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Articolo di Dottrina



DANNO PATRIMONIALE FUTURO



DANNO PATRIMONIALE FUTURO IN FAVORE DI SOGGETTI NON ANCORA PERCETTORI DI REDDITO (tratto da Speciale Avvocato, n. III, in libreria dal 3 novembre 2008)

Maria Cristina IEZZI

DANNO PATRIMONIALE FUTURO IN FAVORE DI SOGGETTI NON ANCORA PERCETTORI DI REDDITO

(nota a Cass. civ., 30 settembre 2008, n. 24331)

di

Maria Cristina IEZZI

(tratto da Speciale Avvocato, n. III, in libreria dal 3 novembre 2008)

Con sentenza 30 settembre 2008, n. 24331, la Cassazione ha avuto occasione di pronunciarsi sulla liquidazione del danno patrimoniale futuro di soggetti non ancora produttivi di reddito a causa della giovane età. La giurisprudenza ha da sempre sofferto la evidente difficoltà di dare prova rigorosa, precisa ed incontrovertibile del danno futuro; infatti è stato più volte ribadito che “per la risarcibilità del danno patrimoniale futuro è sufficiente la prova che il danno si produrrà secondo una ragionevole e fondata attendibilità, non potendosene pretendere l’assoluta certezza”.

Si è più volte evidenziato che persino se il danneggiato avesse prodotto un reddito al momento del sinistro, l’evoluzione successiva della sua capacità di produrlo sarebbe potuta essere oggetto solo di un giudizio prognostico basato su presunzioni. La pronuncia citata, sulla scia di dominante indirizzo giurisprudenziale, ribadisce un importante principio: quando un minore, non svolgente attività lavorativa, subisca, in conseguenza di un sinistro, lesioni personali con postumi permanenti che il giudice del merito ritiene destinati ad incidere sulla sua specifica capacità lavorativa futura il relativo danno da risarcire può essere determinato ex art. 1226 c.c. in base al tipo di attività che presumibilmente il minore eserciterà secondo criteri probabilistici. Nel caso in cui il giudice del merito non può avvalersi della prova presuntiva può ricorrere in via equitativa al criterio del triplo della pensione sociale. La valutazione può essere basata anche semplicemente su presunzioni fondate sull’id quod plerumque accidit in relazione alla particolarità della fattispecie concreta.

Si ricorda, come più volte ribadito da recente giurisprudenza che il danno patrimoniale futuro, nel caso di fatto illecito lesivo della persona, è da valutare su base prognostica ed il danneggiato può avvalersi, quale prova, anche delle presunzioni semplici. In quanto prova presuntiva essa potrà essere superata dalla prova contraria che, nonostante la riduzione della capacità di lavoro specifico, non vi è stata alcuna riduzione della capacità di guadagno e che non è venuto a configurarsi in concreto alcun danno patrimoniale. Nel caso sotteso alla decisione de qua la questione è più complessa, data la giovane età del soggetto interessato e dunque la sua incapacità di produrre reddito.

In tema di risarcimento del danno alla persona – si afferma – la mancanza di un reddito al momento dell’infortunio per non avere il soggetto leso ancora raggiunta l’età lavorativa può escludere il danno da invalidità temporanea “ma non anche il danno futuro collegato alla invalidità permanente che proiettandosi per il futuro verrà ad incidere sulla capacità di guadagno della vittima: tale danno può anche liquidarsi in via equitativa tenendo presente l’età dell’infortunato, il suo ambiente sociale e la sua vita di relazione”.

Per approfondimenti sul tema, si rinvia a www.neldiritto.it

11. Scoppio della bombola del gas. Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose (Cass. civ., 19 luglio 2008, n. 20062).

1. La responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Ai sensi dell’art. 2050 c.c. è tenuto al risarcimento chi, nello svolgimento di attività pericolose, tali per loro natura o per quella dei mezzi adoperati, cagioni ad altri danni, sempre che non provi di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare i medesimi.

Dal tenore letterale della norma e dall’interpretazione che della stessa è stata effettuata, si deduce che intanto un’attività può essere ricondotta all’alveo dell’art. 2050 c.c., in quanto sia comunque tale per condotta o strumenti utilizzati per esercitarla.

Sul punto, come si vedrà anche nell’analisi di alcune ipotesi specifiche, portate all’attenzione delle corti nel corso degli anni, sono sorte anche numerose dispute dottrinali, giacchè si è dibattuto sulla natura di questa responsabilità soprattutto al fine di comprendere quale sia il tenore dell’onus probandi posto a carico del danneggiante o della vittima.

La natura e la ratio delle disposizioni codicistiche, d’altronde, non poteva che dare luogo a queste diatribe, giacchè la norma che la prevede è figlia proprio della necessità di distinguerla da quella generale di cui all’art. 2043 c.c.

Si è provato, quindi, ad inquadrare questa forma di responsabilità anche in un tertium genus[1], da porsi in una linea intermedia tra i due citati estremi, configurandola come derivante da colpa lievissima, e tale teoria sembrava suffragata da un intervento della Suprema Corte che nel 2003 così concludeva: “L'esercente di un'attività di esecuzione di lavori sulla pubblica strada - da considerarsi pericolosa, ex art. 2050 cod. civ., costituendo i lavori stessi fonte di pericolo per gli utenti - è assoggettato alla presunzione di responsabilità di cui alla norma codicistica in relazione ai danni subiti dagli utenti della strada a causa e nello svolgimento dell'attività stessa, presunzione, peraltro, superabile mercè la dimostrazione di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, in ordine alla scelta delle quali egli dispone di un margine di discrezionalità (da esercitare facendo uso della normale prudenza e tenendo conto dello sviluppo della tecnica e delle condizioni pratiche in cui l'attività si svolge) sempre che non sia la legge stessa ad imporre l'obbligo di adottare talune misure, sicché detta presunzione torna ad operare nei confronti dell'esercente che abbia adottato misure diverse da quelle prescritte da norme legislative o regolamentari, senza che, in tal caso, vi sia possibilità di valutare l'idoneità di quelle, diverse, eventualmente adottate[2].

Le critiche a tale conclusione, però, a prescindere dalla sua effettiva conducenza pratica, sono state da più parte sollevate partendo dall’assunto che comunque non esisterebbero possibili ed ulteriori alternative, giuste le modalità di accertamento cui i giudici sarebbero tenuti.

Proprio questi ultimi e per indirizzo ormai acclarato, si sono particolarmente soffermati in primo luogo sugli elementi costitutivi della fattispecie di cui all’art. 2050 c.c..

Riguardo alla condotta, si è affermato che La distinzione tra pericolosità della condotta e pericolosità dell'attività comporta un accertamento di fatto, perchè, nel primo caso, si tratta di verificare il grado di diligenza o di perizia dell'operatore e, nel secondo caso, la natura dell'attività o il grado di efficienza dei mezzi utilizzati[3].”.

Ergo: “La presunzione di responsabilità contemplata dall'art. 2050 c.c. per attività pericolose può essere vinta solo con la dimostrazione di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”[4]. Ed ancora: “Costituiscono attività pericolose, ai sensi dell'art. 2050 c.c., non solo quelle che tali sono qualificate dalla legge di pubblica sicurezza e da altre leggi speciali, ma anche quelle che per la loro stessa natura o per caratteristiche dei mezzi adoperati comportino una rilevante possibilità del verificarsi di un danno per la loro spiccata potenzialità offensiva. Restano, invece, escluse dalla previsione di detta norma le attività che non siano intrinsecamente pericolose, ma in cui la pericolosità insorga per errori o colpe nell'uso dei mezzi adoperati[5].”

Da quanto sopra facilmente si deduce che la qualificazione dell’attività medesima, e della relativa condotta lesiva, commissiva od omissiva che sia, varia col mutare del contesto socio economico contingente e prescinde, in alcuni casi, dal giudizio a fortiori, dovendo il giudice procedere all’accertamento caso per caso ed avendo quale ragguaglio di standards di sicurezza tecnici di diretto riferimento.

La giurisprudenza, inoltre, ha espressamente esteso la configurazione della responsabilità anche ad ipotesi in cui l’attività non fosse più esercitata in termini di attualità, giusta l’imperizia nel lasciarne gli strumenti incustoditi.

Viceversa, essa è stata esclusa laddove riferibile al prodotto uscito dall’alveo di disponibilità e custodia dell’imprenditore.

Sulla scia della relativa indeterminatezza dei confini di pericolosità dell’attività, peraltro, sono state qualificate tali tra le altre: la produzione di energia elettrica[6], quella di bombole di gas[7], l’esercizio di attività ludiche e sportive, quello dell’ars medica, per citare alcuni esempi.

Dal tenore delle pronunzie, comunque, e per quanto attiene più in particolare alla struttura della responsabilità, si è configurata, presso le Corti, una vera e propria forma di responsabilità oggettiva, in cui il danneggiante è ammesso a prova contraria per la maggiore parte dei casi coincidente con l’interruzione del nesso di causalità, ad opera tanto della vittima, quanto di terzi, per il tramite di atti o fatti.

Un cenno, infine, va fatto anche all’estensione della responsabilità agli eventuali dipendenti o preposti all’attività pericolosa ad opera dell’esercente la medesima, nonchè alla configurabilità del vincolo solidale qualora il danno sia il risultato di una vera e propria congerie di condotte potenzialmente lesive svolte da soggetti diversi.

2. La responsabilità del produttore.

Dell’istituto della responsabilità del produttore è necessario operare una breve ricostruzione storica, legata alle particolari esigenze di tutela del consumatore cui non è stato ritenuto possibile fare sopportare le conseguenze dannose derivanti dal difetto del bene posto in commercio.

Prima che si intervenisse normativamente sul merito, infatti, essa era stata variamente riportata prima all’alveo della responsabilità contrattuale poi a quella dell’art. 2043 c.c.

Tale ultimo revirement, in particolare, risale ad un ormai datato intervento interpretativo della Suprema Corte[8], sulla scia del quale si è addirittura giunti a trattarne alla stregua di una vera e propria responsabilità oggettiva, limitando l’onus probandi del soggetto leso all’esistenza e quantificazione del danno da riportarsi eziologicamente al difetto del prodotto.

I logici problemi ricostruttivi che occupavano dottrina e giurisprudenza, variamente impegnate in sforzi ed arzigogolazioni che riconducevano ad altre ipotesi tipizzate di responsabilità da illecito civile, peraltro, furono superati in termini normativi con il D.P.R. n. 224 del 24/05/1984, attuativo della direttiva CEE n. 85/374, il quale espressamente prevedeva che “Il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto”, indi e di conseguenza, che per prodotto dovesse intendersi “ogni bene mobile, anche se incorporato in altro bene mobile o immobile”, comprendendo anche l’elettricità ed escludendo solo i prodotti agricoli del suolo, quelli dell’allevamento e di pesca e caccia, sempre che non avessero subito trasformazioni, ovvero sottoposizioni a processi produttivi modificativi o aggiuntivi di caratteristiche non loro proprie in termini naturalistici.

Veniva alfine prevista la responsabilità solidale del produttore e del distributore, qualora il primo non fosse stato individuato, e si specificava non solo la definizione di difetto, ma altresì che intanto gli eventuali convenuti nell’azione risarcitoria si sarebbero potuti liberare, in quanto gli stessi avessero provato: di non avere immesso in commercio il prodotto stesso, che il danno derivasse dall’uso imprudente che ne era stato fatto dal consumatore[9], ovvero che comunque il “vizio” fosse il risultato di un processo ulteriore e successivo alla commercializzazione del bene.

Da questo punto di vista, e sempre nell’ottica di tutela dell’acquirente ignaro, ma accorto nell’utilizzo, può tenersi altresì conto della successiva direttiva sulla sicurezza dei prodotti 2001/95/CE, recepita con Decreto Legislativo n. 172 del 21.5.2004 applicata in via subordinata e qualora nessun’altra fonte normativa disciplini l’attività produttiva da cui deriva il danno.

In entrambe le disposizioni citate, peraltro, rileva, ai fini che ci occupano, che il produttore risponderebbe del danno non solo in caso di vero e proprio difetto di fabbicazione, ma altresì in quello di difetto di informazione sulle caratteristiche del bene da lui trasformato e distribuito.

A tal uopo, quindi, e nell’ottica della tutela non solo del consumatore, ma altresì per evitare che risultasse eccessivamente complesso l’esercizio dell’attività economica, universalmente riconosciuto come fondamentale per il progresso sociale, sono nati anche i sistemi di certificazione europea tra i quali, ad esempio, l’ISO 9001 e le sue successive evoluzioni e specificazioni.

Va, comunque, rilevato che allo stato normativo il D.P.R. n. 224 è stato integralmente recepito negli artt. 114 e ss. del Codice del consumo che ha integralmente ripreso i principi fondamentali previsti dal primo, riorganizzando la materia, alquanto vasta e ricorrente nella pratica quotidiana, delle azioni risarcitorie da difetto del bene e chiarendo termini e condizioni di queste ultime, pur mantenendo fermo il punto della responsabilità oggettiva del colpevole dell’illecito.

Gli stessi criteri, d’altronde, sono stati adottati anche per la disciplina speciale dettata per particolari processi produttivi, da quello del settore alimentare, a quello dei rifiuti.

Nonostante gli evidenti sforzi normativi, profusi sia allo scopo di chiarire i corretti confini della fattispecie che ci occupa, per esempio estendendone ulteriormente la portata risarcitoria per il tramite dell’esclusione di ogni e qualsiasi franchigia operata con li Dlgs n. 24 del 2002, comunque recepito anch’esso nel Codice del Consumo, non può negarsi che la materia ancora occupi dottrina e giurisprudenza.

Per citare qualche riferimento a quest’ultima, oggetto di approfondimento nei suoi interventi più recenti, della seconda sezione di questo capitolo, può rammentarsi che è stata la Corte giustizia CE sez. I 9 febbraio 2006, con sentenza n. C-127/04 a precisare che la sfera di responsabilità del produttore “cessa alla fine del processo di fabbricazione ed al momento della consegna al distributore”.

Ed ancora, se per un verso, si estende il concetto di prodotto, altresì a quello di rifiuti, di recente la Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, con sentenza del 15 marzo 2007, n.6007, ha affermato, riferendosi alle normative in tema di difetto che ha cagionato il danno, ancorchè alla salute, che "la rigidità della enunciazione iniziale ..... è attenuata dal riferimento alle normali condizioni di impiego che delimita l'ambito del dovere di cautela del produttore escludendo la garanzia di sicurezza in presenza di anormali condizioni di impiego le quali possono logicamente dipendere non solo dall'abuso o dall'uso non consentito, come potrebbe ritenersi ad una più sommaria lettura, ma anche da circostanze anomale che, ancorché non imputabili al consumatore, rendano il prodotto, altrimenti innocuo, veicolo di danno (alla salute); tra queste circostanze possono e debbono ricomprendersi le particolari proibitive condizioni di salute in cui versi il consumatore, anche solo temporaneamente, nel momento in cui utilizza il prodotto ed, in particolare, l'anomala reattività immunitaria del suo organismo verso sostanze estranee normalmente innocue, che appunto rende il prodotto, o alcuno dei suoi componenti, un imprevisto allergene per il consumatore".

Con tale pronunzia, quindi, la Suprema Corte, pur senza mutare la natura della responsabilità del produttore, nè tantomeno dell’onere probatorio posto a carico della vittima, ha comunque ribadito la necessità di non estenderla oltre misura e di considerare l’effettiva riportabilità eziologica della lesione alle caratteristiche del bene, piuttosto che ad un sopraggiunto e relativamente prevedibile evento che riguardi solo ed esclusivamente il singolo consumatore e tale da interrompere comunque il nesso causale.

3. La responsabilità del fornitore e gli oneri probatori.

Il Supremo Consesso, con sentenza 19 luglio 2008, n. 20062, si è recentemente pronunciato in tema di responsabilità per l’esercizio di attività pericolose (nel caso di specie l’installazione di una bombola a gas), riaffermando l’orientamento giurisprudenziale maggiormente seguito dalla Corte nel corso degli ultimi anni.

La sentenza ha come punto focale l’interpretazione dell’art. 2050 c.c., in particolare relativamente all’onere probatorio circa la responsabilità per eventuali danni derivanti dall’esercizio di attività pericolose.

Sul punto la Suprema Corte afferma che la presunzione di colpa presuppone l'accertamento del nesso eziologico, la prova del quale incombe al danneggiato, tra l'esercizio della attività e l'evento dannoso, non potendo il soggetto agente essere investito da una presunzione di responsabilità rispetto ad un evento che ad esso non è riconducibile. Pertanto, qualora il danneggiato dimostri il nesso di causalità tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso, l’esercente l’attività sarà tenuto al risarcimento del danno subito dal primo qualora non sia in grado di provare il caso fortuito.

Puntualizzano inoltre i giudici di piazza Cavour che nel caso di specie il nesso eziologico è stato accertato qualificando il fatto dannoso come incendio determinato dalla fuoriuscita di gas dallo erogatore, che è parte integrante al funzionamento della bombola, e non può non considerarsi come tale come sostenuto dalla società fornitrice della bombola, in quanto il contratto di utilizzazione impone al debitore della prestazione di garantire il servizio in condizioni di assoluta sicurezza e la valutazione va compiuta su tutti gli elementi necessari per la somministrazione del gas. Dunque il servizio di erogazione di bombole a gas deve necessariamente attenere alla valutazione dell'intero complessivo apparato degli elementi necessari per rendere utilizzabile e sicura la erogazione del gas contenuto nella bombola e non può essere limitata alla sola fornitura della bombola.

Gli ermellini non condividono la teoria secondo la quale dal momento in cui la cosa pericolosa (nella fattispecie bombola a gas) sia dal fabbricante consegnata ad altra persona, la presunzione di responsabilità viene trasferita a questa ultima. Ed in vero la stessa norma imperativa e inderogabile dell'art. 2050 c.c. esige che in relazione alla natura del mezzo (bombola che può diventare bomba o innescare un incendio) l'esercente dell’attività pericolosa debba adottare tutte le misure idonee ad evitare il danno, esigendo dal terzo cui consegna la bombola, tutte le garanzie necessarie ad evitare che siano cagionati danni da scoppio o da incendio. Un affidamento non garantito da un servizio sicuro, rende imputabile per negligenza grave la condotta del fabbricante fornitore, ai sensi dell'art. 2050 c.c. ed evidenzia il suo concorso attivo nella produzione del danno ingiusto.

Conclude dunque la Corte ritenendo responsabile il fornitore di bombole a gas laddove dal non corretto funzionamento della stessa ne derivi una fuoriuscita di gas ed il conseguente danneggiamento dell’immobile nel quale era installata la bombola; in tal caso qualora il danneggiato riesca a provare il nesso eziologico tra l’impianto e l’incidente, l’esercente tale attività riconducibile tra quelle “pericolose” sarà tenuto al risarcimento del danno nei confronti del danneggiato qualora a sua volta non sia in grado di provare il caso fortuito ex art. 2050 c.c.

Per approfondimenti sul tema, si rinvia a R. GAROFOLI – A. CUCUZZA, Giurisprudenza civile ragionata, Neldiritto Editore, 2008; nonché a www.neldiritto.it



[1] DE CUPIS, Dei fatti illeciti, in Comm. Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1971, 79

[2] Cass. 13 maggio 2003, n. 7298,

[3] Cass. civ. Sez. III, 21/10/2005, n. 20357

[4] Tra le altre Trib. Gallarate 27/05/2005

[5] Cass. 19.7.2002, n. 10551 e Trib. Gallarate 18/03/2005

[6] Cass. 27 gennaio 1982, n. 537

[7] Tra le altre Cass. 24 novembre 1988, n. 6325, Soc. Agip Petroli c. Palaggi,

[8] Cass. 25.05.1964 n. 1270 in Foro It. 1965, I,2098.

[9] In merito all’uso imprudente posto in essere dal consumatore v. Anche Cass. sez. III, 14 giugno 2005, n. 12750






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