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Articolo di Dottrina



DELITTO DI "STALKING"



alla luce degli ultimi approdi ermeneutici di merito e di legittimità

Simona Di Nicola

di

Simona Di Nicola

Estratto dell’approfondimento di penale inserito nel fascicolo di giugno della Rivista cartacea Neldiritto.

Nuovi spunti giurisprudenziali sulla declinazione concreta del delitto di atti persecutori (“stalking”) in punto di elemento oggettivo del reato (Cass. pen., sez. V, 7 marzo 2011, n. 8832).

L’Autrice trae spunto dalla sentenza 7 marzo 2011, n. 8832 emessa dalla Quinta Sezione della Corte di Cassazione per esaminare i profili oggettivi del delitto di “stalking” alla luce degli ultimi approdi ermeneutici di merito e di legittimità che, valorizzando la connotazione spiccatamente causale impressa al reato dal legislatore del 2009, ne riconoscono la natura di reato di evento di danno, necessariamente abituale, estendendo i margini della condotta di “molestia” e di “minaccia” in funzione della verificazione di uno dei tre eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice, fino a ricomprendervi anche le condotte di danneggiamento e di “cyberstalking”.

1.1. Il caso e il principio enunciato.

La sentenza del 7 marzo 2011, n. 8832 emessa dalla quinta sezione della Corte di Cassazione desta interesse con riguardo allo sviluppo pratico del taglio funzionale impresso dal legislatore alla condotta del reato di cui all’art. 612 bis cod. pen.

Rispetto ad un iniziale approccio casistico ed interpretativo, che identificava nell’incolumità fisica l’oggetto diretto dell’aggressione attuata dall’agente, in quanto sola condotta suscettibile di ingenerare “il fondato timore per l’incolumità propria” della persona offesa, la pronuncia in esame valorizza la connotazione causale del reato, chiarendo che ogni condotta minacciosa o aggressiva, quantunque rivolta direttamente verso cose piuttosto che verso la persona, può integrare il delitto di atti persecutori, a condizione che, per le modalità con le quali è stata attuata e la cadenza temporale nella quale si è sviluppata, sia idonea concretamente a cagionare uno dei tre eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

Il caso esaminato dai giudici di Piazza Cavour ha avuto ad oggetto l’impugnazione dell’ordinanza emessa dal Tribunale del riesame di Torino a conferma dell’ordinanza cautelare del Gip del tribunale di Asti, applicativa della misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima di condotte persecutorie, concretizzatesi in ripetute minacce e atteggiamenti intimidatori, iniziati subito dopo il termine della relazione sentimentale intrattenuta tra l’agente e la persona offesa e culminate con l’incendio doloso dell’auto di quest’ultima.

Il ricorso per cassazione lamentava violazione di legge in riferimento all’art. 612 bis cod. pen. e mancanza di motivazione in ordine alla configurazione giuridica del reato, per avere il tribunale erroneamente ritenuto la realizzazione contestuale di tutti gli eventi previsti dalla norma. Il ricorrente sottolinea, in particolare, che gli atti di danneggiamento contestatigli non sono stati rivolti contro l’incolumità fisica della persona offesa, bensì verso cose, di guisa che nessun timore può essere stato ragionevolmente ingenerato nella vittima per la propria incolumità fisica[1].

Gli ermellini, ricostruita la base indiziaria posta dal Tribunale a fondamento della sua decisione, e ritenuto in fatto che l’incendio dell’autovettura abbia rappresentato il culmine di una escalation di atti di danneggiamento sui beni della persona offesa, ha evidenziato che una serie di danneggiamenti su beni della vittima, posti in essere in un susseguirsi di episodi rapido, martellante ed emotivamente destabilizzante, è suscettibile di incidere sullo stato psichico della stessa.

I singoli atti di danneggiamento, inseriti in una serie teleologicamente unitaria di atti persecutori (nella specie costituiti da numerosi, ripetuti danneggiamenti all’auto: allo specchietto, alla carrozzeria, ai pneumatici, al gruppo ottico, al lunotto posteriore; e all’abitazione: al campanello, al sistema di allarme e alla porta di ingresso), commessi in un arco di tempo caratterizzato da particolare pressione, depongono nel senso della sussistenza di un atteggiamento persecutorio pienamente conforme alla tipizzazione normativa del delitto. La violenza materiale e psicologica in cui si sostanziano i reiterati danneggiamenti sono idonei a ingenerare uno stato di turbamento psicologico nella vittima, derivante non già da un singolo fattore di stimolo ansiogeno, bensì da una serie di comportamenti persecutori, che determinano una rottura nel suo equilibrio emotivo e danno luogo ad un crescendo di tensione, preoccupazione, nervosismo, paura, di grave spessore e perdurante nel tempo.

La Corte chiarisce significativamente che la sussistenza del “grave e perdurante stato di ansia o di paura” della persona offesa, richiesto dalla norma quale evento alternativamente previsto per il perfezionamento del reato, non dipende dall’accertamento di una vera e propria patologia: quest’ultima rileverebbe solo nell’ipotesi in cui fosse contestato il concorso formale tra il delitto di atti persecutori e l’ulteriore delitto di lesioni, di cui all’art. 582 cod. pen. I due reati divergono perché:

· nelle lesioni l’evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica;

· nello “stalking” è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima.

Dai richiamati principi di diritto emerge con evidenza la caratterizzazione spiccatamente causale del delitto di atti persecutori, in ragione della quale non rileva tanto il tipo di condotta posta in essere dall’agente né della specificità dell’oggetto materiale del reato (trattandosi di un reato di evento a forma libera) quanto l’idoneità, da valutare in concreto, della condotta a cagionare uno dei tre eventi alternativamente tipizzati dalla norma incriminatrice:

a) il perdurante e grave stato di ansia o paura della vittima;

b)il fondato timore per la propria incolumità o per quella di persona comunque ad essa affettivamente legata;

c) la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.

1.2. La connotazione causale del reato di “stalking”.

L’art. 612 bis cod. pen. incrimina la condotta di chi “minaccia o molesta taluno con condotte reiterate in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”: esso comprende comportamenti che in precedenza risultavano solo parzialmente tipizzati nelle preesistenti norme di cui agli artt. 572, 612, 615 e 660 c.p., le quali non esaurivano l’ambito di riferimento bisognoso di tutela penale.

Lo spettro dei comportamenti inscritti nella nuova fattispecie dello “stalking” in effetti, è più ampio di quello garantito in passato dalla somma delle diverse norme incriminatici e la tutela penale offerta dalle stesse, soprattutto considerando il principio generale costituito dal divieto di analogia in malam partem contenuto negli artt. 25 Cost., 1 c.p., e 14 delle preleggi, portava ad escludere una loro interpretazione eccessivamente lata.

In conseguenza della tipologia di riferimento delle condotte riconducibili alla nuova figura degli atti persecutori e per la difficoltà di ricondurre a fattor comune la molteplicità delle condotte, il legislatore ha delineato una “fattispecie di chiusura”, al limite dell’indeterminatezza, che, tuttavia, riesce a ricomprendere anche comportamenti pregiudizievoli per le vittime che prima dell’introduzione della nuova norma sfuggivano alle garanzie di tutela penale: la fattispecie, infatti, è stata introdotta per colmare il vuoto normativo determinato dall’impossibilità di incriminare, se non con il riferimento all’istituto della continuazione, ipotesi di minaccia, molestie e violenza privata poste in essere in forma seriale.

Il delitto si propone, quindi, come:

· un reato con condotta a forma libera, il cui elemento distintivo tipico è costituito dalla necessità di reiterazione delle condotte omogenee o eterogenee;

· reato complesso, nel senso dell’art 84 cod. pen., nella misura in cui l’elemento oggettivo si concretizza nella minaccia e la molestia, che integrano autonome ipotesi di reato, la prima incriminata dall’art 612 cod. pen. e la seconda dall’art 660 cod. pen.

Mutuando la nozione che l’interpretazione giurisprudenziale ce ne ha consegnato, la minaccia consiste nella prospettazione di un male futuro e ingiusto, la cui verificazione dipende dalla volontà dell’agente o comunque in qualsiasi comportamento o atteggiamento intimidatorio dell’agente, idoneo ad eliminare o ridurre sensibilmente nel soggetto passivo la capacità di determinarsi ed agire secondo la propria indipendente volontà[2]. Essa può conseguire anche all’esercizio di una facoltà legittima, la quale sia tuttavia abusata, ossia esercitata per il conseguimento di scopi diversi da quelli per i quali la legge tipicamente la preordina. Per molestia si intende, invece, qualunque condotta idonea ad alterare dolosamente, fastidiosamente o inopportunamente, in modo immediato o anche mediato, la condizione psichica di una persona.

Il quid pluris che caratterizza il reato di “stalking” rispetto alle minacce ed alle molestie è costituito da due elementi:

a) la reiterazione;

b) l’idoneità della condotta a: cagionare un grave e perdurante stato di ansia o di paura o a ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da una relazione affettiva o a costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

... omissis...



[1] La sentenza da conto dei seguenti motivi di censura dell’ordinanza del Tribunale del riesame di Torino sotto il profilo della contestuale verificazione di tutti e tre gli eventi di danno previsti dall’art. 612 bis cod. pen.: “quanto al timore della donna per la propria incolumità tisica, la D. non ha mai manifestato timore nè ha denunciato minacce del R.. Gli atti di danneggiamento contestati non sono stati rivolti contro l’incolumità fisica, essendo diretti verso le cose. Non risulta che la D. abbia dovuto alterare le proprie abitudini di vita, in quanto tale evento non può dirsi realizzato, a seguito dell’incendio della sua auto, per l’impossibilità di visitare la madre in ospedale, per mancanza di un mezzo di trasporto. Quanto al perdurante e grave stato di ansia, il ricorrente rileva che l’attestazione deriva da un certificato medico, redatto da uno specialista in malattie dell’apparato respiratorio: è evidente che un generico stato d’ansia, certificato non da uno specialista neurologo o psichiatrico, non può essere contuso con una situazione ben delineata dalla norma, che richiede che lo stato d’ansia sia,oltre che grave, anche perdurante”: Cass. pen., sez. V, 7 marzo 2011, n. 8832, in www.neldiritto.it.

[2] Cass. pen., sez. VII, 12 luglio 2006, n. 35619, in Cass. pen. 2007, 6, 2502.






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