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Articolo di Dottrina



RIPARAZIONE PER INGIUSTA DETENZIONE



L’analisi del dolo e della colpa nel giudizio sulla riparazione per ingiusta detenzione

Claudio PAPAGNO

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Penale che sarà inserito nel fascicolo di Aprile della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. III penale, 15 novembre 2011 (dep. 10 gennaio 2012), n. 163

Riparazione per ingiusta detenzione – giudizio di merito – dolo – colpa – regole precauzionali – indennizzo – regole di giudizio.

Massima

Se è vero che nella prevedibilità ed evitabilità risiede la distinzione tra colpa e caso fortuito, non può revocarsi in dubbio che il concetto di colpa grave non può essere ricondotto alla sola prevedibilità dell’evento restrittivo della libertà personale. Il criterio della colpa civile, infatti, consta non solo di questo elemento, ma anche dall’inosservanza di una regola di condotta, sia essa frutto di una norma di legge, regolamentare, contrattuale, deontologica, di comune prudenza ex art. 1176 c.c. Per definire il perimetro della colpa ostativa al diritto all’equa riparazione occorre prescindere dai parametri delle diligenza media, della prevedibilità ed evitabilità dell’evento per entrare nel campo della conoscenza della causa foriera del danno, pur senza giungere alla volizione dell’evento che è propria del dolo.

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

Occorre dunque, per escludere il diritto alla riparazione, che il soggetto abbia tenuto una condotta dolosa o gravemente colposa, per eclatante o macroscopica negligenza, imprudenza o violazione di norme, e che questa condotta abbia ingenerato la falsa apparenza della sua configurabilità come illecito penale, dando luogo alla detenzione con rapporto di causa ad effetto.

Nella specie, l'ordinanza impugnata ha ritenuto che il ricorrente avesse tenuto un comportamento connotato da macroscopica o eclatante imprudenza o negligenza sia in epoca precedente alla misura (per essersi accompagnato a pregiudicati appartenenti al clan mafioso contrapposto a quello a quello cui era contigua la vittima dell'omicidio) sia subito dopo l'emissione della ordinanza cautelare (l'aver fornito un alibi rivelatosi non pienamente riscontato ed anzi resistito da plurimi elementi indiziali di segno opposto).

Commento

Sebbene non determinante ai fini della decisione in commento non può non apprezzarsi come, finalmente, si stia facendo strada, nella giurisprudenza della Cassazione, la distinzione tra comportamento serbato “in epoca precedente alla misura (per essersi accompagnato a pregiudicati appartenenti al clan mafioso contrapposto a quello a quello cui era contigua la vittima dell'omicidio)” e condotta registrata “dopo l'emissione della ordinanza cautelare (l'aver fornito un alibi rivelatosi non pienamente riscontato ed anzi resistito da plurimi elementi indiziali di segno opposto)”, ossia nel momento in cui il sottoposto sia venuto a conoscenza del procedimento penale a suo carico.

In tutti e due i casi, la cassazione ritiene che sia necessaria l’individuazione “di condotte che rivelino eclatante o macroscopica negligenza, imprudenza o violazione di leggi o regolamenti, fornendo del convincimento conseguito motivazione, che, se adeguata e congrua, è incensurabile in sede di legittimità” (Sez. Un., 26.6.2002, n. 34559, De Benedictis, m. 222263; Sez. 4^, 12.12.2005, n. 2895, Mazzei, m. 232884; Sez. 4^, 28.11.2007, n. 4194, Gualano, m. 238678).

Il ragionamento – impeccabile dal punto di vista processuale e sostanziale – continua a non convincere laddove insiste nel prendere in considerazione il comportamento posto in essere dal richiedente prima che questi venisse formalmente a conoscenza del procedimento penale a suo carico. Non che non si possa individuare in tali condotte – nella fattispecie, “essersi accompagnato a pregiudicati appartenenti al clan mafioso contrapposto a quello a quello cui era contigua la vittima dell'omicidio” – uno degli elementi che abbia tratto in errore l’autorità giudiziaria che ha, poi, disposto la misura restrittiva della libertà, tuttavia, il concetto di colpa richiede un quid pluris, un tasso di prevedibilità, per dirla in termini “sostanzialistici”, che non può collegarsi ad ogni comportamento dell’agire umano. Se così fosse, si potrebbe portare il discorso “alla corda” ed individuare in ogni comportamento umano gli estremi della colpa per cui escludere il diritto all’indennizzo di cui all’art. 314 e 315 c.p.p.

Occorre, in altri termini, che la colpa si colleghi a determinati eventi naturalistici e formali che possano dettare un agire secondo determinate norme di cautela e, viceversa, un comportamento che infrangendosi contro queste si ponga in chiavi di negligenza e imperizia.

La colpa grave, secondo il ragionamento della giurisprudenza prevalente, sarebbe ravvisabile a carico dell’accusato, il quale, con il suo comportamento “ambiguo” – tenuto prima che le indagini iniziassero –, avrebbe tratto in errore l’autorità giudiziaria nel predisporre la misura cautelare custodiale.

Un elemento sintomatico, indubbiamente, che sicuramente sarà già stato preso in considerazione dal giudice del merito per valutare la responsabilità penale dell’imputato, con scarsa incidenza, però, considerando che l’accusato è stato assolto con formula ampiamente liberatoria.

Quanto questo elemento – già valutato in sede di cognizione – possa essere valutato in sede di riparazione ex art. 314 c.p.p. è il vero punctum dolens della decisione della terza sezione penale della Cassazione, poiché coinvolge il tema delle preclusioni processuali.

In altri termini: può un elemento probatorio già valutato in un senso in fase di cognizione essere letto in chiave diversa nel giudizio di riparazione per ingiusta detenzione per rigettare la relativa richiesta? Occorre chiedersi, insomma, se vi sia una sorta di preclusione processuale che impedisca al giudice della riparazione di “rivalutare” il materiale probatorio già analizzato dal giudice di merito.

La Cassazione ribadisce, sul punto, un indirizzo che ormai può dirsi consolidato: il giudice del procedimento della riparazione ha piena e ampia libertà di valutare il materiale acquisito nel processo penale “non già per rivalutarlo, ma al fine di controllare la ricorrenza, o meno, delle condizioni dell’azione (di natura civilistica), sia in senso positivo che negativo, come il verificare la sussistenza di una causa di esclusione del diritto alla riparazione” (Cass. pen., Sez. un., 13 dicembre 1995, Sarnataro, in Dir. pen. proc., 1996, 741).

Il rapporto tra giudizio penale e giudizio della riparazione si risolve, dunque, nel condizionamento del primo rispetto al presupposto dell’altro, vale a dire all’accertamento della ingiustizia della detenzione. Tale assunto, però, non conduce automaticamente al riconoscimento dell’indennizzo, né, tanto meno, all’esclusione dello stesso, spettando al giudice della riparazione una serie di accertamenti e valutazioni da condurre in piena autonomia e con l’ausilio di criteri propri all’azione esercitata dalla parte (Cass. pen., Sez. un., 13 dicembre 1995, Sarnataro).

Più approfonditamente, la giurisprudenza afferma che sono completamente autonome la valutazione compiuta dal giudice che ha applicato la misura cautelare e quella svolta dal giudice della riparazione, in quanto afferenti a giudizi che si trovano su piani distinti. Infatti, secondo le Sezioni unite si tratta di “operazioni logiche distinte per oggetto e finalità”, anche se possono esercitarsi sopra lo stesso materiale probatorio e cioè quello acquisito nel processo penale. L’unico condizionamento, insomma, tra giudizio penale e giudizio sulla riparazione, sarebbe da rinvenirsi al presupposto del secondo, ossia l’ingiustizia o l’illegittimità della detenzione.

Se il compendio probatorio è, dunque, lo stesso, cambia “solo” il fine della valutazione che nel giudizio di cognizione è rappresentato dalla colpevolezza del condannato, mentre per il giudizio sulla riparazione si sostanzia nell’individuazione del concorso del dolo o della colpa grave come causa ostativa alla concessione del beneficio.

Per dirla in linguaggio geometrico, si tratterebbe di due cerchi perfettamente sovrapponibili su cui effettuare due valutazioni dai connotati e caratteristiche differenti.

La differenza è, innanzi tutto, nella natura giuridica della valutazione, del giudice penale e di quello dell’indennizzo: il giudice penale applica la regola per cui tutto ciò che non è vietato, e nei termini in cui non sia vietato, è consentito; il giudice dell’equa riparazione, invece, per tenere adeguato conto della norma scritta e non lasciare che essa si risolva in una vuota formula, deve valutare se certi comportamenti, accertati o non negati, e pur sempre riferibili alla condotta cosciente e volontaria del soggetto, possano avere svolto un ruolo almeno sinergico nel trarre in errore l’autorità giudiziaria.

...omissis...






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