Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | LUNEDÌ   16  LUGLIO AGGIORNATO ALLE 6:52
Articolo di Dottrina



ERRORE SU LEGGE EXTRAPENALE



Sulla distinzione tra legge extrapenale integratrice e legge extrapenale non integratrice del precetto penale

Floriana LISENA

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Penale che sarà inserito nel fascicolo di Marzo della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. V penale, sentenza 29 novembre 2011, n. 44107

Errore su legge extrapenale – Art. 47 c.p. – Ignoranza delle modalità obbligatorie per l’interruzione volontaria della gravidanza – Artt. 5 e 8 l. 194/1978 – Errore su legge integratrice del precetto penale – Ignoranza valutata ai sensi dell’art. 5 c.p. – Sussistenza del dolo.

Massima

L'ignoranza delle modalità, previste dalla legge n. 194/78, per la realizzazione legittima di una condotta volontariamente abortiva non può che costituire ignoranza della legge penale, ai sensi dell'art. 5 c.p., in linea di principio incapace di escludere la responsabilità.

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

Alla imputata è stato contestato il reato di cui alla L. n. 194 del 1978, art. 19, commi 1 e 2, fattispecie che prevede la sanzione penale per chi cagiona la interruzione volontaria della gravidanza senza la osservanza delle modalità indicate dagli artt. 5 e 8:

quelle cioè relative al necessario previo intervento della struttura socio sanitaria nel tracciare il percorso dapprima psicologico e poi medico che la donna che intenda abortire è tenuta a seguire.

Nel caso di specie è stato accertato che la imputata ha assunto al di fuori del rispetto delle dette modalità una medicina capace di farle raggiungere il risultato perseguito di abortire.

La Corte d'appello ha dunque giustamente replicato al motivo di appello con il quale la difesa aveva sostenuto la convinzione della imputata sulla liceità della propria condotta : ha cioè osservato che la ignoranza delle modalità, previste dalla legge in contestazione (L. n. 194 del 1978, art. 19), per la realizzazione legittima di una condotta volontariamente abortiva non può che costituire ignoranza della legge penale, ai sensi dell'art. 5 c.p., in linea di principio incapace di escludere la responsabilità.

Si è osservato anche, in proposito, da parte della giurisprudenza di questa Corte che la coscienza dell'antigiuridicità o dell'antisocialità della condotta non è una componente del dolo, per la cui sussistenza è necessario soltanto che l'agente abbia la coscienza e volontà di commettere una determinata azione. D'altra parte, essendo la conoscenza della legge penale presunta dall'art. 5 c.p., quando l'agente abbia posto in essere coscientemente e con volontà libera un fatto vietato dalla legge penale, il dolo deve essere ritenuto sussistente, senza che sia necessaria la consapevolezza dell'agente di compiere un'azione illegittima o antisociale sia nel senso di consapevolezza della contrarietà alla legge penale sia nel senso di contrarietà con i fini della comunità organizzata (Rv. 236432). Del tutto improprio appare dunque il richiamo della difesa all'art. 47 c.p., norma che regola il caso dell'errore sulla legge diversa da quella penale, tale potendosi considerare non quella in contestazione ma solo quella destinata in origine a regolare rapporti giuridici di carattere non penale e non esplicitamente in una norma penale o da questa non richiamata anche implicitamente (vedi in tal senso rv 169820).

[…Omissis…]

Commento

La sentenza in commento affronta il problema della distinzione tra legge extrapenale integratrice e legge extrapenale non integratrice del precetto penale, ai fini dell'individuazione della disciplina codicistica da applicare in tema di errore.

Nel caso di specie, la ricorrente veniva condannata dai giudici di merito per il reato di interruzione volontaria della gravidanza ex art. 19, commi 1 e 2, l. n. 194/1978, fattispecie che prevede la sanzione penale per chi cagiona la interruzione volontaria della gravidanza senza la osservanza delle modalità indicate dagli artt. 5 e 8 della medesima legge. Le norme citate, nel dettaglio, prescrivono il necessario previo intervento della struttura socio sanitaria nel tracciare il percorso, dapprima psicologico, e poi medico che la donna che intenda abortire è tenuta a seguire.

Invero, la donna aveva assunto, all'ottava settimana di gravidanza, un farmaco (Cytotex) destinato alla cura dell'ulcera ma capace di provocare l'aborto come effetto secondario, quale pillola equivalente a quella propriamente abortiva (la RU486) ritenendo, per mero errore, che non vi fosse un protocollo ospedaliero da rispettare (per vero, non ancora approvato all'epoca).

La Corte d’Appello aveva, poi, confermato la condanna, osservando che la ignoranza delle modalità, previste dalla legge in contestazione, per la realizzazione legittima di una condotta volontariamente abortiva, non può che costituire ignoranza della legge penale, ai sensi dell'art. 5 c.p., in linea di principio incapace di escludere la responsabilità.

La ricorrente proponeva, quindi, ricorso in cassazione, sostenendo, per contro, che la ignoranza del protocollo ospedaliero non poteva ritenersi errore inescusabile ricadente su “parte di norma penale”, bensì errore sul fatto, come previsto dall'art. 47 c.p.: errore capace, cioè, di alterare il processo volitivo e comunque non destinato a formare oggetto di onere probatorio dell'imputato.

Prima di esaminare le argomentazioni addotte dai giudici di legittimità al fine di rigettare il motivo di ricorso avanzato dalla donna, giova ricostruire brevemente la disciplina codicistica in tema di errore.

Come noto, in generale, l’errore – quale inesatta rappresentazione soggettiva della realtà naturalistica o normativa – rientra tra le cause di esclusione della colpevolezza o scusanti, destinate ad elidere l’elemento soggettivo rispetto ad un fatto oggettivamente illecito e non scriminato. In particolare, agendo sul presupposto di una situazione, di fatto o di diritto, diversa e dunque non corrispondente a quella reale, il soggetto non acquisisce quella “consapevolezza’’ del disvalore penale del fatto e quella volontà colpevole, con esclusione dell’imputazione del reato a titolo di dolo.

L’errore penalmente rilevante può cadere sul fatto o sul diritto: mentre il primo viene riferito essenzialmente alle vicende di divergenza tra il fatto rappresentato e voluto dall’agente e quello descritto dalla fattispecie incriminatrice; quando ricorre il secondo, il soggetto si rappresenta e vuole un fatto perfettamente identico a quello previsto dalla norma penale, ma che, per errore su questa, reputa non penalmente illecito.

La delineata distinzione assume particolare rilievo giuridico, posto che il codice penale ricollega una diversa disciplina a seconda che l’errore del soggetto agente cada sul fatto o, viceversa, sul diritto:

l’errore “di fatto’’, che investa anche uno solo degli estremi materiali del fatto di reato, preclude al soggetto – che ben può avere un’esatta conoscenza della legge penale – di percepire il disvalore complessivo del fatto realizzato e di avere coscienza, dunque, della perfetta conformità del fatto voluto rispetto a quello contemplato dalla fattispecie incriminatrice. Pertanto, il co. 1 dell’art. 47 c.p. sancisce l’esclusione della punibilità, discendente dal difetto di dolo, lasciando impregiudicata, da un lato, una responsabilità colposa laddove l’errore in cui è incorso l’agente sia stato determinato da colpa ed il fatto commesso sia espressamente previsto anche nella forma colposa (art. 47, co. 1, seconda parte c.p.), dall’altro, la responsabilità per un reato diverso (art. 47, co. 2, c.p.);

● al contrario, l’errore sul precetto non assume, di regola, alcuna rilevanza nel diritto penale stante il disposto dell’art. 5 c.p., secondo cui “Nessuno può invocare a propria scusa l'ignoranza della legge penale”. La norma, espressione del più generale principio per cui “ignorantia legis non excusat”, ha subito tuttavia l’intervento additivo della Corte costituzionale, la quale, con sentenza 23 marzo 1988, n. 364, ha dichiarato la illegittimità dell'art. 5 c.p., nella parte in cui non esclude dall'inescusabilità dell'ignoranza della legge penale l'ignoranza inevitabile. Pertanto, il nuovo testo dell'art. 5 c.p., derivante dalla parziale incostituzionalità dello stesso, risulta cosi formulato: “L'ignoranza della legge penale non scusa tranne che si tratti d'ignoranza inevitabile”.

...omissis...






Condividi