Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ   19  NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 3:39
Articolo di Dottrina



MISURE CAUTELARI CUSTODIALI NEL PROCESSO PENALE



Corte costituzionale, sent. 22 luglio 2011, n. 231

Claudio PAPAGNO

L’OBBLIGATORIETA’ DELLA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE

QUANDO SUSSISTONO GRAVI INDIZI DI COLPEVOLEZZA

IN ORDINE A TALUNI DELITTI INDICATI DALLA LEGGE

di

Claudio PAPAGNO

Si anticipa un estratto dell’approfondimento di penale che sarà inserito nel fascicolo di ottobre della Rivista cartacea Neldiritto.

Corte costituzionale, sent. 22 luglio 2011, n. 231

Misure cautelari – Criteri di scelta – Discrezionalità del giudice penale - omessa indicazione degli elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure come eccezione alla regola – Ragionevolezza – Uguaglianza

Può ritenersi corrispondente ai canoni della ragionevolezza l’art. 275, comma 3, c.p.p. come modificato dall’art. 2 del d.-l. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni, dalla l. 23 aprile 2009, n. 38 nella parte in cui non consente di applicare misure cautelari diverse e meno afflittive della custodia in carcere alla persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope ex art. 74 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309?

L’eterogeneità delle fattispecie concrete riferibili al paradigma punitivo astratta di cui all’art. 74 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, ricomprendendo ipotesi nettamente differenti quanto a contesto, modalità lesive del bene protetto e intensità del legame tra gli associati, non è possibile enucleare una regola di esperienza, ricollegabile ragionevolmente a tutte le “connotazioni criminologiche” del fenomeno, secondo la quale la custodia carceraria sarebbe l’unico strumento idoneo a fronteggiare le esigenze cautelari..

Le recenti pronunce della Corte costituzionale (265/2010, 164/2011 e 231/2011) che hanno letteralmente “smantellato” le novità introdotte dal recente “pacchetto sicurezza” (d.-l. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni, dalla l. 23 aprile 2009, n. 38), in tema di misure cautelari, pongono un interrogativo che investe non solo il circoscritto ambito delle misure cautelari, ma l’intero sistema processale penale.

Come è noto, è avulso dal processo penale un regime di “prova legale” per cui il valore dimostrativo di un elemento probatorio è prestabilito “a monte” dal legislatore. Tuttavia, non sono mancate nella storia, anche recente, del processo penale, interventi legislativi tesi a limitare – e, talvolta, anche ad eliminare – la discrezionalità del giudice nel momento più delicato della funzione giurisdizionale: la decisione.

Decisione che non deve essere necessariamente quella finale, ben potendo intendersi, con questa espressione, valutazioni del tutto eterogenee che vanno dall’autorizzazione all’utilizzo di un mezzo di ricerca della prova (intercettazioni), al bilanciamento delle circostanze del reato (art. 69 c.p.), sino all’emissione della misura cautelare.

Proprio nell’ambito delle misure cautelari, si è registrato il più massiccio intervento legislativo, sebbene non manchino fenomeni, in tal senso, in altri settori del processo penale.

Non è una novità recente: già con l’art. 1, comma 1, d.-l. n. 324 del 1990 si interpolava l’art. 275, comma 3, c.p.p. Successive modifiche incrementarono il numero degli illeciti penali a regime cautelare più rigoroso: d.-l. n. 5 del 1991, d.-l. n. 76 del 1991, d.l. n. 152 del 1991, conv. in l. n. 203 del 1991 e d.-l. n. 292 del 1991, conv. in l. n. 356 del 1991.

Si tratta, indubbiamente, di interventi legislativi che, tra le varie misure, riducono la discrezionalità del giudice nel momento in cui costui si trova dinanzi alla scelta circa la misura da adottare in presenza di procedimenti penali per taluni reati (gli artt. 285, 286, 416-bis, 422, 575, 628, comma 3, 629, comma 2, e 630 c.p., i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'art. 416-bis o al fine di agevolare l'attività di tali associazioni, i reati commessi per finalità di terrorismo o eversione per i quali fosse stabilita la pena non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, i delitti ex art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 aggravati ai sensi dell'art. 80, comma 2 dello stesso decreto, nonché l'associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ex art. 74 del d.P.R. n. 309 del 1990).

Con il d.-l. n. 292 del 1991, convertito, con modificazioni, nella l. n. 356 del 1991, la presunzione di adeguatezza diveniva più rigida, poiché l’unica possibilità di prova contraria lasciata all’indagato si riduceva alla dimostrazione dell'insussistenza di esigenze cautelari, e non anche della idoneità di misure di entità inferiore.

Nel 1995, tuttavia, il catalogo dei reati interessati dalla previsione veniva ridotto, per effetto dell’art. 5, comma 1, della legge n. 332, ai soli “delitti di cui all'articolo 416-bis del codice penale” e “ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto art. 416-bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo”.

La ratio legis di questi interventi legislativi “culminati” nel recente “pacchetto sicurezza” si basa su una mera presunzione: nessuna misura cautelare diversa da quella carceraria può soddisfare le esigenze cautelari sottese a un procedimento per reati di forte impatto allarmistico.

Presunzione che opera ceteris paribus: fermo restando, cioè, la discrezionalità del giudice in ordine alla valutazione degli indizi di colpevolezza e che capovolge il principio aulico per cui, in assenza di un giudizio definitivo, deve essere arrecato il minor sacrificio possibile alla libertà personale del soggetto accusato.

Al giudice, insomma, viene letteralmente sottratta una scelta, in luogo di una valutazione che viene operata “a monte” e in via del tutto astratta dal legislatore, il quale, presumibilmente, basandosi sull’id quod plorumque accidit, ritiene che sia empiricamente dimostrata l’inidoneità di ogni altra misura rispetto alla custodia cautelare in carcere.

Un primo interrogativo: perché si è inteso combattere il forte allarme sociale che provoca la commissione di taluni reati con le misure cautelari piuttosto che con altri istituti, i quali, a rigor di logica, potrebbero essere più idonei per tale scopo (si pensi, per fare un esempio, all’aumento della pena edittale).

Le misure cautelari sono la risposta più veloce che l’ordinamento può fornire dinanzi alla commissione di taluni reati; agire sul limite edittale delle pene, invece, fornisce una risposta solo “mediata” che al di là dell’aspetto deterrente, direttamente riconducibile alla funzione general-preventiva della pena, “costringe” ad aspettare il termine del processo. Considerando, poi, che molto spesso, per numero di imputazioni e di accusati, questi processi sono molto articolati, tra la commissione del fatto e l’esecuzione della pena rischia di trascorrere molto tempo, con buona pace di quel senso di sicurezza che occorre garantire nel tessuto sociale e che, inevitabilmente, diminuisce quando la risposta dello Stato è protratta nel tempo.

Allora, agire sull’istituto delle misure cautelari, impedendo che al cospetto di talune accuse, possano essere irrogate misure scarsamente afflittive, può rappresentare un meccanismo efficace senza stravolgere alcuni principi fondamentali del processo penale, quale la non considerazione di colpevolezza di cui all’art. 27, comma 2, Cost.. Ma se così è, non siamo dinanzi ad un travisamento della natura giuridica dell’istituto delle misure cautelari? Queste, infatti, non hanno la funzione di combattere il senso di insicurezza che potrebbe derivare dal permanere dello stato di libertà di taluni pericolosi criminali, quanto, più propriamente, di soddisfare le esigenze processuali indicate nell’art. 274 c.p.p. (difficile, in tal senso, ritenere che vi possa essere un connubio con l’esigenza cautelare di cui all’art. 274, lett. c), c.p.p.). Anche perché, a ben vedere, la ratio sottesa alle modifiche in commento sono più congeniali alla pena, intesa come sanzione irrogata al termine del processo, piuttosto che ad una misura, per sua natura instabile, che è funzionale alle esigenze del processo e che è sottoposta alla regola costituzionale per cui è necessario garantire il “sacrificio minimo” della libertà personale degli accusati.

Si ha il sospetto, quindi, che dietro il ridimensionamento della discrezionalità del giudice si celi un anticipazione della pena che, come tale, sarebbe costituzionalmente inconcepibile.

Ma facciamo un passo indietro e chiediamoci se un ridimensionamento della discrezionalità del giudice sia costituzionalmente inconcepibile. L’apposizione di taluni “paletti” all’attività valutativa del giudice non è una novità assoluta nel codice di rito penale. Si pensi alla regola decisoria contenuta nel comma 2 dell’art. 192 c.p.p. che riguarda non la prova, quella definita “diretta“, bensì quella che, comunemente, viene chiamata “prova indiretta”, cioè “l’indizio”.

...omissis...






Condividi