Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | GIOVEDÌ   14  NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 15:4
Articolo di Dottrina

Stupefacenti


CONTINUAZIONE E TOSSICODIPENDENZA



nota a Cass., sez. I, 16 febbraio 2010, n. 6351, in fascicolo della Rivista cartacea di maggio

Roberto GAROFOLI

CONTINUAZIONE E TOSSICODIPENDENZA

(nota a Cass., sez. I, 16 febbraio 2010, n. 6351)

di

Roberto GAROFOLI

I rapporti tra tossicodipendenza e fattispecie continuata sono da tempo al centro dell’attenzione dottrinale e giurisprudenziale, ancor più intensa da quando la legge 21 febbraio 2006, n. 49, modificando l'art. 671, comma primo, c.p.p., ha previsto che “fra gli elementi che incidono sull’applicazione della disciplina del reato continuato vi è la consumazione di più reati in relazione allo stato di tossicodipendenza”. Ne è sorto un vivace dibattito in seno al quale interviene ora Cass., sez. I, 16 febbraio 2010, n. 6351, secondo cui la riportata innovazione legislativa deve essere interpretata alla luce della volontà del legislatore che ha inteso attenuare le conseguenze penali della condotta sanzionatoria nel caso di tossicodipendenti, con la conseguenza che tale "status" può essere preso in esame per giustificare la unicità del disegno criminoso con riguardo ai reati che siano collegati e dipendenti dallo stato di tossicodipendenza, sempre che sussistano anche le altre condizioni individuate dalla giurisprudenza per la sussistenza della continuazione.

1. Il problema e il principio enunciato.

La prima sezione di Cassazione interviene in merito ai dibattuti rapporti tra fattispecie continuata e tossicodipendenza confermando l’orientamento, già emerso nella giurisprudenza di legittimità[1], in forza del quale la legge 21 febbraio 2006, n. 49 -laddove ha modificato l'art. 671, comma primo, c.p.p., prevedendo che “fra gli elementi che incidono sull’applicazione della disciplina del reato continuato vi è la consumazione di più reati in relazione allo stato di tossicodipendenza”- ha inteso attenuare le conseguenze penali della condotta sanzionatoria nel caso di tossicodipendenti, con la conseguenza che tale "status" può essere preso in esame per giustificare la unicità del disegno criminoso con riguardo ai reati che siano collegati e dipendenti dallo stato di tossicodipendenza, sempre che sussistano anche le altre condizioni individuate dalla giurisprudenza per la sussistenza della continuazione.

Come già sostenuto in precedenti arresti del giudice di legittimità, pertanto, la indicata modifica legislativa dell’art. 671, c.p.p., non può essere intesa nel senso che non varrebbe più la mancanza dell’originario disegno criminoso a escludere la continuazione fra i reati commessi dal tossicodipendente.

Così, in passato, Cass. pen., sez. V, 7 novembre 2006, n. 40349, ha chiarito che la citata disposizione sembra imporre solo una prescrizione concernente la motivazione del provvedimento adottato dal giudice in materia di continuazione, ma non ha certamente modificato l’assetto di tale istituto, dovendosi ribadire che per l’applicazione del reato continuato non possono valere, da soli, lo stato di tossicodipendenza in cui versava l’imputato e la conseguente necessità per questi di procurarsi il denaro con attività illecita per procacciarsi la droga, trattandosi di elementi che, di per sé, sono indicativi del solo movente dei delitti commessi, ma non costituiscono prova dell’originaria ideazione e deliberazione di tutte le violazioni nei loro caratteri essenziali, sintomatiche dell’istituto della continuazione.

Ancor più di recente, Cass. pen., sez. I, 16 settembre 2008, n. 38442, ha sostenuto che la modifica legislativa dell’art. 671, co. 1, c.p.p., va intesa nel senso che lo stato di tossicodipendenza deve essere valutato “fra gli elementi” rilevanti ai suddetti fini, ma non nel senso che tale stato debba essere ritenuto di per sé elemento decisivo ai fini della valutazione dell’unitarietà del disegno criminoso, cosicché il giudice rimane libero di verificare quale incidenza lo stato di tossicodipendenza possa avere sull’accertamento della unitarietà del disegno criminoso nell’ambito del complesso di tutti gli altri elementi sottoposti al suo esame e sintomatici della sussistenza della continuazione.

E’ quindi necessario che sussistano i consueti elementi costitutivi della fattispecie continuata, in specie quello della medesimezza del disegno criminoso.

2. La fattispecie continuata.

Come è noto, l’art. 81, co. 2, c.p. dispone che chi con più azioni o omissioni, esecutive del medesimo disegno criminoso, commette, anche in tempi diversi, più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge, è punito con la pena prevista per la violazione più grave, aumentata fino al triplo; si dispone, quindi, in un’ottica di favor rei, l’applicazione dello stesso regime sanzionatoria previsto per l’ipotesi del concorso formale di reati (si tratta del c.d. cumulo giuridico).

L’istituto della continuazione, già disciplinato dal codice Rocco del 1930, è stato significativamente rimodulato a seguito della novella di cui alla legge 7 giugno 1974, n. 220, cui sostanzialmente si deve l’odierna configurazione e disciplina (salve le recenti modifiche apportate, in punto di prescrizione, della legge “ex Cirielli”).

Nella formulazione originaria del codice penale, la figura del reato continuato era, invero, circoscritta all’ipotesi di una pluralità di violazioni della stessa disposizione di legge, ossia al concorso materiale omogeneo.

A seguito della riforma del 1974, l’istituto del reato continuato ha visto dilatare i limiti del proprio ambito di operatività, essendo stata ammessa la continuazione dei reati anche in presenza di violazioni di norme incriminatrici eterogenee.

Ne consegue che, oggi, l’unico elemento caratterizzante il reato continuato, idoneo a delimitarne i confini rispetto al concorso materiale di reati, è l’unicità del disegno criminoso.

Il reato continuato rappresenta infatti in termini strutturali, una particolare figura di concorso materiale di reati, unificati dal “medesimo disegno criminoso” che sta alla base della loro commissione.

L’elemento unificante del medesimo disegno criminoso giustifica, secondo una risalente tradizione storica, una disciplina derogatoria dell’istituto in esame, consistente nel più mite trattamento sanzionatorio rispetto a quello previsto per le restanti ipotesi di concorso materiale di reati.

La ratio di questo più mite trattamento sanzionatorio risiede proprio nella minore riprovevolezza complessiva dell’agente, che cede ai motivi a delinquere una sola volta, quando concepisce il disegno criminoso.

Ciò giustifica la rilevanza che, nell’interpretazione dottrinale e giurisprudenziale, ha assunto il concetto di “medesimo disegno criminoso”, e il suo modo di intenderlo, perché quanto più si estende la nozione di disegno criminoso, tanto più si restringono i confini del concorso materiale di reati, e viceversa[2].

In proposito, si contrappongono differenti orientamenti.

Su primo versante, attento alla struttura del disegno criminoso, sono emerse, tra le altre, la tesi intellettiva e quella finalistica o teleologica.

Per i sostenitori della prima, il requisito in esame richiede esclusivamente un’unità intellettiva. Lo stesso disegno criminoso, quindi, equivarrebbe a una mera rappresentazione unitaria anticipata dei singoli episodi criminosi, poi di fatto commessi dal soggetto agente.

Secondo altro e prevalente orientamento dottrinale, invece, la medesimezza del disegno criminoso richiede - oltre all’elemento intellettivo - un elemento finalistico, costituito dall’unicità dello scopo perseguito. Per aversi reato continuato, occorre che i singoli episodi criminosi costituiscano attuazione di un programma diretto alla realizzazione di un obiettivo unitario. È cioè necessario che l’iniziale programmazione di compiere una pluralità di reati avvenga in vista del conseguimento di un unico fine, prefissato e sufficientemente specifico, rispetto al quale le singole violazioni si pongono in un rapporto di interdipendenza funzionale.

Su altro fronte, ci si interroga in merito alla consistenza e al livello di precisione che l’originario disegno deve presentare perché possa trovare applicazione la favorevole disciplina della continuazione.

Ci si chiede, in particolare, se basti la generica prefigurazione di una futura attività criminosa o, all’opposto, se sia necessaria la rappresentazione anticipata dei tipi di reato che verranno commessi.

Secondo il prevalente orientamento dottrinale, affinché si abbia l’unicità del disegno criminoso, basta la programmazione dei tipi di reato da commettere, aperta ad eventuali adattamenti richiesti dalle circostanze del caso concreto. Non è, invece, necessaria anche la rappresentazione delle concrete modalità della loro realizzazione.

Insomma, ciò che conta è che vi sia un programma relativamente specifico, consistente nella progettazione di una serie di illeciti determinati, e non un semplice programma di vita volto a delinquere.

Si tratta della soluzione ermeneutica condivisa dalla prevalente giurisprudenza.

Osserva, in particolare, la suprema Corte che l’unicità del disegno criminoso, necessaria per la configurabilità del reato continuato, non può identificarsi con la generale tendenza a porre in essere determinati reati o comunque con una scelta di vita che implica la reiterazione di determinate condotte criminose, atteso che le singole violazioni devono costituire parte integrante di un unico programma deliberato nelle linee essenziali per conseguire un determinato fine, richiedendosi, in proposito, la progettazione ab origine di una serie ben individuata di illeciti, già concepiti almeno nelle loro caratteristiche essenziali.

Deve, dunque, escludersi che una tale progettazione possa essere presunta sulla sola base del medesimo rapporto di contrasto esistente tra i soggetti passivi e l’autore degli illeciti, come pure sulla base dell’identità o dell’analogia dei singoli reati o di un generico contesto delittuoso, ovvero ancora dell’unicità della motivazione o del fine ultimo perseguito, occorrendo invece che il requisito in questione trovi dimostrazione in specifici elementi atti a far fondatamente ritenere che tutti gli episodi siano frutto realmente di un’originaria ideazione e determinazione volitiva[3].

Si ritiene, insomma, che la semplice tendenza a delinquere del soggetto, ovvero la presenza di un programma generico di attività criminose, espressione di un costume di vita deviante, correlato al bisogno economico, non sono di per sè indicativi dell’esistenza dell’identità di un disegno criminoso, indispensabile per la riduzione ad unità delle diverse violazioni, essendo viceversa necessario che, sin dall’inizio, i singoli reati siano previsti e preordinati quali episodi attuativi di un unico programma delinquenziale[4].

E’ quanto ora ribadito dalla giurisprudenza in merito ai rapporti tra continuazione e tossicodipendenza, anche dopo la novità sul tema apportata dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49.

Come osservato da Cass., sez. I, 16 febbraio 2010, n. 6351, la continuazione presuppone l'anticipata ed unitaria ideazione di più violazioni della legge penale, già insieme presenti alla mente del reo nella loro specificità, almeno a grandi linee, situazione ben diversa da una mera inclinazione a reiterare nel tempo violazioni della stessa specie, anche se dovuta a una determinata scelta di vita o ad un programma generico di attività delittuosa da sviluppare nel tempo secondo contingenti opportunità.

Conseguentemente l’innovazione introdotta dalla citata legge 21 febbraio 200, n. 49, deve essere interpretata alla luce della volontà del legislatore che ha inteso attenuare le conseguenze penali della condotta sanzionatoria nel caso di tossicodipendenti, con la conseguenza che tale "status" può essere preso in esame per giustificare la unicità del disegno criminoso con riguardo ai reati che siano collegati e dipendenti dallo stato di tossicodipendenza, sempre che sussistano anche le altre condizioni individuate dalla giurisprudenza per la sussistenza della continuazione.



[1] Cass. pen., Sez. 1^, 14/02/2007, n. 7190.

[2] FIANDACA-MUSCO, Diritto penale, Bologna, 2007, 603.

[3] Cass., sez. II, 7 aprile 2004, n 1837.

[4] Cass., sez. V, 3 marzo 1999, n. 5101. In senso analogo, da ultimo: Cass., sez. I, 18 novembre 2008, n. 43004.






Condividi