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Articolo di Dottrina



REATO COLPOSO



Limite di operatività del principio dell'affidamento

Emanuela COZZITORTO

Si anticipa un estratto dell’approfondimento di penale che sarà inserito nel fascicolo di novembre della Rivista cartacea Neldiritto.

IL FENOMENO DELLE CONCAUSE NEL REATO COLPOSO E LA PRECEDENTE CONDOTTA COLPOSA QUALE LIMITE DI OPERATIVITA’ DEL PRINCIPIO DELL’AFFIDAMENTO

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte, recependo i consolidati principi giurisprudenziali in materia, torna a pronunciarsi sul fenomeno delle concause nel sistema diritto penale ed in particolare sulla distinzione tra cause concorrenti e cause da sole sufficienti a determinare l’evento, da un lato; tra cooperazione colposa e concorso di cause colpose indipendenti, dall’altro. La Corte, invero, si pronuncia su quest’ultimo punto benché l’inquadramento, da parte dei giudici di merito, della fattispecie esaminata nell’art. 113 c.p. non avesse formato motivo d’impugnazione. Risulta evidente l’esigenza, sottesa alla decisione, di prendere posizione su una questione da sempre foriera di importanti problematiche interpretative dottrinali e giurisprudenziali.


LA SENTENZA

Corte di Cassazione, sez. IV penale- Sentenza 20 settembre 2011, n. 34379

Reato colposo - Causalità - Cause sopravvenute da sole sufficienti a determinare l’evento - Cooperazione colposa - Concorso di cause colpose indipendenti - Principio dell’affidamento - Limite rappresentato dalla condotta negligente di chi lo invoca.

In tema di nesso causale, quando l’obbligo di impedire l’evento ricade su più persone che debbano intervenire o intervengano in tempi diversi, il nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva del titolare di una posizione di garanzia non viene meno per effetto del successivo mancato intervento da parte di un altro soggetto, parimenti destinatario dell’obbligo di impedire l’evento, configurandosi, in tale ipotesi, un concorso di cause ai sensi dell’art. 41, comma primo, c.p.

IL TESTO

Motivi della decisione

I ricorsi sono infondati, pur a fronte di una motivazione della sentenza di appello oltremodo sintetica, costruita rinviando di fatto a quella di primo grado.

Infatti, nella specie, tale modo di argomentare, se pur non ineccepibile, non risulta meritevole di censure in questa sede, risultando sostanzialmente assolto l’obbligo di corrispondere alle doglianze dei ricorrenti.

I giudici di appello, sia pure assai sinteticamente, hanno confermato il giudizio di responsabilità, facendo riferimento all’inadempimento da parte entrambi gli imputati (alla luce della rispettiva posizione di garanzia) all’obbligo di adozione delle cautele e dei presidi necessari e dovuti al fine di prevenire gli incendi, la cui omissione è stata posta in nesso di relazione causale con l’evento prodottosi.

Sono state, pertanto, recepite le argomentazioni logico-giuridiche contenute nella sentenza di primo grado afferenti le evidenti irregolarità che nella concreta fattispecie hanno caratterizzato sia le modalità di realizzazione del sistema canna fumaria- comignolo sia la installazione della stufa-stubotto, collegata a quel sistema per l’evacuazione dei prodotti della combustione. Rispetto alla ricostruzione delle cause tecniche dell’evento incendio, le doglianze dei ricorrenti, per quanto si esporrà, si risolvono in censure di merito, inaccoglibili in questa sede e risultano implicitamente superate dalle ragioni di segno contrario che legittimano la decisione.

Ciò premesso, entrambi i ricorrenti censurano, sotto diversi profili, la logicità della motivazione nella parte in cui afferma la loro responsabilità e ciascuno vorrebbe che fosse escluso l’addebito a proprio carico per l’incendio (la cui configurabilità è contestata dal C. anche in questa sede), sul rilievo reciproco che l’evento sarebbe riconducibile esclusivamente alla condotta colposa dell’altro, integrante una causa sopravvenuta sufficiente da sola a produrre l’evento ex art. 41, comma terzo, c.p..

Passando all’esame del ricorso proposto dal S., osserva il Collegio che le censure sono infondate avendo i giudici di merito logicamente evidenziato che nella fase di realizzazione dell’edificio condominiale da parte dell’impresa edile facente capo all’imputato erano state realizzate le indicate canne fumarie senza osservarsi tutte le dovute cautele imposte dalla normativa tecnica di settore, proprio al fine di evitare il rischio incendi, tenuto conto della prossimità delle predette canne a materiali combustibili ed infiammabili (quale il legno del tetto).

Né può validamente contrastarsi la sussistenza di detto rischio nella fattispecie concreta, visto che le canne fumarie, come evidenziato dai giudici di merito, fuoriuscivano dalla copertura del tetto, composta da strutture in legno e dalla guaina bituminosa, in violazione della Norma Uni 10683, ove è espressamente indicato che la canna fumaria deve essere adeguatamente distanziata da materiali combustibili o infiammabili mediante intercapedine d’aria od opportuno isolante.

La citata inadeguatezza nel caso in esame, peraltro, come accertato dalle consulenze in atti, non riguardava solo lo spazio/intercapedine tra le canne fumarie ed il tavolato della copertura ma anche lo strato di lana di roccia, all’interno delle citate canne, che, pur funzionando da isolante termico, non garantiva sufficientemente dal rischio di surriscaldamento delle circostanti strutture lignee contigue alle canne stesse.

Un ulteriore profilo di colpa, rilevante causalmente, è stato, inoltre, correttamente individuato nella realizzazione di un unico comignolo per due canne fumarie, con la conseguente difficoltà tecnica nella adeguata evacuazione dei fumi da un camino per effetto della pressione dei fumi uscenti dall’altro.

Sul punto le doglianze del ricorrente sono meramente assertive e si fondano su una opinabile ricostruzione della vicenda che non può essere proposta all’attenzione della Corte di legittimità.

Si tratta, in vero, di una ricostruzione che poggia su un asserita imprevedibilità di circostanze di fatto, sopravvenute alla realizzazione dell’edificio (la diversa destinazione del magazzino, l’installazione di una stufa a legna delle dimensioni dello stubotto in violazione delle norme di sicurezza), che si assumono al di fuori del potere di intervento del S. nonché sulla condotta colposa del C., della quale si afferma la rilevanza in via esclusiva nella determinazione dell’evento.

Quanto alla prima contestazione, i giudici di merito hanno, invece, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, sottolineato la consapevolezza del S. circa destinazione del magazzino a vano abitabile e delle canne fumarie e del comignolo allo scarico dei prodotti derivanti dalla combustione della legna, proprio evidenziando che lo stesso risultava titolare dell’impresa costruttrice dell’edificio condominiale, che aveva installato le citate canne su richiesta dell’acquirente della singola unità immobiliare e previo accordo con la parte interessata per l’acquisto dei materiali.

Quanto alla seconda contestazione, proprio le inosservanza colpose ascritte all’imputato, sopra descritte, consentono di ritenere infondate le censure svolte dal ricorrente su quella parte della motivazione che aveva escluso l’efficienza causale in via esclusiva alla condotta del coimputato, tale da poter rilevare ai fini della interruzione del nesso causale.

Sul punto il ricorrente tralascia di considerare che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, ai fini dell’apprezzamento dell’eventuale interruzione del nesso causale tra la condotta e l’evento (articolo 41, comma secondo, c.p.), il concetto di causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento ha riferimento a fattori completamente atipici, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale, che non si verificano se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta. In proposito, dovendosi escludere che possa assumere tale rilievo eccezionale la condotta di un soggetto, pur negligente, la cui condotta inosservante trovi la sua origine e spiegazione nella condotta di chi abbia creato colposamente le premesse su cui si innesta il suo errore o la sua condotta negligente (v. Sez. 4^, 29 aprile 2009, Cipiccia ed altri, rv. 243933).

Il giudicante di merito, sia pure con motivazione implicita ma chiaramente desumibile dal complessivo apprezzamento della parte esplicativa della decisione, ha correttamente applicato tali principi quando ha escluso che potesse integrare tale causa eccezionale l’intervento dell’installatore della stufa.

Ciò perché, in ogni casi, la realizzazione improvvida dello stubotto era intervenuta in un sistema canna fumaria - comignolo eseguito in violazione della normativa di settore.

Anche il ricorso proposto dal C. è infondato.

Infondato è il primo motivo con il quale anche in questa sede si contesta a configurabilità del fatto come incendio.

Basta ricordare che per la configurabilità del reato di incendio colposo, il fuoco, causato dalla condotta imprudente e negligente dell’agente, deve essere caratterizzato dalla vastità delle proporzioni, dalla tendenza a progredire e dalla difficoltà di spegnimento, restando irrilevante che resti circoscritto entro un limite oltre il quale non possa estendersi; in presenza di tali caratteristiche, il giudice, il cui accertamento di fatto non è sindacabile in sede di legittimità se condotto con criteri non illogici, deve prescindere dall’accertamento di un pericolo concreto, in quanto nel reato in questione il pericolo per la pubblica incolumità è presunto (tra le altre, Sezione 4^, 21 febbraio 2007, Marasà, non massimata).

È alla luce di questo principio che deve apprezzarsi la logicità della decisione (insindacabile in questa sede, alla luce di quanto appena detto) che ha affermato la sussistenza in fatto dell’incendio, evidenziandone la vastità e la difficoltà di spegnimento (che vide impegnati per molte ore i vigili del fuoco).

Ciò premesso, la colpa del C. è stata correttamente e logicamente individuata dai giudici di merito nell’omessa verifica della struttura complessiva in cui la stufa doveva essere inserita, verifica alla quale era strettamente connesso l’obbligo di controllo del funzionamento dell’apparecchio e dell’assenza di situazioni di pericolo ricollegabili comunque al suo funzionamento, così come del resto era prescritto nel libretto di istruzioni per l’installazione dello stubotto.

È stato, in particolare, sottolineato che tali verifiche non avrebbero richiesto azioni invasive con rottura delle strutture murarie, così come sostenuto dalla tesi difensiva, ma più semplicemente un accesso alla copertura dell’edificio anche attraverso il sottotetto pertinente all’appartamento sovrastante quello della M., con la possibilità di accorgersi delle anomale caratteristiche del comignolo e della presenza anomala di due canne fumarie coperte dallo stesso comignolo.

La sentenza è congruamente motivata anche nella ricostruzione del nesso eziologico e nel collegamento del fatto anche alla condotta colposa del C., che, intervenuto tre anni dopo il S., non aveva comunque rimosso le condizioni di pericolo derivanti dalla condizione dell’impianto.

Né, per escludere la responsabilità del prevenuto a fronte di un evento dannoso ragionevolmente ritenuto prevedibile (per il rischio incendio derivante dalla contiguità tra le canne fumarie ed il tavolato ligneo) ed evitabile (laddove fossero state rispettata la normativa tecnica di riferimento) potrebbe valere il “principio dell’affidamento”, invocato dal ricorrente, ossia il principio secondo il quale ogni consociato può confidare che ciascuno si comporti adottando le regole precauzionali normalmente riferibili al modello di agente proprio della attività che di volta in volta viene in questione. Tale principio, infatti, pacificamente, non è invocabile allorché l’altrui condotta imprudente, ossia il non rispetto da parte di altri delle regole precauzionali normalmente riferibili al modello di agente che viene in questione, si innesti sull’inosservanza di una regola precauzionale da parte di chi invoca il principio: ossia allorché l’altrui condotta imprudente abbia la sua causa proprio nel non rispetto delle norme di prudenza, o specifiche o comuni, da parte di chi vorrebbe che quel principio operasse (v. da ultimo, Sez. 4^, 8 ottobre 2009, p.c. in proc. Minunno, rv. 245663, sia pure con riferimento ai reati colposi in tema di violazione della normativa sulla circolazione stradale). Ciò che nella specie è indubitabile a fronte della rilevata mancanza di verifica della struttura complessiva in cui andava inserita la stufa a legna, che venne allacciata ad una delle canne fumarie con le irregolarità tecniche sopra descritte, rendendo così concreto il rischio di fenomeni di carbonizzazione e combustione delle strutture lignee del tavolato di copertura posto in contiguità alla sezione della canna fumaria cui venne allacciato lo stubotto. Rischio che si concretizzò nel pomeriggio del 3 gennaio 2004 in presenza di contingenti fattori quali l’alimentazione intensiva e prolungata dello stubotto.

In conclusione le condotte omissive e commissive di entrambi gli imputati,sono state determinanti nella causazione dell’evento e si sono poste come condotte colpose indipendenti nella produzione dell’incendio ex art. 41, comma 1, c.p..

Tale conclusione è coerente applicazione del principio affermato in più occasioni da questa Corte secondo il quale, quando l’obbligo di impedire l’evento ricade su più persone che debbano intervenire o intervengano in tempi diversi, il nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva del titolare di una posizione di garanzia non viene meno per effetto del successivo mancato intervento da parte di altro soggetto, parimenti destinatario dell’obbligo di impedire l’evento, configurandosi, in tale ipotesi, un concorso di cause ai sensi dell’art. 41, comma primo, c.p..

Per mera completezza espositiva, pur non essendo oggetto di specifico motivo di impugnazione, va, pertanto, chiarito che non è configurabile nel caso in esame la cooperazione nel delitto colposo, come invece affermato nella sentenza impugnata.

Ciò che caratterizza la cooperazione nel delitto colposo (cosiddetto concorso improprio) (articolo 113 c.p.) è il legame psicologico che si instaura tra gli agenti, ognuno dei quali è conscio della condotta degli altri. Tale consapevolezza riguarda, ovviamente, solo la partecipazione di altri soggetti e non il verificarsi dell’evento, vertendosi in tema di reato colposo. A tal fine, inoltre, non è necessaria la conoscenza dell’identità dei partecipi e delle specifiche condotte di questi, essendo necessaria e sufficiente la coscienza dell’altrui partecipazione al contesto in cui si svolge la propria condotta ovvero, più specificamente, allorquando si verta in ipotesi di condotte che si svolgono nell’ambito di organizzazione complesse (organizzazione sanitaria; imprese; settori della pubblica amministrazione), la coscienza che la trattazione della vicenda sottoposta alla propria attenzione non è soltanto a sé riservata perché anche altri soggetti ne sono o ne saranno investiti (v. oltre, la già citata sentenza Cipicchia ed altri, anche, sempre della 4^ Sez. 12 novembre 2008, Calabrò ed altro, non massimata sul punto).

Alla luce di questi principi è, pertanto, evidente che nella fattispecie in esame non è configurabile, tenuto conto della ricostruzione dei fatti, quale emerge dalla sentenza impugnata, la cooperazione nel delitto colposo, poiché nessuno dei due titolari delle rispettive posizioni di garanzia, nel porre in essere le distinte condotte colpose (il S., l’omessa predisposizione della struttura nel rispetto della normativa sulla sicurezza ed il C. la omessa verifica della compatibilità della citata struttura con la stufa da installare), era consapevole dell’intervento dell’altro.

L’erronea tesi giuridica applicata dal giudice di merito, non riflettendosi sulle erroneità della decisione, non ha però rilievo ai fine della impugnazione, perché in questi casi difetta l’interesse ad impugnare. Questo principio nel giudizio di legittimità è esplicitato dall’art. 619, comma primo, c.p.p., secondo il quale, gli errori di diritto nella motivazione e le erronee indicazioni di testi di legge non producono l’annullamento della sentenza impugnata, se non hanno avuto influenza decisiva sul dispositivo.

Ciò che si è verificato nel caso in esame, laddove ciò che rileva, comunque, ai fini della contestazione,oltre anche al nomen iuris del fatto esplicitato nel capo di imputazione, sono le condotte concretamente contestate e le circostanze fattuali al riguardo evidenziate, mentre è irrilevante - sotto il profilo dell’art. 521 c.p.p., l’erroneo richiamo di una norma di legge (nella specie, l’art. 113 c.p.) (v. in questo senso anche Sez. 4^, 4 febbraio 2004, Caffaz e altri, non massimata).

Al rigetto dei ricorsi consegue ex art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

IL COMMENTO

IL FENOMENO DELLE CONCAUSE NEL REATO COLPOSO E LA PRECEDENTE CONDOTTA COLPOSA QUALE LIMITE DI OPERATIVITA’ AL PRINCIPIO DELL’AFFIDAMENTO

di

Emanuela Cozzitorto

Sommario. 1.- Il caso. 2.- Le concause e le cause da sole sufficienti a determinare l’evento. 3.- Il discrimen tra cooperazione colposa e cause colpose indipendenti. 4.- La causalità attiva ed omissiva e le componenti omissive della colpa. Alcune precisazioni. 5.- La precedente condotta colposa quale limite di operatività del principio dell’affidamento. 6.- Brevi considerazioni conclusive.

1. Il caso.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, contribuisce, nell’ambito del complesso fenomeno delle concause, a delineare la linea di demarcazione tra cause da sole sufficienti a determinare l’evento, concorso di cause colpose indipendenti e cooperazione colposa.

Nella specie, la Corte di Cassazione, a fronte di un incendio sviluppatosi sul tetto di un edificio a causa di una stufa funzionante a legna, è stata chiamata a valutare la responsabilità penale sia della ditta costruttrice della palazzina, sia dell’installatore della stufa in uno degli appartamenti condominiali.

Il giudice di legittimità, con la pronuncia in epigrafe, ha confermato la sentenza di secondo grado, con la quale i due imputati erano stati ritenuti colpevoli del reato di incendio colposo, ai sensi degli artt. 423 e 449 c.p.

In particolare, alla ditta costruttrice della palazzina condominiale veniva contestato di aver colposamente dato causa all’incendio, avendo predisposto un isolamento inadeguato della canna fumaria, nella parte in cui la stessa veniva in contatto con il sottotetto, in violazione della specifica normativa dettata in materia. All’installatore della stufa, d’altro lato, era contestato di non aver adeguatamente valutato le peculiarità della situazione nella quale si trovava ad operare (già viziata, in sostanza, dalla violazione delle norme prudenziali da parte della ditta costruttrice); di non aver, quindi, diligentemente prevenuto ogni tipo di incendio domestico e di non aver rimosso le condizioni di pericolo derivanti dalla condizione dell’impianto.

La Corte di Cassazione, conformemente a quanto ritenuto dal giudice di seconda istanza, ha disatteso la ricostruzione proposta dalle difese di entrambi gli imputati, secondo le quali ciascuna delle condotte sarebbe stata sufficiente a determinare l’evento, ponendosi, rispetto all’altra, come elemento interruttivo del nesso causale tra la condotta e l’evento, ai sensi dell’art. 41, secondo comma, c.p.

Entrambi gli imputati, infatti, agendo in violazione della normativa imposta in materia di sicurezza, hanno contribuito a cagionare l’evento, ancorchè si siano trovati ad agire in tempi differenti.

Il concetto di causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento fa riferimento a fattori completamente atipici, di carattere anomalo ed eccezionale, che non si manifestano se non in casi del tutto imprevedibili. Si tratta, quindi, di una ricostruzione che non si attaglia al caso di specie, in cui il nesso di causalità tra la condotta del titolare della posizione di garanzia e l’evento non viene meno per effetto del mancato intervento di altro soggetto, analogamente destinatario dell’obbligo di impedire l’evento.

Diversamente da quanto sostenuto dai giudici di merito, tuttavia, nel caso in esame, ad avviso dei giudici di legittimità, si configura un concorso di cause colpose indipendenti, ai sensi dell’art. 41, comma primo, c.p., e non, invece, una cooperazione colposa, ai sensi dell’art. 113 c.p.

La Suprema Corte, conformandosi al prevalente orientamento giurisprudenziale in materia, rinviene il discrimen tra concorso di cause indipendenti e cooperazione colposa nell’elemento psicologico e, nella specie, nella consapevolezza, in capo agli agenti, della partecipazione di altri soggetti.

Si tratta di una consapevolezza che, ad avviso del giudice di ultima istanza, nel caso di specie assolutamente manca, in quanto nessuno dei due imputati, nel porre in essere la contestata condotta colposa, era a conoscenza dell’intervento dell’altro.

Con la sentenza in commento, inoltre, la Corte chiarisce un importante limite all’operatività del «principio dell’affidamento», a sua volta invocato, nella fattispecie in esame, come limite della responsabilità penale dell’installatore della stufa.

Nello specifico, viene chiarito che tale principio non può operare, allorchè chi invoca la propria fiducia nella diligenza altrui sia esso stesso incorso nella violazione di una norma precauzionale.

In sostanza, una cosa è l’affidamento nell’altrui condotta diligente; altro è l’affidamento nel fatto che l’altrui condotta diligente consenta di evitare le conseguenze derivanti dalle proprie negligenze.

In quest’ultima accezione, l’affidamento non può trovare alcuna valida tutela giuridica.

Prima di analizzare dettagliatamente le accennate argomentazioni giuridiche, occorre analizzare la linea di confine tra cause da sole sufficienti a determinare l’evento, concorso di cause colpose indipendenti e cooperazione colposa.

Ci si soffermerà, in particolare, sui tormentati rapporti tra questi ultimi due istituti, alla luce dei più recenti approdi dottrinali e giurisprudenziali.

2. Le concause e le cause da sole sufficienti a determinare l’evento

La ricostruzione della vicenda, resa dalla Suprema Corte nella sentenza in commento, impone di analizzare il tema, da sempre foriero di numerose problematiche interpretative, del concorso di cause, partendo innanzitutto dall’esegesi del secondo comma dell’art. 41 c.p.

...omissis...






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