scopo di perseguire gli obbiettivi previamente individuati dal potere politico, ma propriamente quello di definire gli stessi obbiettivi ritenuti prioritari per lo sviluppo della realtà locali. Ne deriva che, sul piano generale, le scelte effettuate dall’amministrazione in sede di pianificazione urbanistica traggono origine da un apprezzamento di merito sottratto al sindacato di legittimità se non per profili di manifesta illogicità e irragionevolezza. Né potrebbero, ad avviso del Consiglio di Stato, indipendentemente dalla condivisibilità o meno della singola decisione operata, rinvenirsi siffatti connotati nella scelta urbanistica de qua. Conclusivamente, può rilevarsi come la vicenda commentata attenga, in ultima analisi, al delicato rapporto fra discrezionalità tecnico‐politica di cui sono titolari le amministrazioni locali in sede di pianificazione urbanistica e rispetto dei fondamentali principi cui deve essere informata l’azione delle pubbliche amministrazioni, affinché l’esercizio del potere non trascenda in azione arbitraria. Nell’inevitabile assenza di una individuazione aprioristica della soglia all’interno della quale ammettere il sindacato giurisdizionale e oltre la quale collocare il merito amministrativo, la possibilità o meno di sindacare una determinata scelta dell’amministrazione è strettamente dipendente dalla natura della scelta e dalla fattispecie concreta. Con riguardo alle scelte in materia urbanistica quale quella in trattazione, il sindacato del giudice amministrativo non può che arrestarsi ad un controllo giurisdizionale ab externo delle ragioni addotte dall’amministrazione che si esaurisce nella verifica del vizio di eccesso di potere nelle particolari figure della inadeguatezza del procedimento istruttorio, della illogicità, della contraddittorietà, della in‐giustizia manifesta, della arbitrarietà e/o irragionevolezza della scelta adottata o della mancanza di motivazione. Diversamente, la decisione adottata in primo grado si risolve in una riedizione del giudizio operato dall’amministrazione, attraverso il quale il Tar propugna la non condivisibilità della scelta di non imprimere una destinazione commerciale all’area in oggetto e, pertanto, sostituisce il proprio apprezzamento a quello spettante all’amministrazione. Invero, nel caso in esame il diniego di variante traeva origine da una valutazione di carattere essenzialmente politico, ovvero di perseguimento del benessere della comunità territoriale, potestà il cui esercizio rinviene la propria legittimazione, in ultima analisi, nel voto popolare. In altre parole, con riferimento alla vicenda trattata, la scelta di favorire il commercio tradizionale, a scapito di quello massivo, costituisce la modalità attraverso la quale viene legittimamente perseguito il benessere sociale ed economico di una determinata realtà territoriale, e pertanto ogni valutazione in ordine condivisibilità o meno di tale scelta deve considerarsi sottratta all’apprezzamento al sindacato del g.a..






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