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Articolo di Dottrina



ONERE E INTERESSE ALL’IMPUGNAZIONE



Sull'efficacia delle statuizioni sul merito pronunciate in occasione di pronunce di inammissibilità della domanda e sul relativo onere di impugnazione

Fabio COSSIGNANI

Si anticipa un estratto dell'Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Maggio della Rivista cartacea di NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. I civile, 12 marzo 2012, n. 3927

Pronuncia di inammissibilità della domanda (o dell’impugnazione) – Motivazione anche sul merito ad abundantiam – Efficacia – Esclusione – Onere di impugnazione della statuizione sul merito – Esclusione Interesse ad impugnare Esclusione Impugnazione proposta avverso le statuizioni di merito Ammissibilità Esclusione.
(Cod. proc. civ., art. 329)

Massima

Non è ammissibile per difetto di interesse l’impugnazione rivolta avverso la statuizione nel merito contenuta in una sentenza di inammissibilità, in quanto tale statuizione ad abundantiam è da considerarsi priva di efficacia perché proveniente da un giudice che si è già spogliato della potestas iudicandi per effetto della pronuncia di inammissibilità in rito.

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

1. - Con il primo motivo la ricorrente, premesso che il ricorso 3 aprile 2007, introduttivo del primo grado del presente giudizio, aveva ad oggetto la modifica delle statuizioni economiche della sentenza di divorzio, contesta l'inammissibilità del ricorso stesso affermata dalla Corte d'appello. Nega che il ricorso si basasse sulle medesime circostanze evidenziate nel procedimento di revisione già pendente e fa presente che con esso aveva dedotto di aver smesso di lavorare nel novembre 2006: dunque tale circostanza non poteva essere stata considerata nel primo provvedimento del Tribunale di Grosseto, che aveva assunto la causa in decisione nel luglio dello stesso anno, anche se poi il provvedimento era stato depositato il 16 gennaio 2007.

1.1. - Il motivo è fondato.

Che il Tribunale di Grosseto avesse assunto in decisione sin dal luglio 2006 la causa poi definita con il provvedimento del 16 gennaio 2007 non è contestato. È allora impossibile - come correttamente afferma la ricorrente - che davanti ad esso, in quel procedimento, fosse stato dedotto dalla B. il peggioramento delle proprie condizioni economiche verificatosi soltanto nel novembre 2006. Dunque la domanda proposta dalla medesima in quel procedimento e quella proposta con il ricorso del 3 aprile 2007 non si basavano sugli stessi presupposti di fatto, come erroneamente afferma la Corte d'appello per farne derivare l'inammissibilità del secondo ricorso. La statuizione di inammissibilità va pertanto cassata.

2. - Il secondo e il terzo motivo del ricorso per cassazione, attinenti alla statuizione di rigetto nel merito del ricorso 3 aprile 2007 al Tribunale di Grosseto sono inammissibili.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno infatti chiarito che qualora il giudice, dopo una statuizione di inammissibilità con la quale si è spogliato della potestas iudicandi in relazione al merito della controversia, abbia impropriamente inserito nella sentenza argomentazioni sul merito, la parte soccombente non ha l'onere né l'interesse ad impugnare; conseguentemente è ammissibile l'impugnazione che si rivolga alla sola statuizione pregiudiziale ed è viceversa inammissibile, per difetto di interesse, l'impugnazione nella parte in cui pretenda un sindacato anche in ordine alla motivazione sul merito, svolta ad abundantiam nella sentenza gravata (Cass. Sez. Un. 3840/2007). Tale affermazione, fatta con riferimento al processo ordinario di cognizione, va estesa, per identità di ratio, anche al rito camerale contenzioso, come quello relativo alla revisione delle condizioni di divorzio.

3. - In conclusione il decreto impugnato va cassato, in accoglimento del primo motivo di ricorso, con rinvio per un nuovo esame alla Corte d'appello di Firenze in diversa composizione.

[...Omissis...]

Commento

La Corte d’appello aveva dichiarato inammissibile il ricorso presentato in primo grado, volto a ottenere la modifica delle statuizioni economiche della sentenza di divorzio, in virtù del fatto che questo si basasse su circostanze già dedotte in un precedente ricorso proposto dinanzi allo stesso tribunale. La Corte, tuttavia, non si limitava a dichiarare inammissibile la domanda e, per conseguenza, il giudizio di impugnazione, ma si pronunciava anche in ordine al merito della controversia, asserendo che il ricorso, anche ove fosse risultato ammissibile, sarebbe comunque andato incontro a una pronuncia di rigetto per insussistenza della pretesa secondo il diritto sostanziale.

Il soccombente proponeva ricorso per cassazione formulando tre motivi di contestazione della sentenza di appello. Il primo, relativo alla questione di inammissibilità dell’originario ricorso e del successivo atto di gravame, viene accolto dalla Suprema Corte con la sentenza in epigrafe. Gli altri due motivi, invece, attinenti ai profili di merito della controversia affrontati dal giudice di secondo grado, vengono invece dichiarati inammissibili, in ragione del fatto che la motivazione in merito contenuta in una pronuncia di inammissibilità, con la quale il giudice si è spogliato della potestas iudicandi, non può essere fatta oggetto di impugnazione, non sussistendo in relazione ad essa l’interesse ad impugnare. Infatti, tale statuizione deve essere intesa quale motivazione ad abundantiam, rispetto alla quale non sussiste l’onere dell’impugnazione al fine di impedirne il passaggio in giudicato. Pertanto, il decreto della Corte d’appello viene cassato e, conseguentemente, viene disposto il rinvio alla medesima Corte d’appello in diversa composizione.

La assai sintetica pronuncia della Cassazione offre l’occasione per rammentare il dibattito che la questione affrontata ha sollevato sia in dottrina sia in giurisprudenza. Peraltro, nonostante sia intervenuta in merito ad essa una autorevole sentenza delle Sezioni Unite (su cui, infra), va ricordato come la soluzione offerta dalla Corte non abbia incontrato un consenso unanime.

Per tale ragione, appare opportuno ripercorrere brevemente le argomentazioni che sono alla base dell’orientamento oggi avallato anche dalla sentenza in commento.

Preliminarmente, occorre ribadire come la questione consista principalmente nell’individuazione dell’efficacia delle statuizioni di merito contenute in una pronuncia di inammissibilità. Il fenomeno si verifica allorquando il giudice, pur rilevando la fondatezza di una questione di rito che impedisce la decisione nel merito della controversia (ad esempio, perché difetta una delle condizioni dell’azione ovvero perché l’appello è stato proposto tardivamente), si premuri di precisare che la domanda (ovvero l’impugnazione) appare comunque infondata nel merito. In buona sostanza, il giudice, allo scopo di rafforzare la tenuta della propria pronuncia e di scoraggiarne l’impugnazione, evidenzia alla parte la duplice infondatezza della domanda (in rito e in merito).

Che valore va attribuito a simili statuizioni? In verità, il giudicante, rilevata la fondatezza della questione impediente della decisione nel merito, ben potrebbe limitarsi ad accertare questa, senza che costituisca un suo dovere quello di proseguire l’indagine. Anzi, l’accertamento della fondatezza della questione pregiudiziale di rito sembrerebbe escludere il potere del giudice di decidere nel merito. Questi, infatti, si spoglia per ciò solo della potestas iudicandi; d’altro canto, anche l’art. 276, secondo comma, sembra inquadrabile in questa prospettiva.

...omissis...






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