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Articolo di Dottrina



RICETTAZIONE, INCAUTO ACQUISTO E ILLECITO AMMINISTRATIVO EX ART. 1, CO. 7



D.L. 35/2005 AL VAGLIO DELLE SEZIONI UNITE

Giuseppe BORRIELLO

I RAPPORTI TRA ILLECITO AMMINISTRATIVO EX ART. 1, CO. 7, D. L. N. 35/2005,

RICETTAZIONE E INCAUTO ACQUISTO

Si anticipa un estratto dell’approfondimento di diritto penale che sarà inserito nel fascicolo di Dicembre della Rivista cartacea Neldiritto

Con l’ordinanza in commento, la Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione dei rapporti tra l’illecito amministrativo previsto dall’art. 1, co. 7, d.l. 35/2005, e le norme incriminatrici della ricettazione di cui all’art. 648 c.p. e dell’incauto acquisto ex art. 712 c.p. La premessa da cui muove l’ordinanza di rimessione è costituita dalla novella legislativa che ha interessato la norma del citato decreto-legge: invero, la clausola “salvo che il fatto costituisca reato”, originariamente contenuta nell’art. 1, co. 7, D.L. 35/2005, induceva a ritenere che i rapporti tra l’illecito amministrativo di “acquisto di cose in violazione delle norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”, disciplinato dalla medesima norma, e i reati di ricettazione e di incauto acquisto dovessero essere risolti sulla base del principio di sussidiarietà espressa; con l’intervento legislativo n. 99/2009, il legislatore ha tuttavia eliminato qualsiasi riferimento alla clausola predetta, ingenerando forti dubbi in ordine al criterio da applicare nella regolamentazione dei rapporti fra le fattispecie penale succitate e l’illecito amministrativo predetto, questione su cui sono emersi differenti orientamenti dottrinari e giurisprudenziali. Il persistere di tale incertezza ha portato la Seconda Sezione della Corte di Cassazione a richiedere l’intervento delle Sezioni Unite al fine di fornire la corretta interpretazione dell’art. 1, comma 7, del D. L. 14 marzo 2005, n. 35, ed in particolare se la stessa sia speciale solo rispetto alla disposizione dell’acquisto di cose di sospetta provenienza di cui all’art. 712 c.p. e non anche al reato di ricettazione d cui all’art. 648 c.p.

LA SENTENZA

Corte di Cassazione, Sez. II Penale, 12 Ottobre 2011, n. 36766

Pres. Sirena – Est. Davigo

Reati contro il patrimonio – Reati contro l’amministrazione della giustizia – Ricettazione – Incauto Acquisto ex art. 712 c.p. – Acquisto di beni in violazione delle norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale ex art. 1, co. 7, D.L. 35/2005 conv. in L. 80/2005 – Concorso apparente di norme – Criterio di specialità – Criterio di sussidiarietà – Rimessione alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

LA MASSIMA

E’ rimessa alle Sezioni Unite la questione relativa alla corretta interpretazione dell’art. 1, comma 7, del D. L. 14 marzo 2005, n. 35, se cioè la stessa sia speciale solo rispetto alla disposizione dell’acquisto di cose di sospetta provenienza di cui all’art. 712 c.p. e non anche al reato di ricettazione di cui all’art. 648 c.p.

IL TESTO

Ritenuto in fatto

Con sentenza in data 16 giugno 2006, il Tribunale di Bergamo assolse M.F. dal reato di tentata ricettazione (relativa all'acquisto tentato su internet di un orologio con marchio Rolex contraffatto, prodotto in Cina; il plico non perveniva al destinatario perché sequestrato dalla dogana dell'aeroporto di (OMISSIS) ) perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, in quanto depenalizzato dall'art. 1 comma 7 legge n. 80/2005.

Avverso tale pronunzia il Procuratore della Repubblica propose ricorso per cassazione poi convenuto in appello e la Corte d'appello di Brescia, con sentenza in data 25 ottobre 2010, in riforma della decisione di primo grado, dichiarò M.F. responsabile del reato ascrittogli e - concesse le attenuanti generiche, ritenuta l'ipotesi lieve della ricettazione - lo condannò alla pena di mesi 2 di reclusione ed Euro 200,00 di multa.

L'imputato fu altresì condannato al risarcimento dei danni (da liquidarsi in separato giudizio) ed alla rifusione delle spese a favore delle parti civili Rolex S.A. e Rolex Italia S.p.A..

Ricorre per cassazione il difensore dell'imputato deducendo violazione di legge e vizio di motivazione in quanto, pacifico essendo che l'imputato era acquirente finale dell'orologio, tale condotta sarebbe depenalizzata giacché l'art. 1 comma 7 della legge 14 maggio 2005, n. 80 (in realtà del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con la legge citata) è stato modificato dalla legge 23 luglio 2009, n. 99 che ha tolto l'inciso 'salvo che il fatto costituisca reato': avrebbe, perciò, errato la Corte territoriale nel ritenere che sia stata depenalizzata, con riferimento all'acquisto finale di prodotti con marchio contraffatto, l'ipotesi di incauto acquisto e non quella della ricettazione.

E infine, gli elementi posti a base dell'elemento soggettivo proverebbero la sussistenza solo di quello richiesto dalla violazione amministrativa, atteso che dalla pagina internet, scritta in inglese, si poteva desumere che si trattasse di una replica dell'orologio senza che risultasse la contraffazione del marchio registrato, unico tutelato, tanto più che l'imputato ha dichiarato di avere una conoscenza solo scolastica della lingua inglese.

Con note di udienza depositate il 14.9.2011 il difensore della parie civile Rolex S.A. ha sostenuto l'infondatezza del ricorso.

Considerato in diritto

Il ricorso deve essere rimesso alle Sezioni Unite ai sensi dell'art. 618 c.p.p..

L'articolo 1, comma 7, del D. L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella legge 14 maggio 2005, n. 80, nella prima parte stabiliva: '7. Salvo che il fatto costituisca reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10,000 Euro l'acquisto o l'accettazione, senza averne prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l'entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà intellettuale.'

A seguito delle modifiche introdotte dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, il testo è stato cosi modificato:

'7. È punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 Euro fino a 7,000 Euro l'acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, perla loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l'entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale'.

La Corte territoriale ha ritenuto che la soppressione dell'inciso 'salvo che il fatto costituisca reato' non esclude la configurabilità del delitto di ricettazione ogni qual volta ne sussistano gli estremi oggettivi e soggettivi, cioè quando l'acquirente sia consapevole della provenienza da delitto del bene acquistato. Ciò in quanto la norma, con la dizione 'l'acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, perla loro qualità o perla condizione di chi le offre o per l'entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale', è costruita sulla falsariga della disposizione di cui all'articolo 712 c.p..

Quanto sopra premesso, il Collegio osserva che secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, in caso di concorso tra disposizione penale incriminatrice e disposizione amministrativa sanzionatoria in riferimento allo stesso fatto, deve trovare applicazione esclusivamente la disposizione che risulti speciale rispetto all'altra all'esito del confronto tra le rispettive fattispecie astratte. (Cass., Sez. Un., Sentenza n. 1963 del 28.10.2010, dep. 21.1.2011; rv 248722). Ciò posto, va messo in rilievo che secondo una tesi giuridica - sostenuta da alcuni - il testo della fattispecie della violazione amministrativa di cui all'articolo 1, comma 7, del D. L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella legge 14 maggio 2005, n. 80, come modificato dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, risulterebbe speciale solo rispetto alla disposizione di cui all'articolo 712 c.p., relativa all'acquisto di cose di sospetta provenienza, che stabilisce: 'chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l'entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato, è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda non inferiore a Euro 10'.

Infatti, secondo i fautori di tale tesi, l'inciso 'acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o perla condizione di chi le offre o per l'entità del prezzo' contenuto nella violazione amministrativa sarebbe confrontabile solo con l'ipotesi di cui all'articolo 712 c.p. e non con quella di cui all'articolo 648 c.p., che punisce le condotte di acquisto, ricezione od occultamento di denaro o cose provenienti da qualsiasi delitto al fine di procurare a se o ad altri un ingiusto profitto e con la consapevolezza della provenienze delittuosa.

Per i sostenitori di tale indirizzo, inoltre, se appare certo che la violazione amministrativa citata si ponga in rapporto di specialità rispetto al reato di cui all'articolo 712 c.p., non altrettanto evidente è il rapporto di specialità rispetto al delitto di ricettazione, sia pure nei limiti della fattispecie della violazione amministrativa: e ciò in quanto questa Corte ha affermato che integra il reato di ricettazione la ricezione o l'acquisto, al fine di profitto, di un oggetto con il marchio contraffatto da parte di chi abbia consapevolezza dell'apposizione su di esso di un falso segno distintivo della sua provenienza, atteso che il segno distintivo contraffatto, una volta impresso sul prodotto, si identifica con esso. (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 29965 del 24.6.2009 dep. 17.7.2009 rv 244673).

A tale orientamento giuridico se ne oppone, però, un altro di segno diametralmente opposto: e i sostenitori di tale indirizzo osservano che la conseguenza del primo orientamento - adottato dalla Corte territoriale nella sentenza impugnata - è che residuerebbero soltanto casi di scuola di applicabilità della fattispecie amministrativa: ciò in quanto non è ragionevolmente ipotizzabile che l'acquirente finale di un prodotto con segni falsi, acquistato dai venditori ambulanti, non sia a conoscenza della circostanza che quell'oggetto, proprio 'per la qualità del bene, per la condizione di chi lo offre e per l'entità del prezzo' rappresenta il frutto della violazione dell'articolo 474 c.p..

E proprio in base a tale argomentazione, viene prospettata la tesi giuridica che porta a quella interpretazione diversa, secondo cui la violazione amministrativa sarebbe speciale anche con riferimento alle ipotesi di ricettazione, allorché la provenienza delittuosa coincida con l'ipotesi che 'siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale'.

Tale seconda interpretazione, per il vero, sembrerebbe più aderente alla volontà del legislatore di escludere da sanzioni penali l'acquirente finale dei beni con marchi contraffatti o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata.

E i sostenitori della stessa osservano, a sostegno della loro tesi, che la similitudine della norma in esame con quella che punisce l'incauto acquisto è solo apparente: e infatti, l'articolo 712 c.p., per descrivere lo stato psicologico dell'acquirente, usa l'inciso 'abbia motivo si sospettare', mentre la norma che prevede l'illecito amministrativo utilizza l'espressione 'inducano a ritenere'; e tale espressione, con tutta evidenza è idonea ad abbracciare sia le situazioni di mero sospetto che quelle di piena consapevolezza della provenienza illecita del bene oggetto della transazione commerciale.

Poiché le interpretazioni su riferite darebbero sicuramente luogo a contrasti giurisprudenziali in una materia tanto delicata, che potenzialmente coinvolge migliaia di acquirenti di beni con marchi contraffatti, appare opportuno rimettere il ricorso alle Sezioni Unite di questa Corte, al fine di ottenere una decisione che non lasci all'interprete dubbio alcuno.

P.Q.M.

Rimette il ricorso alle Sezioni Unite di queste Corte.

IL COMMENTO

di

Giuseppe Borriello

I RAPPORTI STRUTTURALI TRA

RICETTAZIONE, INCAUTO ACQUISTO E

ILLECITO AMMINISTRATIVO EX ART. 1, CO. 7,

D.L. 35/2005 AL VAGLIO DELLE SEZIONI UNITE

SOMMARIO. 1.- Premessa. 2.- Il contesto normativo. 3.- Il contrasto interpretativo emerso in merito al rapporto tra illecito amministrativo ex art. 1, co. 7, d.l. 35/2005 e norme incriminatrici ex artt. 648 e 712 c.p. 3.1.- Il primo orientamento: l’illecito amministrativo è speciale soltanto rispetto all’incauto acquisto. 3.2.- Il secondo orientamento: l’illecito amministrativo ha una generalizzata funzione specializzante. 4.- Il rapporto tra ricettazione e incauto acquisto. 5.- Brevi considerazioni conclusive.

1. Premessa.

Con l’ordinanza di rimessione in esame, la Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione invita le Sezioni Unite a risolvere la questione del concorso apparente di norme in relazione a due punti focali. Da un lato chiede di “aggiornare” lo stato dei rapporti tra il reato di ricettazione, incauto acquisto e l’illecito amministrativo previsto dall’art. 1, comma 7, del D. L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella legge 14 maggio 2005, n. 80, tutte disposizioni “astrattamente” convergenti sulla condotta consistente nell’acquisto di merce con marchio contraffatto; dall’altro invita le Sezioni Unite a fornire un altro tassello all’infinito dibattito in ordine alla selezione dei criteri per la soluzione del concorso apparente di norme.

Si tratterà, dunque, di valutare se la Suprema Corte continuerà a sostenere il proprio granitico orientamento ribadendo la presenza dei soli due originari criteri di soluzione del concorso apparente di norme (quello di specialità e di sussidiarietà “espressa”), oppure se si aprirà alle sempre più pressanti richieste della dottrina di considerare anche i criteri della sussidiarietà tacita e, soprattutto, quello dell’assorbimento o consunzione.

...omissis...






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