Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | SABATO   22  SETTEMBRE AGGIORNATO ALLE 10:53
Articolo di Dottrina



NULLITA’ DEL MATRIMONIO – DELIBAZIONE



Sugli effetti della convivenza successiva sulla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio

Giovanni GUIDA

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Aprile della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. I civile, 8 febbraio 2012, n. 1780

Rapporti patrimoniali tra coniugi – comunione legale – beni personali – dichiarazione del coniuge non acquirente – efficacia .

Massima

L’ordine pubblico, quale limite alla delibazione, richiede che la convivenza successiva all’atto-matrimonio invalido non si configuri quale mera coabitazione materiale sotto lo stesso tetto, ma di vera e propria convivenza, significativa di un'instaurata affectio familiae, nel naturale rispetto dei diritti ed obblighi reciproci, tale da dimostrare l'instaurazione di un matrimonio-rapporto duraturo e radicato, nonostante il vizio genetico del matrimonio-atto.

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

Giova premettere, in via pregiudiziale di rito, che è infondata l'eccezione di inammissibilità per novità, sollevata ex adverso: la prospettazione del contrasto con l'ordine pubblico non si configura, nella specie, come causa petendi di una domanda, bensì come impedimento assoluto alla riconoscibilità della decisione ecclesiastica, rilevabile d'ufficio anche nella contumacia della convenuta. Al giudice compete, infatti, di verificare sempre la sussistenza degli antecedenti, in fatto ed in diritto, che giustifichino l'emissione del provvedimento richiesto; e non v'è dubbio che tra questi, prima di ogni altro, rientri la conformità a diritto del petitum. Tanto più, ove sia in discussione financo l'eventuale lesione di principi fondativi riassunti nella formula dell'ordine pubblico: sintagma che, seppur non presente nella carta costituzionale, dev'essere identificato con i principi costituzionali su temi basilari che sono la traduzione, in termini di diritto, dei principi etico-politici su cui sorge e si fonda l'ordinamento.

Nonostante la relatività storica di contenuto, connaturale a qualsiasi concetto giuridico, l'ordine pubblico esprime valori non negoziabili, a pena di rottura dell'armonia del sistema costituzionale; e la sua lesione rientra dunque nel thema decidendum del giudice chiamato a dichiarare l'efficacia nello Stato italiano di una sentenza ecclesiastica, senza preclusioni ed indipendentemente da eccezione di parte.

Ciò premesso, si osserva come la ricorrente invochi recenti arresti di questa Corte che hanno rivisto, in chiave critica, il precedente orientamento in materia, ponendo in risalto l'evidente favor che l'ordine pubblico interno palesa per la validità del matrimonio, quale fonte del rapporto familiare, incidente sulla persona e oggetto di tutela costituzionale: con il corollario che i motivi per i quali esso si contrae - rilevanti, in quanto attinenti alla coscienza, per l'ordinamento canonico - non hanno, di regola, valore ai fini dell'annullamento in sede civile.

In particolare, si è statuito, con riferimento a situazioni invalidanti l'atto-matrimonio, che la successiva convivenza prolungata è da considerare espressiva della volontà di accettazione del matrimonio-rapporto che ne è seguito: con la conseguente incompatibilità dell'esercizio postumo dell'azione di nullità, altrimenti riconosciuta dalla legge (Cass., sez. 1, 20 gennaio 2011 n. 1343; Cass., sez. Un. 18 luglio 2008 n. 19809).

Pur meritando adesione l'indirizzo giurisprudenziale sopra citato, con la distinzione concettuale ad esso sottesa tra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto, si deve ritenere che esso trovi applicazione nei casi in cui, dopo il matrimonio nullo, tra i coniugi si sia instaurato un vero consorzio familiare e affettivo, con superamento implicito della causa originaria di invalidità.

In tale ricostruzione interpretativa, il limite di ordine pubblico postula, pertanto, che non di mera coabitazione materiale sotto lo stesso tetto si sia trattato, - che nulla aggiungerebbe ad una situazione di mera apparenza del vincolo - bensì di vera e propria convivenza significativa di un'instaurata affectio familiae, nel naturale rispetto dei diritti ed obblighi reciproci - per l'appunto, come tra (veri) coniugi (art. 143 cod. civ.) - tale da dimostrare l'instaurazione di un matrimonio-rapporto duraturo e radicato, nonostante il vizio genetico del matrimonio-atto.

Nella specie, nulla del genere è stato neppure allegato dalla ricorrente: che si è limitata a valorizzare il dato temporale della durata del vincolo, insufficiente, come detto, ad integrare la causa ostativa di ordine pubblico al recepimento della sentenza ecclesiastica.

Il secondo motivo di ricorso risulta parzialmente assorbito, nella parte in cui ripropone la questione dell'omessa valutazione della convivenza, protrattasi per molti anni dopo la celebrazione del matrimonio; mentre, per il resto, è volto ad un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie - vagliate con ampia motivazione dalla Corte d'appello di Genova - introduttivo di un riesame, nel merito, della riconoscibilità della riserva mentale che non può trovare ingresso in questa sede.

Il ricorso dev'essere dunque rigettato; con compensazione delle spese di giudizio in considerazione della natura della causa ed altresì dei suoi obbiettivi profili di incertezza.

[…Omissis…]

Commento

La fattispecie posta al vaglio della Suprema Corte trae origine dalla domanda del marito di riconoscimento degli effetti della sentenza ecclesiastica, che aveva dichiarato la nullità del matrimonio, in quanto lo stesso avrebbe escluso, al momento della celebrazione del matrimonio, l’indissolubilità del relativo vincolo. La Corte d’appello, chiamata a delibare la sentenza ecclesiastica, ne riconosce gli effetti nel nostro Ordinamento, ritenendo che la conoscenza ab origine da parte della moglie della riserva del marito sull’indissolubilità del vincolo escludesse qualsiasi contrasto con l’ordine pubblico interno. Contro questa decisione propone ricorso in Cassazione la moglie, argomentando, in particolare, sull’incompatibilità della decisione ecclesiastica con l'ordine pubblico italiano alla luce della convivenza protrattasi per molti anni dopo la celebrazione del matrimonio.

Al fine di una piena comprensione dei principi affermati dalla Suprema Corte, giova preliminarmente ricordare come il matrimonio c.d. concordatario, ovvero quello canonico, che, in base agli Accordi intercorsi tra Stato e Chiesa – in specie il Concordato del 1929 modificato nel 1984 con un Accordo di revisione e un Protocollo addizionale, entrambi ratificati con legge n. 121/85 – può produrre effetti anche “civili”, a seguito della sua trascrizione negli atti dello stato civile: tale trascrizione ha efficacia costituitiva, in quanto in sua mancanza il matrimonio continua a produrre effetti esclusivamente per l’ordinamento canonico, e retroattiva, tenuto conto che gli effetti civili vengono a prodursi non a far data dal giorno della trascrizione, ma da quello della celebrazione. Ciò posto merita sottolineare come il matrimonio in analisi non costituisce una mera “forma” alternativa di celebrazione diversa da quella ordinaria, che si svolge dinnanzi all’ufficiale dello stato civile, ma bensì un matrimonio canonico, disciplinato dal diritto canonico e a cui vengono riconosciuti effetti anche nell’ordinamento dello Stato. Ne discende, quindi, che le sentenze dichiarative di nullità del vincolo matrimoniale emesse in base al diritto canonico possano avere efficacia anche civile, a seguito della delibazione da parte della Corte d’appello. Tale conseguenza e i limiti a tale riconoscimento hanno dato vita ad un dibattito giurisprudenziale, a cui si unisce il diverso profilo della permanenza o meno, a seguito dell’Accordo del 1984, di una giurisdizione esclusiva dei Tribunali ecclesiastici in materia. Partendo da questo secondo profilo, la questione del venir meno della giurisdizione esclusiva in materia in favore dei Tribunali ecclesiastici trae origine dalla circostanza che il menzionato Accordo del 1984 non avesse riprodotto la previsione, contenuta nei Patti Lateranensi del 1929, in base alla quale le cause relative alla nullità dei matrimoni canonici trascritti fossero riservate esclusivamente alla cognizione della giurisdizione ecclesiastica (art. 34, comma 4). Il nuovo testo concordatario, viceversa, pur ammettendo la giurisdizione ecclesiastica in materia, data la previsione del possibile riconoscimento delle sentenze canoniche, non specifica più se detto potere debba considerarsi esclusivo, oppure se analoga competenza spetti, in via concorrente, al giudice statale[1]. Non minori incertezze hanno attraversato la giurisprudenza[2]. La giurisprudenza di legittimità, comunque, è netta nel ritenere avvenuta l’abrogazione della riserva di giurisdizione, con la conseguente competenza del giudice statale a conoscere della validità di matrimoni canonici trascritti; alla base di questo orientamento è possibile leggere una diversa interpretazione della novella del 1984; la mancata riproduzione della clausola contenente la riserva di giurisdizione ha comportato una riespansione della sovranità dello Stato e, quindi, della sua giurisdizione[3]. Nello stesso solco interpretativo si colloca la sentenza delle Sezioni Unite, espressamente richiamata nella pronuncia in analisi, che puntualizza che “venuta meno la riserva di giurisdizione in materia di nullità di matrimoni concordatari per i giudici ecclesiastici di cui ai patti lateranensi del 1929 abrogati dagli accordi del 1984, per le Corti d’appello la delibazione non è più automatica o obbligatoria (Sez. Un. 1 marzo 1988 n. 2164), dovendo esse valutare se i fatti accertati con effetto di giudicato in sede canonica ovvero risultanti dalle sentenze di cui si chiede il riconoscimento rivalutate dai giudici italiani nel giudizio di delibazione (Cass. 1 febbraio 2008 n. 2467), varchino o meno la soglia-limite, che impone l’ordine pubblico. Solo se le fattispecie concrete decise in sede canonica superano il raffronto con l’ordine pubblico interno che esprime i valori cogenti del comune sentire, come emergenti dall’insieme delle norme costituzionali e ordinarie e delle loro modifiche nel tempo, le sentenze che le riguardano possono produrre i loro effetti in Italia; in caso di contrasto manifesto con i valori propri del sistema normativo interno, le sentenze degli altri ordinamenti e i loro effetti non possono riconoscersi in Italia”[4].

...omissis...


[1] Il diverso quadro normativo di riferimento ha creato un vivace dibattito dottrinario, sintetizzabile nell’individuazione delle seguenti alternative: il nuovo testo concordatario ha determinato il venir meno della riserva di giurisdizione a favore dei Tribunali ecclesiastici; la mancata reiterazione della disposizione contenuta nel Concordato non ha comportato mutamenti, in quanto risulta tuttora precluso al giudice statale di conoscere delle questioni relative alla validità dei matrimoni canonici trascritti; sarebbe venuta meno la riserva di giurisdizione, ma il sindacato del giudice italiano sarebbe limitata alle sole questioni concernenti la validità della trascrizione del matrimonio, con esclusione di qualsiasi ingerenza in ordine alla validità originaria del vincolo. Su queste ricostruzioni cfr., in particolare, C. CARDIA, Il matrimonio concordatario tra nullità canoniche, nullità civili e divorzio, in S. Bordonali - A. Palazzo (a cura di), Concordato e legge matrimoniale, Napoli, 1990, 395-409; L. DE LUCA, Giurisdizione ecclesiastica in materia matrimoniale: esclusiva o concorrente?, in Dir. eccl., 1985, I, 312 e ss.; F. FINOCCHIARO, Il concorso di giurisdizioni sul matrimonio c.d. concordatario, in Giust. civ., 1993, I, 877 ss.

[2] la giurisprudenza di merito, ritenendo ancora vigente la riserva a favore dei Tribunali ecclesiastici, si è inizialmente dichiarata priva di giurisdizione (Cfr. in via esemplificativa Trib. Roma 16 febbraio 1989, in Dir. eccl., 1990, II, 94 ss.) ; successivamente si è compiuta una vera e propria inversione di tendenza, valorizzandosi il principio della libertà di scelta dei coniugi, che non andrebbe declinato solo in riferimento alla forma di celebrazione del matrimonio, ma anche all’atto dell’eventuale contestazione della validità del matrimonio, con conseguente facoltà di scelta fra giurisdizione canonica e civile (cfr. Trib. Padova 7 gennaio 1995, in Giust. civ., 1995, I, 2239 ss.). La Corte costituzionale, di contro, pronunciandosi in materia in modo non vincolante trattandosi di sentenza di inammissibilità (n. 421/93), ha concluso per la persistente operatività della riserva di giurisdizione a favore dei Tribunali ecclesiastici; alla base di questa impostazione vi è la considerazione che il matrimonio canonico, che ottiene efficacia civile mediante la trascrizione, rimane regolato quanto al momento genetico dal diritto canonico, con la conseguenza che “su quell’atto, posto in essere nell’ordinamento canonico e costituente presupposto degli effetti civili, è riconosciuta la competenza del giudice ecclesiastico. Coerentemente con il principio di laicità dello Stato (sentenza n. 203 del 1989), in presenza di un matrimonio che ha avuto origine nell’ordinamento canonico e che resta disciplinato da quel diritto il giudice civile non esprime la propria giurisdizione sull’atto di matrimonio, caratterizzato da una disciplina conformata nella sua sostanza all’elemento religioso, in ordine al quale opera la competenza del giudice ecclesiastico. Il giudice dello Stato esprime la propria giurisdizione sull’efficacia civile delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio, attraverso lo speciale procedimento di delibazione regolato dalle stesse norme dell’Accordo in modo ben più penetrante che nella disciplina del Concordato. Permane, inoltre, pienamente, secondo i principi già fissati dalla Corte, la giurisdizione dello Stato sugli effetti civili”.

[3] Ne consegue, quindi, che “in questa nuova logica risulta chiaro il significato da attribuire all’art. 13 dell’Accordo, nella parte in cui stabilisce che le disposizioni del Concordato (del 1929), non riprodotte nel nuovo testo, sono abrogate, facendosi salvo soltanto quanto previsto dall’art. 7, n. 6, non riguardante la materia matrimoniale. La norma vuol dire che il massimo del sacrifico delle proprie prerogative, consentito da ciascuna parte, è quello che risulta espressamente dall’Accordo, oltre al quale non è possibile ammetterne altri [...]. Pertanto, poiché l’art. 8, n. 2, dell’Accordo di revisione riproduce, sia pure con rilevanti modificazioni, le disposizioni dell’art. 34 relative alla delibazione, ma non anche quella contenente la riserva di giurisdizione ai Tribunali ecclesiastici delle cause concernenti la nullità del matrimonio, quest’ultima disposizione è rimasta abrogata ai sensi dell’art. 13 [...] tanto che non è stato più necessario che la Santa Sede consentisse ai Tribunali civili il giudizio sulle cause di separazione personale [...]” cfr. Cass., Sez. Un., 13 febbraio 1993 n. 1824.

[4] In dottrina, non si è mancato di stigmatizzare quest’ultima affermazione. Si è rilevato, infatti, come “il vaglio sostanziale del giudice statale in sede di riconoscimento delle decisioni ecclesiastiche non dipende dall’esistenza o meno della riserva, tanto da essere stato introdotto già dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 18 del 1982, anteriormente all’Accordo di Villa Madama e, dunque, in regime di perdurante riserva di giurisdizione. È, infatti, evidente che, a prescindere dalla circostanza che anche il giudice statale abbia la facoltà di conoscere della validità dei matrimoni canonici trascritti, esiste, comunque, la possibilità di riconoscimento delle decisioni emesse dai Tribunali ecclesiastici, cui non può essere negata la giurisdizione in materia”, così M. CANONICO, Sentenze ecclesiastiche ed ordine pubblico: l’ultimo vulnus inferto al concordato dalle Sezioni unite, in Dir. famiglia 2008, 1895 ss.






Condividi