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Articolo di Dottrina



GENERICITÀ DELL'IMPUTAZIONE PENALE E POTERI DEL GIUDICE



UDIENZA PRELIMINARE E RESTITUZIONE DEGLI ATTI AL P.M. IN CASO DI GENERICITA’ DELL’IMPUTAZIONE: ABNORMITA’? (nota a Cass. pen., Sez. un., 1 febbraio 2008, n.5307).

Manuela SCARPINO

UDIENZA PRELIMINARE E RESTITUZIONE DEGLI ATTI AL PM IN CASO DI GENERICITA’ DELL’IMPUTAZIONE: ABNORMITA’ ?

di

Manuela SCARPINO

Importante ed articolata pronuncia delle Sezioni Unite penali su una questione di natura processuale al centro di un vivace dibattito giurisprudenziale e dottrinale.

Il tema è quello dei rimedi funzionali a garantire l’effettività del principio di necessaria aderenza del fatto storico all’imputazione formulata e costituisce l’occasione per svolgere interessanti considerazioni sulla struttura e la funzione dell’udienza preliminare, oltre che sui poteri dell’organo giurisdizionale protagonista di tale fase processuale.

I Supremi giudici sono chiamati a chiarire la validità o meno dell’ordinanza con cui il GUP, rilevata, all’esito della discussione, la genericità o indeterminatezza della descrizione del fatto contenuta nella richiesta di rinvio a giudizio, disponga la restituzione degli atti al PM. Più specificamente, viene in rilievo la categoria dell’”abnormità” la quale, rendendo possibile l’immediato ricorso per cassazione, trova ragione nell’esigenza di supplire alla tassatività dei mezzi di impugnazione e delle nullità, di fronte a provvedimenti che, per la singolarità e stranezza del contenuto, si pongono al di fuori dell’intero sistema organico della legge processuale ovvero che, sotto un profilo funzionale, pur non estranei al sistema normativo, determinano la stasi del processo e l’impossibilità di proseguirlo. L’ordinanza in esame di restituzione degli atti al PM all’esito dell’udienza preliminare (sia o meno accompagnata dalla dichiarazione di nullità della richiesta di rinvio di giudizio), secondo la tesi interpretativa prevalente, integra appunto una ipotesi di abnormità funzionale avendo per effetto una anomala ed inammissibile regressione del procedimento ad una fase anteriore.

Ora, le Sezioni Unite, pur ravvisando nell’ordinanza impugnata le caratteristiche distintive dell’atto abnorme, con tale pronuncia non intendono negare al GUP il potere di esercitare il controllo dell’azione e dell’imputazione attraverso un siffatto provvedimento, bensì puntualizzarne i presupposti ed i limiti di ammissibilità.

Il meccanismo di trasmissione degli atti al termine dell’udienza preliminare è utilizzato dai giudici nella prassi al fine di porre il PM in condizione di adeguare l’imputazione contestata in modo generico ed è venuto ad affiancarsi, in via alternativa, allo strumento per così dire “interno” alla fase processuale dell’udienza preliminare, contemplato dall’art. 423 c.p.p. per la diversità del fatto e ritenuto idoneo, secondo la lettura estensiva offerta più volte dalla giurisprudenza costituzionale, a rimediare all’erroneità o incompletezza originaria dell’imputazione.

La chiave interpretativa che rende inoperante nell’ipotesi de qua il principio di tassatività degli esiti dell’udienza preliminare ex art. 424 c.p.p., è individuata nell’applicazione analogica dell’art. 521, comma 2, c.p.p. che autorizza il giudice, a conclusione del dibattimento, a trasmettere gli atti al PM ove accerti che il fatto è diverso da quello descritto nel decreto che dispone il giudizio.

Si osserva, in proposito, che, in conformità ai principi enunciati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 88 del 1994, l’esigenza di correlazione dell’imputazione alle risultanze degli atti è presente in ogni fase processuale e pertanto deve essere garantita, ai fini del rispetto dei diritti di difesa, anche nell’udienza preliminare, come peraltro si desume dalla disciplina dettata dall’art. 423 c.p.p. Ne deriva il potere- dovere del GUP il quale accerti che il fatto è diverso da quello descritto nell’atto di imputazione, di sollecitare il PM alle modifiche ritenute opportune, e ciò anche col provvedimento conclusivo in tal senso dell’udienza preliminare. Occorre, però, secondo le Sezioni Unite, rispettare un vero e proprio “percorso” procedurale che vede gli strumenti di adeguamento dell’imputazione previsti dall’art. 423 c.p.p. e, per analogiam, dall’art. 521, comma 2, c.p.p., in rapporto non di alternatività bensì consequenziale. In altri termini, il controllo del GUP deve esplicarsi secondo una sequenza che, in prima battuta, privilegia l’emendatio delle lacune imputative attraverso il rimedio predisposto dall’art. 423 c.p.p., nell’ambito e all’interno della medesima fase processuale. Solo successivamente - in caso di mancata adesione del PM alla richiesta correttiva, integrativa o modificativa nei termini indicati dall’ordinanza interlocutoria del giudice – è consentito il ricorso ad un provvedimento conclusivo di restituzione degli atti, che non necessita di una previa dichiarazione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio (non prevista dal legislatore) e comporta la regressione del processo alla fase delle indagini preliminari, affinché il PM eserciti nuovamente l’azione penale conformandosi ai risultati del controllo operato dal giudice sulla richiesta di rinvio a giudizio.

Dunque, nelle tappe procedimentali attraverso le quali si snoda il percorso delineato dai Supremi giudici, la soluzione restitutoria comportante la retrocessione del procedimento costituisce evenienza marginale ed eccezionale, configurandosi come extrema ratio, nei casi in cui il PM, all’uopo sollecitato dal giudice, non abbia provveduto in sede di udienza preliminare a “sanare” il vizio dell’atto imputativo.

Ciò - osserva la Corte – risulta coerente con i principi di economia e di ragionevole durata del processo, nonchè con la mancata previsione di alcuna sanzione di nullità per l’ipotesi in cui la richiesta di rinvio a giudizio non sia conforme alle prescrizioni dettate dall’art. 417 lett. b) c.p.p.; nullità che, per contro, è espressamente stabilita dall’art. 429 c.p.p. (come pure dall’art. 552, comma 2, c.p.p., per il decreto di citazione a giudizio) nel caso di decreto che dispone il giudizio il quale presenti analogo difetto di determinatezza o insufficienza ed al cui accertamento da parte del giudice del dibattimento consegue, ai sensi dell’art. 185, comma 3, c.p.p., la regressione del procedimento allo stato o grado in cui è stato compiuto l’atto nullo.

Le conclusioni cui giungono le Sezioni Unite bene si armonizzano altresì con la tendenza della giurisprudenza e del legislatore ad ampliare i poteri del giudice ed a fare dell’udienza preliminare lo snodo fondamentale del processo.

Attraverso il rafforzamento del ruolo valutativo del giudice dell’udienza preliminare, infatti, quest’ultima si pone quale luogo privilegiato di controllo sul corretto esercizio dell’azione penale e di definizione del thema decidendum, funzionando così come filtro di rilevante consistenza rispetto al dibattimento.






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