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Articolo di Dottrina



LA SOPRAVVENUTA CARENZA DI INTERESSE



Sulla declaratoria di improcedibilità dell’impugnazione per sopravvenuta carenza d’interesse

Carla Talamona

Commento Senteza Cons. St., Sez. IV, 12 settembre 2016, n. 3848

Con la pronuncia in commento, il Consiglio di Stato ha chiarito quali conseguenze processuali comporti la sopravvenuta carenza di interesse. Nel caso di specie, in particolare, il Comune soccombente in primo grado, dopo aver proposto ricorso in appello per la riforma della sentenza del T.A.R. Puglia (Bari) concernente la revoca di un decreto di esproprio, ha successivamente chiesto la declaratoria di improcedibilità dell’appello per sopravvenuta carenza di interesse, con integrale compensazione delle spese processuali. Orbene il Sommo Consesso, nonostante l’opposizione delle parti appellate alla declaratoria sulla base della dedotta irricevibilità dell’appello, ha ritenuto di doversi conformare alla richiesta dichiarando l’improcedibilità dell’impugnazione ex art. 35, co. 1, lett. c), c.p.a., essendogli preclusa la decisione della controversia nel merito e non potendo procedere d’ufficio né sostituirsi all’appellante nella valutazione dell’interesse ad agire; quanto alle spese del grado, ha ritenuto di doverle porre a carico del Comune appellante, stante l’opposizione delle parti appellate e viste le motivazioni dell’ordinanza di rigetto della sospensiva. Al riguardo è opportuno precisare che nel processo amministrativo sono stati mutuati molteplici princìpi e istituti dal processo civile, tra cui le condizioni generali dell’azione processuale. In ragione di ciò, anche il ricorso amministrativo, come l’azione civilistica, è subordinato alla sussistenza di almeno due condizioni generali: 1. l’interesse ad agire, ovvero la concreta possibilità di perseguire un bene della vita, anche di natura morale o residuale, attraverso il processo, in corrispondenza ad una lesione diretta ed attuale dell’interesse protetto, a norma dell’art. 100 c.p.c.; 2. la legittimazione ad agire (i.e. ad causam, da non confondere con il presupposto processuale della legitimatio ad processum) intesa come proiezione processuale della titolarità della posizione sostanziale vantata dal ricorrente (configurabile come interesse legittimo o, nell’ambito della giurisdizione esclusiva, come diritto soggettivo). Per quel che concerne l’interesse ad agire ‐ la cui (in)sussistenza viene in rilievo nella sentenza in commento secondo la giurisprudenza e la dottrina amministrativa esso deve presentare i caratteri della personalità (il risultato utile da conseguire mediante il processo deve riguardare specificamente e direttamente il ricorrente), dell’attualità (la lesione dedotta in giudizio non può concernere un evento accaduto nel passato – od ormai consolidato – o un evento che deve ancora accadere) e della concretezza (l’utilità derivabile dall’accoglimento del ricorso deve essere concreta e non astratta). Da ciò discende la non impugnabilità per carenza d’interesse, ad esempio, degli atti a rilevanza interna (come le circolari), degli atti normativi a contenuto generale e astratto e degli atti meramente confermativi di volontà già manifestate. Sul punto, infatti, la giurisprudenza ha chiarito che “la mera titolarità di un interesse protetto non giustifica l’azione giudiziale, quando tale interesse non sia concretamente leso dall’atto, di cui si chiede la rimozione dal mondo giuridico, a fini di reale perseguimento di un bene della vita. Non a caso, una consolidata giurisprudenza esclude l’impugnabilità di atti regolamentari o di provvedimenti amministrativi a carattere generale, quando la lesione possa scaturire non direttamente dagli stessi, ma solo da atti esecutivi non già preordinati e vincolati” (cfr. Cons. St., Sez. VI, 2 marzo 2015, n. 994). Va precisato, quindi, che l’interesse ad agire non corrisponde all’interesse legittimo, poiché quest’ultimo è la posizione giuridica soggettiva di cui si chiede la protezione e pertanto assume un carattere statico, laddove, invece, l’interesse a ricorrere ha carattere dinamico. Inoltre, l’interesse processuale del ricorrente, secondo la giurisprudenza, condiziona l’esercizio dell’azione in ogni momento, anche nelle fasi successive alla presentazione del ricorso; pertanto deve permanere fino al momento della decisione del ricorso (c.d. interesse alla decisione). Quindi, nel caso in cui l’azione manchi d’interesse (attuale, concreto e personale) da parte del ricorrente, il giudice non potrà arrivare ad esaminare il merito della causa, ma si dovrà arrestare ad una fase precedente e pronunciare una sentenza di rito. Invero, ai sensi dell’art. 35 (rubricato “pronunce di rito”), comma 1, del Codice del processo amministrativo (D.lgs. 104/2010) – norma inserita nel Titolo IV relativo alle pronunce giurisdizionali, nell’ambito del Libro I delle disposizioni generali – il giudice, anche d’ufficio, dichiara il ricorso: inammissibile (lett. b), quando vi sia carenza d’interesse ab initio; improcedibile (lett. c), quando nel corso del giudizio sopravvenga il difetto di interesse delle parti alla decisione. Ciò comporta che l’interesse de quo debba esistere durante tutta la durata del processo, anche in fase di impugnazione. Pertanto, se nel corso del giudizio – così com’è accaduto nel caso di specie – si verifica un mutamento della situazione di fatto o di diritto, tale da escludere che l’accoglimento del ricorso possa comportare un risultato utile al ricorrente, il ricorso viene dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza d’interesse ex art. 35, co. 1, lett. c), c.p.a. A tal proposito, il Consiglio di Stato ha ribadito che in virtù del fondamentale principio della domanda, il sindacato giurisdizionale può essere attivato soltanto ad iniziativa del soggetto che si ritiene leso ed il processo amministrativo resta nella disponibilità della parte che lo ha attivato, senza che il giudice adito abbia alcuna possibilità di deciderlo nel merito, ove la parte attrice, prima dell’introito del ricorso per la delibazione nel merito, abbia dichiarato di non avere più alcun interesse alla pronuncia di annullamento degli atti gravati; pertanto, in tal caso, il giudice è tenuto a dichiarare l’improcedibilità del ricorso per sopravvenuto difetto d’interesse (cfr. Cons. St., Sez. V, 17 settembre 2012, n. 4913).






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