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Articolo di Dottrina

Pubblico impiego
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PUBBLICO IMPIEGO E RICERCA SCIENTIFICA



IN MATERIA DI RIPETIZIONE DELLE RETRIBUZIONI VERSATE AI SENSI DELL’ART. 2 LEGGE 476/1984 (tratto da G. BUFFONE, TRACCE. Inps- Inail, Neldirittoeditore, 2008).

Giuseppe Buffone

IN MATERIA DI RIPETIZIONE DELLE RETRIBUZIONI VERSATE AI SENSI DELL’ART. 2 LEGGE 476/1984

(tratto da G. BUFFONE, Tracce. Inps- Inail, Neldirittoeditore, 2008)

1. Pubblico Impiego e ricerca scientifica: il bilanciamento dei valori in gioco. 2. Retribuzione del dipendente pubblico iscritto ai corsi di Dottorato o equivalenti. 3. Ripetizione delle somme versate. 4. Art. 52, comma 57, legge 448/2001: il concetto di “amministrazione pubblica”. 5. Progressione di carriera, trattamento di quiescenza e di previdenza.

1. Pubblico Impiego e ricerca scientifica: il bilanciamento dei valori in gioco.

Un esplicito enunciato costituzionale (art. 9 della Charta) vuole che la Repubblica Italiana promuova lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica (v. artt. 33, 34 Cost.). La tecnica di normazione adottata dall’Assemblea costituente dà luogo ad una disposizione generale e di principio la quale deve guidare il legislatore nella redazione dei testi normativi e l’interprete nella lettura degli stessi. La “ricerca” è una indagine sistematica volta ad accrescere le cognizioni che si possiedono in una disciplina, ed è, precipuamente, “scientifica” quando fa capo ad una attività umana avente lo scopo di scoprire, interpretare e revisionare fatti, eventi, comportamenti o teorie relative alla natura usando il cd. metodo scientifico. La ricerca scientifica, più in generale, è la metodologia usata per accrescere la conoscenza all'interno della scienza. Trattasi, pertanto, non solo si un’attività tutelata quanto, anche, di un vero e proprio valore. Si spiegano, pertanto, le disposizioni normative deputate a riconoscere una forma, anche forte, di tutela ai soggetti che espletano, nell’interesse dello Stato, le attività di ricerca, poiché a beneficio della collettività tutta e della Nazione. Disposizioni di siffatta natura sono rinvenibili, anche, in materia di rapporti di lavoro alle dipendenze delle Pubbliche Amministrazioni laddove, di fatto, proprio l’attività lavorativa di servizio potrebbe pregiudicare il percorso di ricerca. Ed, infatti, la selezione di coloro cui si riconosce l’attitudine alla ricerca e le doti per l’attività in parola avviene, in genere, sulla base di moduli procedimentali il concorso. Trattandosi dei “più meritevoli” non di rado, accedono ai Corsi di ricerca soggetti che sono già stati vincitori di concorso Pubblico e che, pertanto, sono alle dipendenze di una amministrazione dello Stato, comunque, pubblica. Si assiste, così, ad una coesistenza di interessi, potenzialmente contrapposti, che necessitano di un criterio compositivo: da un lato, infatti, l’amministrazione pubblica (concretamente individuata), presso cui instaurato il rapporto di lavoro, ha interesse a beneficiare della prestazione lavorativa del proprio dipendente; dall’altro, tuttavia, l’amministrazione pubblica (generalmente considerata), intesa come Amministrazione in generale, ha interesse a che il dipendente, selezionato come il più meritevole, conduca e porti a termine la ricerca nell’interesse della collettività. Il balancing dei valori in gioco è stato, di recente risolto attraverso norme compromissorie, in parte di deroga al principio costituzionale della tutela incondizionata della ricerca (art. 9 Cost.), deroga, però, giustificata sotto un profilo economico meritevole di considerazione. Ed, infatti, il compromesso muove dall’opportunità di far sì che il soggetto – ricercatore resti prestatore di lavoro tra le fila delle Pubbliche Amministrazioni. Ciò si traduce in un regime giuridico che: da un lato, consente al ricercatore di essere “esonerato” dalla prestazione di lavoro (mediante un congedo straordinario), per tutto il periodo della ricerca; dall’atro consente allo stesso di poter continuare a percepire il trattamento economico in godimento presso l’Amministrazione di appartenenza. Con un compromesso (come si è detto): la percezione del salario vincola il ricercatore a prestare servizio presso l’Amministrazione Pubblica per un determinato periodo all’indomani della chiusura del percorso di ricerca. Altrimenti detto: il diritto soggettivo di rango costituzionale alla ricerca (ed, infatti, il congedo non è atto discrezionale: se il dipendente lo chiede và concesso) viene, in parte, tutelato con la retribuzione e l’aspettativa (rectius: congedo); ed, in parte, “fatto proprio” dallo Stato mediante il vincolo del periodo di servizio ex lege. E’ chiaro, infatti, che la P.A. ha interesse a far sì che il soggetto, così meritevole, transiti e rimanga nei registri dei dipendenti pubblici. E, tuttavia, proprio le scarne disposizioni hanno condotto, anche in tempi recenti, a problemi interpretativi di matrice gius-lavoristica e non solo. Occorre, muovere, tuttavia, dai dati normativi: il più significativo è da rinvenire, sicuramente, nelle norme che regolamentano lo status dei Dottorandi di ricerca, già Pubblici dipendenti (art. 2 legge 476/1984): al riguardo, il legislatore ha predisposto un regime favorevole all'impiegato in congedo ai fini previdenziali, valorizzando la intrinseca finalità pubblicistica della qualificazione del proprio personale durante l'espletamento del dottorato (così la giurisprudenza amministrativa, anche recente Tar Napoli 763/2996).

2. Retribuzione del dipendente pubblico iscritto ai corsi di Dottorato o equivalenti.

Ai sensi dell’art. 2 legge 476/1984, il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizione richieste. Prosegue la disposizione statuendo che, in caso di ammissione a corsi di dottorato di ricerca senza borsa di studio, o di rinuncia a questa, l'interessato in aspettativa conserva il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell'amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro. In tal caso - per effetto delle modifiche introdotte dall'art.52 comma 57 della Legge 448 del 28 dicembre 2001, ovvero la legge finanziaria 2002 - qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti ai sensi del secondo periodo. Ci si è chiesti, in calce alla disposizione (un innesto infelice per il testo in parte poco chiaro), a quali condizioni, di fatto, la P.A. possa vantare il diritto di credito avente ad oggetto la ripetizione delle somme versate in pendenza del congedo. Occorre muovere dal principio che pervade l’intera architettura della disposizione. L’articolato è scomponibile in due distinte previsioni: la prima (comma I), di apertura; la seconda, di deroga alla regola enunciata nel primo comma. Ed, infatti, il primo enunciato è esplicazione dell’interesse costituzionale alla tutela della ricerca che, infatti, conduce ad un duplice beneficio a favore del dipendente: esonero dall’attività lavorativa; percezione della retribuzione. La norma di cui all’art. 2, comma I, d.P.R. cit. è, pertanto, la regola generale, emersione di un principio cogente costituzionale. E’, allora, evidente (ed è pacifico il punto) come il successivo disposto (introdotto nel 2002) faccia capo ad una exceptio alla regula juris affermata nella parte prima del medesimo articolo, la cui ratio deve essere individuata sulla base della ragione giuridica che giustificata la disposizione di cui al I comma. E, cioè, se si tutela la ricerca scientifica condotta dal dipendente, la seconda norma deve perseguire, se non il medesimo interesse (in negativo), uno diverso che presupponga l’esclusione del primo. E, cioè: se viene meno l’interesse costituzionale alla tutela della ricerca, vengono meno i benefici concessi al prestatore di lavoro. Il diritto alla retribuzione in pendenza di dottorato, pertanto, non fa capo ad una scelta di pura discrezionalità legislativa in quanto l’articolo 2 della legge 13 agosto 1984, n. 476, come affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza 18 maggio 1995, n. 201, “regola la condizione di chi è ammesso ai corsi di dottorato ed è titolare di un rapporto di pubblico impiego, senza distinzione alcuna quanto all’amministrazione di appartenenza. Ciò in ragione di rendere effettivo lo svolgimento delle attività richieste per la prosecuzione degli studi destinati all’approfondimento delle metodologie per la ricerca e la formazione scientifica: attività e studi che rispondono all’interesse, costituzionalmente rilevante, della ricerca scientifica...in questo contesto la disposizione relativa al congedo straordinario ha carattere di norma speciale, che disciplina un aspetto considerato necessariamente connesso all’attività di studio e di ricerca nell’ambito delle strutture destinate ai corsi di dottorato, con effetti consequenziali sullo stato giuridico del dipendente ammesso ai corsi. La disposizione considerata fa, quindi, corpo con la materia della ricerca scientifica e dell’Università...”. La ricordata conclusione cui la Corte Costituzione è giunta in epoca successiva all’avvio della riforma, fa sì che la fattispecie delineata nell’articolo 2 della legge 476/1984, novellato nel 2001, debba essere interpretata in modo da garantire quanto più possibile la salvezza dei valori ai quali è ispirata la sua ratio, che non è volta, lo si ricorda, a disciplinare un istituto particolare del pubblico impiego, ma ad introdurre una disciplina speciale, applicabile a tutti i pubblici dipendenti, nell’ottica dell’interesse costituzionalmente protetto della ricerca scientifica, altrimenti impedito nella sua attuazione dall’esistenza di una rapporto di pubblico impiego (Consiglio di Stato, Adunanza della Prima sezione del 30 ottobre 2002). L’interesse presidiato dalla norma è, dunque, elevato al rango delle situazioni giuridiche a copertura costituzionale (ed, infatti, la norma è stata estesa finanche ai rapporti di lavoro a tempo determinato, in presenza di talune condizioni). Ed, invero, l’enunciato – seppur poco chiaro – è particolarmente dettagliato e prevede che l’exceptio operi in presenza di indefettibili requisiti, con il precipuo scopo di circoscrivere e delimitare ex lege l’operatività dell’istituto (anche onde evitare un vulnus all’art. 9 della Costituzione).

3. Ripetizione delle somme versate.

La ripetizione delle somme può sorgere qualora:

1) dopo il conseguimento del dottorato di ricerca

2) il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente

3) nei 2 anni successivi

In prima battuta, è importante evidenziare – ed il punto è assolutamente pacifico – che la disposizione in parola è eccezionale, come ebbe a chiarire a suo tempo lo stesso Consiglio di Stato (Sez. II, con parere n. 133 in Cons. Stato, 1989, I, 95): ne discende che il grimaldello normativo in esame è insuscettibile di interpretazione analogica ex art. 14 disp. prelim. al codice civile. La formulazione della disposizione non lascia, allora, residuare alcun dubbio circa i “soli casi” in cui la P.A. – eventualmente (la scelta è discrezionale) – può determinarsi per la ripetizione ex art. 2, comma II, d.P.R. cit.: la ripetizione è possibile SOLO ed esclusivamente nel caso in cui dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi. Quindi:

I) il dipendente deve avere portato a termine il percorso di ricerca: deve, cioè, avere conseguito il titolo di Dottore in ricerca. La scelta è bene giustificata: proprio il conseguimento del titolo (e solo questo) incrementa, formalmente, il bagaglio professionale e personale del dipendente il quale, per l’effetto, matura il concreto vantaggio anche a titolo personale. Ed, infatti, lo svolgimento in itinere dell’attività scientifica si riversa, invece, se non esclusivamente, comunque, prevalentemente, a favore della sola comunità di ricerca e, quindi, dello Stato.

II) Ma vi è di più: il rapporto di lavoro con l’amministrazione pubblica deve cessare per volontà del dipendente. Il punctum pruriens dell’enunciato può rinvenirsi nel termine “amministrazione pubblica”: ma è questione agilmente superabile.

4. Art. 52, comma 57, legge 448/2001: il concetto di “amministrazione pubblica”.

Con l’art. 52, comma 57 della Finanziaria per il 2001, infatti, il legislatore della novella ha inteso far espresso riferimento all’Amministrazione nella sua interezza, come, cioè, P.A. in generale. Il dato è di palmare evidenza laddove, in punto di interpretazione letterale, si valorizzi la esplicita differenza tra comma I e comma II in punto di riferimento alla P.A.: nella consacrazione del Diritto soggettivo, il legislatore recita: “amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro”; nella formulazione della exceptio, il testo si tinge, invece, dell’enunciato: “amministrazione pubblica” ovvero “il complesso degli uffici centrali e periferici dell’amministrazione dello Stato”. Ma l’approdo ermeneutico si spiega anche in termini assiologici: il fine che vuole perseguire la norma non è quello di “limitare” arbitrariamente la tutela apprestata alla ricerca scientifica; ma quello di riuscire a far permanere il ricercatore tra le fila dei dipendenti dello Stato. “Costringerlo” a rimanere nell’amministrazione che ha erogato il trattamento retributivo rappresenterebbe una disposizione assolutamente illogica, irrazionale e, ovviamente, incostituzionale. Questo perché impedirebbe, al più meritevole di accedere ai ruoli più responsabili, e meritati, dell’amministrazione pubblica laddove, nelle more, la ricerca o il percorso formativo – come di solito accade – abbia portato il ricercatore ad acquisire profili lavorativi di maggiore impegno e prestigio. Le conclusioni sin qui rassegnate consentono di risolvere agevolmente il caso del ricercatore che, in itinere, effettui un passaggio di carriera transitando da una P.A. all’altra, per effetto di esperimento vittorioso di altro concorso pubblico. Ed, invero, il Ministero deputato a fornire chiavi ermeneutiche in materia (Ministero dell’Università e della Ricerca) ha espresso apposito parere al riguardo (del 29 novembre 2006) precisando, all’uopo, che la norma opera solo se il dipendente volontariamente fa cessare il rapporto con l’amministrazione pubblica una volta conseguito il dottorato e ripreso il servizio non anche se il dipendente si trasferisce in un’altra Amministrazione sempre pubblica: “non è tenuto a restituire quanto percepito”. Confortano l’assunto anche recenti produzioni dottrinali in cui si rimarca che “l’obbligo di ripetizione degli importi corrisposti è ... ricollegato dall’art. 2 della legge n. 476 del 1984, così come modificato dall’art. 52 comma 57 della Legge 28 dicembre 2001, n. 448, alla sola ipotesi in cui, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi. Né d’altra parte appare sostenibile l’applicazione dell’art. 2 della legge n. 476/1984 “a casi analoghi”, ammesso e non concesso che siano ravvisabili analogie tra l’ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica per volontà del dipendente nei due anni successivi al conseguimento del dottorato di ricerca e quella di mancato completamento del corso di dottorato di ricerca o trasferimento ad altra amministrazione”. Di fatto, nei termini di cui alla legge, nel caso del trasferimento presso altra P.A. il rapporto con l’amministrazione pubblica non è cessato: la disposizione, in tale dato, non può essere diversamente interpretata. Nell’ultimo periodo dell’art. 2 legge 476/1984, “il riferimento all’Amministrazione pubblica è da intendersi non come Amministrazione pubblica di provenienza bensì come Amministrazione pubblica nella sua interezza” (M.I.U.R. parere 2177/2006). Ed, infatti, nel primo periodo il legislatore, come già fatto presente, expressis verbis parla di “amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro”, nel secondo, invece, di “rapporto di lavoro con l’amministrazione pubblica” con una precisa e chiara scelta semantica che certo non può essere travisata. Ed, invero, le conclusioni cui è pervenuto il legislatore sono razionali: ciò che nel 2001 si è voluto salvaguardare – avendo cura di non ledere l’interesse costituzionale protetto – è il vantaggio, per lo Stato e le amministrazioni pubbliche, di avere riversato nel loro organico la professionalità acquisita con il Dottorato ma, ovviamente, nel senso di P.A. nella sua interezza. Una interpretazione diversa, infatti, sarebbe palesemente incostituzionale poiché, di fatto, è in esatta distonia rispetto al diritto soggettivo riconosciuto a favore del beneficiario (e, così, infatti, ha anche di recente precisato la dottrina che si è pronunciata in argomento, v. Carvisiglia, Aspettativa retribuita ed obbligo di ripetizione delle somme, 23 agosto 2006). L’unico vincolo che può essere imposto a colui che favorisce la ricerca nell’interesse nazionale è quello di mettere le proprie conoscenze a servizio della collettività e non certo di una determinata P.A. individuata: in tal senso, come hanno scritto i commentatori della norma in esame, “se si ha riguardo alla ratio, si deve dire che il legislatore, nella comparazione degli interessi pubblici, ha valutato preminente quello della ricerca scientifica”.

5. Progressione di carriera, trattamento di quiescenza e di previdenza.

Un’ultima precisazione: il periodo di congedo straordinario è utile ai fini della progressione di carriera, del trattamento di quiescenza e di previdenza.

GIURISPRUDENZA

Sul piano normativo, la pretesa al riconoscimento del periodo di congedo ai fini previdenziali, discende dall'art. 2, legge n. 476 del 1984 (legge recante Norma in materia di borse di studio e dottorato di ricerca nelle Università), che recava la seguente originaria formulazione: Il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste. Il periodo di congedo straordinario è utile ai fini della progressione di carriera, del trattamento di quiescenza e di previdenza. Successivamente, tale norma è stata novellata dal comma 57 dell'art. 52, L. 28 dicembre 2001, n. 448), in vigore dal primo gennaio 2002. Il nuovo testo ha assunto il seguente tenore: Il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste. In caso di ammissione a corsi di dottorato di ricerca senza borsa di studio, o di rinuncia a questa, l'interessato in aspettativa conserva il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell'amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro. Qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti ai sensi del secondo periodo. Il periodo di congedo straordinario è utile ai fini della progressione di carriera, del trattamento di quiescenza e di previdenza.

T.A.R. Campania Napoli, Sez. VI, 20/01/2006, n.763

Ai sensi dell'art. 2, l. 13 agosto 1984 n. 476, è illegittimo il diniego opposto dalla Camera di commercio al dipendente ammesso al corso di dottorato di ricerca che abbia chiesto il congedo straordinario senza assegni per il periodo di durata del corso.

T.A.R. Friuli-V. Giulia, 20/07/1998, n.953

Il pubblico dipendente collocato in congedo straordinario senza assegni ai sensi dell'art. 2 l. 13 agosto 1984 n. 476, perchè ammesso ad un corso di dottorato di ricerca, ha diritto ad ottenere dall'amministrazione di appartenenza il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali per la durata del corso.

L'art. 2 l. 13 agosto 1984 n. 476, nel riconoscere il trattamento previdenziale al pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca, costituisce norma eccezionale rispetto alla disciplina generale prevista dalla l. 21 febbraio 1980 n. 28 e dal d.P.R. 11 luglio 1980 n. 382, e può essere applicata non solo in favore del pubblico dipendente fruitore della borsa di studio in quanto ammesso al corso di dottorato di ricerca, ma anche, ai sensi dell'art. 1 l. 30 novembre 1989 n. 398, in caso di borsa di studio per la frequenza dei corsi di perfezionamento, di scuole di specializzazione, per attività di ricerca dopo il dottorato e per i corsi di perfezionamento all'estero.

T.A.R. Campania Napoli, 29/05/1997, n.1353

L'art. 2 l. 13 agosto 1984 n. 476, che prevede la concessione di un congedo straordinario senza assegni, utile ai fini di carriera e di quiescienza a favore dei pubblici dipendenti che frequentano i corsi di dottorato di ricerca, s'inserisce nella disciplina della ricerca scientifica rientrante nella competenza statale e non puòquindi costituire utile elemento di comparazione per giudicare della legittimità di una norma regionale relativa allo stato giuridico del personale; pertanto, non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 142 l. prov. Trento 29 aprile 1983 n. 12, sollevata, con riferimento all'art. 3 cost., sotto il profilo che esso prevede a favore del personale della provincia autonoma di Trento la concessione del congedo straordinario senza assegni per la frequenza di un corso di dottorato di ricerca.

Corte cost., 30/05/1995, n.201

La disposizione statale sul congedo straordinario per la frequenza dei corsi di dottorato di ricerca (art. 2 legge 13 agosto 1984 n. 476) - la quale prevede che il dipendente ammesso al corso di dottorato di ricerca sia collocato, per la durata dello stesso, in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni, ma considerando tale periodo utile ai fini della progressione in carriera e dei trattamenti di quiescenza e previdenza - è formalmente inserita nella disciplina della ricerca scientifica e dell'Università ed è sostanzialmente destinata a regolamentare un profilo soggettivo dei corsi di dottorato. In tale prospettiva la suddetta disposizione si pone come norma speciale e non costituisce perciò utile elemento di comparazione della disciplina, tanto statale che regionale o provinciale, relativa allo stato giuridico del personale. Pertanto, la mancata previsione, da parte dell'art. 142 della legge provinciale 29 aprile 1983 n. 12 (Provincia di Trento), e successive modificazioni (recante "Nuovo ordinamento dei servizi e del personale della Provincia Autonoma di Trento"), per i dipendenti ammessi al corso triennale per dottorato di ricerca del diritto ad un periodo di aspettativa senza assegni di durata pari al corso di dottorato, valido ai fini della progressione in carriera e dei trattamenti di quiescenza e previdenza, come disposto dall'art. 2 della legge n. 476 del 1984 (statale) citata, non determina un ingiustificato deteriore trattamento dei dipendenti della Provincia di Trento rispetto a tutti gli altri pubblici dipendenti. (Non fondatezza della questione di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 3 Cost., dell'art. 142 della legge provinciale 29 aprile 1983 n. 12 (Provincia di Trento), come modificato dall'art. 4 della legge provinciale 3 settembre 1984 n. 8, dall'art. 8 della legge provinciale 17 marzo 1988 n. 10, dall'art. 41 della legge provinciale 24 gennaio 1992 n. 5 e dall'art. 15 della legge provinciale 19 maggio 1992 n. 15).

Corte cost., 30/05/1995, n.201

La norma dell'art. 2, l. 13 agosto 1984, n. 476 - che, nel recare disposizioni in materia di dottorato di ricerca nelle università, stabilisce che il pubblico dipendente ammesso ai corsi è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso e che il periodo di congedo straordinario è utile ai fini della progressione di carriera, del trattamento di quiescenza e di previdenza - introduce nell'ordinamento un'ipotesi tipica di diritto al congedo straordinario, da equiparare, per gli effetti che è destinata a produrre, a quelle disciplinate dall'art. 37, t. u. 10 gennaio 1957, n. 3, atteso che, per un verso, la p. a. non fruisce di un potere discrezionale ad accordarlo, essendo tenuta ex lege a disporre la collocazione del richiedente in congedo, e che, per altro verso, il fatto dell'ammissione al corso è da ritenersi comprovata causa di forza maggiore dell'assunzione in servizio, intesa come effettivo inizio dell'espletamento delle funzioni.

T.A.R. Toscana, Sez. II, 15/04/1992, n.90

Ai sensi dell'art. 2, l. n. 476 del 1984, il periodo di congedo straordinario è equiparato a quello in cui vi è l'attività lavorativa per l'amministrazione di appartenenza, per tutti gli effetti giuridici ed economici che si vengono a ricostituire al termine del periodo di dottorato, ma non può essere

Consiglio Stato , sez. VI, 30 dicembre 2005 , n. 7590






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