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Articolo di Dottrina



OCCUPAZIONE ACQUISITIVA E UTILIZZAZIONE SENZA TITOLO



L'istituto dell'acquisizione sanante nel Testo unico dell'espropriazione

Vincenzo LOPILATO (Magistrato)

SOMMARIO. 1.- L’utilizzazione senza titolo nel Testo Unico in materia di espropriazione: descrizione dell’istituto. 2.- Utilizzazione senza titolo e Convezione europea dei Diritti dell’Uomo. 3.- Regime transitorio. 4.- È possibile per il privato optare per il risarcimento del danno? 5.- Brevi note conclusive.

 


1.- L’utilizzazione senza titolo nel testo unico in materia di espropriazione: descrizione dell’istituto.

A seguito dell’intervento delle Corte europea dei Diritti dell’Uomo, il legislatore nazionale, anche al fine di introdurre un rimedio in grado di evitare future condanne dell’Italia, ha emanato l’art. 43 del d.P.R. 8 giugno 2001 n. 327, recante «Testo Unico sulle espropriazioni»[1].

La norma citata prevede la possibilità «per l’autorità che utilizza un bene immobile per scopi di pubblico interesse», qualora lo stesso sia stato «modificato in assenza del valido ed efficace provvedimento di esproprio o dichiarativo della pubblica utilità», di adottare, previa valutazione degli «interessi in conflitto», il c.d. atto di acquisizione. Tale atto, che sana il pregresso comportamento illecito, permette all’amministrazione di fare entrare il predetto bene nel proprio patrimonio indisponibile, con diritto del privato al risarcimento del danno.

Per quanto «l’occupazione acquisitiva e quella usurpativa rappresentano sicuramente il sostrato dell’istituto delineato dall’art. 43»[2], nondimeno quest’ultimo è certamente «un istituto radicalmente diverso» [3].

L’effetto traslativo non è, infatti, più conseguenza “automatica” di un “comportamento” illecito della Pubblica Amministrazione che, determinando la irreversibile trasformazione del bene, produceva un acquisto a titolo originario in capo alla stessa Pubblica Amministrazione[4].

La norma in esame prevede che la proprietà si trasferisce al patrimonio pubblico a seguito dell’emanazione di un formale provvedimento amministrativo di acquisizione, adottato, non “automaticamente”, bensì all’esito di una valutazione comparativa degli interessi in conflitto che il soggetto pubblico è chiamato di volta in volta ad effettuare. Il che significa che l’acquisto della proprietà del bene non deriva più, come in passato, da una aprioristica ed incondizionata prevalenza dell’interesse pubblico su quello privato, ma deve costituire il risultato di un equilibrato bilanciamento degli interessi in comparazione: l’interesse dell’amministrazione all’acquisizione della proprietà del bene e quello del privato alla restituzione del medesimo bene. La P.A. deve optare per la soluzione che consenta di realizzare l’interesse pubblico perseguito con il minore sacrificio possibile degli interessi privati.

Può, dunque, ritenersi che il legislatore, attraverso l’emanazione dell’art. 43, abbia superato la stessa distinzione tra occupazione acquisitiva e occupazione usurpativa[5]: l’esistenza di una previa e valida dichiarazione di pubblica utilità non costituisce, infatti, più un presupposto indefettibile per l’acquisizione del bene al patrimonio pubblico, atteso che la valutazione della prevalenza dell’interesse pubblico sull’interesse privato è effettuata dall’amministrazione ex post al momento dell’adozione dell’atto acquisitivo. In altri termini, l’atto di acquisizione e la valutazione degli interessi (pubblici e privati) in esso contenuto “assorbe” la dichiarazione di pubblica utilità e il decreto di espropriazione[6].

Chiarito ciò, possiamo passare ad analizzare gli altri aspetti rilevanti della disposizione in esame.

Sotto il profilo soggettivo, il provvedimento in esame viene emanato dalla Pubblica Amministrazione che utilizza il bene, anche se la stessa non coincide con l’ente che ha realizzato l’opera o posto in essere il provvedimento illegittimo. Sembra, dunque, che momento determinante, ai fini dell’acquisto del bene al patrimonio pubblico, sia rappresentato non dalla “occupazione” bensì dalla sua concreta “uilizzazione”.

Sotto il profilo oggettivo, è richiesto, oltre allo scopo di pubblico interesse, il presupposto della intervenuta «modifica» del bene, che sembra costituire un requisito diverso e di minore pregnanza rispetto alla irreversibile trasformazione del bene stesso[7]. Potrebbero, pertanto, rientrare nel campo di applicazione dell’istituto in esame fattispecie in passato escluse, quali lavori di modesta entità, perché ritenuti “rimovibili”[8].

I due aspetti sopra riportati devono essere valutati congiuntamente: la giurisprudenza amministrativa ha, infatti, affermato che non sia applicabile l’art. 43 ove la P.A., sebbene abbia materialmente modificato un immobile privato per asseriti scopi di interesse pubblico, non abbia realmente utilizzato lo stesso bene per quegli scopi, per di più lasciandolo nel pieno possesso del proprietario[9]. In sintesi: la modifica, anche non pregnante, del bene non accompagnata dalla sua attuale utilizzazione non consente l’adozione dell’atto di acquisizione[10]; allo stesso modo e specularmente la utilizzazione senza modifica impedisce l’emanazione del provvedimento acquisitivo[11].

Per quanto attiene al contenuto dell’atto, la norma in esame, prescrive, innanzitutto, che tale atto deve recare l’indicazione delle circostanze che hanno giustificato l’utilizzo indebito dell’area, nonché, ove risulti, della data dalla quale lo stesso si è verificato: l’amministrazione è tenuta, pertanto, ad esternare le ragioni per cui ha utilizzato illecitamente un bene invece di porre in essere gli atti di una legittima procedura espropriativa[12]. In secondo luogo, il provvedimento deve determinare la misura del risarcimento del danno, con obbligo dell’amministrazione di disporre, entro il termine di trenta giorni, il pagamento della somma risarcitoria stabilita, anche in mancanza di richiesta del privato.

L’atto emanato, entro il termine indicato, deve, poi, essere notificato, secondo quanto prescritto dallo stesso comma 2 dell’art. 43, al proprietario nelle forme degli atti processuali civili.

La prescrizione inizierà, pertanto, a decorrere non al momento della “trasformazione” (recte: modifica) del bene bensì dal momento della notifica del predetto atto acquisitivo: l’adozione di quest’ultimo determina, infatti, la cessazione dell’ illecito permanente posto in essere dall’amministrazione attraverso l’occupazione senza titolo del bene[13].

 

2.- Utilizzazione senza titolo e Convezione europea dei Diritti dell’Uomo.

Dopo avere illustrato le linee essenziali della disciplina dell’utilizzazione senza titolo, occorre adesso valutare la conformità dell’istituto in esame alle previsioni europee e costituzionali, distinguendo le fattispecie in cui sussiste una previa dichiarazione di pubblica utilità dalle fattispecie in cui tale dichiarazione non sussiste[14].

Nel primo caso può ritenersi che gran parte dei profili di criticità del vecchio istituto dell’occupazione acquisitiva[15] siano stati superati dall’intervento del legislatore per le ragioni di seguito indicate.

Innanzitutto, la proprietà si trasferisce, non a seguito della trasformazione irreversibile del bene accertata ex post dal giudice, ma in virtù dell’emanazione di un provvedimento formale. Nell’ottica (soprattutto) interna questo dato assicura il rispetto del principio di legalità dell’azione amministrativa: l’incidenza negativa nella sfera giuridica del privato è autorizzata e disciplinata nei suo aspetti essenziali di garanzia da una norma che attribuisce il potere di azione. Nell’ottica (soprattutto) europea, è stato introdotto un meccanismo che conferisce maggiore certezza e prevedibilità all’attività amministrativa: il privato è a conoscenza del fatto che perderà il diritto di proprietà al momento dell’adozione dell’atto di acquisizione e soltanto allora, come già rilevato, inizierà a decorrere il termine di prescrizione[16].

In secondo luogo, il privato ottiene il risarcimento del danno nella misura pari al valore venale del bene, senza doversi fare parte diligente al fine di ottenere quanto dovuto, in quanto è la stessa amministrazione che è obbligata ad offrire la somma risarcitoria al momento dell’adozione dell’atto di acquisizione.

Infine, in assenza di un provvedimento acquisitivo, la restituzione dell’area non può essere impedita[17].

Se si analizza l’istituto in una prospettiva europea, deve, però, ritenersi come, pur a fronte del superamento degli indicati profili di criticità, permanga ancora una delle principali ragioni che aveva indotto i giudici di Strasburgo a sancire la contrarietà dell’occupazione acquisitiva all’art. 1 del Protocollo e cioè la previsione di un meccanismo che consente all’amministrazione di acquisire un bene sulla base di un fatto illecito. L’atto di acquisizione, infatti, produce un effetto di sanatoria del comportamento illecito posto in essere sino a quel momento dall’amministrazione.

Nella prospettiva costituzionale, la permanenza di tale aspetto di contrasto con gli orientamenti della Corte europea non può ritenersi che determini la certa incostituzionalità della norma in esame, almeno nella parte in cui la stessa si applica alle fattispecie in relazione alle quali sia intervenuta una dichiarazione di pubblica utilità. Non si dimentichi, infatti, che il giudice delle leggi ha ritenuto che non ogni contrarietà di norme interne con il diritto internazionale pattizio comporti l’illegittimità costituzionale di tali norme per violazione del primo comma dell’art. 117 della Costituzione. Infatti, la Corte, come posto in evidenza nella prima parte di questo scritto, si è riservata un giudizio di compatibilità della disposizione europea con le disposizioni costituzionali allargando, in maniera conforme alla “natura” del diritto internazionale, il concetto dei “controlimiti”. In altri termini, non operando per il diritto internazionale la “copertura” dell’art. 11 della Costituzione che acconsente a “limitazioni di sovranità” soltanto in presenza di una fonte di matrice comunitaria, i giudici costituzionali si sono voluti riservare un margine più ampio di controllo sulle norme internazionali diverse da quelle, appunto, comunitarie. Applicando tali principi nel caso in esame, si potrebbe ritenere l’art. 43, pur producendo un effetto di sanatoria di un comportamento illecito, nella misura in cui si applica in presenza di un previa dichiarazione di pubblica utilità e degli altri rigorosi presupposti previsti dal legislatore, realizzi un equilibrato bilanciamento degli interessi privati e pubblici in conformità alla ratio che connota la previsione costituzionale di cui all’art. 42. La funzione sociale della proprietà potrebbe, potrebbe, costituire, sul piano interno, un valido “cappello protettivo” dell’istituto in esame[18].

Dubbi di conformità a Costituzione sono stati, invece, prospettati, in particolare in qualche decisione della Cassazione[19], con riferimento a quella parte dell’art. 43 che consente l’operatività del meccanismo da esso previsto anche in «assenza del valido ed efficace provvedimento (...) dichiarativo della pubblica utilità».

Sul punto, invero, il dato letterale della norma potrebbe deporre per una interpretazione, costituzionalmente orientata, ostativa alla sua applicabilità nel caso in cui manchi completamente un provvedimento formale di dichiarazione di pubblica utilità. Tale assenza, in questi casi, potrebbe essere difficilmente controbilanciata dalla valutazione ex post dal parte dell’amministrazione utilizzatrice.

Nei casi invece in cui la suddetta dichiarazione sia invalida o inefficace per mancata emanazione del decreto di espropriazione nel termine indicato potrebbe in effetti ritenersi, in presenza di un dato letterale che chiaramente ammette in questi casi l’emanazione dell’atto sanante, violato il primo comma dell’art. 117 della Costituzione. In presenza di tali fattispecie, infatti, potrebbe risultare più difficile per la Corte costituzionale argomentare la non violazione del diritto internazionale evocando il controlimite dell’art. 42 Cost.: l’assenza di una previa e valida funzionalizzazione dell’azione amministrativa potrebbe ostacolare la giustificazione dell’intervento pubblico in ragione dell’esigenza di assicurare la funzione sociale della proprietà. Ciò almeno nei casi in cui il provvedimento dichiarativo della pubblica utilità sia nullo.

Negli altri casi di invalidità e inefficacia, la questione rimane aperta, potendosi prospettare una anche una soluzione diversa che, valorizzando la valutazione ex post, sottoposta a controllo giurisdizionale, della sussistenza di un pubblico interesse all’utilizzo del bene, sottragga la norma in esame ad una possibile declaratoria di costituzionalità.

 

3.- Regime transitorio.

Il giudizio espresso sulla conformità dell’occupazione acquisitiva e dell’utilizzazione senza titolo alla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo condiziona anche la soluzione della questione relativa al regime transitorio.

Il Consiglio di Stato[20] ritiene che l’art. 43 si applichi a tutti i casi di occupazione sine titulo, anche a quelle già sussistenti alla data di entrata in vigore del testo unico. Le ragioni che depongono a favore di questa tesi sono di ordine sostanziale e non sono contraddette da ragioni di ordine formale.

In relazione al primo aspetto, si sottolinea come la retroattività dell’art. 43 si impone perché l’occupazione acquisitiva non sarebbe conforme alla CEDU.

In relazione al secondo aspetto, si assume che l’art. 57, disponendo che le disposizioni del testo unico non operano in relazione «ai progetti per i quali, alla data di entrata in vigore dello stesso decreto (n.d.c. 30 giugno 2003), sia intervenuta la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza», si riferisce unicamente al procedimento “fisiologico” di espropriazione; l’atto di acquisizione, «in quanto emesso ab externo del procedimento espropriativo», non rientrerebbe, pertanto, nell’ambito di operatività della normativa transitoria di cui all’art. 57.

La Cassazione[21] segue un diverso orientamento ritenendo che l’art. 43 non abbia efficacia retroattiva. Le ragioni che depongono a favore di questa tesi sono di ordine formale e non sono contraddette da ragioni di ordine sostanziale.

In relazione al primo aspetto, si sottolinea come l’art. 57 del T.U. sia chiaro nel riferire l’applicazione retroattiva a tutte le disposizioni contenute nello stesso testo unico, compreso dunque l’art. 43.

In relazione al secondo aspetto, si assume che tale interpretazione non potrebbe essere impedita dalla valutazione dell’occupazione acquisita quale istituto contrario alla CEDU.

Sul punto, si potrebbe ritenere che la soluzione preferibile sia quella di assegnare valenza retroattiva all’art. 43, nella parte “conforme a Costituzione”, superando l’ostacolo letterale dell’art. 57, in ragione dell’esigenza di evitare di continuare ad applicare l’istituto dell’occupazione appropriativa ritenuto, per i motivi esposti, contrario alla CEDU e conseguentemente al primo comma dell’art. 117 della Costituzione.

 

4.- È possibile per il privato optare per il risarcimento del danno?

È questa una tematica in parte connessa a quella da ultimo esposta.

Il Consiglio di Stato[22] nel ritenere applicabile retroattivamente, l’art. 43 ha “interpretato” le domande proposte prima dell’entrata in vigore del testo unico ritenendo sussistente sia la causa petendi (la lesione del diritto di proprietà in relazione all’occupazione sine titulo) sia il petitum (la pretesa al risarcimento del danno), anche se formulata sull’erroneo presupposto di non essere più proprietari.

Per la determinazione dell’importo dovuto i giudici amministrativi hanno ritenuto decisiva la verifica volta a stabilire se la P.A. intenda acquisire l’area e «in base alle disposizioni sostanziali del testo unico sugli espropri e in coerenza alle previsioni dell’art. 35 del d.lgs. n. 80 del 2008», hanno fissato i seguenti principi:

a) entro un termine stabilito le parti devono pervenire ad un accordo in base al quale la proprietà viene trasferita e ai privati viene corrisposta la somma concordata;

b) in mancanza, la P.A. «potrà emettere un formale e motivato decreto, con cui disporrà o la restituzione dell’area a suo tempo occupata ovvero l’acquisizione di questa al suo patrimonio indisponibile, ai sensi dell’art. 43 del testo unico».

Nel primo caso di restituzione dell’area, l’amministrazione sarà tenuta a risarcire il danno relativo al periodo della sua utilizzazione senza titolo e a corrispondere gli interessi moratori.

Nel secondo caso dovrà risarcire l’intero danno subito dal privato.

Questa soluzione desta qualche perplessità: essa, infatti, sembra impedire al privato di potere optare per una tutela meramente risarcitoria nel caso in cui l’amministrazione non intenda esercitare il potere acquisitivo. Il sistema di tutela costituzionale delle situazioni giuridiche soggettive impone, a mio avviso, che si riconosca al privato, al quale l’amministrazione ha sottratto illecitamente il bene, la facoltà di ottenere la sola tutela risarcitoria. Non si può infatti imporre, in assenza, tra l’altro, di un chiaro disposto legislativo, la scelta della tutela reale anche quando il bene non è più suscettibile di essere utilizzato in maniera conforme alla sua originaria destinazione. In mancanza di altri strumenti giuridici, forse l’unico rimedio utilizzabile in questi casi è rappresentato dal ricorso all’istituto della abdicazione del diritto di proprietà insito nella proposizione dell’azione risarcitoria.

 

5.- Brevi note conclusive.

Dall’analisi delle problematiche sin qui esposte è emerso come le difficoltà interpretative sono il risultato non solo della complessità dei meccanismi che presiedono al funzionamento degli istituti di cui ci siamo occupati ma anche e direi soprattutto dei contrasti esistenti tra la Corte di cassazione e il Consiglio di Stato. La prima continua a difendere un istituto che essa stessa ha “creato”, il secondo, di converso, non risparmiando critiche all’occupazione acquisitiva, valorizza la bontà di un istituto introdotto nel nostro sistema anche per il tramite della sua giurisprudenza.

A mio avviso, l’occupazione acquisitiva, come più volte rilevato, deve ritenersi certamente contraria al diritto internazione pattizio contenuto nella Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo: pertanto, qualora si dovesse formare un diritto vivente nel senso della non applicazione retroattiva dell’art. 43 del testo unico si potrebbe anche ipotizzare un intervento della Corte costituzionale che dichiari costituzionalmente illegittimo l’intero fenomeno dell’occupazione invertita.

L’utilizzazione senza titolo, invece, valutata in un’ottica costituzionale, mi sembra conforme al primo comma dell’art. 117 della Costituzione, letto alla luce dei controlimiti ricavabili in particolare dall’art. 42 della Costituzione. Con le seguenti puntualizzazioni. La prima: l’amministrazione non può ricorrere ad esso quando manchi del tutto la dichiarazione di pubblica utilità. La seconda: in presenza di una dichiarazione nulla potrebbe anche prospettarsi la illegittimità costituzionale dell’art. 43. La terza: in presenza di una dichiarazione annullabile o inefficace, la soluzione dipende dal peso che la Corte costituzionale potrebbe decidere di dare al giudizio di valutazione ex post dell’interesse pubblico svolto dall’amministrazione utilizzatrice.

In conclusione, forse la soluzione migliore sarebbe stata la cancellazione dell’istituto dell’occupazione preordinata all’espropriazione e la contestuale affermazione del principio secondo cui la p.a. prima espleta le procedure amministrative e poi realizza le opere pubbliche. Ma tale soluzione avrebbe dovuto fare i conti con una endemica lentezza procedimentale che alla fine avrebbe rischiato di compromettere la tempestiva attuazione di urgenti interventi pubblici. De iure condito, l’auspicio è pertanto che l’amministrazione prediliga l’iter ordinario di espropriazione relegando l’utilizzazione senza titolo in un ambito di effettiva residualità a garanzia delle posizioni proprietarie incise.

 




[1] La relazione tra introduzione nel sistema interno dell’art. 43 ed esigenze di adeguamento dell’ordinamento italiano alla Convenzione europea è posta chiaramente in evidenza da Cons. St., Ad. Gen., 29 marzo 2001, n. 4, in Cons. St., 2001, I, 1891.

[2] Di questi istituti ci siamo occupati nella prima parte di questo scritto, cui si rimanda.

[3] Le espressioni citate sono di CERBO, Sub art. 43, in Commentario sistematico del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità, a cura di Travi, Milano, 2004, 265. Cons. St., Ad. Gen., 29 marzo 2001, n. 4, cit., afferma che l’art. 43 «mira ad eliminare la figura, sorta nella prassi giurisprudenziale, della occupazione appropriativa o espropriazione sostanziale (c.d. accessione invertita), nonché quella della occupazione usurpativa».

[4] PERINI, L’utilizzazione di un bene senza titolo, in Il Testo unico in materia di espropriazione, a cura di Sciullo, Torino, 2004, 515.

[5] In questo senso, tra gli altri, Tar Trentino Alto Adige, 17 gennaio 2006, n. 21, in Foro amm.-Tar, 2006, 495.

[6] In dottrina si è sottolineato che «al centro del sistema acquisitivo sine titulo non vi è più la dichiarazione di pubblica utilità, ma la pubblica utilità, nel senso che solo in assenza di una oggettiva pubblica utilità (e non in mancanza di dichiarazione) sarà impossibile per l’amministrazione pubblica acquisire la proprietà di beni privati» (PERINI, L’utilizzazione di un bene senza titolo, cit., 516).

[7] In queto senso, tra gli altri, MONTEDORO, L’occupazione appropriativa dopo il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 327, in Urb. e app., 2001, 1174.

[8]PERINI, L’utilizzazione di un bene senza titolo cit., 515. Parte della giurisprudenza ha, invece, ritenuto che «è illegittimo il decreto di acquisizione (...) in presenza di modifiche di modesta entità che non incidono, se non marginalmente, sulle caratteristiche strutturali e sulla consistenza economica dell’immobile oggetto degli interventi» (Tar Calabria, Catanzaro, I, 7 giugno 2005, n. 984, in Foro amm.-Tar, 2005, 2172).

[9] Tar Calabria, Catanzaro, I, 2 febbraio 2006 n. 84; nello stesso senso Tar Puglia, Lecce, I, 10 giugno 2005, n. 3307, in Foro amm.-Tar, 2005, 1669, ritiene che non sia sufficiente la astratta idoneità del bene ad essere utilizzato «per il soddisfacimento di un interesse generale», occorrendo la «utilizzazione in atto per un interesse pubblico specifico e concreto».

[10] MONTEDORO, L’occupazione appropriativa cit., 1175, in proposito, sottolinea come sia «evidente lo spostamento di ottica dai profili strutturali a quelli funzionali della fattispecie», in quanto «ciò che importa non è tutelare fisicamente l’opera pubblica, ma prevedere la possibilità di una composizione autoritativa degli interessi che incida sul diritto di proprietà (...) quando ciò sia richiesto dall’esistenza di un’utilizzazione attuale del bene per scopi di interesse pubblico».

[11] Contra GALLUCCI, «Occupazione acquisitiva», in Enc. giur., XXI, 2005, Roma, 4, il quale ritiene, sia pure in forma dubitativa, che la figura in esame possa ricomprendere «anche i casi in cui si tratti di aree private non modificate, ma semplicemente utilizzate come spazi verdi o protetti». L’affermazione non convince, in quanto, da un lato, contrasta con la inequivoca formulazione della norma che richiede entrambi i requisiti in esame (utilizzazione e modifica), dall’altro, va contro l’esigenza, come diremo oltre nel testo, di offrire una interpretazione restrittiva della norma in esame che postula l’applicazione dell’art. 43 soltanto in presenza di rigorosi presupposti.

[12] Questo profilo deve essere contenuto nell’atto acquisitivo al fine «di dare evidenza a circostanze rilevanti in successivi giudizi di responsabilità, penale, disciplinare o amministrativo contabile» (MONTEDORO, op. ult. cit., 1176). Tale aspetto rileva, inoltre e soprattutto, ai fini della valutazione della legittimità dell’atto di acquisizione che, come diremo, si giustifica soltanto in casi «eccezionali» e cioè quando, appunto, l’amministrazione dimostri la impossibilità di ricorrere alla ordinaria procedura espropriativa.

[13] In questo senso Cons. St., sez. IV, 21 maggio 2007, n. 2582, in Foro amm.- Cds, 2007, 1463; nello stesso senso Cons. St., sez. IV, 27 giugno 2007, n. 3752; Foro amm.-Cds, 2007, 1818. Ricordiamo che secondo la “regola giurisprudenziale” dell’occupazione acquisitiva, venendo in rilievo un illecito istantaneo ad effetti permanenti, che determinava il passaggio del diritto di proprietà, il termine di prescrizione iniziava a decorrere normalmente dall’avvenuta trasformazione irreversibile del bene (v. parte prima di questo scritto). A seguito, invece, dell’emanazione dell’art. 43, in mancanza dell’atto amministrativo, il comportamento della P.A. continua a qualificarsi in termini di illiceità permanente (CARINGELLA, Corso di diritto amministrativo, cit., 2470).

[14] Il Consiglio di Stato riconosce costantemente la conformità dell’art. 43 alla CEDU (da ultimo, Cons. St., sez. IV, 4 febbraio 2008, n. 303, Cons. St., sez. IV, 4 febbraio 2008 , n. 303, in Foro amm.-Cds, 2008, 408.

[15] Indicati nella prima parte di questo scritto.

[16] Rimane, invero, soltanto un margine di incertezza legato al fatto che il privato non conosce con precisione il momento in cui l’amministrazione emanerà l’atto di acquisizione sanante.

[17] Sulla questione relativa alla “conversione coattiva” dell’azione di restituzione in azione di risarcimento sia consentivo rinviare a LOPILATO, Occupazione acquisitiva e utilizzazione senza titolo, in CHIEPPALOPILATO, Studi di diritto amministrativo, Milano, 2007, 884 e ss.

[18] Sulla portata di tale norma costituzionale in relazione anche all’istituto delle occupazioni illecite v., da ultimo, MANGANARO, La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il diritto di proprietà, in Dir. amm., 2008, spec. 384 e ss.

[19] Cass., 15 settembre 2005, n. 18239, in Giust. civ. mass., 2005, 6.

 

[20] Cons. St., sez. IV, 27 giugno 2007, n. 3752, cit.

[21] Cass., 19 dicembre 2007, n. 26732, in Foro amm.-Cds, 2008, 356.

[22] Si veda, tra gli altri, Cons. St., 27 giugno 2007, n. 3752, cit.