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Articolo di Dottrina



COMMENTO ALLA LEGGE GELLI (RESPONSABILITA' CIVILE DEL MEDICO)




del Dott. Samuel AMARI

Sommario: 1. Inquadramento. - 2. Responsabilità della struttura sanitaria: lo stato dell’arte e l’intervento del ddl Gelli. - 3. Responsabilità dell’esercente la professione sanitaria: l’evoluzione del dibattito e la presa di posizione del ddl Gelli. - 4. Conseguenze pratiche.

1. Inquadramento.

Dal punto di vista categoriale l’attività medica è senza dubbio da inquadrare tra le professioni intellettuali(artt. 2229 e ss. c.c.), nell’ambito della più generale disciplina del lavoro autonomo.

Il momento fisiologico dell’operatività professionale è improntato all’osservanza della diligenza cd. qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., con impiego delle energie e dei mezzi normalmente ed obiettivamente necessari od utili, in relazione alla natura dell’attività esercitata ed al circoscritto settore di specializzazione, volti all’adempimento della prestazione dovuta ed al soddisfacimento dell’interesse creditorio, nonché ad evitare possibili eventi dannosi: essa presuppone un livello di diligenza e prudenza maggiore rispetto a quello “del buon padre di famiglia” di cui al primo capoverso della disposizione in esame, richiesta al comune debitore. È proprio la perizia, intesa quale rispetto di tutte le regole e gli accorgimenti tecnici propri della branca di riferimento del debitore (leges artis), a costituire l’elemento caratterizzante il rapporto d’opera intellettuale, fondato sulla fiducia che il creditore ripone sulla specifica competenza, preparazione ed aggiornamento del professionista[1]. Inoltre, ai diversi gradi di specializzazione corrispondono diversi gradi di perizia.

In questo contesto, la disposizione di cui all’art. 2236 c.c. pone una disciplina speciale in tema di responsabilità per prestazione d’opera intellettuale, prescrivendo che ove l’attività implichi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà il professionista risponda dei danni cagionati solo in caso di dolo o colpa grave. Detta norma, lungi dal voler istituire un regime di responsabilità agevolato in apparente antinomia con il citato art. 1176, cpv., c.c., tende piuttosto ad assicurare (e rispettare) un autonomo spazio di manovra al professionista, tecnicamente preparato alla materia, contenendo tuttavia la sua libertà operativa a fronte di valutazioni palesemente erronee. In tal senso, si ritiene ormai pacificamente che la limitazione di responsabilità del professionista ai soli casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà; ne consegue che, anche nei casi di speciale difficoltà, tale limitazione non sussiste con riferimento ai danni causati per negligenza o imprudenza, dei quali il prestatore d’opera intellettuale risponde in ogni caso (colpa lieve) a norma dell’art. 1176 c.c. (cfr., ex plurimis, Cass. civ., sez. III, 12 marzo 2013, n. 6093).

Ciò premesso, la responsabilità medica, quale paradigma della più generale responsabilità professionale, costituisce il risvolto patologico dell’attività sanitaria e nasce da una prestazione inadeguata che ha prodotto effetti negativi sul diritto alla salute del paziente (art. 32 Cost.).

In argomento è recentemente ritornato il legislatore, dopo la posizione dell’art. 3, comma 1, del d.l. 13 settembre 2012, n. 158, convertito in legge n. 189/2012 (cd. Balduzzi - Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute)[2], con l’approvazione di un nuovo testo di legge sulla base del cd. ddl Gelli (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie).

Gli interventi citati sono stati concepiti soprattutto al fine di scongiurare il rischio di condotte tendenzialmente omissive tenute da parte dei medici per situazioni molto a rischio e presumibilmente compromettenti (c.d. medicina difensiva negativa), oppure la sottoposizione dei pazienti a trattamenti non necessari se non in funzione di una eventuale linea difensiva, comportanti dei costi superflui ed ingiustificati per il servizio sanitario (c.d. medicina difensiva positiva).

2. Responsabilità della struttura sanitaria: lo stato dell’arte e l’intervento del ddl Gelli

Tra gli attori della fattispecie di responsabilità in esame assume una posizione assai rilevante anche la struttura, persona giuridica (indifferentemente) pubblica o privata, nell’ambito della quale la prestazione sanitaria fornita dal medico e foriera di danno per il paziente sia stata concretamente realizzata.

Secondo un ormai consolidato orientamento della dottrina e della giurisprudenza, l’inquadramento della responsabilità dell’ente ospedaliero (autonoma rispetto a quella del sanitario che esegue la prestazione) deve essere ricondotto nell’ambito della responsabilità contrattuale (cfr., ex plurimis, Cass. civ., Sez. III, 13 aprile 2007, n. 8826; Sez. un., 11 gennaio 2008, n. 577; Sez. III, 08 marzo 2016, n. 4540).

L’accettazione del paziente in una struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria - ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità (o di assistenza sanitaria), essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche), ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle lato sensu alberghiere.

Ne consegue, a tale stregua, che la responsabilità dell’ente ospedaliero ha natura contrattuale sia in relazione a propri fatti d’inadempimento (ad es., in ragione della carente o inefficiente organizzazione relativa alle attrezzature o alla messa a disposizione di medicinali o del personale medico ausiliario e paramedico, o alle prestazioni di carattere alberghiero: cd. danno da disorganizzazione) sia per quanto concerne il comportamento in particolare dei medici dipendenti, trovando nel caso applicazione la regola posta dall’art. 1228 c.c., secondo cui il debitore che nell’adempimento dell’obbligazione si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro.

Responsabilità per fatto dell’ausiliario o preposto che in realtà prescinde dalla sussistenza di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato del medico con la struttura (pubblica o privata) sanitaria, essendo irrilevante la natura del rapporto tra i medesimi sussistente ai fini considerati, laddove fondamentale rilevanza assume viceversa la circostanza che dell’opera del terzo il debitore originario comunque si avvalga nell’attuazione del rapporto obbligatorio.

A tale stregua, la responsabilità che dall’esplicazione dell’attività di tale terzo consegue riposa sul principio cuius commoda eius et incommoda (salva l’ipotesi dell’autonoma iniziativa del terzo, che come osservato in dottrina normalmente segna l’inapplicabilità della norma di cui all’art. 1228 c.c.).

Né, in argomento, vale distinguere tra comportamento colposo e comportamento doloso del soggetto agente, al fine di considerare interrotto il rapporto in base al quale l’ente è chiamato a rispondere, giacché al riguardo si ritiene sufficiente la mera occasionalità necessaria.

L’ente risponde infatti di tutte le ingerenze dannose che al dipendente sono rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al terzo danneggiato, e cioè dei danni che il dipendente può arrecare in ragione di quel particolare contatto cui si espone nei suoi confronti il paziente nell’attuazione del rapporto con la struttura sanitaria.

Responsabilità che trova fondamento non già nella colpa (nella scelta degli ausiliari o nella vigilanza) bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento.

Del pari irrilevante è la circostanza che ad eseguire l’operazione sia un medico di fiducia del paziente, laddove la scelta (anche tacitamente) cada su professionista inserito nella struttura sanitaria.

In tal caso, diversamente dall’ipotesi in cui il medico di fiducia indicato dal paziente sia estraneo all’organizzazione del debitore (nella quale il medesimo viene propriamente a configurarsi quale mero “cooperatore del creditore”, il quale ultimo a tale stregua fornisce al debitore il mezzo per l’adempimento, e conseguentemente sopporta le conseguenze dannose da tale soggetto causate), la scelta del creditore risulta infatti operata pur sempre nell’ambito di quella più generale e previamente effettuata a monte dal debitore, sicché essa non altera nel terzo quella posizione di ausiliario ribadita dal rapporto di servizio con il medesimo.

Analogamente deve dirsi altresì nell’ipotesi in cui vi sia mero consenso - anche tacito - del creditore alla scelta fatta dal debitore.

Come è stato posto in rilievo in dottrina, in tali casi l’obbligato risponde dell’operato dell’ausiliario conformemente alla regola posta dall’art. 1228 c.c., volta a soddisfare l’esigenza che il ricorso del debitore originario a collaboratori nell’attuazione del rapporto obbligatorio non comporti per il creditore - senza la sua accettazione e su semplice iniziativa del debitore - l’imposizione della particolare ingerenza di soggetti che, a lui estranei, rispondano in proprio esonerando il debitore dalla sua originaria responsabilità. Conservando pertanto anche in tali ipotesi al creditore l’affidamento sulla responsabilità dell’obbligato (originario).

Sul punto non ha in alcun modo influito il sopra citato decreto Balduzzi, mentre il successivo intervento derivato dal ddl Gelli ha pienamente confermato l’orientamento ormai consolidato e prima riportato.

L’art. 7, comma 1, del testo normativo in esame afferma, infatti, che “La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose[3].

Decisivo in tal senso, evidentemente, appare il richiamo alle norme poste in materia di responsabilità contrattuale.

3. Responsabilità dell’esercente la professione sanitaria: l’evoluzione del dibattito e la presa di posizione del ddl Gelli.

La questione della natura giuridica della responsabilità del medico si è rivelata di più articolata risoluzione: la stessa convergenza di giurisprudenza e dottrina sulla natura sostanzialmente contrattuale di essa è stata revocata in dubbio dalla posizione dell’art. 3 del decreto Balduzzi, in quanto contenente un esplicito riferimento all’art. 2043 c.c., norma cardine in materia di responsabilità extracontrattuale.

Ripercorrendo brevemente le diverse fasi che hanno caratterizzato tale dibattito è possibile individuare e segnalare i più rilevanti arresti:

1) Tesi della natura extracontrattuale della responsabilità: secondo questa risalente impostazione, il medico dipendente di una struttura sanitaria non avrebbe partecipato al rapporto contrattuale instauratosi tra paziente ed ospedale, conseguentemente, la responsabilità del predetto sanitario verso il degente per il danno cagionato da un suo errore diagnostico o terapeutico sarebbe stata di natura soltanto extracontrattuale (cfr. Cass. civ., Sez. III, 18 novembre 1997, n. 11440).

2) Tesi della natura contrattuale. Fondamento:

2.1) Ai sensi dell’art. 28 Cost., accanto alla responsabilità dell’ente pubblico gestore del servizio sanitario sarebbe esistita, per il principio della immedesimazione organica, la responsabilità del medico dipendente.

Responsabilità che avrebbero entrambe radice nell’esecuzione non diligente della prestazione sanitaria da parte del medico dipendente, nell’ambito dell’organizzazione sanitaria. Pertanto, stante questa comune radice, la responsabilità del medico dipendente sarebbe, come quella dell’ente pubblico, di tipo professionale (Cass. civ., Sez. III, 01 marzo 1988, n. 2144).

2.2) Ai sensi dell’art. 1411 c.c., il contratto stipulato tra struttura ospedaliera e medico sarebbe rivolto a favore del terzo, il paziente.

2.3) Conclusione analoga alla precedente è stata giustificata facendo ricorso al diverso istituto del contratto con effetti protettivi verso terzi.

2.4) Nei confronti del medico, dipendente ospedaliero, si configurerebbe pur sempre una responsabilità contrattuale nascente da “un’obbligazione senza prestazione ai confini tra contratto e torto”, in quanto poiché sicuramente sul medico gravano gli obblighi di cura impostigli dall’arte che professa, il vincolo con il paziente esiste, nonostante non dia adito ad un obbligo di prestazione, e la violazione di esso si configura come culpa in non faciendo, la quale dà origine a responsabilità contrattuale.

In proposito è stato affermato che non si può criticare la definizione come “contrattuale” della responsabilità del medico dipendente di struttura sanitaria, limitandosi ad invocare la rigidità del catalogo delle fonti ex art. 1173 c.c., che non consentirebbe obbligazioni contrattuali in assenza di contratto.

Infatti, la più recente ed autorevole dottrina ha rilevato che l’art. 1173 c.c., stabilendo che le obbligazioni derivano da contratto, da fatto illecito o da altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico, consente di inserire tra le fonti principi, soprattutto di rango costituzionale (tra cui, con specifico riguardo alla fattispecie, può annoverarsi il diritto alla salute ex art. 32 Cost.), che trascendono singole proposizioni legislative.

Suggerita dall’ipotesi legislativamente prevista di efficacia di taluni contratti nulli (artt. 2126, comma 1; 2332, commi 2 e 3, c.c.; art. 3, comma 2, l. n. 756/1964), ma allargata altresì a comprendere i casi di rapporti che nella previsione legale sono di origine contrattuale e tuttavia in concreto vengono costituiti senza una base negoziale e talvolta grazie al semplice “contatto sociale” (secondo un’espressione che risale agli scrittori tedeschi), si fa riferimento, in questi casi, al “rapporto contrattuale di fatto o da contatto sociale”.

Con questa espressione si riassume una duplice veduta del fenomeno, riguardato sia in ragione della fonte (il fatto idoneo a produrre l’obbligazione in conformità dell’ordinamento ex art. 1173 c.c.) sia in ragione del rapporto che ne scaturisce (e diviene allora assorbente la considerazione del rapporto, che si atteggia ed è disciplinato secondo lo schema dell’obbligazione da contratto).

La categoria mette in luce una possibile dissociazione tra la fonte - individuata secondo lo schema dell’art. 1173 c.c. - e l’obbligazione che ne scaturisce: quest’ultima può essere sottoposta alle regole proprie dell’obbligazione contrattuale, pur se il fatto generatore non è il contratto.

In questa prospettiva, quindi, si ammette che le obbligazioni possano sorgere da rapporti contrattuali di fatto, nei casi in cui taluni soggetti entrano in contatto, senza che tale contatto riproduca le note ipotesi negoziali, e pur tuttavia ad esso si ricollegano obblighi di comportamento di varia natura, diretti a garantire che siano tutelati gli interessi che sono emersi o sono esposti a pericolo in occasione del contatto stesso.

In questi casi non può esservi (solo) responsabilità aquiliana, poiché questa non nasce dalla violazione di obblighi ma dalla lesione di situazioni giuridiche soggettive altrui (è infatti ormai acquisito che, nell’ambito dell’art. 2043 c.c., l’ingiustizia non si riferisce al fatto, ma al danno); quando ricorre la violazione di obblighi, la responsabilità è necessariamente contrattuale, poiché il soggetto non ha fatto (culpa in non faciendo) ciò a cui era tenuto in forza di un precedente vinculum iuris, secondo lo schema caratteristico della responsabilità contrattuale.

Quanto sopra detto si verifica per l’operatore di una professione cd. protetta (cioè una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato – cfr. art. 348 c.p.), in particolare se detta professione abbia ad oggetto beni costituzionalmente garantiti, come avviene per la professione medica che incide sul bene della salute, tutelato dall’art. 32 Cost..

A questo tipo di operatore professionale la coscienza sociale, prima ancora che l’ordinamento giuridico, non si limita a chiedere un non facere e cioè il puro rispetto della sfera giuridica di colui che gli si rivolge fidando nella sua professionalità, ma giustappunto quel facere nel quale si manifesta la perizia che ne deve contrassegnare l’attività in ogni momento (l’abilitazione all’attività, rilasciatagli dall’ordinamento, infatti, prescinde dal punto fattuale se detta attività sarà conseguenza di un contratto o meno).

In altri termini la prestazione (usando il termine in modo generico) sanitaria del medico nei confronti del paziente non può che essere sempre la stessa, vi sia o meno alla base un contratto d’opera professionale tra i due.

Ciò è dovuto al fatto che, trattandosi dell’esercizio di un servizio di pubblica necessità, che non può svolgersi senza una speciale abilitazione dello Stato, da parte di soggetti di cui il “pubblico è obbligato per legge a valersi” (art. 359 c.p.), e quindi trattandosi di una professione protetta, l’esercizio di detto servizio non può essere diverso a seconda se esista o meno un contratto.

La pur confermata assenza di un contratto, e quindi di un obbligo di prestazione principale in capo al sanitario dipendente nei confronti del paziente, non è in grado di neutralizzare la professionalità (secondo determinati standard accertati dall’ordinamento su quel soggetto) che qualifica ab origine l’opera di quest’ultimo e che si traduce in obblighi di comportamento nei confronti di chi su tale professionalità ha fatto affidamento, entrando in “contatto” con lui.

In assenza di ipotesi di specifica assunzione del vincolo da parte del sanitario, il paziente non potrà pretendere la prestazione dal medico, ma se questi in ogni caso interviene (ad esempio perché a tanto tenuto nei confronti dell’ente ospedaliero) l’esercizio della sua attività non potrà essere differente nel contenuto da quello che abbia come fonte un comune contratto tra paziente e medico.

Da tutto ciò consegue che la responsabilità dell’ente gestore del servizio ospedaliero e quella del medico dipendente hanno entrambe radice nell’esecuzione non diligente o errata della prestazione sanitaria da parte del medico, per cui, accertata la stessa, risulta contestualmente accertata la responsabilità a contenuto contrattuale di entrambi (qualificazione che discende non dalla fonte dell’obbligazione, ma dal contenuto del rapporto) (Cass. civ., Sez. III, 22 gennaio 1999, n. 589).

2.5) Un ulteriore passo in avanti nella ricostruzione è stato realizzato da Cass. civ., Sez. III, 13 aprile 2007, n. 8826, la quale ha affermato che nel contatto sociale è da ravvisarsi la fonte di un rapporto che quanto al contenuto non ha ad oggetto la mera “protezione” del paziente, bensì una prestazione che si modella su quella del contratto d’opera professionale, in base al quale il medico è tenuto all’esercizio della propria attività nell’ambito dell’ente con il quale il paziente ha stipulato il contratto, ad essa ricollegando obblighi di comportamento di varia natura, diretti a garantire che siano tutelati gli interessi emersi o esposti a pericolo in occasione del detto “contatto” ed in ragione della prestazione medica conseguentemente da eseguirsi.

In questo contesto è intervenuto, come anticipato, l’art. 3 del decreto Balduzzi, in conseguenza del quale il legislatore, secondo alcuni commentatori ed una parte della giurisprudenza, avrebbe inteso prendere posizione sulla natura extracontrattuale della responsabilità del medico. È stato affermato, in particolare, che il tenore letterale della norma e le esplicite finalità perseguite - di contenimento della spesa pubblica e di porre rimedio al fenomeno della cd. medicina difensiva anche attraverso una limitazione della responsabilità dei medici - non sembrano legittimare semplicisticamente un’interpretazione della norma nel senso che il richiamo all’art. 2043 c.c. sia atecnico o frutto di una svista, bensì, al contrario, tecnico e consapevole.

Per un diverso e maggioritario orientamento, viceversa, la disciplina in esame non esprime alcuna opzione per la configurazione della responsabilità civile del sanitario come responsabilità necessariamente extracontrattuale, ma intende solo escludere, in tale ambito, l’irrilevanza della colpa lieve e dunque fare salvo il risarcimento del danno (cfr., ex plurimis, Cass. civ., Sez. VI, 17 aprile 2014, n. 8940).

In proposito, peraltro, è nuovamente intervenuto il legislatore con il ddl Gelli.

Il testo normativo licenziato dal Parlamento, all’art. 7, commi 3, 4 e 5, stabilisce che:

3. L’esercente la professione sanitaria di cui ai commi 1 e 2 risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente. Il giudice, nella determinazione del risarcimento del danno, tiene conto della condotta dell’esercente la professione sanitaria ai sensi dell’articolo 5 della presente legge e dell’articolo 590-sexies del codice penale, introdotto dall’articolo 6 della presente legge.

4. Il danno conseguente all’attività della struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, integrate, ove necessario, con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti

alle attività di cui al presente articolo.

5. Le disposizioni del presente articolo costituiscono norme imperative ai sensi del codice civile”.

Il presupposto dell’attività sanitaria è rappresentato dal rispetto, salve le specificità del caso concreto, delle raccomandazioni previste dalle linee guida elaborate da enti, istituzioni e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie iscritte in apposito elenco istituito e regolamentato con decreto del Ministro della salute; in mancanza delle suddette raccomandazioni, gli esercenti le professioni sanitarie si attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali (art. 5).

Sembra evidente la volontà del legislatore di affermare la natura extracontrattuale della responsabilità del medico, così inducendo il paziente danneggiato a convenire in giudizio, secondo le regole proprie della responsabilità contrattuale, la struttura sanitaria. Quest’ultima avrà poi diritto di rivalsa nei confronti del proprio dipendente, nei casi di condotta caratterizzata dall’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave (art. 9; cfr., altresì, l’obbligo di comunicazione dell’avvio del giudizio basato sulla responsabilità del medico, ex art. 13); nei confronti del medesimo, inoltre, potrà essere avviata un’azione di responsabilità amministrativa, sempre solo per dolo o colpa grave, presso la Corte dei conti. Ogni azione giudiziaria, peraltro, a norma dell’art. 8, deve essere preceduta da un tentativo di conciliazione di natura obbligatoria, assumendo la veste di condizione di procedibilità della domanda di risarcimento.

Per garantire la solvibilità della struttura sanitaria (pubblica o privata) e del medico è previsto l’obbligo di copertura assicurativa - con efficacia retroattiva - o di altre analoghe misure per la responsabilità civile verso terzi e per la responsabilità civile verso prestatori d’opera, ai sensi dell’art. 10; in proposito, la normativa (art. 12) consente anche l’azione diretta nei confronti della compagnia di assicurazione da parte del danneggiato.

Si è infine provveduto ad abrogare espressamente l’art. 3, comma 1, del decreto Balduzzi, in quanto la novella contiene anche una nuova disciplina della responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria: cfr. art. 7, che ha introdotto nel codice penale il nuovo art. 590-sexies - Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario.

4. Conseguenze pratiche.

Il riconoscimento della natura contrattuale od extracontrattuale del medico produce rilevanti conseguenze sul piano pratico-applicativo: nel primo caso, invero, il paziente danneggiato assume la veste di creditore e secondo l’insegnamento di Cass. civ., Sez. un., 30 ottobre 2001, n. 13533, potrà limitarsi a provare il contratto (o il contatto sociale) con il medico e l’aggravamento della situazione patologica ovvero l’insorgenza di nuove patologie, allegando l’inadempimento cd. qualificato del debitore, ovvero astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato (si tratta della prova del nesso di causalità, talvolta ammessa anche sulla base di mere presunzioni semplici o praesumptiones hominis); in capo al sanitario resterà la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che gli esiti nefasti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile, ex art. 1218 c.c..

In ipotesi di responsabilità extracontrattuale, viceversa, l’onere incombente sul creditore è sicuramente più impegnativo, in quanto egli dovrà assolvere puntualmente alla prova degli elementi costitutivi della fattispecie illecita di cui all’art. 2043 c.c.: l’ingiustizia del danno subito causalmente riconducibile alla condotta del medico ed il dolo o la colpa di questi.

Anche i termini prescrizionali per l’ottenimento del risarcimento sono sensibilmente diversi: dieci anni nel caso di responsabilità contrattuale, ex art. 2946 c.c., cinque anni in ipotesi di responsabilità aquiliana, ai sensi del successivo art. 2947.

In generale, ulteriori differenze tra i due regimi in rassegna attengono alla capacità di intendere e di volere, richiesta quale presupposto della responsabilità solo dall’art. 2047 c.c., e la limitazione del risarcimento al solo danno prevedibile, in ipotesi di inadempimento non doloso (art. 1225 c.c.).



[1] Versa nella cosiddetta “colpa per assunzione” colui che, non essendo del tutto all’altezza del compito assunto, esegua un’opera senza farsi carico di munirsi di tutti i dati tecnici necessari per dominarla, nel caso, ovviamente, che quell’opera diventi fonte di danno anche a causa della mancata acquisizione di quei dati o conoscenze specialistiche: il soggetto che non è (o non si ritiene) in grado di compiere una peculiare prestazione secondo il livello di diligenza richiesto all’agente modello di riferimento, pertanto, deve rifiutarne lo svolgimento.

[2] Testo normativo: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.

[3] Prosegue il comma 2 affermando che “La disposizione di cui al comma 1 si applica anche alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero nell’ambito di attività di sperimentazione e di ricerca clinica ovvero in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale nonché attraverso la telemedicina”.






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