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Articolo di Dottrina



LA LEGITTIMAZIONE DEL CONCEPITO A CHIEDERE I DANNI



sulla tipologia dei danni risarcibili

Marco FRATINI

IL DANNO DA PERDITA O LESIONE DEL RAPPORTO PARENTALE E LA LEGITTIMAZIONE DEL CONCEPITO AL RISTORO DEL DANNO

di

Marco FRATINI

Estratto dell’approfondimento di civile inserito nel fascicolo di novembre della Rivista cartacea Neldiritto.

Anche il soggetto nato dopo la morte del padre naturale, verificatasi per fatto illecito di un terzo durante la gestazione, ha diritto nei confronti del responsabile al risarcimento del danno per la perdita del relativo rapporto e per i pregiudizi di natura non patrimoniale e patrimoniale che gli siano derivati.

SOMMARIO 1.- Il danno da perdita o lesione del familiare. 2.- La tesi tradizionale: i “danni riflessi” non meritano ristoro. 3.- Il progressivo superamento dell’impostazione tradizionale. 3.1.- La tesi della causalità adeguata consente di rileggere l’art. 1223 c.c. 3.2.- La prevedibilità in astratto. 3.3.- La plurioffensività dell’illecito del terzo da cui derivi la morte del familiare. 4.- Il danno non patrimoniale da lesione del familiare. 5.- I soggetti legittimati ad agire jure proprio per il ristoro del danno parentale. 6.- La legittimazione del concepito al ristoro del danno da lesione del rapporto parentale.

1.- Il danno da perdita o lesione del familiare.

La morte o la lesione di un familiare, cagionata dal fatto illecito di terzi, pone diverse problematiche in ambito giuridico, con particolare riferimento alla tipologia dei danni risarcibili e ai soggetti legittimati ad agire in giudizio per conseguire il ristoro dei medesimi. Vale innanzitutto distinguere l’ipotesi in cui il tort determini la definitiva dipartita del familiare da quella in cui arrechi alla vittima una lesione.

In tale ultima evenienza si pone il problema della legittimazione, da un lato, della vittima primaria, che subisce le conseguenze pregiudizievoli, sul piano biologico, morale e psichico, del fatto illecito, e, dall’altro, dei congiunti i quali avvertono le ripercussioni della condotta del terzo. In particolare, i familiari vengono pregiudicati nel loro diritto di estrinsecare la propria personalità all’interno di quella peculiare formazione sociale che è la famiglia, da intendersi come luogo in cui l’individuo si forma, cresce e vive, giovandosi di quella rete di affetti, comprensioni, supporti e gratificazioni che normalmente derivano dal confronto quotidiano con persone care.

Nell’ipotesi della morte della persona cara ove, come normalmente avviene, le vittime secondarie dell’illecito siano anche gli eredi del de cuius, si pone il distinto problema di chiarire quali somme spettino ai medesimi in qualità di successori universali (per i danni subiti direttamente dalla persona ormai morta) e quali competano a loro stessi per i riverberi che l’evento ha determinato nella loro vita, sconvolgendola.

La coincidenza tra i successori universali e i legittimati ad agire non è necessaria e a volte non si verifica, in quanto ciò che rileva ai fini della legittimazione al risarcimento del danno non patrimoniale è la sussistenza in concreto di un legame affettivo molto forte, in genere (ma non sempre) accompagnato dalla convivenza, e non la vicinanza del vincolo di parentela. Quest’ultima, in particolare, viene in considerazione in sede probatoria, essendo più agevole dimostrare per presunzioni le ripercussioni negative cagionate dall’illecito su di un parente stretto piuttosto che su di una persona non avvinta al defunto da un legame di parentela significativo.

Tanto premesso in via generale, nei paragrafi seguenti si affronteranno le singole problematiche che il tema in rilievo pone, con particolare riguardo alla tutela risarcitoria dei danni non patrimoniali.

2.- La tesi tradizionale: i “danni riflessi” non meritano ristoro.

Secondo l’impostazione tradizionale, i nocumenti patiti dal familiare per la perdita definitiva o per la lesione di una persona cara a causa del contegno illecito di altri non possono essere risarciti, a ciò ostando il disposto di cui all’art. 1223 c.c. Tale disposizione, applicabile anche alla responsabilità extracontrattuale giusta il rinvio contenuto nell’art. 2056 c.c., accorda il risarcimento per i soli danni che costituiscano conseguenze immediate e dirette dell’evento lesivo. Ed allora – osservano i sostenitori dell’indirizzo tradizionale – è in re ipsa l’infondatezza di una pretesa risarcitoria azionata da una persona diversa rispetto alla vittima primaria dell’illecito. L’attore, in tali ipotesi, chiede il ristoro delle conseguenze pregiudizievoli, subite nella sua sfera giuridica come riflesso della lesione della salute o della vita di un soggetto diverso, sebbene legato a chi agisce da un rapporto qualificato.

Difetta dunque, in primis, il nesso di causalità, in quanto le sofferenze o, nei casi più gravi, le patologie contratte dalle persone vicine al soggetto deceduto non sono eziologicamente riconducibili alla condotta del danneggiante, la quale degrada a mera occasione rispetto alle stesse, non giuridicamente rilevante alla luce dell’art. 1223 c.c.

Non sussiste, inoltre, il requisito della colpa, richiesto in via generale dall’art. 2043 c.c. per la configurabilità di una responsabilità aquiliana. L’atteggiamento psicologico ivi delineato si condensa nella prevedibilità delle conseguenze lesive cagionate dalla propria condotta; al soggetto agente può infatti muoversi un rimprovero civilistico non solo quando egli abbia voluto causare un determinato evento, ma anche quando abbia agito senza averlo previsto e pur essendo l’evento preventivabile mediante un contegno più accorto e diligente.

La dottrina tradizionale ritiene allora prevedibili solo le sofferenze psico-somatiche sopportate dalla vittima primaria dell’illecito, in quanto le ripercussioni negative subite dai congiunti in dipendenza dello stesso fatto non sono conoscibili ex ante da parte del danneggiante.

Le citate considerazioni sono avallate da una nota decisione della Consulta, che ritiene non fondata la questione di legittimità prospettata in ordine alla mancata legittimazione dei congiunti ad agire jure proprio per il risarcimento del danno biologico patito a causa della definitiva scomparsa della vittima. Il Giudice delle Leggi evidenzia al riguardo che condividendo l’impostazione opposta “il criterio soggettivo di imputazione del danno ivi indicato (nell’art. 2043 c.c.) si ridurrebbe a mera finzione, non essendo possibile, per difetto di concreta prevedibilità dell’evento, una valutazione autonoma della colpa”[1].

Un’ulteriore considerazione posta dalla dottrina tradizionale a fondamento della non risarcibilità dei c.d. “danni da rimbalzo” risiede nell’esigenza di non allargare troppo i confini della responsabilità civile, risultando opportuno delimitare le tipologie di pregiudizio ristorabili e i soggetti legittimati ad azionarle, in modo da evitare che l’illecito possa divenire fonte di facili locupletazioni.

3.- Il progressivo superamento dell’impostazione tradizionale.

La dottrina più recente ha criticato l’apparato argomentativo della tesi che nega ingresso alle pretese risarcitorie dei congiunti veicolate jure proprio e non quali eredi del de cuius. In particolare, la nuova impostazione replica alle argomentazioni tradizionali alla stregua delle quali difettano in tali ipotesi sia il nesso eziologico ex art. 1223 c.c. che l’elemento psicologico richiesto dall’art. 2043 c.c. con rilievi suggestivi.

Nella versione più matura[2], l’esegesi evolutiva evidenzia il carattere plurioffensivo dell’illecito e l’atecnicità della nozione di “danni da rimbalzo” o danni riflessi, in quanto l’uccisione del familiare lede contemporaneamente, ed in via immediata e diretta, l’incolumità personale dello stesso e il diritto dei suoi cari all’intangibilità della sfera degli affetti e alla libera esplicazione della propria personalità nella famiglia.

3.1.- La tesi della causalità adeguata consente di rileggere l’art. 1223 c.c.

Al fine di colmare il vulnus di tutela generato dall’interpretazione letterale dell’art. 1223 c.c., si è tentato di rileggere la norma alla luce delle nuove prospettazioni che in ambito penalistico hanno apportato alcuni correttivi alla teoria della “condicio sine qua non”. Ci si riferisce, in particolare, alla teoria della causalità adeguata, alla stregua della quale è ravvisabile un’eziologia ove l’evento rientri nel novero di quelli che, secondo una regolarità causale, discendono quali conseguenza da quello assunto come causa. In tale prospettiva non risultano ristorabili solo quei danni che si profilano quali conseguenze eccentriche, anomali e non preventivabili dell’evento lesivo, mentre nessun dubbio può porsi per i pregiudizi che derivano dal medesimo secondo l’id quod plerumque accidit[3].

...omissis...



[1] Corte cost., 27 ottobre 1994, n. 372.

[2] Cass. civ., sez. III, 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828.

[3] Cass., Sez. III, 4 novembre 2003, n. 16525; Cass., Sez. III, 2 febbraio 2001, n. 1516.






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