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Articolo di Dottrina



IMPUGNAZIONE PER NULLITÁ DEL LODO ARBITRALE



Sul regime di impugnabilità del lodo arbitrale relativo a clausole di arbitrato stipulate anteriormente alla riforma del 2006

Fabio COSSIGNANI

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Giugno della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. I civile, 19 aprile 2012, n. 6148

Arbitrato – Lodo – Impugnabilità del lodo – Disciplina transitoria - Impugnazione per violazione delle regole di diritto relative al merito – Previsione espressa nella convenzione di abritrato – Necessità – Esclusione – Retroattività della riforma legislativa - Esclusione.
(Cod. proc. civ., art. 829; D. Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 27)

Massima

Nel caso in cui la domanda di arbitrato sia stata proposta dopo il 2 marzo 2006, l’impugnazione del lodo per violazione di norme di diritto sostanziale è ammessa, pur in mancanza di espressa disposizione delle parti in tal senso, qualora la clausola compromissoria sia stata stipulata prima del 2 marzo 2006, data di entrata in vigore del d.lgs. n. 40/2006.

Estratto delle motivazioni

[….Omissis…]

1) Con il primo motivo di ricorso principale, Immobiliare Contrada Canova denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere la Corte territoriale omesso di esaminare l’eccezione di inammissibilità dell’impugnazione, da essa sollevata, ai sensi dell’art. 829 c.p.c., comma 2, sul rilievo della rinuncia degli impugnanti ai motivi di nullità per violazione delle regole di diritto.

2) Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D. Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, n. 4. Osserva che, in presenza di una disciplina transitoria che ha ben presente la distinzione tra convenzioni di arbitrato e domande di arbitrato e che stabilisce in modo chiaro ed inequivoco che le nuove norme introdotte dagli artt. 21-25 (fra cui quella che ha modificato l’art. 829 c.p.c.) si applicano ai procedimenti arbitrali la cui domanda sia stata proposta dopo il 2.3.06, non v’è spazio per una diversa interpretazione e che pertanto, allorché la convenzione sia stata stipulata nel vigore della previgente disciplina, è riservata alle parti diligenti di introdurre la possibilità di impugnare il lodo per violazione delle regole di diritto, esteriorizzando in modo adeguato la corrispondente volontà.

3) Con il terzo motivo, la ricorrente, denunciando vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, deduce che il rilievo officioso della Corte territoriale, di dover applicare nella specie la normativa anteriore alla riforma, appare privo di fondamento logico-giuridico.

4) I motivi, che sono tra loro connessi e che possono essere congiuntamente esaminati, sono infondati e devono essere respinti.

Nel regime anteriore alla riforma, l’allora art. 829 c.p.c., comma 2 prevedeva, in senso diametralmente opposto all’attuale comma 3, che “l’impugnazione per nullità… è ammessa se gli arbitri nel giudicare non hanno osservato le regole di diritto, salvo che le parti li avessero autorizzati a decidere secondo equità o avessero dichiarato il lodo non impugnabile”. Ciò significa che, in mancanza di esplicite previsioni derogatrici, le parti che stipulavano il patto compromissorio intendevano riservarsi la possibilità di impugnare il lodo per violazione di norme sostanziali.

Ebbene, costituisce principio generale del nostro ordinamento, discendente dall’art. 11 preleggi, che le condizioni di efficacia e gli effetti di un atto negoziale, che sia espressione di una valida manifestazione di volontà delle parti, sono disciplinati dalla legge in vigore al momento in cui esso è adottato e non possono essere modificati da una legge successiva (Cass. nn. 17995/07, 11876/07, Cass. S.U. 15608/01).

L’irretroattività delle legge, se pur non elevata, fuori della materia penale, a dignità costituzionale, rappresenta, del resto, una regola essenziale del sistema, cui, salvo un’effettiva causa giustificatrice, il legislatore deve ragionevolmente attenersi, in quanto la certezza dei rapporti preteriti costituisce un indubbio cardine della civile convivenza e della tranquillità dei cittadini (Corte costituzionale n. 155/90). In materia contrattuale, l’unica eccezione a tale principio è costituita dall’intervento di una nuova disposizione di legge che, introducendo una norma imperativa condizionante l’autonomia negoziale delle parti, incida sul contenuto dei contratti di durata anteriormente stipulati, o di quelli che non hanno ancora avuto esecuzione alla data della sua entrata in vigore, determinando la sopravvenuta nullità o inefficacia della clausola pattizia in essi inserita che sia eventualmente in contrasto con la norma imposta, la quale sostituisce o integra per l’avvenire la clausola difforme, relativamente agli effetti che il contratto dovrà produrre e non ha ancora prodotto. (Cass. n. 1689/06).

Non è certo questo il caso della clausola compromissoria stipulata anteriormente all’entrata in vigore della legge di riforma dell’arbitrato, non essendovi alcuna norma, fra quelle introdotte dal D. Lgs. n. 40 del 2006, art. 20 e 25 che ne abbia decretato la sopravvenuta invalidità: l’art. 829 c.p.c., comma 3 riformato, nell’escludere l’impugnazione del lodo per la violazione delle regole di diritto relative al merito della controversia, salva l’espressa diversa volontà delle parti, si è infatti, nella sostanza, limitato ad operare un capovolgimento del regime anteriore, riconducendo a regola ciò che era in precedenza previsto come eccezione e ad eccezione ciò che era in precedenza previsto come regola.

Ritenere che, per effetto della disposizione transitoria di cui al citato D. Lgs., art. 27 la nuova regola debba essere obbligatoriamente applicata anche alle convenzioni di arbitrato concluse prima del 2.3.06 solo perché il giudizio arbitrale è stato introdotto in data successiva (e che perciò sia preclusa alle parti l’impugnazione del lodo per violazione di norme sostanziali ancorché, all’epoca della stipulazione del patto compromissorio esse non fossero tenute a manifestare espressamente una volontà in tal senso) equivarrebbe ad ammettere che, in assenza di una regola giustificatrice, la norma contrasta con i principi generali che si sono appena enunciati in materia di irretroattività della legge e di immodificabilità della disciplina contrattuale per effetto di mutamenti successivi della legislazione. Invero, come è stato correttamente osservato in dottrina, siffatta interpretazione implicherebbe l’automatica sostituzione del contenuto della convenzione di arbitrato a suo tempo previsto e voluto dai contraenti, ricollegando al loro silenzio un significato diametralmente opposto a quello stabilito dalla legge al momento della stipulazione del patto, così privandoli di un mezzo di impugnazione al quale, certamente non intendevano rinunciare: gli effetti giuridici della volontà negoziale validamente manifestata dalle parti verrebbero dunque ad essere modificati d’imperio da una legge successiva, pur se ancora tutelati e riconosciuti dall’ordinamento in favore di tutti coloro che, avendo stipulato il patto dopo il 2.3.06, hanno avuto cura di provvedere espressamente l’impugnabilità del lodo per violazione delle regole di diritto.

Così interpretata la regola transitoria violerebbe, inoltre, i principi di cui agli art. 3 e 24 Cost.

Sotto il primo profilo, essa determinerebbe disparità di trattamento non solo tra i contraenti che hanno stipulato la convenzione arbitrale in data anteriore e quelli che l’hanno invece stipulata in data posteriore all’entrata in vigore della legge di riforma (consentendo, per quanto si è appena detto, solo a questi ultimi di scegliere se conservare la possibilità di impugnare il lodo per violazione di norme sostanziali), ma persino tra tutti gli appartenenti alla prima delle due categorie, i quali manterrebbero o meno il diritto a detta impugnazione a seconda della data di promovimento del giudizio arbitrale e dunque in dipendenza di un fattore del tutto casuale, non essendo certamente prevedibile la data di insorgenza della lite. Sotto il secondo profilo la norma comprimerebbe il diritto delle parti alla tutela giurisdizionale, nonostante la contraria volontà dalle stesse manifestata allorché sottoscrissero la clausola compromissoria senza escludere espressamente l’impugnabilità del lodo per violazione delle regole di diritto sostanziale, nella vigenza di un regime in cui tanto bastava a consentire l’impugnazione. Neppure può ipotizzarsi secondo quanto sostenuto dalla ricorrente, che, una volta entrata in vigore la legge di riforma, fosse dovere dei contraenti attivarsi per modificare il testo della clausola compromissoria aggiungendovi espressamente la previsione che in precedenza vi era implicitamente inclusa: per adeguare la clausola alla disciplina sopravvenuta non basterebbe, infatti, l’iniziativa di una delle parti, ma occorrerebbe l’accordo di entrambe.

Né, sotto altro profilo, la mancata attivazione potrebbe essere interpretata come rinuncia a far valere motivi di nullità del lodo per violazione di norme sostanziali, posto che la volontà di rinunciare ad un diritto si può desumere solo da un comportamento concludente, che non può consistere nell’inerzia del titolare rispetto al compimento di un’attività che non è dovuta.

Va, da ultimo, rilevato che le modifiche apportate all’art. 829 c.p.c. dalla legge di riforma sono volte a delimitare l’ambito dell’impugnazione del lodo come riflesso della nuova disciplina dell’accordo arbitrale, laddove le convenzioni concluse prima del 2.3.06 continuano ad essere regolate dalla legge previgente, che prevedeva l’impugnabilità del lodo per violazione della legge sostanziale, a meno che le parti non avessero stabilito diversamente.

Tali clausole, ancorché difformi dal nuovo modello negoziale, devono pertanto essere interpretate secondo la normativa codicistica anteriore; ne consegue che, in difetto di una disposizione che ne sancisca la nullità o che obblighi le parti ad adeguarle al nuovo modello, la loro salvezza deve ritenersi insita nel sistema pur in difetto di un’esplicita previsione della norma transitoria.

[…Omissis…]

Commento

Questione spinosa è quella della successione di leggi nel tempo, che tende peraltro ad aggravarsi qualora siano interessate disposizioni di carattere processuale ovvero disposizioni miste, poste a cavallo tra la disciplina del processo e del diritto sostanziale.

Ne è dimostrazione emblematica il caso deciso dalla suprema Corte con la pronuncia in epigrafe.

Si trattava di stabilire se il lodo pronunciato potesse essere impugnato per nullità per violazione di norme di diritto relative al merito ovvero se tale impugnabilità dovesse escludersi in forza del nuovo art. 829, terzo comma, c.p.c., a mente del quale «l'impugnazione per violazione delle regole di diritto relative al merito della controversia è ammessa se espressamente disposta dalle parti o dalla legge».

Il problema pratico nasce dal fatto che la nuova disposizione è stata introdotta dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, entrato in vigore il 2 marzo 2006, mentre in precedenza valeva la regola inversa stabilita dall’art. 829, secondo comma, c.p.c. ai sensi del quale «l'impugnazione per nullità è altresì ammessa se gli arbitri nel giudicare non hanno osservato le regole di diritto, salvo che le parti li avessero autorizzati a decidere secondo equità o avessero dichiarato il lodo non impugnabile».

Orbene, nel caso di specie, il giudizio arbitrale era stato instaurato in epoca successiva all’entrata in vigore del decreto legislativo n. 40/2006, ma la clausola compromissoria era stata stipulata in precedenza. Quid?

La questione poteva apparire di facile soluzione alla luce della disciplina transitoria contenuta nello stesso decreto legislativo, in quanto l’art. 27, quarto comma, d.lgs. n. 40/2006 espressamente dispone che l’art. 829 riformato si applica «ai procedimenti arbitrali, nei quali la domanda di arbitrato è stata proposta successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto». Sennonché, l’applicazione piana della nuova disciplina nei confronti di tutti i lodi pronunciati all’esito di procedimenti arbitrali instaurati dopo l’entrata in vigore del decreto – indipendentemente dalla collocazione temporale della stipula della clausola compromissoria – conduce necessariamente a risultati irragionevoli, innanzitutto sul piano logico, ma anche sul piano costituzionale. Di ciò si hanno dimostrato consepevolezza la corte d’appello prima e, in seguito, la Corte di cassazione.

Infatti, al momento della stipula della convenzione arbitrale le parti non intendevano col loro silenzio escludere l’impugnabilità del lodo per violazione delle norme di diritto relative al merito; al contrario, quel silenzio costituiva il sintomo – ai sensi dell’art. 829, secondo comma, c.p.c. allora vigente – di un’esplicita, ancorché tacita, volontà di preservare l’ammissibilità dell’impugnazione del lodo per violazione di norme di diritto. Per effetto della disciplina transitoria si rischierebbe quindi di attribuire a un’inequivoca manifestazione di volontà un significato esattamente antitetico rispetto alle intenzioni originarie delle parti. Peraltro, come osserva la stessa Corte, neppure varrebbe ipotizzare un onere a carico delle parti di modificare la convenzione arbitrale per effetto della nuova legge, in quanto – è oltremodo facile obiettare – tale soluzione presuppone un consenso tra le parti che potrebbe non sussistere.

Detto con diverse parole, dunque, l’applicazione indiscriminata dell’art. 829, terzo comma, c.p.c. a tutti i giudizi arbitrali instaurati dopo il 2 marzo 2006 condurrebbe alla retroattività della nuova legge, in violazione del principio generale posto dall’art. 11 disp. prel. c.c. e del principio del legittimo affidamento, valido sia in ambito sostanziale sia in ambito processale.

In vero, se la assoluta retroattività è garantita per la sola legge penale, nel diritto civile il principio secondo il quale «la legge non dispone che per l’avvenire» può essere derogato solo in virtù di specifiche esigenze, che nel caso di specie non sembrano sussistere. Anzi: va sottolineato come l’intenzione del legislatore fosse in realtà volta più alla ultrattività della legge processuale anteriore alla novella che non alla retroattività di quest’ultima. Infatti, tutte le modifiche apportate dal d.lgs. n. 40/2006 al capo V (del titolo VIII del libro IV) si applicano ai procedimenti instaurati dopo l’entrata in vigore del decreto. Quindi, il legislatore ha inteso fare applicazione del brocardo tempus regit processum e non già del principio generale previsto in via generale dall’art. 11 delle preleggi (tempus regit actum); a fortiori, si arguisce che non era sua intenzione introdurre una disciplina retroattiva.

...omissis...






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