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Articolo di Dottrina



DIRITTO PENALE E IMMIGRAZIONE



I REATI CULTURALMENTE MOTIVATI TRA PERSONALIZZAZIONE DELLA RESPONSABILITÀ PENALE E TUTELA DELLE VITTIME

Pier Paolo EMANUELE

L’Autore affronta una tematica penalistica particolarmente spinosa e complessa: i c.d. reati culturalmente motivati. Illeciti penali, questi, alla radice dei quali risiede un autentico conflitto normativo su base culturale, dal momento che a una valutazione in tal senso espressa dal nostro ordinamento si affianca una valutazione degli stessi fatti di segno opposto da parte del gruppo minoritario di appartenenza dei loro autori. Il presente contributo muove da un’analisi della prassi giurisprudenziale sul tema, con il precipuo obiettivo di mettere in evidenza la precarietà applicativa che affligge questa materia, ma anche la tendenziale considerazione in malam partem del motivo culturale in nome di logiche di difesa sociale e di rassicurazione del sentimento collettivo di paura determinato dalla commissione di buona parte di questi reati, per come confermato peraltro dalla episodica, ma fortemente “simbolica” politica legislativa degli ultimi anni. In considerazione di ciò, l’Autore prova dunque a indagare a fondo sulle complesse dinamiche politico-criminali sottese al fenomeno in questione, nel tentativo di valorizzare le forti implicazioni di segno retributivo ad esso sottese a discapito di quelle di natura preventiva, in guisa da motivare la preferenza per l’assegnazione di una rilevanza in bonam partem al fattore culturale in sede penale. Con l’unico limite rappresentato dalle necessità di protezione delle vittime di taluni reati culturali particolarmente offensivi di beni giuridici, la tutela dei quali non può e non deve consentire arretramenti della sanzione penale. In ultima battuta, lo scritto si propone opportunamente lo scopo di suggerire alcuni possibili interventi di riforma in linea con l’assetto politico-criminale che si è inteso prefigurare. In questo contesto l’Autore ipotizza, in particolare, l’ingresso del motivo culturale nel sistema delle circostanze attenuanti comuni e/o sul versante della commisurazione in senso stretto della pena. Soluzioni, queste, congeniali allo scopo di devolvere al potere giudiziario i margini operativi necessari per realizzare quel difficile bilanciamento in concreto tra le contrapposte esigenze – garantiste e repressive – che ivi vengono in rilievo, ma pur sempre nell’ambito di una discrezionalità legalmente vincolata, come tale valevole ad assicurare adeguate garanzie (anche) all’imputato-autore del reato.

SOMMARIO. 1.- Premessa. 2.- I reati culturalmente motivati tra giurisprudenza e legislazione. 3.- Quale politica criminale per i reati culturalmente motivati? 4.- Prospettive de iure condendo.


1.- Premessa.

Potere politico, ordine giudiziario e comunità scientifica sempre più spesso sono chiamati oggi a confrontarsi con una fenomenologia criminale di recente emersione nel nostro Paese: i c.d. reati culturalmente motivati (o, più semplicemente, reati culturali)[1]. Con l’utilizzo di tale formula si intende in particolare fare riferimento a «quei fatti espressivi di un conflitto normativo, in quanto da un lato penalmente vietati dal nostro ordinamento, dall’altro imposti, approvati, accettati o anche solo giustificati dalle norme culturali del gruppo minoritario cui l’autore appartiene»[2]. Illeciti penali, dunque, che si caratterizzano per la motivazione di tipo culturale che ne sorregge e accompagna la realizzazione[3].

Si tratta, invero, di una tipologia di reati già sufficientemente nota a legislatori e giudici di Paesi diversi dall’Italia, soprattutto extraeuropei, vuoi perché storicamente popolati da minoranze autoctone dotate di un proprio, peculiare patrimonio etnico e culturale, vuoi perché maggiormente e da più tempo destinatari di flussi migratori di notevoli proporzioni, alle volte finanche tali da far registrare la creazione al loro interno di autentiche comunità politicamente e socialmente organizzate[4]. Ma l’intenso e inarrestabile processo di globalizzazione su scala mondiale e il consequenziale incremento di fenomeni migratori di massa verso tutte le realtà nazionali economicamente più evolute e politicamente più stabili hanno finito ormai per coinvolgere appieno anche il nostro Paese, il quale – quindi soprattutto con riguardo ai reati culturali perpetrati da immigrati – si trova analogamente investito del delicato problema relativo al trattamento penalistico di tale peculiare classe di illeciti penali.

Il presente contributo non si propone certo l’arduo obiettivo di indagare a fondo le complesse implicazioni storiche, sociologiche e politiche innegabilmente sottese alla problematica del multiculturalismo. Invero – con limitato riguardo alle appena accennate implicazioni di natura politica – ci si limita qui ad osservare come gli orientamenti di politica criminale aderiti in vista della risoluzione del problema relativo alla rilevanza attribuibile al fattore culturale in sede penale, finiscano per risentire in maniera decisiva dell’approccio politico-ideologico assunto dal singolo Stato in relazione al predetto problema. È noto come il panorama mondiale offra sostanzialmente due differenti esempi in proposito: v’è un modello socio-politico di tipo pluralista (o multiculturalista) e un contrapposto modello istituzionale di tipo assimilazionista. Gli Stati che si ispirano al primo modello si propongono segnatamente la massima salvaguardia della diversità culturale recata dalle minoranze presenti sul territorio nazionale, nel segno quindi di una generalizzata tolleranza verso le condotte culturalmente orientate[5]; i Paesi allineati invece al secondo modello succitato puntano all’assimilazione delle diversità culturali all’interno del loro modello socio-culturale e quindi di fatto si spingono sino ad imporre in qualche misura ai soggetti culturalmente diversi l’accettazione delle norme culturali proprie della maggioranza[6]. Rapportato all’universo giuridico e specificamente penalistico, quanto precede significa che mentre gli Stati di ispirazione multiculturalista tendono a escludere la responsabilità penale ovvero, il più delle volte, comunque ad attenuare la risposta sanzionatoria nei riguardi degli autori di reati culturali, al contrario gli Stati di ispirazione assimilazionista optano di norma per la non assegnazione di un qualsivoglia rilievo penalistico al fattore culturale, se non, alle volte, per l’attribuzione ad esso di una valenza negativa, con conseguente aggravamento del giudizio di responsabilità penale formulato nei confronti dell’autore culturalmente motivato[7].


2.- I reati culturalmente motivati tra giurisprudenza e legislazione.

Fatta questa breve, ma pur sempre necessaria premessa, si intende procedere adesso a una cursoria esplorazione della prassi giurisprudenziale italiana in materia[8]. Ciò al precipuo scopo di evidenziare – come si vedrà – la preoccupante esistenza di non trascurabili oscillazioni applicative in ordine alla rilevanza attribuibile al fattore culturale in sede penale, se è vero che spesso fatti ontologicamente simili, se non addirittura identici risultano destinatari di decisioni giudiziarie di segno opposto. Il che, evidentemente, in un sistema penale a base legalitaria come il nostro non risulta in alcun modo accettabile.

Discrasie giurisprudenziali, quelle di cui poc’anzi si diceva, riscontrabili invero già in relazione a molti reati artificiali, alludendo con tale espressione – come è noto nell’esperienza penalistica – a tutte quelle fattispecie incriminatrici caratterizzate da un basso, se non nullo disvalore sociale, quindi da un disvalore offensivo non immediatamente percepibile, la illiceità penale delle quali risulta di conseguenza difficilmente conoscibile al suo autore. Figure di reato, queste, in relazione alle quali – nel solco tracciato dalla storica sentenza n. 364 del 1988 della Corte costituzionale – si presta pertanto a entrare naturalmente in gioco l’errore di diritto scusabile, in quanto inevitabile, quale causa di esclusione della colpevolezza. Scorrendo la casistica giurisprudenziale in subiecta materia, la discontinuità applicativa della quale poco fa si diceva è piuttosto evidente. Da un lato, ad esempio, la utilizzazione abusiva di radio ricetrasmittenti[9], o la detenzione di accendini privi del bollo di Stato[10], o la vendita di prodotti con marchi contraffatti[11], ovvero ancora il trasporto illegale di una carabina ad aria compressa[12], proprio in quanto commessi da immigrati, sono state giudicate alla stregua di condotte incolpevoli in ragione della ritenuta impossibilità per i rispettivi autori di comprendere la illiceità del loro comportamento. Dall’altro lato, tuttavia, non mancano decisioni a mezzo delle quali le medesime condotte appena esemplificate e parimenti poste in essere da immigrati sono state giudicate in senso diametralmente opposto e contestualizzate quindi nell’alveo di una ignorantia iuris questa volta colpevole[13].

Ma venendo ora ai reati culturalmente motivati (stricto sensu intesi), v’è da registrare come le sopra avvertite disomogeneità applicative concernano soprattutto i frequenti casi di sfruttamento di immigrati minorenni in attività di elemosina, astrattamente configurabili – in senso crescente di gravità – ora come impiego di minori nell’accattonaggio (ex art. 600-octies c.p.)[14], ora come maltrattamenti in famiglia (ex art. 572 c.p.), ora come riduzione in schiavitù (ex art. 600 c.p.)[15]. Orbene, scorrendo la giurisprudenza in argomento, si può notare, ad esempio, come condotte di sfruttamento di bambini immigrati costituite dal loro impiego in via continuativa in attività di vendita serale di fiori nei ristoranti talvolta non siano state neanche penalmente sanzionate, in quanto ritenute concretamente inoffensive[16]. Laddove madri rom sorprese a mendicare per strada in compagnia dei propri figli in tenera età sono state punite ora – e gravemente – come responsabili di fatti di riduzione in schiavitù[17], ora – più mitemente – come autrici di maltrattamenti in famiglia[18]. Sicché – come è dato vedere – l’impiego di minori nell’accattonaggio da parte di soggetti stranieri in tal senso culturalmente motivati, ora viene stimato dai giudici come un fatto del tutto lecito perché inoffensivo, ora viene reputato invece come un fatto penalmente illecito, in tal caso “fluttuando” però pericolosamente tra l’art. 572 c.p. e l’art. 600 c.p. Tutto ciò senza che, tuttavia, le condotte di volta in volta oggetto di giudizio rivelino sul terreno empirico differenti modalità di realizzazione di spessore tale da giustificare variazioni applicative siffatte.

Peraltro, è appena il caso di segnalare come analoghe condotte di sfruttamento minorile poste in essere da genitori italiani, se punite, lo sono ordinariamente ai sensi dell’art. 572 c.p., giammai cioè ai sensi dell’art. 600 c.p. Salvo essere talvolta considerate anche più blandamente alla stregua ora di semplici fatti di inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori (ex art. 731 c.p.), ora di fatti di impiego di minori nell’accattonaggio (ma sotto la vigenza dell’ormai abrogato illecito contravvenzionale ex art. 671 c.p.)[19].

Sennonché, al di là di tali sensibili contraddizioni applicative, v’è da dire come il panorama giurisprudenziale in materia di reati culturali riveli comunque la esistenza di un dato dotato di una certa stabilità. Si allude alla tendenziale considerazione penalistica del fattore culturale in stretta correlazione con la natura e il livello di gravità del reato commesso, segnatamente nel senso che in sede giudiziaria la motivazione culturale dell’autore suole generare un aggravamento della risposta sanzionatoria allorquando l’offesa viene rivolta nei confronti di beni giuridici di natura personale considerati (dal nostro ordinamento) di rango primario. Laddove le diminuzioni di pena, se non addirittura l’esclusione della punibilità in capo ad autori culturalmente motivati, allorquando intervengano, sono riscontrabili di norma nei soli casi in cui i beni giuridici offesi dalla condotta non siano ritenuti dotati di analogo spessore assiologico.

Tradotto in termini politico-criminali, ciò significa che, in ambito giurisprudenziale, le ragioni della prevenzione – generale e speciale – prevalgono su quelle della retribuzione (id est: colpevolezza e proporzione) in caso di attacco a beni primari della vittima – la vita, la salute, la libertà personale e quella morale, la libertà di autodeterminazione sessuale – mentre il rapporto di gerarchia è suscettibile di invertirsi solo allorquando l’allarme sociale destato dal fatto di reato è minore, per non dire minimo o nullo, atteso che l’aggressione recata dall’autore culturalmente motivato non risulta rivolta verso beni di tal fatta.

Ad esemplificazione di quanto immediatamente precede, è sufficiente prendere in considerazione quelle pronunce dirette ad assegnare valenza aggravatricesub specie di motivo futile o alle volte anche abietto (ex art. 61, comma 1, n. 1, c.p.) – alla motivazione culturale recata dall’autore di fatti omicidiari commessi in danno di familiari “rei” di aver trasgredito i costumi dell’etnia di appartenenza[20]. Ma lo stesso deve dirsi avuto riguardo alla considerazione in malam partem spesso riservata dai giudici al fattore culturale sul terreno della commisurazione in senso stretto della pena. Non è infrequente nella prassi giudiziaria, in effetti, che la intensità del dolo e più ancora la capacità a delinquere abbiano finito per costituire i referenti normativi ideali per legittimare aumenti del carico sanzionatorio proprio in ragione del motivo culturale in concreto recato dall’autore del reato[21].

Così come – mutatis mutandis – basta guardare a quelle decisioni volte a escludere la rilevanza penale (ex art. 4, comma 2, legge n. 110 del 1975) delle condotte di porto in luogo pubblico, da parte di soggetti di nazionalità indiana seguaci della religione sikh, del kirpan, ossia di quel particolare coltello rituale dal quale secondo tale credo religioso essi non devono mai separarsi. Una motivazione culturale, questa, che quindi – secondo i nostri giudici – è sicuramente tale da integrare quel “giustificato motivo” che la norma incriminatrice più sopra indicata prevede quale clausola di esclusione della tipicità della condotta consistente nel portare fuori dalla propria abitazione strumenti da punta o da taglio atti ad offendere[22].

In definitiva, dunque, in tema di reati culturalmente orientati il tasso di discrezionalità giudiziaria che si registra è sicuramente molto elevato. Nel silenzio del nostro legislatore in proposito, accade infatti che là dove il reato culturale coinvolge beni facenti capo direttamente alla vittima, ingenerando in tal modo un allarme sociale, l’autorità giudiziaria sfrutta al massimo i varchi concessigli dalla legge sul versante della commisurazione in senso stretto e in senso lato della pena, giungendo di norma a considerare la motivazione culturale come un elemento aggravatore della pena o comunque come un indice fattuale sintomatico di una maggiore intensità del dolo o di una maggiore capacità a delinquere dell’autore. Per converso, allorquando il reato culturale attinge interessi di natura non personale – ovvero anche di natura personale, ma non in maniera diretta – o comunque beni giuridici la violazione dei quali non è tale da destare particolari reazioni in seno alla collettività nazionale, le decisioni giudiziarie si alternano pericolosamente. Un’alternanza decisionale, questa, solo raramente spiegabile alla luce delle peculiarità dei fatti concretamente oggetto di giudizio ed ascrivibile piuttosto – attesa, come si è già detto, l’agevole ricognizione di casi giudiziari assai simili, per non dire addirittura identici, decisi in senso antitetico o comunque in maniera fortemente differenziata dagli organi giudiziari del nostro Paese – al diverso patrimonio culturale del singolo giudicante[23].

Simili osservazioni – si ribadisce qui – inducono obiettivamente fondate perplessità e preoccupazioni se rapportate a un sistema penale saldamente imperniato sul principio di legalità, in guisa da sollecitare la definizione di una politica criminale ad hoc in grado di regolamentare un fenomeno penalistico destinato a presentarsi con sempre maggiore frequenza casistica nelle aule di giustizia.

Nondimeno deve ammettersi come, a meglio guardare, talune tracce di una disciplina legale del fenomeno che ci occupa siano già rinvenibili anche all’interno del nostro ordinamento penale. In particolare, il nostro legislatore è intervenuto di recente su una tematica culturalmente molto “sensibile”. Si allude alla introduzione nel codice penale dell’art. 583-bis allo scopo di incriminare specificamente le c.d. mutilazioni genitali femminili, che costituiscono delle pratiche parecchio invasive della integrità fisica e della salute psico-sessuale altrui eseguite in ossequio a precetti di matrice consuetudinaria propri di alcune etnie dislocate soprattutto nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, in Egitto e in alcune parti dell’Asia[24].

Una riforma legislativa, questa, germinata tuttavia in evidente funzione di reazione rispetto a una certa prassi giurisprudenziale discutibilmente volta ad attenuare la pena prevista per il delitto di lesioni gravi o gravissime, se non addirittura ad escludere, proprio in nome del rilievo assegnato al fattore culturale, la stessa rilevanza penale di simili condotte tipiche di lesione personale[25].

Sicché, se è vero che il nostro legislatore è qui intervenuto per mettere fine a un contrasto giurisprudenziale determinatosi in merito alla stessa illiceità penale di condotte caratterizzate da un conflitto normativo su base culturale, è anche vero però che un simile contrasto si innestava su di un terreno dove ad essere coinvolti sono pur sempre beni individuali di notevole importanza, quindi su di un terreno particolarmente sensibile alle reazioni emotive dell’opinione pubblica[26].

Insomma, così intervenendo, il legislatore non ha fatto altro che avallare la sin qui evidenziata politica giudiziaria in materia di reati culturali. E infatti, coerentemente con quanto sinora si è notato, la risposta offerta dal legislatore alla problematica culturalista delle mutilazioni genitali femminili è stata nel senso dell’assegnazione di una valenza in malam partem al motivo culturale, cioè dell’aggravamento sanzionatorio da riservare a simili condotte al cospetto delle simmetriche condotte di lesioni volontarie gravi o gravissime, altrimenti applicabili in assenza di una norma incriminatrice ad hoc come quella di cui all’art. 583-bis c.p. In definitiva, quindi, appare evidente come il legislatore penale abbia scelto in questo caso di intervenire espressamente perché il contrasto interpretativo si appuntava su fattispecie culturali dal disvalore particolarmente grave e in tal misura avvertito dalla collettività nazionale, sì da confermare in pieno che allorquando a venire in rilievo sono beni considerati di rango primario, legislatore e giudice procedono in un certo senso all’unisono, ossia rispondono entrambi energicamente per il tramite, rispettivamente, di una minaccia e di una comminatoria di pena ai limiti della esemplarità[27].

D’altronde, è altrettanto vero come uno sguardo più approfondito alla legislazione vigente in Italia permetta la individuazione anche di esempi normativi in chiave multiculturalista. Si pensi alla normativa penale in materia di macellazione degli animali, nell’ambito della quale è dato rinvenire una fattispecie derogatoria appositamente rivolta ai soggetti appartenenti alla religione ebraica e musulmana. A queste categorie di autori è consentita infatti la uccisione di animali in vista della loro macellazione senza il rispetto delle procedure prescritte per la generalità dei consociati e senza con ciò incorrere nella sanzione penale ordinariamente prevista per la commissione di simili fatti[28]. Sul punto ci sembra sufficientemente chiaro, allora, come sia proprio la minore carica di offensività espressa dalla condotta culturalmente motivata a poter condizionare in senso inverso il relativo trattamento penale, sì da farlo ridondare in favore dell’autore.

Sicché, nonostante la mancanza di una politica legislativa di respiro generale in materia di reati culturali e la conseguente devoluzione pressoché per intero alla giurisprudenza penale della “gestione” caso per caso dei conflitti normativi culturalmente connotati, l’analisi che precede si rivela tuttavia in grado di dimostrare la esistenza di una sorta di “doppio binario” in ordine alla rilevanza penalistica del fattore culturale: il trattamento penale di esso, sia legale che giurisprudenziale, è di favore ovvero di sfavore a seconda del tipo e del rango del bene giuridico che viene offeso dal reato culturale[29].

3.- Quale politica criminale per i reati culturalmente motivati?

A questo punto è giunto allora il momento di interrogarsi su quale politica criminale sarebbe maggiormente in linea con i principi fondamentali che governano la materia penale. Si tratta, anzi, più in particolare di verificare se le pur ancora embrionali linee di politica criminale già manifestate dal nostro legislatore al riguardo risultino o meno coerenti con il suddetto reticolato di principi.

Orbene, si è già avvertito all’inizio come il problema dei rapporti tra fattore culturale e diritto penale debba inquadrarsi anzitutto nel contesto delle politiche delle diversità di fatto adottate dalle istituzioni statali in un dato momento storico. Il binomio è ormai noto, essendo già stato tratteggiato in apertura del presente contributo: “pluralismo” versus “assimilazionismo”. Nel tentativo adesso di procedere oltre, onde inquadrare la tematica in esame in una prospettiva strettamente penalistica, è evidente come si renda necessario il riferimento alle diverse finalità ordinariamente riconosciute alla sanzione penale. Orbene, al riguardo non sfuggirà di certo come, in linea di principio, la generalità degli scopi assegnabili alla sanzione penale potrebbe risultare in qualche misura soddisfatta tanto da una politica criminale che intendesse riconoscere effetti in bonam partem al fattore culturale, quanto da una politica penale per contro orientata in senso esattamente opposto[30]. Là dove una simile constatazione non è che la conferma più immediata e diretta della vieppiù avvertita coloritura essenzialmente politica della tematica che ci occupa.

Fermo restando quanto precede, tuttavia, non si può al contempo disconoscere come, da un punto di vista generalpreventivo, un soggetto culturalmente motivato, proprio in conseguenza della sua intima adesione a valori antagonisti rispetto a quelli fatti propri dall’ordinamento penale, sia un potenziale criminale poco o per nulla sensibile rispetto all’effetto intimidatorio esplicato dalla minaccia sanzionatoria, così come e di conseguenza anche rispetto alla connessa funzione di orientamento culturale di quest’ultima[31]. Ecco allora come un trattamento penale più sfavorevole basato sulla motivazione culturale dell’autore sembri evocare più che altro il perseguimento degli scopi propri di una prevenzione generale integratrice. Intendendosi con tale locuzione alludere – come è noto – alla non condivisibile finalità, così riconosciuta alla pena, di rispondere ai bisogni emotivi di punizione provenienti dalla maggioranza dei consociati e quindi di placarli attraverso la predisposizione di una risposta penalistica esemplare, perché ritenuta la sola capace di restaurare l’ordine giuridico-sociale violato. Là dove, attesa la tendenziale coincidenza dell’autore di un reato culturale con l’immigrato (e soprattutto con l’immigrato clandestino), non ci sembra affatto azzardato postulare come un trattamento penale di sfavore ancorato alla presenza del fattore culturale nella genesi e nella dinamica di un reato sottenda, in ultima analisi, niente altro che il perseguimento di tale “moderna” e assai criticabile finalità sanzionatoria.

Ma analoghe considerazioni possono essere svolte, a ben vedere, anche con riguardo alla prevenzione speciale, dal momento che un trattamento sanzionatorio più consistente e un trattamento penitenziario più denso, per ipotesi disposti proprio in considerazione della connotazione culturale del reo non parrebbero obiettivamente giustificarsi alla luce di un asseritamente maggiore bisogno di rieducazione di un soggetto che, in quanto portatore di una cultura antagonista, allora sarebbe maggiormente indiziato di recidivismo. Trattamenti penali di sfavore in tal guisa fondati finirebbero, piuttosto, per risultare funzionali al raggiungimento di obiettivi di neutralizzazione o di incapacitazione del reo (secondo la logica della c.d. prevenzione speciale negativa), come è noto tipici di un diritto penale di lotta, per non dire di un diritto penale del nemico[32].

Non la prevenzione generale, ma nemmeno la prevenzione speciale sembrano dunque implicare necessariamente una considerazione negativa del fattore culturale in sede penale. Alla stregua di quanto si è detto, piuttosto, la prevenzione, nella sua duplice veste di generale e speciale, sembra rivestire un ruolo, per così dire, neutrale rispetto alla risoluzione del problema relativo alla rilevanza penale del fattore culturale, nel senso di non autorizzare certo trattamenti di favore, ma al contempo – ed è quel che più conta – senz’altro anche nel senso di non obbligare il legislatore a trattamenti di sfavore in relazione ai reati culturalmente motivati.

Per converso, guardando alle note che tipicamente accompagnano la commissione di reati culturali, il necessario rispetto della essenza retributiva della pena sembra univocamente orientare verso una considerazione positiva di detto fattore culturale. A ben riflettere, infatti, se è indispensabile che la pena da irrogare all’autore di un reato sia proporzionata alla gravità oggettiva e soggettiva del fatto commesso, allora riesce obiettivamente arduo disconoscere che un reato culturale, pur se di norma per nulla dissimile sul piano oggettivo da un reato non culturale[33], viceversa, sul differente versante soggettivo senza dubbio reca con sé una minore carica di disvalore. Ciò in considerazione della innegabile capacità del movente culturale di incidere sul dolo, ora affievolendone la intensità, ora sfumandone la componente rappresentativa quanto alla coscienza del disvalore offensivo di quanto ne costituisce oggetto[34]. Ma lo stesso deve dirsi anche in riferimento alla coscienza della illiceità penale, ossia alla possibilità di conoscere il precetto, atteso che – reati “artificiali” a parte – illeciti penali che dal nostro punto di vista (ossia dal punto di vista della maggioranza “nazionale”) sono innegabilmente naturali, ben potranno essere percepiti invece come artificiali dall’autore culturalmente diverso e ciò proprio in conseguenza della verosimile differenza di valutazione di tali fatti espressa dall’ordinamento culturale, ovvero anche normativo, di appartenenza[35]. Si pensi, infine, alla esigibilità della condotta conforme all’ordinamento penale se rapportata a un autore culturale, quindi alla discutibile rimproverabilità di una condotta antidoverosa ove culturalmente motivata.

Insomma, a noi sembra che, in materia di reati culturali, le ragioni della retribuzione e quindi con ciò le esigenze di una personalizzazione della responsabilità penale, nonché di una indispensabile proporzionalità tra fatto e sanzione acquisiscano, in sede di valutazione della possibile rilevanza del fattore culturale in sede penale, valenza prioritaria rispetto alle pur compresenti esigenze proprie della prevenzione, generale e speciale, come si è detto ambivalenti e perciò di fatto mute con riguardo ai reati culturalmente orientati.

Sennonché, in contrapposizione (e sullo stesso piano assiologico) alle predette istanze retributive, ben più persuasivamente si collocano piuttosto le ragioni di tutela delle vittime di reati culturali, in considerazione del fatto che esse, anche e soprattutto a cagione della loro frequente condizione di intrinseca debolezza, reclamano legittimamente il diritto di non vedersi discriminate a confronto con la generalità delle vittime di reati.

Se quanto precede è vero, con ogni probabilità allora la materia dei reati culturali abbisognerebbe di una regolamentazione attenta a contemperare colpevolezza e proporzione da un lato e offensività dall’altro lato. In una prospettiva più generale, dunque, a necessitare realmente di un bilanciamento sono qui il principio di eguaglianza sostanziale da un lato e quello di eguaglianza formale dall’altro. Occorrendo, in effetti, valutare attentamente, con riferimento all’autore del reato culturale, se e fino a che punto sia tollerabile la predisposizione in suo favore di un trattamento penale più mite rispetto a quello riservato a coloro i quali commettano un identico fatto di reato, ma senza una motivazione culturale. Se e fino a che punto, in definitiva, il principio di eguaglianza formale possa essere declinato in favore di soverchianti considerazioni di giustizia sostanziale.

Provando a questo punto a tracciare quelle che potrebbero essere le linee guida di un programma politico-criminale di ordine generale in tema di reati culturalmente orientati, ci pare di potere affermare come, in linea di principio, il fattore culturale dovrebbe rilevare in senso favorevole agli autori di fatti così connotati. Come si è ripetutamente detto, infatti, a un’opzione del genere non sarebbero d’ostacolo opposte considerazioni ispirate alla prevenzione, la quale ben potrebbe qui cedere il passo alla contrapposta idea della retribuzione. Tuttavia, una così auspicata personalizzazione della responsabilità penale in subiecta materia dovrebbe essere destinata a imporsi solo fin tanto che non venissero in rilievo inderogabili necessità di tutela delle vittime, queste per contro meritevoli di essere prese in considerazione non meno di quelle retributive. E infatti, là dove si dovessero presentare necessità di protezione siffatte, il fattore culturale non potrebbe ragionevolmente ricevere quella medesima valorizzazione più sopra ipotizzata. Ma senza che ciò possa determinare la riemersione della opposta necessità di un aggravamento della responsabilità penale. Infatti, allorquando il motivo culturale dell’autore si concretizzi in un illecito penale che va ad offendere beni individuali di primaria importanza, è doveroso, ma anche bastevole ritenere che esso potrebbe tutt’al più rivestire una valenza, in un certo senso, neutra, nel senso di non rilevare in nessuna direzione, non essendovi alcuna persuasiva ragione, sul piano dei principi, per assegnare ad esso una valenza per contro aggravatrice. È affatto lecito sostenere infatti come, in questi casi, le necessità di tutela delle vittime andrebbero a compensarsi, per così dire, con le contrapposte esigenze (retributive) di una personalizzazione della responsabilità penale. In un contesto, cioè, nel quale il principio di eguaglianza ormai chiederebbe di essere rispettato unicamente nella sua dimensione formale e senza che – per come si è già ripetutamente detto – la prevenzione, sia generale che speciale, potrebbe imporre, ovvero anche solo autorizzare, uno slittamento verso l’alto della responsabilità penale dell’autore culturalmente motivato.

In definitiva, quindi, una politica criminale rispettosa dei principi costituzionali che governano la materia penale non potrebbe che essere una politica di tipo multiculturalista, ma pur sempre equilibrata. Una politica equilibrata nel senso di non generalista, improntata cioè alla tendenziale neutralità della risposta penalistica rispetto a fatti di reato culturalmente motivati sì, ma contemporaneamente offensivi di beni giuridici di valenza prioritaria, e per il resto normalmente orientata nel segno della favorevolezza.

Si pensi ai reati artificiali (ossia ai c.d. reati di pura creazione legislativa), in relazione ai quali, a ben vedere, non è dato rintracciare una controindicazione politico-criminale idonea ad escludere la rilevanza in bonam partem del fattore culturale. Infatti, la commissione di un reato siffatto ad opera di un autore culturalmente diverso è palesemente accompagnata da un intrinseco deficit di colpevolezza, data la verosimile ricorrenza di una ignoranza incolpevole della norma penale violata. Ora, a fronte di una colpevolezza dell’autore dimidiata ivi non si pone di certo una offensività meritevole – guardando al tipo e al grado di offesa cagionabili dalla condotta tipica – della medesima considerazione. Reati così caratterizzati, quindi, se culturalmente motivati, necessitano obiettivamente di una personalizzazione massima del giudizio di responsabilità penale, con l’effetto che i loro autori ben potranno vantare la pretesa della impunità, ovvero comunque il beneficio di una pena attenuata.

Ma, a parte l’esempio “di facile risoluzione” offerto dai c.d. reati artificiali, occorre evidentemente provare a raffrontare la soluzione politico-criminale da noi sin qui auspicata con le diverse categorie di illeciti legalmente contemplate dal nostro ordinamento penale.

Muovendo in questa direzione, invero, a noi pare che la più sopra ipotizzata compensazione tra colpevolezza/proporzione e offensività – con conseguente (tendenziale) indifferenza penalistica rispetto al fattore culturale – possa e debba cogliersi in riferimento a quelle condotte che ledono – e non semplicemente espongono a pericolo – beni di natura personale e di rango elevato dal punto di vista dell’ordinamento del luogo del commesso reato: i fatti omicidiari ovviamente, ma anche le lesioni personali, così come, ad esempio, le condotte di sfruttamento della prostituzione minorile. Per converso, è possibile ritenere che l’analogamente postulata prevalenza della colpevolezza/proporzione rispetto alla offensività – con conseguente (tendenziale) favorevolezza del fattore culturale in sede penale – reati artificiali a parte, sia riscontrabile in relazione vuoi a quelle condotte che si limitano a mettere in pericolo il bene giuridico protetto (anche se di natura individuale e di primaria importanza), vuoi a quei fatti che ledono o espongono a pericolo beni non personali e ritenuti di rango non primario nel contesto normativo del luogo del commesso reato (si pensi, ad esempio, alla moralità pubblica e al sentimento degli animali).

4.- Prospettive de iure condendo.

Così tracciate quelle che – a nostro parere – potrebbero verosimilmente rappresentare le coordinate di fondo di una politica penale a sfondo multiculturalista, bisogna adesso provare a rintracciare le soluzioni tecniche astrattamente in grado di tradurre nel miglior modo possibile le suddette opzioni sul versante del diritto positivo.

Orbene, sul punto ci preme anzitutto osservare come una politica penale equilibrata, quale è quella da noi ipotizzata e per come sin qui esplicata, conseguentemente necessiti di una traduzione legislativa improntata alla flessibilità, con ciò alludendo alla indispensabilità di rimetterne in larga misura al terreno giurisprudenziale la concretizzazione. Ciò in ragione degli assai complessi e delicati bilanciamenti connaturati all’applicazione processuale di illeciti penali che risultino culturalmente connotati.

Del tutto conseguentemente, allora, quanto alla parte generale del codice penale, siamo del parere che gli interventi legislativi in chiave multiculturalista dovrebbero probabilmente limitarsi al settore delle circostanze attenuanti comuni (art. 62 c.p.) e a quello della commisurazione della pena (art. 133 c.p.). In tal senso si potrebbe in particolare pensare alla introduzione di una nuova circostanza attenuante comune nell’ambito dell’art. 62 c.p., con l’effetto di positivizzare expressis verbis la motivazione culturale. Ovvero, in alternativa, allo stesso scopo potrebbe rivelarsi sufficiente anche una semplice modifica dell’art. 62, comma 1, n. 2, c.p. nel senso dell’apposizione dell’aggettivazione culturale in aggiunta ai già contemplati attributi morali e sociali[36]. Sul piano, invece, della commisurazione infraedittale della pena, potrebbe ipotizzarsi una ulteriore specificazione dell’indice costituito dalla capacità a delinquere (v. art. 133, comma 2, c.p.), per il tramite dell’aggiunta, nel contesto dei motivi a delinquere, ovvero in quello delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo, di un espresso riferimento anche al fattore culturale. Si tratterebbe con ogni evidenza di interventi legislativi decisamente innovativi, se è vero che in tutti i sistemi penali europei fa difetto una norma di parte generale espressamente dedicata al fattore culturale e quindi funzionale a orientare, ora in senso favorevole ora in senso sfavorevole, l’attività interpretativa del giudice in sede di valutazione degli spazi operativi da riconoscergli in sede penale[37].

Un intervento di riforma così congegnato permetterebbe al giudice penale di accordare, in relazione a qualsivoglia fattispecie incriminatrice, una diminuzione della pena in forza della valorizzazione del motivo culturale. Al giudice, quindi, ma entro i confini espressamente tipizzati dal legislatore – quindi secondo un garantistico modello di discrezionalità legalmente vincolata – sarebbe rimesso di volta in volta il delicato compito di effettuare quel sopra descritto giudizio di bilanciamento in concreto tra personalizzazione della responsabilità penale e tutela delle vittime di reati culturali. Con la così dischiusagli possibilità – come si è detto – di assegnare ordinariamente rilevanza in bonam partem al fattore culturale, ma anche però di neutralizzarne eventualmente la valenza allorquando esso si manifestasse in associazione ad una condotta produttiva di una offesa di una certa consistenza. Sicché, una previsione in via espressa del motivo culturale nelle vesti di circostanza attenuante comune, oltre a permettere il perseguimento generalizzato di una politica penale di favore in tema di reati culturalmente orientati, dovrebbe consentire anche di contenere nel miglior modo possibile slittamenti verso l’alto della responsabilità penale del loro autore, ottenibili per il tramite della contestazione di circostanze aggravanti inopinatamente fatte coincidere con il motivo culturale (è il caso soprattutto dei motivi futili o abietti). In questo rinnovato contesto normativo, infatti, il motivo culturale, proprio perché ormai codificato come circostanza attenuante comune, ben difficilmente potrebbe assurgere al rango di circostanza aggravante, pena la contraddittorietà logica di una qualificazione giuridica in questi termini. Tutt’al più detto motivo potendo a quel punto o non essere giudizialmente riconosciuto, ovvero la sua pretermissione surrettiziamente celarsi dietro la impropria qualificazione di esso come motivo abietto o futile. Ma a questo riguardo non deve trascurarsi la ricaduta sull’obbligo motivazionale del giudice di una previsione espressa della motivazione culturale come circostanza attenuante comune: in conseguenza di una simile scelta legislativa, infatti, all’autore di un reato culturale rimarrebbe comunque sempre la possibilità di contestare nei successivi gradi di giudizio l’eventuale disconoscimento, così come il suddetto surrettizio capovolgimento concettuale da attenuante ad aggravante di una circostanza attenuante la sussistenza della quale sia emersa in sede di giudizio e l’applicazione della quale sia stata di conseguenza invocata dall’imputato medesimo.

In definitiva, al giudice penale sarebbe così consegnato un novellato sistema di circostanze comuni affatto congeniale alla realizzazione di una politica criminale primariamente ispirata alla considerazione favorevole del fattore culturale, ma anche contestualmente neutrale nei riguardi di esso tutte le volte in cui si dovesse presentare in concreto la necessità di un serio contemperamento tra colpevolezza dell’autore e offensività della condotta.

Proprio in considerazione di quanto si è appena detto, è appena il caso di notare come, in funzione dell’auspicata valorizzazione in bonam partem del fattore culturale in ambito penalistico, la costruzione di una circostanza attenuante comune culturalmente connotata si lascerebbe in ogni caso preferire rispetto a un intervento mirato, per contro, alla creazione di fattispecie incriminatrici ad hoc, analogamente connotate in chiave culturale, modellate sul corrispondente prototipo criminoso non culturale e ovviamente punite in misura più lieve. Una operazione del genere, infatti, sconterebbe i limiti connaturati ad una puntuale tipizzazione legale del motivo culturale, con buona pace dei principi di precisione e di determinatezza/ tassatività della norma penale. Per come si è già detto, infatti, il disvalore d’evento e in larga misura anche il disvalore d’azione si mostrano ordinariamente insensibili rispetto al fattore culturale. La coloritura in senso culturale di un reato si manifesta, infatti, più che altro a livello di tipicità soggettiva. Da qui le innegabili difficoltà di tipizzazione astratta dei fatti culturalmente motivati e di conseguenza l’elevato rischio di una violazione del principio costituzionale di legalità irrimediabilmente insito in una opzione normativa del genere[38].

Vi sarebbe certo l’alternativa rappresentata dall’innesto di circostanze attenuanti speciali in corrispondenza di fattispecie di reato specifiche, magari selezionate tra quelle che, negli anni, la prassi giudiziaria ha evidenziato come maggiormente permeabili all’influenza del fattore culturale. Tuttavia, a parte la maggiore significatività in sé (in chiave di messaggio normativo) di un intervento della stessa natura se effettuato sulla parte generale (id est: a livello di circostanze attenuanti comuni) anziché su quella speciale del codice penale, è innegabile come la settorialità di un simile riconoscimento del motivo culturale striderebbe con la caratterizzazione tipicamente in divenire dell’ambito concettuale e operativo dei reati culturalmente motivati. La materia dei reati culturali denota, cioè, profili di spiccata eterogeneità, oltre ad essere in continua espansione, di talché una settorializzazione dell’intervento legislativo in materia rischierebbe di ingenerare incoerenze applicative ovvero comunque non giustificabili vuoti di tutela. Senza contare che la rinuncia a una circostanza attenuante comune in luogo di un sistema più o meno nutrito di circostanze attenuanti speciali precluderebbe quell’auspicato perseguimento in via generalizzata dei sopra descritti obiettivi di politica criminale in chiave multiculturalista.

Fermo restando quanto precede, non v’è ragione comunque per escludere a priori la possibilità che il legislatore penale intervenga nuovamente sulla falsariga di quanto già fatto, ad esempio, a proposito della più sopra rammentata ipotesi relativa alla macellazione di animali da parte di soggetti culturalmente motivati. Nulla impedisce infatti di immaginare interventi nella stessa direzione – ossia della esclusione della illiceità penale – in riferimento a fatti di reato tipici, ma connotati per l’appunto dalla realizzazione di una offesa esigua e posti in essere da un ben selezionato tipo d’autore culturalmente motivato (si pensi al già ricordato porto del kirpan da parte degli indiani sikh). La personalizzazione della responsabilità penale figurerebbe in questi casi come la necessità politico-criminale soverchiante rispetto a ogni altra di segno contrario (offensività e prevenzione).



[1] Sul tema la letteratura scientifica è ormai particolarmente copiosa. Ci si limita qui a ricordare alcuni tra i più significativi scritti dedicati all’argomento: BERNARDI, Il “fattore culturale” nel sistema penale, Torino, 2010; ID., Modelli penali e società multiculturale, Torino, 2006; ID. (a cura di), Multiculturalismo, diritti umani, pena, Milano, 2006; BASILE, Immigrazione e reati “culturalmente motivati”, Milano, 2008; ID., Società multiculturali, immigrazione e reati culturalmente motivati, in Riv. it. dir. proc. pen., 2007, p. 1323 ss.; CANESTRARI – STORTONI (a cura di), Valori e secolarizzazione nel diritto penale, Bologna, 2009; DE FRANCESCO, Autonomia individuale, condizionamenti culturali, responsabilità penale: metamorfosi e crisi di un paradigma, in Pol. dir., 2003, p. 393 ss.; DE MAGLIE, Culture e diritto penale. Premesse metodologiche, in Riv. it. dir. proc. pen., 2008, p. 1088 ss.; GRANDI, Fattore culturale e responsabilità penale, Ferrara, 2008.

[2] Così, testualmente, BERNARDI, Il “fattore culturale”, cit., p. 57.

[3] Deve peraltro notarsi come la categoria denominata “reati culturali” si presti a ricomprendere al suo interno una vasta ed eterogenea fascia di reati. In proposito si ritiene qui di potere aderire alla classificazione proposta sul punto da BERNARDI, Il “fattore culturale” nel sistema penale, cit., p. 5 ss. (in particolare, note 4 e 5). Secondo questa dottrina, in particolare occorrerebbe distinguere tra reati culturali in senso stretto, in quanto realizzati da soggetti appartenenti a un gruppo minoritario avente una cultura “complessivamente assai diversa” rispetto a quella espressa dal sistema giuridico del luogo del commesso reato, e reati culturali in senso lato, i quali, pur restando caratterizzati da un conflitto normativo dello stesso tipo, sono commessi da autori appartenenti non già a una minoranza culturale, bensì a un popolo o a uno Stato con un patrimonio culturale e un ordinamento giuridico non troppo dissimili rispetto a quelli invalsi o vigenti nel luogo di commissione del fatto (si pensi, ad esempio, al consumo di sostanze stupefacenti da parte di un cittadino olandese in un altro Stato europeo: una condotta tollerata e al contempo penalmente sanzionata in due Paesi appartenenti alla medesima area culturale). Per la redazione di una sorta di campionario di reati culturali si veda, altresì, F. BASILE, Immigrazione e reati culturalmente motivati, cit., p. 159 ss. A tal proposito ci preme da subito avvertire come il presente contributo, nell’analizzare le linee dominanti della politica criminale italiana – legislativa e giudiziaria – sul problema della rilevanza penale del “fattore culturale”, rimanga deliberatamente calibrato, pressoché esclusivamente, sugli illeciti penali che abbiamo appena denominato come culturali in senso stretto.

[4] Invero, l’appena tracciata divaricazione è destinata ad avere importanti ricadute sulle stesse opzioni politico-criminali in materia. Infatti, la risposta penalistica approntata in tema di reati culturalmente motivati tiene conto della profonda differenza che separa un autore culturale “autoctono” (id est: “nazionale”) da un autore culturale semplicemente “non nazionale”: il primo risulta ordinariamente destinatario di una politica penale “tollerante”, multiculturalista, in quanto ispirata al c.d. diritto di autodeterminazione dei popoli storicamente insediati su di un dato territorio, anche se portatori di una cultura diversa da quella tout court nazionale; il secondo, invece, riceve un trattamento penale – come si vedrà – variabilmente correlato alla ideologia politico-sociale dominante nel Paese di accoglienza.

[5] È questo il caso, anzitutto, della Gran Bretagna, ma approcci politici di tipo multiculturalista connotano, invero, anche le legislazioni e le prassi giurisprudenziali di altri Paesi dell’Unione europea, come ad esempio la Svezia e l’Olanda.

[6] Il modello assimilazionista (o integrazionista) per eccellenza è sicuramente il modello socio-politico adottato in Francia.

[7] Per un’analisi dei condizionamenti politico-ideologici sull’approccio penalistico al problema dei rapporti tra diversità culturale e responsabilità penale, cfr., in particolare, BERNARDI, op. ult. cit., p. 27 ss., nonché, ancora più approfonditamente, già ID., Modelli penali e società multiculturale, cit., 87 ss.

[8] Per un’ampia raccolta di casi giurisprudenziali in argomento, in una prospettiva peraltro europea, cfr. BASILE, Premesse per uno studio sui rapporti tra diritto penale e società multiculturale. Uno sguardo alla giurisprudenza europea sui c.d. reati culturalmente motivati, in Riv. it. dir. proc. pen., 2008, p. 149 ss.

[9] Cfr. Trib min. Genova, 14 novembre 1994, Saurel, in Foro it., 1995, II, c. 274.

[10] V. Pret. Pescia, 21 gennaio 1988, in Foro it., 1989, II, c. 248.

[11] Cfr. Pret. Brescia, 21 novembre 1988, Seck, in Foro it., 1989, II, c. 248.

[12] V. Trib. Genova, 30 maggio 1989, Khediri, in Foro it., 1989, II, c. 540.

[13] Per la ritenuta inescusabilità della ignoranza della norma penale invocata da un extracomunitario in relazione alla propria condotta di commercio ambulante di accendini privi del bollo di Stato cfr., ad esempio, Cass., sez. fer., 10 ottobre 1994, n. 829, in DVD-Omnia iuris, Padova, 2010.

[14] Si noti come l’impiego di minori nell’accattonaggio costituisse fino a poco tempo fa soltanto un illecito contravvenzionale. Il c.d. pacchetto sicurezza varato nel 2009 (v. legge 15 luglio 2009, n. 94) ha abrogato l’art. 671 c.p. ed elevato al rango di delitto la suddetta contravvenzione, per l’appunto a mezzo della introduzione dell’art. 600-octies c.p. Tale nuovo delitto risulta punito adesso con la ben più severa pena della reclusione fino a tre anni. Su tale novità legislativa cfr., per tutti, VALSECCHI, Due ulteriori delitti a tutela della vittima minorenne, in Mazza - Viganò (a cura di), Il “Pacchetto sicurezza” 2009, Torino, 2009, 280 ss.

[15] Nonostante l’appena rammentata trasformazione in delittuosa della condotta di impiego di minori nell’accattonaggio, siamo del parere che il predetto rapporto scalare in senso crescente di gravità sia rimasto inalterato. In tal senso sembra obiettivamente deporre la clausola di sussidiarietà (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”) con la quale esordisce il nuovo art. 600-octies c.p. Di conseguenza, nonostante la sua nuova e più significativa veste (delittuosa e non più meramente contravvenzionale), ci sembra lecito sostenere ancora che la fattispecie di impiego nell’accattonaggio seguiti a rimanere assorbita nelle più gravi fattispecie di cui agli artt. 600 e 572 c.p.

[16] V. Trib. Palermo 8 maggio 2007, in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2008, 203. In argomento cfr., in precedenza, Cass. 7 ottobre 1992, Husejinovic, in Giur. it., 1993, II, c. 582.

[17] Cfr. Cass., sez. VI, 30 gennaio 2007, n. 3419, in Dir. imm. citt., 2007, 179.

[18] V. Pret. Torino, 4 novembre 1991, in Cass. pen., 1992, p. 1647. In questo stesso senso, paradigmatica è anche la vicenda giudiziaria di una madre rom la quale era stata condannata in primo grado per il reato di riduzione in schiavitù in concorso con quello di maltrattamenti in famiglia e poi assolta in secondo grado limitatamente al capo di imputazione meno grave (maltrattamenti in famiglia), salvo beneficiare infine di una sentenza di annullamento della Corte di cassazione (v. Cass., sez. V, 28 novembre 2008, n. 44516, in Guida dir., 2009, 67 s.) pronunciate sul presupposto che la condotta dell’imputato potesse configurasi unicamente come una ipotesi di maltrattamenti in famiglia. Là dove l’attenuazione della responsabilità penale dell’autore culturalmente motivato – riflessa nella sussunzione finale della sua condotta all’interno della fattispecie meno grave tra tutte quelle ipotizzabili e ipotizzate a carico di esso – veniva argomentata dalla Suprema Corte proprio in chiave culturale, atteso che – così si legge in motivazione – la questua fa “parte di una tradizione culturale del gruppo etnico” di appartenenza.

[19] In tal senso cfr., efficacemente, BERNARDI, op. ult. cit., 105 s.

[20] V. Gup Trib. Padova, 9 giugno 2005, n. 446, in Dir. imm. citt., 2006, 199 ss., relativamente a un caso di omicidio commesso da un nordafricano ai danni della figlia, a suo dire “colpevole” di condurre una vita sentimentale riprovevole e come tale disapprovata. Motivi culturali, quelli recati dall’autore del predetto omicidio, giudicati abietti e futili in primo grado, salvo poi la esclusione del giudizio di abiezione ad opera del giudice di seconda istanza (v. Ass. app. Venezia, 9 gennaio 2006, in Dir. imm. citt., 2006, 202). In particolare, la conferma in appello della sussistenza nel caso di specie dei motivi futili veniva argomentata alla luce della “abissale sproporzione tra il motivo e l’azione delittuosa”, senza il riconoscimento di influenza alcuna su ciò della pur riscontrata “adesione a fedi o culture altre”. Per una ulteriore identificazione dei motivi culturali come motivi abietti e futili, cfr. GUP Trib. Brescia, 13 novembre 2007, n. 1192, in Omnia iuris, cit., relativamente ancora a un caso di uccisione della propria figlia da parte di un padre questa volta di origine pakistana. Omicidio, questo, animato dalla disapprovazione di quest’ultimo nei confronti dello stile di vita sociale “all’occidentale” tenuto dalla figlia: un motivo abietto – secondo il giudice – perché “tale da suscitare nella comunità un marcato senso di riprovazione” e anche futile – così si legge in sentenza – a causa della “sproporzione tra il motivo e il fatto, per la coscienza civile”.

[21] Quanto all’affermazione circa la maggiore intensità del dolo in conseguenza della insistenza sulla psiche dell’autore di un motivo culturale, v. Gup Trib. Padova, 9 giugno 2005, n. 446, cit.; quanto, invece, alla ritenuta incidenza in malam partem del motivo culturale sulla capacità a delinquere del reo, v. Gup Trib. Bologna, 30 novembre 2006, in Omnia iuris, cit., relativamente a un caso di violenza sessuale di gruppo perpetrata da due pakistani che invocavano un trattamento sanzionatorio attenuato proprio sulla scorta della differente e meno grave considerazione dello stupro da parte della loro cultura di appartenenza. Contrariamente a ciò, invece, il giudice riteneva maggiore, proprio a causa di questa ragione culturale, la capacità a delinquere degli autori, non esitando peraltro a offrire una motivazione sul punto in chiave di politica criminale. Secondo il giudice, in particolare, più le condizioni di vita sociale dell’autore divergono da quelle oggetto della protezione penale, maggiore dovrà essere di conseguenza la risposta sanzionatoria: una sentenza, insomma, resa “in pieno stile” di prevenzione generale integratrice e di prevenzione speciale negativa.

[22] Cfr., ad esempio, Trib. Cremona 19 febbraio 2009, in Corr. merito, 2009, 399 ss. Non si registrano viceversa decisioni giurisprudenziali dirette a valorizzare in bonam partem il fattore culturale attraverso il sistema legali delle circostanze attenuanti (soprattutto di quelle di cui ai nn. 1 e 2 dell’art. 62 c.p.). Anzi, è appena il caso di notare come il fattore culturale non sia ancora mai riuscito a penetrare sul terreno della commisurazione in senso lato della pena nemmeno per il tramite del “generoso” paradigma ex art. 62-bis c.p. Al riguardo cfr., ad esempio, Trib. Genova, 23 ottobre 2003, in Dir. giust., 2004, 91, che ha negato le circostanze attenuanti generiche a un immigrato che era stato chiamato a rispondere del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.) e che si era difeso in giudizio sostenendo il proprio convincimento di non essere più tenuto all’adempimento di taluni doveri coniugali per il fatto di avere ormai “ripudiato” la moglie conformemente ai precetti culturali propri del suo gruppo di appartenenza.

[23] Per una puntuale ricognizione delle svariate cause retrostanti alle odierne oscillazioni giurisprudenziali in materia di reati culturali, patrimonio culturale del giudice incluso, cfr. BERNARDI, Il “fattore culturale”, cit., 148 ss. A tal proposito l’Autore fa riferimento soprattutto alla norma di cui all’art. 133 c.p. e quindi agli indici di commisurazione della pena ivi codificati. In particolare, sarebbe soprattutto attraverso il secondo comma di tale disposizione che “filtrerebbero” sulle decisioni finali le opzioni culturali del singolo giudice.

[24] Legge 9 gennaio 2006, n. 7, recante “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”. In argomento cfr., per tutti, BASILE, La nuova incriminazione delle pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili, in Dir. pen. proc., 2006, 690 ss.

[25] A quest’ultimo proposito ci si intende in particolare riferire a una vicenda giudiziaria conclusasi con un provvedimento di archiviazione emesso dal Gip presso il Tribunale di Torino relativamente a un caso di escissione posta in essere in danno della propria figlia da una coppia di genitori nigeriani (per una prima valutazione, invero già orientata in senso favorevole agli imputati, della medesima vicenda in esame, cfr. Trib. Min. Piemonte e Valle d’Aosta, 17 settembre 1997, in Dir. imm. cittad., 1999, 207). L’archiviazione del procedimento penale era stata argomentata proprio in forza della constatata conformità di tale pratica di mutilazione alle tradizioni culturali del Paese di origine dei suoi autori. Per converso, un caso di mutilazione genitale (l’asportazione del clitoride) posta in essere da un genitore egiziano in danno della propria figlia di dieci anni era stato in precedenza punito ai sensi dell’art. 583, comma 1, n. 2 (indebolimento permanente dell’apparato genitale): cfr. Trib. Milano, 25 novembre 1999, El Namr, in Dir. imm. citt., 2000, 148.

[26] Del resto, si è già riferito in precedenza anche della trasformazione in delittuosa (art. 600-octies c.p.) della previgente fattispecie contravvenzionale (art. 671 c.p.) concernente i fatti di impiego di minori nell’accattonaggio. Invero, tornando per un attimo a tale intervento normativo, ci pare difficile negare come, anche in questo caso, il legislatore abbia inteso “reagire” a una politica giudiziaria talvolta – come si è visto – propensa a trattare mitemente simili condotte di sfruttamento (ossia applicando soltanto la contravvenzione di cui all’art. 671 c.p., in luogo delle più gravi fattispecie di cui agli artt. 572 e 600 c.p., se non addirittura decretandone la non punibilità). Decisioni giudiziarie, queste ultime, incapaci però di incontrare i favori della opinione pubblica, dato il coinvolgimento di minori e probabilmente data anche la pregiudiziale ideologica (xenofoba) verso gli autori tipici di simili condotte.

[27] A tal proposito GRANDI, Diritto penale e società multiculturali: stato dell’arte e prospettive de iure condendo, in Ind. pen., 2007, 269 ss., fa notare, ad esempio, come le mutilazioni genitali femminili, in assenza di una norma incriminatrice ad hoc come l’odierno art. 583-bis c.p., sarebbero state sanzionabili con la pena, di per sé già particolarmente severa, stabilita dall’art. 583, comma 2, c.p., ossia la reclusione fino a dodici anni, peraltro aumentabile nei confronti dei genitori a mente dell’art. 577, comma 1, n. 1, c.p. (in quanto richiamato dall’art. 585 c.p.). Secondo l’Autore, pertanto, la fattispecie incriminatrice in parola si porrebbe in contraddizione con il principio di colpevolezza e con quello di proporzione. Infatti, la pena ivi minacciata supera nettamente quella prevista per le lesioni gravissime, ma ciò anche allorquando per ipotesi la condotta tipica non abbia compromesso del tutto la funzionalità sessuale ovvero quella procreatrice, denotando di conseguenza profili di irragionevolezza se posta a confronto con il trattamento sanzionatorio contenuto nell’art. 583 c.p.

[28] V. art. 2, comma 1, lett. h) e art. 5, comma 2, D.lgs. 1 settembre 1998, n. 333, che permettono ad ebrei e musulmani la uccisione di animali per dissanguamento e senza previo stordimento.

[29] In tal senso, con limitato riguardo all’atteggiamento del legislatore, cfr. già BERNARDI, op. ult. cit., 90 ss. Non mancano, tuttavia, esempi normativi di trattamenti penali sfavorevoli di fatto sganciati dalla natura e dal rango del bene giuridico protetto e quindi sostanzialmente ispirati da logiche a sfondo xenofobo. Si pensi, ad esempio, alla circostanza aggravante della c.d. clandestinità, introdotta dal c.d. pacchetto sicurezza del 2008 (legge 24 luglio 2008, n. 125) all’interno del catalogo delle circostanze aggravanti comuni (sub comma 11-bis dell’art. 61 c.p.). Circostanza, questa, volta a colpire uno status soggettivo dell’autore – per l’appunto quello di immigrato irregolare – in totale sconnessione con il disvalore offensivo del fatto commesso. In altre parole, in virtù di tale nuova circostanza aggravante, il giudice sarà autorizzato ad aumentare la pena da comminare in relazione a qualsivoglia tipo di reato posto in essere da un autore così qualificato, quand’anche cioè il reato medesimo fosse culturalmente motivato. La condizione soggettiva dell’autore, quindi, non già il tipo e il livello di offesa arrecata in concreto potranno eventualmente determinare uno slittamento verso l’alto della pena da irrogare, nel segno di una sorta di indiretta considerazione in malam partem del fattore culturale. Su tale specifica riforma legislativa cfr., criticamente, GATTA, Aggravante della “clandestinità” (art. 61, n. 11-bis, c.p.): uguaglianza calpestata, in Riv. it. dir. proc. pen., 2009, 713 ss. Ma considerazioni altrettanto critiche merita, ad esempio, la legge n. 155 del 2005, a mezzo della quale è stato disposto un raddoppiamento dei livelli sanzionatori stabiliti in relazione alla fattispecie volta a incriminare la partecipazione a pubbliche manifestazioni “con il volto in tutto o in parte coperto mediante l’impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona” (art. 5 della legge n. 152 del 1975). Un intervento legislativo, questo, palesemente finalizzato ad ostacolare l’uso del burqa da parte delle donne di fede islamica e di conseguenza basato sull’assegnazione di una rilevanza in malam partem al motivo culturale senza alcuna giustificazione in ragione della (per contro qui certamente ridotta) offensività denotata dalla condotta incriminata.

[30] In tal senso cfr., efficacemente, GRANDI, Diritto penale e società multiculturali, cit., 264 ss.

[31] Ciò vale sicuramente avuto riguardo ai reati tout court culturali. Ma le stesse perplessità sono riferibili anche ai reati artificiali commessi dallo straniero appartenente a una minoranza culturale, giacché è di ogni evidenza come l’assoluta inescusabilità dell’errore di diritto, quale più immediato riflesso di una politica criminale che intendesse ispirarsi massimamente alla prevenzione generale, a nulla varrebbe. Nel senso che anche una soluzione così rigoristica non sarebbe in grado di svolgere alcuna efficacia deterrente, data la impermeabilità di tali soggetti rispetto alla possibilità stessa di conoscere i reati artificiali. Nondimeno, non è in sé priva di una logica l’osservazione secondo la quale gli autori tipici di reati culturali sarebbero soggetti più propensi verso tale forma di criminalità (culturale) proprio in ragione della motivazione culturale che li anima, in guisa da potersi anche giustificare la necessità di una controspinta punitiva maggiore e quindi di un inasprimento della minaccia sanzionatoria nei loro riguardi.

[32] Sul finalismo rieducativo, con particolare riguardo alla sua evoluzione in seno alla nostra giurisprudenza costituzionale, cfr., volendo, EMANUELE, La funzione rieducativa della pena nella giurisprudenza della Corte costituzionale: spunti per una rivisitazione critica dell’intero sistema penale, in La rivista neldiritto, 2009, 1299 ss.

[33] È evidente, infatti, la incapacità del fattore culturale di incidere ordinariamente sulla dimensione oggettiva del fatto di reato, nel senso di riuscire assai raramente a caratterizzarne la materialità quanto all’evento e quanto alle modalità della condotta. Condotta ed evento, che costituiscono i tipici elementi graduabili del fatto, nei reati culturalmente orientati non sono pertanto in grado di fornire indicazioni utili circa la reale gravità del fatto commesso. Al riguardo cfr., in particolare, BERNARDI, Il “fattore culturale”, cit., 84 ss.

[34] Osservazioni, le nostre, che si pongono, beninteso, in antitesi con la prassi giurisprudenziale corrente, la quale si dimostra infatti solitamente contraria al riconoscimento di una qualche valenza positiva del fattore culturale sull’elemento psicologico del reato. E ciò non soltanto con riguardo all’oggetto di esso e quindi in chiave di eventuale esclusione della punibilità, ma anche quanto alla sua intensità e cioè in funzione di una graduazione in melius della sanzione penale. Un simile atteggiamento è particolarmente evidente, ad esempio, in tema di maltrattamenti in famiglia “culturalmente motivati”, se è vero che la nostra giurisprudenza suole negare che la formazione culturale e religiosa dell’autore di un reato possa in qualche misura incidere sul dolo: cfr., ad esempio, Cass., sez. VI, 8 novembre 2002, Khouider, in Dir. pen. proc., 2003, p. 285, volta a confermare la condanna ex art. 572, comma 2, c.p. inflitta a un marocchino di fede islamica. Per una isolata giurisprudenza orientata invece a escludere il dolo ex art. 572 c.p. in riferimento a un caso di sfruttamento di minori in attività di accattonaggio ad opera di genitori romeni, proprio argomentando sulla base “della cultura, tradizione e condizioni di vita del nucleo familiare”, cfr. Trib. Torino, sez. riesame, 3 novembre 1998, in Dir. imm. citt., 1999, p. 207. Infine, per una incerta valorizzazione in bonam partem del fattore culturale sempre in relazione al delitto di maltrattamenti in famiglia, cfr. App. Bologna, 6 ottobre 2006, R. e altri, nonché (con riguardo alla medesima vicenda giudiziaria) Cass., sez. V, 2 agosto 2007, R., entrambe edite in Dir. pen. proc., 2008, p. 498 ss.: nonostante la esclusione della punibilità sia giunta qui in esito alla riscontrata carenza della nota oggettiva fondamentale del delitto di maltrattamenti in famiglia, ossia il carattere abituale della condotta tipica, il giudice d’appello prima e la Suprema Corte dopo non hanno mancato di rilevare la insussistenza, comunque, del dolo di maltrattamenti in famiglia, sul presupposto che l’uso della violenza da parte del padre (un nordafricano) in danno della figlia era stato condizionato in maniera decisiva dalla valutazione culturale, fortemente negativa, della condotta osservata dalla vittima (la trasgressione del ferreo divieto di frequentare coetanei dell’altro sesso); una motivazione culturale, questa, secondo i giudici atta a elidere la volontà di sopraffazione e di disprezzo verso la vittima. Per un analitico commento di tali decisioni, cfr. GRANDI, Il commento, op. loc. ult. cit., 501 ss., il quale si esprime parecchie perplessità in merito al fatto che i giudici avrebbero davvero riconosciuto al fattore culturale una influenza decisiva sulla ricostruzione del dolo.

[35] A parte l’impiego di minori nell’accattonaggio – tipico della cultura rom – si pensi, ad esempio, alla particolare intransigenza con la quale viene inteso ancora lo ius corrigendi da parte di taluni soggetti appartenenti a etnie legate a tradizionali e spesso violente forme di esercizio della potestà maritale e genitoriale. Condotte culturalmente motivate, queste, in grado di integrare perfettamente le note tipiche dei delitti di cui agli artt. 571 e 572 c.p., ma indubbiamente caratterizzate da una assai discutibile conoscibilità del precetto da parte dei loro autori, attesa la verosimile impossibilità per essi di comprendere il disvalore offensivo del loro comportamento e quindi attesa la difficoltà di formulare un serio e ragionevole giudizio di evitabilità dell’errore di diritto. In argomento cfr., ad esempio, Cass., sez. VI, 20 ottobre 1999, Bajrami, in Riv. pen., 2000, 238, relativa a un caso di maltrattamenti in famiglia contestati a un albanese la condotta del quale è stata infine sanzionata nonostante fosse inquadrabile nel contesto di una concezione culturale del ruolo del capofamiglia molto invalsa nel Paese di appartenenza dell’autore. Analogamente nel senso della inescusabilità della ignorantia iuris, circa un caso di violenza sessuale “infraconiugale” (commessa da parte del marito nei confronti della moglie) ascritta a un marocchino che si era difeso in giudizio tra l’altro invocando talune usanze del proprio Paese asseritamente d’ostacolo alla conoscibilità del precetto penale “antitetico”, cfr. Cass., sez. III, 17 settembre 2007, Z.D., in Dir. pen. proc., 2008, p. 180 s. In questa stessa pronuncia, tra l’altro, è stata negata pure qualsivoglia incidenza del fattore culturale sul dolo del delitto di violenza sessuale e dei reati sessuali più in generale.

[36] Invero, una modifica in questi termini si rende oltremodo auspicabile soprattutto in ragione – come è noto – della interpretazione restrittiva di tale norma solitamente offerta dalla nostra giurisprudenza. Si ritiene, infatti, che la valutazione dei motivi a delinquere ai fini della possibile assegnazione ad essi della connotazione assiologica richiesta dalla norma, ossia il loro “particolare valore morale e sociale”, debba essere compiuta tenuto conto degli “atteggiamenti etico-sociali prevalenti”. Così facendo, è ovvio quindi come i valori recati da una minoranza culturale o religiosa giammai potranno essere valutati positivamente in funzione dell’attenuazione della risposta sanzionatoria.

[37] In merito alle possibili prospettive de lege ferenda in materia di reati culturali, cfr., tra gli altri, GRANDI, op. ult. cit., 283 ss.

[38] In tal senso cfr., in particolare, BERNARDI, op. ult. cit., 94, il quale rimarca altresì la inopportunità di una implementazione del “fattore culturale” anche a livello di fattispecie soggettiva, giacché una simile operazione, per quanto stavolta tecnicamente possibile, se volta ad assegnare effetti in bonam partem al fattore culturale susciterebbe sicuramente dure reazioni negative da parte dei cittadini, ormai sempre più condizionati dal senso di insicurezza determinato dall’incessante aumento dei fenomeni migratori nel nostro Paese, mentre se diretta ad attribuire valenza negativa alla diversità culturale dell’autore, urterebbe insanabilmente con il principio di colpevolezza.






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