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Articolo di Dottrina



"NORME E SENTENZE" PER GLI SCRITTI DI AVVOCATO



Concorso apparente di norme. Le applicazioni giurisprudenziali. Tratto da G. BONGIORNO- R. GAROFOLI, Norme e sentenze. Codice penale e principali norme complementari con l’ultima giurisprudenza selezionata e massimata. Per la consultazione agli scrit

R. GAROFOLI

Concorso apparente di norme. Le applicazioni giurisprudenziali

Tratto da G. BONGIORNO, Norme e sentenze. Codice penale e principali norme complementari con l’ultima giurisprudenza selezionata e massimata. Per la consultazione agli scritti di Avvocato (in libreria la prima settimana di ottobre)

15 Materia regolata da più leggi penali o da più disposizioni della medesima legge penale Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito.

Giurisprudenza: w1. Principio di specialità: la nozione di “stessa materia”. Rapporti tra commercio di sostanze dopanti e art. 348 c.p. w1.1. Ipotesi di non sussistenza della “stessa materia”. w2. Altri criteri. w2.1. Il criterio dell’“assorbimento”. w2.2. Il criterio della “sussidiarietà”. w3. Le Sezioni Unite del 2005 ripudiano i criteri di assorbimento e di sussidiarietà. w4. Le Sezioni Unite del 2007: ritorno ai criteri di assorbimento e sussidiarietà. w5. Ipotesi applicative di maggiore rilievo. w5.1. Ricettazione e diritto d’autore. w5.1.1. Sussiste concorso di reati. w5.1.2. Sussiste rapporto di specialità. w5.1.3. La parola alle Sezioni Unite: non sussiste rapporto di specialità. w5.1.4. Ricettazione e illecito amministrativo. w5.1.5. Ricettazione e art. 474 c.p. w5.2. Art. 640-bis e 316-ter: l’indennità da “reddito minimo di inserimento”. w5.2.1. Il reato non è configurabile. w5.2.2. È configurabile il reato ex art. 316-ter. w5.2.3. Rispondono le Sezioni Unite. w5.3. Indebito utilizzo di carte di credito e truffa. Rispondono le Sezioni Unite. w5.4. Indebito utilizzo di carte di credito e ricettazione. w6. Casistica. w6.1. Maltrattamenti in famiglia e sequestro di persona. w6.2. Maltrattamenti in famiglia e riduzione in schiavitù. w6.3. Prelievo abusivo di acqua pubblica e furto aggravato: il concorso è apparente. w6.4. Aggravanti dei motivi abietti, dell’agevolazione di associazioni mafiose e della premeditazione. w6.5. Smontaggio dell’auto rubata in singoli pezzi: la sottile linea di confine con il riciclaggio. w6.6. Specialità c.d. reciproca: bancarotta patrimoniale per distrazione. w6.7. Frode fiscale e truffa: concorso apparente di norme. w6.8. Inquinamento acustico: non sussiste specialità. w6.9. Frode in competizioni sportive.

w1. Principio di specialità: la nozione di “stessa materia”. Rapporti tra commercio di sostanze dopanti e art. 348 c.p.

Il requisito della stessa materia ricorre in primis quando, ai sensi dell’art. 15 c.p., due norme qualifichino uno stesso contesto fattuale nel senso che una delle suddette comprenda in sé gli elementi dell’altra oltre ad uno o più dati specializzanti: in questo caso dovrà prevalere, salvo che sia altrimenti stabilito, la previsione speciale ossia quella che descrive la situazione con maggiori particolari. Poiché il citato criterio presuppone una relazione logico-strutturale tra norme, ne deriva che la locuzione “stessa materia” va intesa come fattispecie astratta – ossia come settore, aspetto dell’attività umana che la legge interviene a disciplinare – e non quale episodio in concreto verificatosi sussumibile in più norme, indipendentemente da un rapporto di genere a specie tra queste. All’uopo, il richiamo alla natura del bene protetto – effettuato, con divergente valutazione, sia dalle sentenze che affermano una situazione di specialità, sia da quelle che la negano - non pare decisivo. Cass. Pen., Sez. Un., 7 novembre 2000, n. 27

Tra il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati (articolo 9, comma 7, della legge 14 dicembre 2000 n. 376) e quelli di cui agli articoli 348 del c.p. (esercizio abusivo della professione di farmacista) e 445 del Cp (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica) sussiste un rapporto di specialità, atteso che colui che, senza essere in possesso della prescritta abilitazione professionale, commercia farmaci e sostanze dopanti esercita abusivamente, attraverso la medesima condotta, la professione di farmacista, e, qualora le sostanze medicinali vengano commerciate in specie, qualità o quantità non corrispondenti alle ordinazioni mediche, pone in essere il medesimo comportamento sanzionato dal citato articolo 445 del codice penale. Cass. Pen., Sez. Un., 25 gennaio 2006, n. 3087

Difforme: Perché si verifichi il concorso tra norme (con la conseguente necessità di individuare la norma speciale che deroga a quella generale), è necessaria in primo luogo l’identità della natura delle norme, che devono essere tutte norme penali e, successivamente, l’identità dell’oggetto di tali norme, che devono regolare tutte la stessa materia; devono essere perciò caratterizzate dalla identità del bene alla cui tutela finalizzate. Cass. Pen., Sez. Un., 21 aprile 1995, n. 9568

w1.1. Ipotesi di non sussistenza della “stessa materia”.

Poiché le dette norme prevedono situazioni diverse con riguardo al tipo di macchina e alla natura della misura protettiva, è da escludere che le disposizioni contenute nel tit. 4 siano di natura speciale, agli effetti di cui all'art. 15 c.p. (Nella fattispecie, relativa a fresatrice con parti scoperte e non protette, con la quale si era ferito il lavoratore, sono state ritenute applicabili le disposizioni di carattere generale di cui al tit. 3, in particolare gli artt. 41 e 68 del d.P.R. n. 547 del 1955). Cass. Pen., Sez. IV, 3 marzo 1994

Sussiste concorso materiale tra i reati previsti dalle norme relative alla prevenzione degli infortuni sul lavoro ed i reati di omicidio colposo e lesioni personali colpose, atteso che la diversa natura dei reati medesimi (i primi di pericolo e di mera condotta, i secondi di danno e di evento), il diverso elemento soggettivo (la colpa generica nei primi, la colpa specifica nei secondi, nell'ipotesi aggravate di cui al comma 2 dell'art. 589 e al comma 3 dell'art. 590), i diversi interessi tutelati (la prevalente finalità di prevenzione dei primi, e lo specifico bene giuridico della vita e dell'incolumità individuale protetto dai secondi), impongono di ritenere non applicabile il principio di specialità di cui all'art. 15 del codice penale. Cass. Pen., Sez. IV, 6 giugno 2006, n. 35773

I delitti di riduzione in schiavitù od in condizione analoga alla schiavitù e di alienazione e acquisto di schiavi si differenziano in ragione del diverso presupposto di fatto delle due ipotesi delittuose, che nel primo caso è la pregressa condizione di libertà della persona assoggettata, mentre nell'altra fattispecie è lo stato di libertà della persona alienata o acquistata. È accertamento di fatto, insindacabile in sede di legittimità, ove correttamente motivato, la verifica dell'uno o dell'altro presupposto. Cass. Pen., Sez. V, 1 luglio 2002, n. 32363

w2. Gli altri criteri.

w2.1. Il criterio dell’assorbimento

Deve ritenersi condivisibile la soluzione adottata nella sentenza impugnata, che ha considerato assorbito il reato di falsità ideologica in quello di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. L'esclusione del concorso tra i due reati (artt. 316 ter e 483 c.p.) si giustifica in quanto l'utilizzo o la presentazione di dichiarazioni false o di documenti falsi rappresentano elemento essenziale per la configurazione del reato di indebita percezione di erogazioni, che si realizza proprio attraverso quelle condotte specifiche, funzionali all'indebito conseguimento della sovvenzione pubblica. Ne consegue che il delitto in esame finisce per assorbire quello di falso, previsto dall'art. 483 c.p., infatti, tutti gli elementi previsti nell'art. 483 c.p. sono ricompresi e quindi assorbiti nella fattispecie di cui all'art. 316 ter c.p., che ha come elemento specializzante, rispetto al falso, l'indebita percezione della sovvenzione. Cass. Pen., Sez. VI, 19 settembre 2006, n. 32608

È escluso che assuma rilievo ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 346, comma 2 c.p. il fatto che il pubblico ufficiale abbia o meno emesso il provvedimento per il quale l’agente ha promesso il suo interessamento, realizzando la fattispecie del millantato credito una tutela anticipata rispetto alle diverse ipotesi di reato previste dagli artt. 318 e 319 c.p. (nella specie, l’agente, autista giudiziario, aveva millantato credito presso un giudice del Tribunale, facendosi consegnare una somma di danaro per “comprare” un provvedimento di scarcerazione, provvedimento che il ricorrente assumeva già emesso al momento della consegna del denaro).
Il millantato credito è una forma particolare di truffa, della quale ricalca pienamente la struttura, e pertanto tra le due fattispecie non vi può essere concorso formale, restando quest’ultima assorbita nella prima. Cass. Pen., Sez. VI, 12 settembre 2006, n. 30150

w2.3. Il criterio della “sussidiarietà”.

La fattispecie criminosa di cui all’articolo 316-ter del Cp ha carattere residuale e sussidiario rispetto alla fattispecie della truffa aggravata prevista dall’articolo 640-bis del c.p. e non è con essa in rapporto di specialità, sicché ciascuna delle condotte ivi descritte (utilizzo o presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere e omissione di informazioni dovute) ben può concorrere a integrare gli artifici e/o i raggiri previsti dalla fattispecie della truffa, ove di questa figura siano integrati gli altri presupposti. Cass. Pen., 15 settembre 2006, n. 30729

Se il reato di crollo di costruzione previsto dal secondo comma dell'art. 434 c.p. sia commesso cagionando l'incendio della costruzione dovrà trovare applicazione solo la norma che incrimina il crollo doloso (aggravato ex comma 2), in base al principio di sussidiarietà tra norme che prevedono stati o gradi diversi di offesa di un medesimo bene (nel caso: la pubblica incolumità), in quanto l'offesa maggiore assorbe quella minore. Cass. Pen., Sez. I, 24 gennaio 2006, n. 7629


w3. Le Sezioni Unite del 2005 ripudiano i criteri di assorbimento e sussidiarietà.

Vero è che, secondo una parte della dottrina e della giurisprudenza, anche nel caso di diversità strutturale delle fattispecie, il rapporto di consunzione o di assorbimento, cui alluderebbe l'ultimo inciso dell'art. 15 c.p. quale applicazione sostanziale del principio processuale del ne bis in idem, richiederebbe di considerare solo apparente il concorso tra due norme relative a un medesimo quadro di vita sociale, quando la commissione di un reato comporti, secondo l’id quod plerumque accidit, anche la commissione dell'altro e una delle fattispecie esaurisca compiutamente l'intero disvalore del fatto. Tuttavia i criteri di assorbimento e di consunzione sono privi di fondamento normativo, perché l'inciso finale dell’art. 15 c.p. allude evidentemente alle clausole di riserva previste dalle singole norme incriminatrici, che, in deroga al principio di specialità, prevedono, sì, talora l’applicazione della norma generale, anziché di quella speciale, considerata sussidiaria; ma si riferiscono appunto solo a casi determinati, non generalizzabili. I giudizi di valore che i criteri di assorbimento e di consunzione richiederebbero sono tendenzialmente in contrasto con il principio di legalità, in particolare con il principio di determinatezza e tassatività, perché fanno dipendere da incontrollabili valutazioni intuitive del giudice l'applicazione di una norma penale. Cass. Pen., Sez. Un., 20 dicembre 2005, n. 47164

Un'esigenza di determinatezza e tassatività si pone anche con riferimento “all’ordinamento penale complessivamente considerato”, perché un'incertezza incompatibile con il principio di legalità deriva anche dalla mancanza di criteri sicuri per stabilire quali e quante fra più fattispecie, pur ben determinate, siano applicabili. Cass. Pen., Sez. Un., 20 dicembre 2005, n. 47164

w4. Le Sezioni Unite del 2007: ritorno ai criteri di assorbimento e sussidiarietà.

Il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato è in rapporto di sussidiarietà, e non di specialità, con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, al pari del quale, e diversamente dal delitto di malversazione a danno dello Stato, è astrattamente configurabile anche nel caso di indebita erogazione di contributi aventi natura assistenziale. Ne consegue che il delitto di indebita percezione di erogazioni in danno dello Stato, che peraltro, e diversamente dal delitto di truffa aggravata, assorbe il disvalore espresso dai delitti di falso ideologico di cui all’art. 483 c.p. e di uso di atto falso di cui all’art. 489 c.p., si configura solo quando facciano difetto nella condotta gli estremi della truffa, come nel caso delle situazioni qualificate dal mero silenzio antidoveroso o dall’assenza di induzione in errore dell’autore della disposizione patrimoniale. Cass. Pen., Sez. Un., 27 aprile 2007, n. 16568

Tra il delitto di incendio (423) e quello di crollo (434) deve riconoscersi esistente il cosiddetto rapporto di “sussidiarietà”, ovvero di “consunzione”, ispirato al principio del ne bis in idem sostanziale secondo il quale (anche fuori dei casi di vera e propria specialità) nessuno può essere punito più volte per lo stesso fatto (ovvero, più precisamente, per la medesima offesa ai beni tutelati dalla legge). Pertanto, se il reato di crollo di costruzione previsto dal secondo comma dell'art. 434 c.p. sia commesso cagionando l'incendio della costruzione dovrà trovare applicazione solo la norma che incrimina il crollo doloso (aggravato ex comma 2), in base al principio di sussidiarietà tra norme che prevedono stati o gradi diversi di offesa di un medesimo bene (nel caso: la pubblica incolumità), in quanto l'offesa maggiore assorbe quella minore. Cass. Pen., Sez. I, 24 gennaio 2006, n. 7629

w5. Ipotesi applicative di maggiore rilievo.

w5.1. Ricettazione e diritto d’autore.

w5.1.1. Sussiste concorso di reati.

Sussiste concorso tra il reato di ricettazione e quello di cui all’art. 171-ter della legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni quando l'agente, oltre ad acquistare videocassette e musicassette contraffatte, le detenga a fine di commercializzazione, configurandosi l'illecito meramente amministrativo previsto dall'art. 16 della legge 18 agosto 2000 n. 248 (peraltro poi abrogato dall'art. 41, comma quarto, del D.Lgs. 9 aprile 2003 n. 68), soltanto quando, trattandosi di acquisto, questo sia stato effettuato ad uso esclusivamente personale. Cass. Pen., Sez. III, 16 aprile 2004

w5.1.2. Sussiste rapporto di specialità.

In tema di tutela del diritto d'autore, la condotta di detenzione per la vendita o del commercio di supporti audiovisivi abusivamente riprodotti, punita dall’art. 171-ter della legge 22 aprile 1941 n. 633, non concorre con il reato di ricettazione, di cui all'art. 648 c.p., atteso che tra le due norme sussiste un rapporto di continenza in quanto nella norma codicistica sono compresi tutti gli elementi costitutivi della norma introdotta dalla legge n. 633, che descrive più specificamente condotte già ricomprese, sul piano astratto, nella prima, con la quale si pone in rapporto di specialità. Più in particolare, entrambe le norme presuppongono la commissione di un delitto, l'esistenza di un bene che ne costituisce il provento, la detenzione del bene illecito, il fine di profitto, la condizione negativa del non avere l'agente concorso nel reato presupposto, e presentano omogeneità dell’interesse tutelato, individuato nella repressione del traffico di cose che costituiscono il provento della commissione di reati. Cass. Pen., Sez. III, 23 settembre 2004

w5.1.3. La parola alle Sezioni Unite. Non sussiste rapporto di specialità.

Nella giurisprudenza di questa Corte infatti è sostanzialmente indiscusso ormai che non v'è rapporto di specialità tra le condotte di ricezione o di acquisto previste dall'art. 648 c.p. e le condotte di detenzione o di immissione in circolazione previste da altre fattispecie incriminatrici. S'era dubitato un tempo dell'ammissibilità del concorso del delitto previsto dall'art. 648 c.p. con il delitto previsto dall'art. 474 c.p. (introduzione nel territorio dello Stato e commercio di prodotti con segni falsi). Ma il conseguente contrasto di giurisprudenza era stato risolto da queste Sezioni unite nel senso dell'ammissibilità del concorso, soprattutto in base al rilievo che la condotta di illecita immissione in circolazione può essere realizzata anche da chi, essendo in buona fede al momento della ricezione del prodotto contraffatto, si induca poi a cederlo ad altri con la sopravvenuta consapevolezza della contraffazione. Sicché la responsabilità per l'immissione in circolazione può essere addebitata anche a chi non debba rispondere né di concorso nella contraffazione né di ricettazione. In realtà l’applicazione del principio di specialità, previsto dall'art. 15 c.p., impone senza dubbio di ammettere il concorso tra le condotte di ricezione (art. 648 c.p.) e quelle di immissione in circolazione (art. 171-ter legge 22 aprile 1941, n. 633), perché le fattispecie sono indiscutibilmente diverse dal punto di vista strutturale. È vero che anche il criterio di specialità, in particolare nei casi di specialità per aggiunta, presuppone talora una discrezionalità nella selezione degli elementi da considerare rilevanti per la comparazione tra le fattispecie. Ma questa operazione di selezione rimane pur sempre nei limiti di un'attività interpretativa, che costringe nell'ambito degli elementi strutturali delle fattispecie la inevitabile componente valutativa del raffronto, anziché rimuoverla o lasciarla priva di criteri davvero controllabili; mentre i criteri di assorbimento e di consunzione esigono scelte prive di riferimenti normativi certi, appunto perché dichiaratamente prescindono dalla struttura delle fattispecie. Cass. Pen., Sez. Un., 20 dicembre 2005, n. 47164

w5.1.4. Ricettazione e illecito amministrativo.

La condotta di chi acquista supporti audiovisivi fonografici o informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni legali, se non costituisce concorso in uno dei reati previsti dagli artt. 171-171 octies l. 22 aprile 1941, n. 633, integra l’illecito amministrativo di cui all’art. 16 l. 18 agosto 2000 n. 248, che in virtù del principio di specialità previsto dall’art. 9 l. 24 novembre 1981 n. 689, prevale sulla disposizione penale che punisce lo stesso fatto. Cass. Pen., Sez. II, 3 marzo 2005, n. 8761

In tema di tutela del diritto d’autore, integra un semplice illecito amministrativo la condotta di acquisto o noleggio di supporti audiovisivi abusivamente riprodotti, ed è punito dall’art. 171 ter l. 22 aprile 1941, n. 633, come modificato dall’art. 16 l. 18 agosto 2000 n. 248, con una sanzione pecuniaria e non concorre, quindi, con il reato di ricettazione, atteso che tra le norme sussiste un rapporto di continenza, in quanto nella norma codicistica sono compresi tutti gli elementi costitutivi della norma introdotta dalla l. 633, come modificata, che descrive più specificamente condotte già comprese, sul piano astratto, nella prima con la quale si pone in rapporto di specialità. Cass. Pen., Sez. II, 10 marzo 2005, n. 12489

Contra: Sopravvenuto il d. lgs. 9 aprile 2003, n. 68, che ha abrogato l'art. 16 della legge n. 248 del 2000 (art. 41) e l' ha sostituito con il nuovo testo dell'art. 174 ter legge n. 633 del 1941 (art. 28), è possibile il concorso tra il reato di ricettazione e quello di cui all’art. 171-ter della legge 22 aprile 1941 n. 633, e successive modificazioni, quando l’agente, oltre ad acquistare supporti audiovisivi fonografici o informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni legali, li detenga a fine di commercializzazione;

configurandosi l’illecito meramente amministrativo previsto dall'art. 174 ter legge n. 633 del 1941 soltanto quando l’acquisto o la ricezione siano destinati a uso esclusivamente personale. La situazione normativa così ricostruita non è mutata con il decreto legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito nella legge 14 maggio 2005, n. 80, perché l'incauto acquisto di cose provenienti da taluno dei reati previsti dalla legge n. 633 del 1941 può integrare gli estremi della contravvenzione prevista dall'art. 712 c.p.; mentre solo l'incauto acquisto di cose di provenienza altrimenti illecita, vale a dire di cose non provenienti da reato, può integrare gli estremi dell'illecito amministrativo previsto dall'art. 1 comma 7 del citato decreto legge. Cass. Pen., Sez. Un., 20 dicembre 2005, n. 47164

w5.1.5. Ricettazione e art. 474 c.p.

Il delitto di ricettazione previsto all'art. 648 c.p. e quello di commercio di prodotti con segni falsi previsto dall'art. 474 c.p. possono concorrere, in quanto, da un lato, tra le fattispecie incriminatrici non sussiste un rapporto di specialità, e dall’altro, non ricorrono gli estremi dell’assorbimento del primo delitto nel secondo. Cass. Pen., Sez. Un., 9 maggio 2001, n. 23427

Il delitto di ricettazione è configurabile anche nell'ipotesi di acquisto o ricezione, al fine di profitto, di cose con segni contraffatti nella consapevolezza dell’avvenuta contraffazione, atteso che la cosa nella quale il falso segno è impresso - e che con questo viene a costituire un'unica entità - è provento della condotta delittuosa di falsificazione prevista e punita dall'art. 473 c.p. Cass. Pen., Sez. Un., 9 maggio 2001, n. 23427

Il delitto di ricettazione di cui all'art. 648 c.p. e quello di commercio di prodotti con segni falsi di cui all'art 474 c.p. possono concorrere, atteso che le fattispecie incriminatrici descrivono condotte diverse sotto il profilo strutturale e cronologico e che tra le stesse non può configurarsi un rapporto di specialità, nè risultando dal sistema una diversa volontà espressa o implicita del legislatore. Cass. Pen., Sez. Un., 9 maggio 2001, n. 23427

w5.2. Art. 640 bis e 316 ter: l’indennità da “reddito minimo di inserimento”.

w5.2.1. Il reato non è configurabile.

Non è configurabile il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art. 316 ter c.p.), né quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis c.p.), nella condotta dell'agente che renda dichiarazioni mendaci in ordine alle proprie condizioni personali, familiari e patrimoniali al fine di ottenere l'erogazione dell'indennità da “reddito minimo di inserimento”, in quanto si tratta di un tipo di contributo che rientra nell'ambito delle erogazioni pubbliche di natura assistenziale, che come tali non sono prese in considerazione dalle norme incriminatrici sopra citate, che si riferiscono esclusivamente ai casi di illecita o fraudolenta percezione di contributi pubblici di carattere economico - finanziario a sostegno dell'economia e delle attività produttive. In particolare, gli art. 316 ter e 640 bis c.p., laddove definiscono le "erogazioni pubbliche" rilevanti come “contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate”, recepiscono la terminologia propria della sola legislazione di sostegno alle attività economiche e produttive. Le severe sanzioni previste dagli art. 316 ter e 640 bis c.p. appaiono specificamente destinate a reprimere solo la devianza economico finanziaria, certamente più grave e sofisticata. Cass. Pen., Sez. VI, 11 maggio 2005; Cass. Pen., Sez. VI, 16 febbraio 2006; Cass. Pen., Sez. VI, 2 marzo 2006

w5.2.2. È configurabile il reato ex art. 316 ter.

È configurabile il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art. 316 ter c.p.) nella condotta dell'agente che renda dichiarazioni mendaci in ordine alle proprie condizioni personali, familiari e patrimoniali al fine di ottenere l'erogazione di indennità di natura assistenziale (nella specie, il trasferimento monetario integrativo del reddito, ai sensi dell'art. 8 d.lgs. 18 giugno 1998 n. 237, c.d. “reddito minimo di inserimento”). Il termine “contributo” è riferibile anche alle erogazioni pubbliche assistenziali, come confermato dal secondo comma dello stesso art. 316 ter c.p., laddove impone quale condizione di rilevanza penale del fatto una soglia minima di quattromila euro, certamente non giustificabile se la fattispecie si riferisse alle sole erogazioni di sostegno alle attività economico produttive. È l’art. 316 bis c.p. che si riferisce esplicitamente solo a “contributi, sovvenzioni o finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere od allo svolgimento di attività di pubblico interesse”. Sarebbe irragionevole ritenere che proprio le attività illecite di minore gravità, come quelle destinate all'indebita percezione di erogazioni assistenziali, debbano in definitiva essere sanzionate più gravemente, posto che, ove escluse dall'ambito di applicazione dell'art. 316 ter c.p., esse risulterebbero riconducibili alle concorrenti fattispecie della truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640 comma 2 n. 1 c.p.) e del falso ideologico in atto pubblico commesso dal privato (art. 483 c.p.). Cass. Pen., Sez. VI, 12 giugno 2006; Cass. Pen., Sez. VI, 10 ottobre 2003

w5.2.3. Rispondono le Sezioni Unite.

Il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato è in rapporto di sussidiarietà, e non di specialità, con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, al pari del quale, e diversamente dal delitto di malversazione a danno dello Stato, è astrattamente configurabile anche nel caso di indebita erogazione di contributi aventi natura assistenziale. Ne consegue che il delitto di indebita percezione di erogazioni in danno dello Stato, che peraltro, e diversamente dal delitto di truffa aggravata, assorbe il disvalore espresso dai delitti di falso ideologico di cui all’art. 483 c.p. e di uso di atto falso di cui all’art. 489 c.p., si configura solo quando facciano difetto nella condotta gli estremi della truffa, come nel caso delle situazioni qualificate dal mero silenzio antidoveroso o dall’assenza di induzione in errore dell’autore della disposizione patrimoniale. Cass. Pen., Sez. Un., 27 aprile 2007, n. 16568

Per una prima tesi è necessario ridurre considerevolmente l'ambito di applicazione della truffa, escludendo che la mera presentazione di documentazione falsa integri gli estremi degli artifici o raggiri, in modo da riservare così all'art. 316 ter un effettivo ambito di applicazione (Cass., Sez. II, 22 marzo 2002, Morandell, m. 221838, Cass., Sez. VI, 10 ottobre 2003, Riillo, m. 228191, Cass., Sez. II, 28 ottobre 2005, Maiorana, m. 232785).

Per altra tesi occorre ridurre l'ambito di applicazione dell'art. 316 ter c.p. in termini di radicale marginalità; alla stessa sarebbero riconducibili solo o comunque soprattutto quelle condotte cui non consegua un'induzione in errore o un danno per l'ente erogatore (Cass., Sez. II, 10 febbraio 2006, Fasolo, m. 233449, Cass., Sez. II, 8 giugno 2006, Corsinovi, m. 234996, Cass., Sez. II, 6 luglio 2006, Carere, m. 234848, Cass., Sez. VI, 24 settembre 2001, Tammerle, m. 220200).

È necessario tuttavia che, in conformità ai dichiarati intenti del legislatore, l’ambito di applicabilità dell’art. 316 ter c.p. si riduca a situazioni del tutto marginali, come quelle del mero silenzio antidoveroso o di una condotta che non induca effettivamente in errore l'autore della disposizione patrimoniale. In molti casi, invero, il procedimento di erogazione delle pubbliche sovvenzioni non presuppone l’effettivo accertamento da parte dell'erogatore dei presupposti del singolo contributo. Ma ammette che il riconoscimento e la stessa determinazione del contributo siano fondati, almeno in via provvisoria, sulla mera dichiarazione del soggetto interessato, riservando eventualmente a una fase successiva le opportune verifiche. Sicché in questi casi l’erogazione può non dipendere da una falsa rappresentazione dei suoi presupposti da parte dell'erogatore, che in realtà si rappresenta correttamente solo l'esistenza della formale dichiarazione del richiedente. D'altro canto l'effettivo realizzarsi di una falsa rappresentazione della realtà da parte dell'erogatore, con la conseguente integrazione degli estremi della truffa, può dipendere, oltre che dalla disciplina normativa del procedimento, anche dalle modalità effettive del suo svolgimento nel singolo caso concreto. E quindi l’accertamento dell'esistenza di un’induzione in errore, quale elemento costitutivo del delitto di truffa, ovvero la sua mancanza, con la conseguente configurazione del delitto previsto dall'art. 316 ter c.p., è questione di fatto, che risulta riservata al giudice del merito. Cass. Pen., Sez. Un., 27 aprile 2007, n. 16568

Il carattere sussidiario e residuale dell’art. 316 ter rispetto all'art. 640-bis cod. pen. - a fronte del quale la prima norma è destinata a colpire unicamente fatti che non rientrino nel campo di operatività della seconda - costituisce un dato normativo assolutamente inequivoco.

La chiara lettera della disposizione impugnata - la quale esordisce anch'essa con una clausola di salvezza dell'art. 640-bis cod. pen. - si coniuga infatti puntualmente sia con la finalità generale del provvedimento legislativo che ha introdotto la disposizione stessa, sia con l'obiettivo specifico della sua introduzione. Corte Cost., 12 marzo 2004, n. 95

(N.B. Per una trattazione più approfondita dei rapporti tra l’art. 640bis e 316ter si rinvia sub art. 640bis).

w5.3. Art. 483 c.p. e art. 2 comma 1 l. 898/1986: concorso apparente di norme.

L’art. 2 comma 1 l. 23 dicembre 1986, n. 898 punisce chiunque, mediante l’esposizione di dati o notizie falsi, consegue indebitamente per sé o per altri aiuti, premi, indennità, restituzioni, contributi o altre erogazioni a carico totale o parziale del Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia. Data la struttura della norma, risulta che “l’esposizione di dati o notizie falsi” è requisito essenziale per la configurazione della fattispecie; ne deriva che detto reato non può concorrere con il delitto di falso previsto dall’art. 483 c.p., sussistendo concorso apparente di norme, ai sensi dell’art. 15 c.p., in quanto tutti gli elementi previsti dall’art. 483 c.p. sono ricompresi (e quindi assorbiti) nella fattispecie di cui all’art. 2 della legge citata, sicchè quest’ultima risulta avere come elemento specializzante, rispetto al falso, l’indebita percezione del contributo del Fondo Europeo sopra citato. Cass. Pen., Sez. V, 16 febbraio 2000, n. 3752

w5.3. Indebito utilizzo di carte di credito e truffa. Rispondono le Sezioni Unite.

Fra la disposizione relativa al delitto di truffa e quella relativa all'indebito utilizzo di carte di credito da parte del non titolare di cui all'art. 12 d.l. 3 maggio 1991 n. 143, conv. in l. 5 luglio 1991 n. 197, deve essere escluso il concorso di reati sia perché non si è in presenza di due fatti completamente distinti dalla materialità della condotta - dal momento che l'adozione di artifici o raggiri è uno dei possibili modi in cui si manifesta l'indebito utilizzo di una carta di credito - sia perché la tutela del patrimonio individuale, che costituisce l'obiettività giuridica della truffa, non è estranea alla “ratio” incriminatrice dell'art. 12; ne consegue che tra le due norme sussiste un rapporto di genere a specie sussumibile all'interno dell'art. 15 c.p., tale per cui la condotta di “indebito utilizzo” di cui all'art. 12 può essere considerata speciale rispetto a quella prevista dall'art. 640 c.p., e dunque unicamente applicabile al fatto concreto. Cass. Pen., Sez. Un., 28 marzo 2002, n. 22902

L'indebita utilizzazione, al fine di profitto proprio o altrui, da parte di chi non ne sia titolare, di carte di credito o analoghi strumenti di prelievo o pagamento, integra il reato previsto dall'art. 12 d.l. 3 maggio 1991 n. 143, conv. con l. 5 luglio 1991 n. 197, e non quello di truffa, che resta assorbito. (Nell'affermare tale principio la Corte ha precisato che l'eventuale conseguimento, da parte dell'agente, dell'ingiusto profitto con correlativo danno del soggetto passivo rileva, comunque, sotto il profilo della dosimetria della pena). Cass. Pen., Sez. Un., 28 marzo 2002, n. 22902

w5.4. Indebito utilizzo di carte di credito e ricettazione.

La previsione di cui all’art. 12 d.l. 3 maggio 1991, n. 143, conv. in l. 5 luglio 1991, n. 197 – nella parte in cui punisce il possesso, la cessione, o l’acquisizione di carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti all’acquisto di beni o alla prestazione di servizi di provenienza illecita, nonché di ordini di pagamento prodotti con essi - non si pone in termini di concorso apparente di norme con il delitto di ricettazione sia perché manca il requisito dell'entità del fatto che costituisce il presupposto per l’applicabilità di detto istituto, sia perché l’art. 12 cit. criminalizza condotte - quali il possesso e la ricezione di carte di credito e similari contraffatte o alterate, penalmente indifferenti prima dell’emanazione del d.l. n. 143 del 1991 - che non possono rientrare nella fattispecie di cui all’art. 648 c.p.; fra i due reati si configura un concorso materiale considerato che l’art. 12 contiene la generica espressione di “provenienza illecita”, che non qualifica il tipo di illiceità che può essere civile, amministrativa o anche penale, se tali documenti sono prodotto o profitto di reato contravvenzionale, mentre l’art. 648 c.p. delimita al delitto la provenienza illecita dei documenti ricevuti, acquistati o occultati. Cass. Pen., Sez. Un., 28 marzo 2002, n. 22902

w6. Casistica.

w6.1. Maltrattamenti in famiglia e sequestro di persona.

Non sussiste rapporto di specialità tra il delitto di maltrattamenti in famiglia e quello di sequestro di persona, trattandosi di reati che non solo tutelano beni giuridici diversi, ma sono anche caratterizzati da un diverso elemento materiale, in quanto per la sussistenza del reato di maltrattamenti è necessario che un componente della famiglia sottoponga un altro a continue vessazioni, mentre per la sussistenza del reato di sequestro di persona è necessario che l'agente privi taluno della libertà personale. Orbene, poiché nel caso di specie il ricorrente ha posto in essere condotte distinte ed autonome dirette a maltrattare il figlio e a privarlo della libertà personale, si deve senz'altro escludere l'assorbimento del reato di sequestro in quello di maltrattamenti. Cass. Pen., Sez. I, 2 maggio 2006, n. 18447

w6.2. Maltrattamenti in famiglia e riduzione in schiavitù.

I delitti di riduzione in schiavitù di cui all'art. 600 c.p. e di maltrattamenti, previsto dall'art. 572 c.p., configurano distinte fattispecie delittuose, essendo diversi i beni giuridici protetti. La norma relativa alla riduzione in schiavitù è intesa a tutelare lo “status libertatis” dell'individuo ed a prevenire e reprimere la costituzione od il mantenimento di rapporti di padronanza, per effetto dei quali un uomo, assoggettato all’illegittima potestà di altri, sia privato delle capacità relative alla personalità individuale. Con l'art. 572 c.p. il legislatore si propone, invece, di garantire rapporti corretti e non improntati a vessazioni, minacce e violenze all'interno del nucleo familiare, legittimo o di fatto che sia. Diversi sono anche gli elementi costitutivi delle due fattispecie di reato, in quanto ai fini della configurazione del reato di maltrattamenti è necessario e sufficiente che un componente della comunità familiare sottoponga abitualmente altro familiare a vessazioni, minacce e violenze, mentre ricorre il delitto di riduzione in schiavitù quando un soggetto eserciti su altra persona le attribuzioni del diritto di proprietà o di alcune di esse, come è chiarito dalla convenzione di Ginevra del 25 settembre 1926, resa esecutiva con r.d. 1723/28, alla quale occorre fare riferimento. In ragione di tale diversità, le due ipotesi di reato possono concorrere. Cass. Pen., Sez. V, 1 luglio 2002, n. 32363

w6.3. Prelievo abusivo di acqua pubblica e furto aggravato: il concorso è apparente.

L'art. 23 del d.lgs. 152/99, che vieta di «derivare o utilizzare acqua pubblica senza un provvedimento autorizzativo o concessorio dell'autorità competente», la cui violazione è sanzionata in via amministrativa, costituisce norma speciale rispetto a quella generale di cui all'art. 624 c.p., dovendo applicarsi il principio di specialità anche in caso di concorso apparente di norme coesistenti, ancorché detto rapporto si configuri tra norma penale e norma amministrativa; le due norme infatti regolano la stessa materia e cioè l'impossessamento di un bene altrui per trarne vantaggio,caratterizzandosi la fattispecie amministrativa per due elementi specializzanti, l'oggetto dell'impossessamento (l'acqua pubblica) ed il dolo specifico (la finalità industriale). Cass. Pen., Sez. IV, 4 luglio 2007, n. 25548; Conforme: Cass. Pen., Sez. V, 11 ottobre 2005, n. 39997

w6.4. Aggravanti dei motivi abietti, dell’agevolazione di associazioni mafiose e della premeditazione.

I fatti che integrano le circostanze aggravanti, pur accedendo al fatto-reato al cui titolo vengono riferiti, non si sottraggono, ai fini dell'accertamento penale, alla regola dell'art. 187 cod.proc.pen., quali fatti secondari che direttamente incidono sulla pena oltre che, spesso, sulla procedibilità o punibilità. Ad essi si applicano anche tutte le disposizioni in tema di prova che seguono l'art. 187 e le regole dell'art. 192 cod. proc. pen.

La premeditazione non consiste solamente nella preordinazione del delitto, quale di norma si riscontra in tutti i delitti contro la vita o l'incolumità personale che non abbiano le caratteristiche di quelli comunemente definiti “d'impeto”, ma si differenzia da essa perché richiede la presenza del duplice requisito costituito da un apprezzabile intervallo cronologico fra la deliberazione e l'esecuzione del delitto (elemento oggettivo) e da una ragionevolmente presumibile assenza, in detto intervallo, di dubbi o ripensamenti (elemento soggettivo).

L’aggravante di cui all'art. 7 del D.L. 13 maggio 1991, convertito, con modificazioni, nella L.12 luglio 1991, n. 203, è speciale tanto a materia considerata quanto ad effetto per l’aumento di pena. Allorché il motivo abietto venga, nel concreto, riferito ad un ragione che dopo l'introduzione nell'ordinamento dell'art. 7 citato è interamente assumibile nel paradigma della previsione speciale, deve trovare applicazione la sola norma particolare: quella cioè che regola l'aggravamento dei delitti commessi con il motivo, tra i tanti abietti, di agevolare associazioni mafiose. Cass. Pen., Sez. V, 24 ottobre 2006, n. 41332

w6.5. Smontaggio dell’auto rubata in singoli pezzi: la sottile linea di confine con il riciclaggio.

Lo smontaggio di un autoveicolo proveniente da delitto non colposo in singoli pezzi ai fini della loro alienazione o del loro riutilizzo è condotta idonea ad integrare il delitto di cui all'art. 648 bis cod. pen. purché tale condotta sia caratterizzata dalla volontà e dalla consapevolezza anche dell'idoneità di far perdere le tracce dell'origine illecita.

Non è necessario, perché sia integrato il delitto di riciclaggio di un autoveicolo di provenienza delittuosa, che siano alterati i dati identificativi dello stesso quali il telaio, il numero di targa o quello del motore, potendosi ottenere il risultato di occultarne la provenienza delittuosa anche smontando il veicolo e vendendo o riutilizzando i singoli pezzi. Cass. Pen., Sez. III, 13 aprile 2007, n. 15092

w6.6. Bancarotta patrimoniale per distrazione. Specialità c.d. reciproca.

Il profilo oggettivo della responsabilità dell'amministratore di diritto può essere certamente ancorato all'art. 40 c.p., mentre il profilo soggettivo della sua responsabilità va accertato caso per caso, valutando il significato probatorio dell'intero contesto della sua azione.

La condotta di bancarotta patrimoniale per distrazione, prevista dall’art. 216 L.F., è in rapporto di specialità reciproca con quella di infedeltà patrimoniale prevista dall’art. 2634 c.c.. L’art. 223 L.F. prevede il concorso tra le condotte del primo comma, previste dall’art. 216 della suddetta legge, e quelle del secondo comma, come modificato dal D. Lgs. n. 61 del 2002, in base al quale rispondono ai sensi dell’art. 216 gli amministratori che, tenendo la condotta di cui all’art. 2634 c.c., agendo cioè in situazione di conflitto di interessi, cagionino il dissesto della società. Poiché é possibile un’attività distrattiva che non integri infedeltà patrimoniale, così come un’infedeltà patrimoniale che non integri distrazione, indipendentemente dal rapporto di causalità col dissesto, e poiché sono diversi i beni tutelati dalle due fattispecie (rispettivamente tutela dei creditori e tutela del patrimonio sociale), le due fattispecie possono sempre concorrere. Cass. Pen., Sez. V, 14 febbraio 2007, n. 4160

w6.7. Frode fiscale e truffa: concorso apparente di norme.

Il delitto di frode fiscale ex art. 2 d.lgs 74/2000 si pone in rapporto di specialità rispetto a quello di truffa aggravata, in quanto connotato da uno specifico artificio e da una condotta a forma vincolata. L’ulteriore elemento, costituito dall’evento di danno, non è sufficiente a porre le dette norme in rapporto di specialità reciproca, perché il suo verificarsi è deliberatamente stato posto dal legislatore al di fuori della fattispecie oggettiva, rendendo così indifferente che esso si verifichi e necessario solo che vi sia collegamento teleologico sotto il profilo intenzionale.

L’evidente e assoluta specialità connotante i meccanismi della repressione penal - tributaria non consentono di ascrivere al concorrente delitto di truffa ai danni dello Stato quelle condotte che, previste e sanzionate nel decreto 74/2000, non hanno altra diretta finalità che l’evasione o l’elusione dell’obbligazione tributaria. Cass. Pen., Sez. V, 26 febbraio 2007, n. 7916

w6.8. Inquinamento acustico: non sussiste specialità.

Le due ipotesi previste dall’articolo 659 Cp possono concorrere, di guida che, anche se non ricorre la violazione di disposizioni di legge o di prescrizioni imposte dall’Autorità, dovrà ritenersi sussistente l’ipotesi prevista dal comma 1 dell’articolo 659 c.p., qualora i rumori prodotti siano di intensità tale da superare i limiti di normale tollerabilità, generando disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone. Infatti non può ritenersi che nel caso di esercizio di mestiere o di attività rumorosa la contravvenzione prevista dall’articolo 659 comma 1 Cp debba essere esclusa a seguito della entrata in vigore della legge 447/95, ostando a tale interpretazione considerazioni di natura letterale e logica. Pertanto, essendo diversi gli scopi perseguiti dalle due norme, non vi è spazio per l’applicazione del principio di specialità, dovendosi escludere che la disposizione amministrativa di cui all’articolo 10 comma 2 legge 447/95 (legge quadro sull’inquadramento acustico) abbia assorbito la norma prevista dall’articolo 659 comma 1 c.p. Cass. Pen., Sez. I, 5 luglio 2006, n. 23130

w6.9. Frode in competizioni sportive.

Tra il reato di commercio di sostanze dopanti attraverso canali diversi da farmacie e dispensari autorizzati (articolo 9, comma 7, della legge 14 dicembre 2000 n. 376) e quelli di cui agli articoli 348 del c.p. (esercizio abusivo della professione di farmacista) e 445 del c.p. (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica) sussiste un rapporto di specialità, atteso che colui che, senza essere in possesso della prescritta abilitazione professionale, commercia farmaci e sostanze dopanti, esercita abusivamente, attraverso la medesima condotta, la professione di farmacista, e, qualora le sostanze medicinali vengano commerciate in specie, qualità o quantità non corrispondenti alle ordinazioni mediche, pone in essere il medesimo comportamento sanzionato dal citato articolo 445 del codice penale. Cass. Pen., Sez. Un., 25 gennaio 2005, n. 3087






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