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Articolo di Dottrina



IL RISARCIMENTO DEL DANNO DA RIDOTTA CAPACITÀ LAVORATIVA



Brevi riflessioni su Cass. civ., 30 novembre 2011, n.25571

ILENIA ALIZZI

L’Autrice trae spunto dal recente intervento della Cassazione (sul diritto al risarcimento del danno patrimoniale in favore dello studente inoccupato, ma proficuamente dedito agli studi, vittima di un incidente stradale) per affrontare il tema della liquidazione del danno da ridotta capacità lavorativa. In questo senso, muove dall’analisi della nozione di danno risarcibile, soffermandosi sulla scissione, in seno ad esso operata, tra danno emergente e lucro cessante, alla luce del disposto normativo di cui all’art. 1223 c.c. Introdotto il tema della risarcibilità del danno, esamina nel dettaglio l’istituto della chance, evidenziando la sua origine prettamente dottrinale e d’Oltralpe che col tempo incontra i favori della giurisprudenza italiana. Conclude passando brevemente in rassegna i traguardi raggiunti da dottrina e giurisprudenza in materia di liquidazione del danno da ridotta capacità lavorativa evidenziando i riflessi applicativi sul danno biologico.
1.1. Premessa. Con la sentenza 30 novembre 2011, n.25571, la terza sezione civile della Suprema Corte è tornata ad affrontare il tema del risarcimento del danno da ridotta capacità lavorativa, in particolare nell’ipotesi in cui soggetto danneggiato sia uno studente privo di reddito. In simili casi, si pone il problema di verificare se ai fini del risarcimento, accanto alla mancanza di attività lavorativa attuale, occorra valutare anche il danno patrimoniale futuro su base prognostica. Nel caso de quo, la Cassazione ha risolto il nodo gordiano ribadendo il principio di diritto – già enunciato dalla giurisprudenza di legittimità – in ragione del quale la liquidazione del risarcimento del danno va svolta sulla previsione della futura attività lavorativa del soggetto danneggiato. Ciò poiché, alla luce dei possibili accertamenti, si sarebbe potuto presumere, fondatamente o meno, una riduzione della capacità di guadagno del soggetto, in termini di certezza o di elevata probabilità. Lo spunto è di particolare interesse per scandagliare, in termini generali, i traguardi raggiunti da dottrina e giurisprudenza in materia di danno patrimoniale in relazione al peculiare contesto della ridotta capacità lavorativa. 1.2. I criteri di determinazione del danno . Il risarcimento del danno non è rimedio esclusivo dell’inadempimento ma è rimedio generale contro l’illecito, contrattuale ed extracontrattuale . Per risarcimento si intende la reintegrazione di un pregiudizio subito dal danneggiato quale conseguenza di un comportamento antigiuridico di altro soggetto, sub specie di inadempimento – responsabilità contrattuale - o di altro fatto illecito – responsabilità aquiliana. Più nel dettaglio, la tutela risarcitoria è strumento peculiare di compensazione del danno che può essere inteso sia in termini giuridici, quale lesione di interessi giuridicamente rilevanti, sia in termini economici, quale diminuzione patrimoniale. L’art. 1223 c.c. dispone che “il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta”. Il contenuto della disposizione normativa pare scindersi idealmente in due parti: una parte meramente descrittiva del modo di atteggiarsi del danno e una parte precettiva di delimitazione delle conseguenze dannose risarcibili . Due i criteri di determinazione del danno ex art. 1223 c.c.: danno emergente e lucro cessante. Il danno emergente si riferisce al danno afferente all’insieme di quei beni ed interessi che, pur non appartenendo ancora materialmente al patrimonio del soggetto, vi trovano ingresso in prospettiva, poiché il relativo titolare ha acquisito il diritto al loro conseguimento. Esso costituisce una posta attiva del patrimonio del soggetto, un bene su cui si è maturata una legittima aspettativa. Di conseguenza, come tale possiede il requisito dell’attualità. La nozione di lucro cessante indica, invece, la violazione di un diritto non ancora maturato, un bene non ancora presente nel patrimonio del soggetto, il cui ristoro è legato alla impossibilità di realizzare l’arricchimento tipico dell’acquisizione di un nuovo diritto. In quanto tale si proietta nel futuro, richiedendo una ragionevole certezza in ordine al suo accadimento . Questa distinzione interpretativa è carica di conseguenze pratiche, prima fra tutte quella relativa al profilo dell’onere probatorio. Per il creditore è più agevole provare il danno emergente: essendo quest’ultimo una posta attiva del patrimonio, sarà sufficiente dimostrarne l’attualità e la sua conseguente lesione. Viceversa, il lucro cessante è un danno che, per definizione, si fonda su un’ipotesi proiettata nel futuro: la prova è più difficoltosa poiché il creditore sarà tenuto a dare la prova di un bene o di un interesse che non sono mai venuti ad esistenza ma che, se si fossero concretizzati, sarebbero stati di sua spettanza. In definitiva, il danno è unico, comprensivo tanto del danno emergente che del lucro cessante e va risarcito integralmente, salvo che non sia la legge a circoscrivere la risarcibilità solo a taluni aspetti. 1.3. La chance e le sue origini. La distinzione tra danno emergente e lucro cessante sfuma con riferimento al concetto di chance. Il termine chance esprime il concetto di “buona probabilità di riuscita” . L’istituto non trova espressa previsione legislativa ma è di conio prettamente dottrinale e giurisprudenziale. La chance trae spunto dall’esperienza francese: la prima pronuncia in merito fu quella della Chambre civile, in tema di risarcimento del danno da perdita delle chances di guarigione o di sopravvivenza. Nel panorama giurisprudenziale italiano essa ha stentato a trovare piena e immediata applicazione, per lo meno in termini espressi. E’ solo da poco più di un decennio che la chance ha preso quota nello scenario giurisprudenziale italiano, estendendosi progressivamente a settori sempre più vari. La casistica giurisprudenziale più significativa riguarda la perdita della chance di guarigione o di sopravvivenza; la mancata possibilità di essere assunti o di conseguire avanzamenti di carriera, a causa di irregolarità nell’espletamento di concorsi; l’attività professionale dell’avvocato; la seduzione con promessa di matrimonio in ordine alle sfumate opportunità di sposarsi; la mancata possibilità di partecipare ad una gara. Da sempre ci si interroga sull’esatto contenuto della chance. Occorre verificare se il risarcimento della chance consista nella perdita di un’occasione o si sostanzi in un’occasione persa, quale perdita del risultato anelato. Due le tesi sul tappeto. La prima opzione interpretativa (la tesi c.d. eziologica) qualifica la perdita di chance in termini di lucro cessante ovvero la perdita di un risultato o di un guadagno futuro . Secondo questa lettura la guarigione del paziente, ad esempio, rappresenta un risultato certamente realizzato, se non vi fosse stato l’inadempimento del medico. Qualora la sicura guarigione sia dimostrata in giudizio, il risarcimento dovrà estendersi anche al valore di quanto il paziente avrebbe ottenuto e non ha potuto ottenere per colpa del medico. In questi termini la chance si configura come occasione persa. La tesi evidenziata comporta rilevanti implicazioni pratiche, in primo luogo sul piano probatorio. Robusto, infatti, il regime probatorio previsto per il creditore-danneggiato, il quale deve fornire la prova del sicuro raggiungimento del risultato favorevole. Su altro fronte la tesi cd. ontologica che qualifica la chance in termini di danno emergente, muovendo dalla identificazione della chance quale bene giuridico autonomo già presente nel patrimonio del soggetto. In termini più chiari, si ritiene che nel patrimonio di qualunque soggetto esiste la possibilità attuale di raggiungere un risultato futuro. La lesione di questa possibilità configura una perdita da intendersi come incremento patrimoniale netto che il danneggiato avrebbe conseguito con l’utilizzazione della prestazione inadempiuta o del bene leso. In sintesi, il danno che si risarcisce è quello riguardante la perdita di un’occasione. Sotto il profilo probatorio, la tecnica della chance facilita la prova: incombe sul danneggiato l’onere di dimostrare la mera possibilità di raggiungere il risultato sperato. Nulla di più. 1.4. Il danno da riduzione della capacità lavorativa e rapporti con il danno biologico. Un importante tassello per comprendere meglio la valenza della pronuncia de qua è l’esame della nozione di capacità lavorativa, così come ricostruita dalla dottrina e dalla giurisprudenza più recenti. Più nel dettaglio, occorre distinguere la nozione di capacità lavorativa generica da quella specifica. Il concetto di incapacità lavorativa generica risale all'inizio del secolo ed è stato sin da allora espressione di una ridotta attitudine del soggetto a produrre beni con riferimento ad una attività lavorativa di tipo manuale-generico. Già da tempo si è evidenziato la intrinseca incongruità di questa categoria valutativa anche facendo riferimento al semplice lavoro manuale generico, tenuto conto dello sviluppo tecnologico realizzatosi nel corso degli anni in questo ambito. A sostegno della tesi militavano numerosi argomenti, primo fra questi quello secondo il quale anche il lavoro operaio risultava ormai nel tempo fortemente modificato con polverizzazione in una gamma sempre maggiore di lavori alcuni privi di un particolare impegno fisico, tanto che risultava estremamente difficile individuare una sorta di media della capacità lavorativa generica riconoscibile in questo ambito. Non mancava chi osservava che il concetto di capacità lavorativa generica non poteva essere applicato a diversi ambiti professionali, attesa la grande differenza di impegno intellettuale e manuale proprio delle diverse occupazioni (da quelle del giudice a quelle del palombaro, dal pittore all'avvocato, dal dirigente di azienda al programmatore). Il concetto di incapacità lavorativa generica è stato definitivamente superato dalla celebre sentenza della Corte Costituzionale n. 184/1986 in materia di danno alla persona che ha introdotto una triade di voci di cui una comprensiva di antiche forme di voci di danno ormai considerate entità autonome. Come è noto, la sentenza ha introdotto la nuova categoria del danno biologico inteso come danno evento determinato dagli esiti di lesioni produttive di un deterioramento della integrità psicofisica preesistente del soggetto. Le altre due categorie di danno erano costituite fino ad allora dal danno patrimoniale, sotto la duplice forma di danno emergente e lucro cessante, e dal danno morale. Quanto al danno biologico, esso è costruito come un danno base, centrale, sempre immancabile, garantito costituzionalmente in quanto interagente in senso negativo con il bene salute tutelato dalla Costituzione. Questo concetto, che ha in nuce elementi di prevalente staticità, è stato successivamente ampliato con la considerazione delle conseguenze determinate dagli esiti psicofisici sulla vita relazionale del soggetto intese come maggiore difficoltà o perdita delle potenzialità relazionali nell'ambito familiare e sociale; questa considerazione delle interazioni fra deterioramento del patrimonio psicofisico e vita relazionale del danneggiato sono state riconfermate dalla note pronunce della Cassazione del 18.2.1993 n. 2009 e 13.1.1993 n. 357. In questo modo sono venuti a far parte del danno biologico, con conseguente diritto risarcitorio nell'ambito di esso, il danno estetico, quello sessuale e tutte le turbe cenestesiche comunque interagenti nei rapporti socio-ambientali del soggetto. Dal 1986 il danno biologico, inteso in tutte le sue diverse componenti sopra illustrate, ha rappresentato un costante punto di riferimento nella giurisprudenza civilistica per il risarcimento del danno da fatto illecito. In questo ambito valutativo sono state ripetutamente contenute le richieste risarcitorie formulate a titolo di riduzione della potenziale attitudine alla attività lavorativa ed a prestazioni lavorative generiche ove non era possibile dimostrare una perdita effettiva della capacità a produrre reddito. A questo proposito meritano un cenno le numerose sentenze dei Tribunali e della Suprema Corte intervenute anche negli ultimi anni. Il 23.6.1987 il Tribunale di Novara ha infatti affermato che il danno alla vita di relazione e il danno estetico costituiscono parti integranti del danno biologico e come tali devono essere risarciti; il 22.5.1993 il Tribunale di Piacenza ha ribadito che il concetto di capacità lavorativa generica non ha più alcuna funzione poiché, dopo il riconoscimento del danno biologico, tutte le condizioni menomative della persona, quando non è dimostrata la loro incidenza sulla capacità produttiva, sono in esso considerate. Nel solco di tale orientamento si è inserita, più di recente, la Cassazione Civile ribadendo che la capacità lavorativa generica, intesa quale potenziale attitudine all’attività lavorativa da parte di un soggetto non percettore di reddito né in procinto di percepirlo, deve ricondursi al danno biologico che ricomprende tutti gli effetti negativi del fatto lesivo che incidono sul bene della salute in sé considerato . Purtroppo le modalità di risarcimento adottate dai diversi Tribunali hanno creato una concreta sperequazione tra i cittadini italiani dal momento che sono stati individuati parametri di riferimento per la monetizzazione del danno biologico assolutamente diversi e non sempre condivisibili. Appare evidente che se l'individuazione del danno biologico, come categoria unitaria, estensibile a tutti i soggetti che devono essere risarciti di un danno psicofisico, indipendentemente dalla loro collocazione professionale e dalla loro capacità a produrre reddito, che riassorbe il vecchio concetto del danno alla capacità lavorativa generica, e considera anche dinamicamente gli esiti residuati nell'ambito relazionale sociale del soggetto, resta comunque l'esigenza di individuare la metodologia adeguata al riconoscimento del danno alla capacità lavorativa specifica ovvero di un danno che, almeno in linea teorica, è capace di incidere sulla capacità produttiva del soggetto. Dottrina e giurisprudenza ha di recente sofferto la evidente difficoltà di stabilire questa voce di danno. Infatti il termine “specifica” dovrebbe tenere presente l'attività lavorativa realmente svolta dal soggetto, rapportata al reddito da essa prodotta. E’ stato più volte ribadito che si tratta di un duplice accertamento sia di tipo medico-legale che strettamente giudiziario. Spetta invece all'ambito giudiziario verificare, attraverso la raccolta di prove adeguate, se, come dettato dall'art. 2697 C.C., tale impedimento psicofisico, individuato dal medico-legale, nella circostanza concreta ha determinato un danno patrimoniale risarcibile. In altre parole, il medico legale in ordine al danno alla capacità lavorativa specifica può esprimere solo un parere orientativo, basato sugli elementi tecnici a sua disposizione, ma spetta sempre al Giudice la valutazione delle prove relative alla perdita di capacità produttiva, prove il cui onere incombe ovviamente sul danneggiato. Alla luce di tali osservazioni dottrina e giurisprudenza hanno avuto cura di individuare la nozione di capacità lavorativa specifica . La riduzione della capacità lavorativa specifica, intesa quale attività in concreto svolta dal danneggiato, costituisce danno patrimoniale risarcibile autonomamente qualora provochi una riduzione della capacità di guadagno . Ad avviso della giurisprudenza ormai costante, la perdita della capacità lavorativa specifica si differenzia dalla incapacità lavorativa generica, ricompresa nel danno biologico - che considera la perdita della concorrenzialità della persona -, in relazione alla menomazione della sua integrità psicofisica. Ne consegue, per la Suprema Corte, la necessità di un'autonoma liquidazione di ciascuna delle predette voci di danno . Ciò posto, occorre verificare se sia razionale ricomprendere all'interno del risarcimento del danno biologico - sub specie del danno non patrimoniale - il danno da riduzione della capacità lavorativa generica, considerata quale “lesione di un'attitudine o di un modo di essere del soggetto che non attiene alla produzione del reddito, ma si sostanzia in una menomazione dell'integrità psico-fisica risarcibile quale danno biologico” . Sul punto, un risalente orientamento della Corte di Cassazione conclude nel senso che l’incapacità lavorativa generica non attiene alla produzione del reddito . La tesi non è andata esente da critiche, con conseguente cambiamento di rotta in materia. Si è osservato, infatti, che la riduzione della capacità lavorativa è un concetto comunque collegato alla produzione del reddito, in quanto il lavoro presuppone una retribuzione e la ridotta capacità lavorativa, sia generica che specifica, comporta, di regola, anche una riduzione della retribuzione, presente o futura, con una conseguente diminuzione della capacità di produzione del reddito del soggetto danneggiato . Costituisce chiaro esempio di tale inversione di tendenza all’accorpamento generalizzato di varie voci di danno nell’ambito del biologico, la configurazione del danno subito dalla “casalinga”, in precedenza classificato quale danno alla capacità lavorativa generica e successivamente quale danno patrimoniale disancorato dalla capacità lavorativa generica non limitato alla casalinga che non svolga attività lavorativa, ma esteso a tutti coloro che, svolgendo anche attività lavorativa retribuita, si occupino anche delle faccende domestiche, estendendo la tutela risarcitoria anche ai danneggiati di sesso maschile . Fa propendere per la autonomia concettuale della capacità lavorativa generica dal danno biologico anche il diverso fondamento costituzionale dei rispettivi diritti, individuandosi, per il danno biologico, nell’art. 32 della Costituzione posto a presidio del diritto alla salute e per il danno alla capacità lavorativa, generica e specifica, nell’ art. 4 della Costituzione che tutela la scelta di qualsiasi forma di lavoro, anche futuro. Appare evidente la non sovrapponibilità di tali voci di danno, patrimoniale, per la perdita della capacità lavorativa e non patrimoniale per il danno biologico, per cui deve, in radice, escludersi che la prima possa essere contenuta nella seconda . Va da sé che la perdita della capacità lavorativa va considerata unitariamente e non è possibile duplicare le voci di danno, nel senso che, ove riconosciuta la perdita della capacità lavorativa specifica, per un soggetto che già svolge o è in procinto di svolgere un lavoro, non vi è spazio per la liquidazione della capacità lavorativa generica, assorbita nella concreta valutazione di quella specifica. 1.4.1. Risarcibilità del danno da incapacità lavorativa generica al soggetto non percettore di reddito. Sulla scorta delle osservazioni fin qui proposte, è di palmare evidenza che il danno da incapacità lavorativa generica è un danno patrimoniale, in quanto ciò che rileva non è tanto la menomazione dell’integrità psico-fisica, risarcibile sotto la voce del danno biologico, ma la futura, diminuita capacità di produzione di reddito, concetto ontologicamente diverso dal primo. Appare, inoltre, iniquo non riconoscere alcun autonomo risarcimento al disoccupato che, ad esempio, ha subito la perdita o l’inutilizzabilità di un arto, affermando semplicisticamente che, poiché al momento del sinistro non lavorava, nessun danno ha in concreto subito. Ad analoghe conclusioni deve giungersi nel caso di soggetto minore al tempo dell’evento lesivo. Negare, in tal caso, il danno patrimoniale da “lucro cessante” costituisce un grave “vulnus” al principio della integrità del risarcimento e della reintegrazione del patrimonio del danneggiato. In termini generali la mancanza di attività lavorativa al momento dell’infortunio, in un minore, ma anche in un disoccupato, certamente esclude il danno da invalidità temporanea, ma non certo anche il danno futuro obiettivamente collegato alla invalidità permanente che, proiettandosi nel futuro, verrà ad incidere sulla capacità di guadagno della vittima, al momento in cui questa inizierà a lavorare. Occorre, quindi, effettuare una valutazione prognostica di un danno certus an - incertus quando ma che presumibilmente si verificherà, salvo che non si voglia escludere che il danneggiato non intraprenderà mai alcuna attività lavorativa, prognosi ben difficile da provare nella generalità dei casi. Ai fini della prova dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che possa farsi riferimento, oltre alle specifiche attitudini e capacità del danneggiato, anche allo stato degli studi intrapresi o da intraprendere, alla situazione del mercato del lavoro, sia in generale, sia con riferimento alla specifica presumibile attività . Non vi è, in tal caso, alcuna duplicazione risarcitoria in quanto il danno biologico incide solamente sulla integrità psico-fisica e sulle attività non reddituali che la situazione pregressa avrebbe permesso alla vittima di svolgere, mentre il danno da incapacità lavorativa generica, danno patrimoniale, ristora la ridotta capacità di guadagno derivante dall’esercizio futuro di una attività lavorativa produttiva di reddito. Non può, infatti negarsi che un minore o un disoccupato, in tali condizioni fisiche, allorché entreranno nel mondo del lavoro, avranno evidenti difficoltà sia nel trovare lavoro in generale, sia nel trovare un lavoro comunque confacente alle proprie aspettative o al grado di istruzione, oltre alla maggiore difficoltà di portarlo a termine, rispetto ad un lavoratore senza quella lesione . Oltretutto, non può essere sottaciuta l’evoluzione della realtà sociale, caratterizzata dal proliferare delle forme di lavoro a termine o interinale con la prospettiva di diversi rapporti di lavoro nella vita di ciascun soggetto, superando lo stereotipo del “lavoro per sempre”, tipico del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. In tale mutata prospettiva la perdita della capacità lavorativa generica, ben lungi dall’essere “un modo di essere dell’individuo” , costituisce un autonomo danno di chiara valenza patrimoniale, pregiudicando la possibilità del danneggiato di trovare anche lavori interinali, nell’arco della propria vita lavorativa. 1.4.2. La prova del danno patrimoniale futuro: assoluta certezza o elevata probabilità? L’effettiva difficoltà di individuare un criterio risarcitorio omogeneo per tale lesione non ne può pregiudicare l’autonoma risarcibilità, ove l’entità del danno non incida solo sulla integrità psico-fisica, ma anche sulla capacità futura di guadagno derivante dall’esercizio di una presumibile, probabile, attività produttiva di reddito conforme alle abilità o qualificazioni tecnico-professionali di cui la persona sia già in possesso o sia in grado di acquisire secondo criteri di normalità proiettiva. La giurisprudenza ha più volte manifestato imbarazzo nel fornire la prova del danno patrimoniale futuro, oscillando tra il criterio dell’assoluta certezza e quello della fondata attendibilità. La Corte ha superato l’impasse ribadendo più volte che per la risarcibilità del danno patrimoniale futuro è sufficiente la prova che il danno si produrrà secondo una ragionevole e fondata attendibilità, non potendosene pretendere l’assoluta certezza . Il criterio risarcitorio utilizzato dagli Ermellini si basa sul presumibile lavoro che la vittima avrebbe svolto, in base agli studi effettuati, la capacità dimostrata, la situazione del mercato del lavoro, soprattutto ove si tratta di attività manuali o intellettuali specifiche in cui è facilmente prevedibile che il soggetto leso avrebbe svolto l’attività specifica. Quale base di calcolo possono utilizzarsi anche le nozioni di “comune esperienza”, quali lo stipendio o la remunerazione iniziale che il soggetto avrebbe percepito una volta entrato nel mercato del lavoro, procedendo ad una liquidazione equitativa, in base alle tabelle usuali di liquidazione del danno da incapacità lavorativa specifica, ove al posto della percentuale di diminuita capacità lavorativa specifica si prenderà come indice di riferimento la percentuale di diminuzione della capacità lavorativa generica. Qualora, invece, non sia possibile determinare in concreto la futura probabile attività lavorativa potrà farsi riferimento, ai fini della determinazione presuntiva del futuro lavoro, alla posizione economico-sociale della famiglia di appartenenza, agli studi intrapresi ed alle inclinazioni manifestate, facendo riferimento, quale criterio residuale per la determinazione di una base di calcolo del lucro cessante, ai criteri di determinazione presuntiva del reddito, previsti dall’art. 4 L. n. 39/1977. Ciò che va ribadito, comunque, è che la diversità ontologica tra il danno biologico ed il danno da incapacità lavorativa generica impone un autonomo e distinto risarcimento per ciascuna voce. 1.5. Liquidazione del danno: un giudizio fondato sulla mancanza di attività lavorativa attuale o futura? La casistica giurisprudenziale più significativa in tema di risarcimento del danno futuro riguarda – come anche confermato dalla più recente Cassazione – la valutazione del lucro cessante di soggetti danneggiati privi di un’attività lavorativa propria. Più volte la giurisprudenza di merito – come nel caso sottoposto al vaglio della terza sezione - ha fondato il proprio ragionamento sulla sola mancanza di attività lavorativa attuale. Le ragioni di un simile approccio ermeneutico muovono dalla esclusione della invalidità temporanea. In altri termini, non avendo il soggetto leso ancora raggiunto l’età lavorativa o essendo privo al momento dell’illecito di un’attività produttiva di reddito, una parte della giurisprudenza di merito esclude il risarcimento del danno da invalidità temporanea. Tale impostazione è sottoposta a dura revisione critica dalla dottrina e dalla giurisprudenza di legittimità più recenti, quando il danno da invalidità temporanea è scardinato dal danno futuro collegato alla invalidità permanente. Afferma la Suprema Corte che in tema di risarcimento del danno alla persona, la mancanza di un reddito al momento dell’infortunio può escludere il danno da invalidità temporanea ma non anche il danno futuro collegato alla invalidità permanente che, proiettandosi per il futuro, verrà ad incidere sulla capacità di guadagno della vittima. Tale danno può anche liquidarsi in via equitativa tenendo presente l’età del danneggiato, il suo ambiente sociale e la sua vita di relazione. E’ il caso esaminato, da ultimo, dalla Cassazione in cui la valutazione del danno alla capacità lavorativa specifica deve essere effettuata in un soggetto ancora giovane che non ha completato il curriculum formativo professionale e che non ha assunto un impegno stabile nel mondo del lavoro Analoghe considerazioni valgono per il soggetto che ha già terminato il periodo formativo ma non ha potuto collocarsi utilmente in un'attività lavorativa produttiva di reddito, o nel caso del pensionato, ancora giovane, che desidera mettere a frutto la sua professionalità in una occupazione integrativa o addirittura non produttiva di reddito ma culturalmente e moralmente redditizia nell'ambito sociale (per esempio attività di volontariato). E’ di palmare evidenza che in questi casi rilevi il concetto della valutazione della capacità attitudinale del soggetto ad inserirsi in una attività lavorativa a carattere redditizio. Si tratta di una valutazione che deve tenere conto, almeno per i giovani, non tanto dell'ambito socio-familiare di cui essi fanno parte, ma soprattutto del livello di scolarizzazione e della attitudine dimostrata a raggiungere un determinato curriculum formativo. Questa valutazione diviene ovviamente più facile nel caso di soggetti ancora non occupati o temporaneamente non occupati poiché in questi casi è possibile tenere conto della maturazione culturale e professionale del soggetto e valutare, in rapporto agli esiti riscontrati sulla sua persona, gli eventuali limiti che essi possono determinare per le sue aspirazioni di collocamento lavorativo futuro. Solo in alcuni casi, in cui gli esiti stabilizzati siano tali da rendere impossibile l’esecuzione di una professionalità specifica, è possibile individuare una rilevante perdita di capacità lavorativa specifica, al limite di quella totale; negli stessi casi non è tuttavia possibile evidenziare se a tale perdita corrisponda in effetti una incapacità pressoché totale o definitiva a produrre reddito, dal momento che le potenzialità del soggetto possono essere messe a frutto in una occupazione alternativa a quella abitualmente svolta. E' il caso della grave lesione alla mano sinistra del violinista, della lesione facciale del suonatore di tromba, del grave danno estetico per una modella o attrice. In questi casi rileva l'importanza del rapporto tra menomazione ed esercizio dell'attività lavorativa specifica del soggetto prospettando, quando ricorrente, la grave perdita di questa potenzialità. Sul fronte opposto si può incorrere nell'errore di sottovalutare gli esiti permanenti, da ricondurre nella sfera del danno biologico, per lo svolgimento dell'attività lavorativa del soggetto. In definitiva, dunque deve ritenersi che la individuazione di un danno alla capacità produttiva del soggetto spetti alle parti nell'ambito di un eventuale procedimento transattivo e al Giudice nell'ambito della causa civile.





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