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Articolo di Dottrina



DANNO NON PATRIMONIALE – FIGLIO NATURALE



Sulla sussistenza del diritto del figlio naturale ad ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale causato dall’illecito endo-familiare del genitore che non ha provveduto al riconoscimento

Giovanni GUIDA

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Giugno della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza, 10 aprile 2012, n. 5652

Famiglia - Filiazione Naturale - Violazione Degli Obblighi Gravanti Sul Genitore Che Non Abbia Riconosciuto Il Figlio - Obbligo Di Risarcimento Del Danno Non Patrimoniale – Sussistenza

Massima

La violazione del complesso dei doveri facenti capo al genitore naturale, cui corrispondono diritti inviolabili e primari della persona del destinatario costituzionalmente garantiti (art. 2 e 30 Cost.), comporta la sussistenza di un illecito civile, trovando l’illecito endo-famigliare sanzione non soltanto nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma anche nell’obbligo di risarcimento dei danni non patrimoniali, sancito dall’art. 2059 cod. civ.

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

4.3 - Con il secondo motivo del ricorso incidentale si denuncia:

"Errato condannatorio per danni non patrimoniali - danno esistenziale subito dallo S.. Carenza del presupposto essenziale per addebito della responsabilità e, quindi, violazione dell'art. 360 c.p.c., n. 3. Errata valutazione delle prove acquisite e, quindi, violazione dell'art. 360 c.p.c., n. 5. Inconcepibilità del danno definito esistenziale".

Vengono formulati i seguenti quesiti di diritto:

"Dica la Corte se può addebitarsi al genitore naturale la responsabilità del mancato contributo al mantenimento di un presunto figlio naturale, se nessuna richiesta di accertamento della paternità è stata esercitata dal genitore che ha la potestà sul minore, e ciò dalla nascita del presunto figlio sino al raggiungimento della maggiore età, ed anche dopo da parte del figlio divenuto maggiorenne? Può addebitarsi responsabilità al presunto genitore che non ha ricevuto alcuna formale richiesta per il riconoscimento del presunto figlio e ciò per oltre 40 anni e che, quindi, non si è sottratto ad alcun obbligo di mantenimento, essendo inesistente la prova (o comunque t l'accertamento in corso) della paternità.

Può emettersi condanna al risarcimento del danno "esistenziale" - per il periodo dal raggiungimento della maggiore età alla data di inizio dell'azione di accertamento della paternità - nel caso in esame promossa dopo 43 anni dalla nascita - a carico del presunto padre e, quindi, in assenza di alcun obbligo al mantenimento (elemento soggettivo per la declaratoria di responsabilità) e senza fornire la prova del danno in violazione dell'art. 2059 c.c. - tanto più che dopo un anno dal raggiungimento della maggiore età il presunto figlio si è sposato, costituendo autonomo nucleo familiare, acquisendo per donazione materna una casa, di abitazione - e, quindi, esistendo agli atti la prova della inesistenza del preteso danno esistenziale, in ogni caso non addebitatile al presunto padre che, dopo l'iniziale richiesta informale di riconoscimento, nulla ha più saputo circa la vita di relazione del presunto figlio.

I principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza circa il danno esistenziale riguardano lo status di figlio già riconosciuto e non uno status accertato ex post (nel caso in esame dopo 40 anni)".

4.4 - Deve preliminarmente rilevarsi come, a fronte di un motivo che contiene rilievi sia in merito alle valutazioni giuridiche operate nella decisione impugnata che alla motivazione della stessa, viene proposto un quesito di diritto, articolato in più punti, che attiene esclusivamente alla violazione o all'interpretazione delle norme applicate dal giudice del merito.

Deve pertanto trovare applicazione il principio secondo il quale è ammissibile il ricorso per cassazione nel quale si denunzino con un unico articolato motivo d'impugnazione vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto, qualora lo stesso si concluda con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all'altro, al fine di individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, anche un errore di qualificazione giuridica del fatto (Cass., Sez. Un., 31 marzo 2009, n. 7770). Attesa, quindi, l'ammissibilità del ricorso per Cassazione che denunzi con unico motivo vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto (Cass., sez. 1^, 18 gennaio 2008, n. 976), ogni censura deve ritenersi ammissibile nella parte in cui sia corredata da un idoneo quesito o dall'indicazione del fatto controverso, nei termini più volte ribaditi da questa Corte.

Nel caso in esame, pertanto, il motivo deve ritenersi ammissibile nella parte in cui risultano formulati, quanto alle violazioni di legge, validi quesiti di diritto, mentre deve rilevarsi l'inammissibilità delle censure attinenti a vizi della motivazione, in quanto non sorrette da una corretta illustrazione di quel momento di sintesi, omologo del quesito di diritto, richiesto dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte, come sopra richiamata.

4.5 - Deve pertanto ritenersi non più controvertibile la ricostruzione della vicenda così come operata dalla corte territoriale, sia con riferimento all'accertamento della paternità naturale, per il vero non adeguatamente contestata, sia in relazione agli aspetti, di certo rilevanti in materia aquiliana, di natura psicologica, nel senso che, come si legge nella decisione impugnata, il D. era "ben a conoscenza dell'esistenza del figlio", del quale si era totalmente disinteressato "nonostante, quanto meno fino a una certa epoca, avesse ricevuto specifiche richieste, da parte della S., di assumersi le proprie responsabilità conseguenti al concepimento di una creatura". 4.6 - Risulta agevole quindi constatare come, sulla base di tali emergenze processuali, la corte territoriale abbia correttamente affermato la responsabilità del D., derivante dalla volontaria, grave e reiterata sottrazione agli obblighi tutti derivanti dal rapporto di filiazione, con conseguente risarcibilità - sia pure nei limiti della riduzione del petitum, sulla base della interpretazione della domanda così come operata dai giudici del merito, vale a dire1 con la limitazione, per ragioni che sfuggono a qualsiasi tentativo di comprensione, al pregiudizio sofferto nel periodo successivo al raggiungimento della maggiore età - dei danni di natura non patrimoniale "per la subita lesione dei fondamentali diritti della persona inerenti la qualità di figlio". 4.7 - Le questioni che la presente vicenda pone, per le numerose implicazioni giuridiche, meriterebbero ampia disamina, inserendosi esse nella più vasta problematica della responsabilità aquiliana nei rapporti familiari che negli ultimi anni è stata interessata da una vasta rielaborazione sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali della persona; l'esame, tuttavia, dovrà essere, nel rispetto dell'economia del presente giudizio, limitato agli aspetti enucleati nei quesiti di diritto validamente proposti.

4.8 - Viene in primo luogo in considerazione la tesi secondo cui il riconoscimento della paternità, o, come sembra di capire, quanto meno la proposizione della relativa domanda, costituiscano il presupposto della responsabilità aquiliana scaturente dalla violazione dei doveri inerenti al rapporto di filiazione.

Tale assunto è all'evidenza infondato, in quanto contrastante con il principio, costantemente affermato da questa Corte, secondo cui l'obbligo del genitore naturale di concorrere nel mantenimento del figlio insorge con la nascita dello stesso, ancorchè la procreazione sia stata successivamente accertata con sentenza (Cass., 20 dicembre 2011, n. 27653; Cass., 3 novembre 2006. n. 23596), atteso che la sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento e quindi, ai sensi dell'art. 261 c.c., implica per il genitore tutti i doveri propri della procreazione legittima, incluso quello del mantenimento ai sensi dell'art. 148 c.c., ricollegandosi tale obbligazione allo status genitoriale e assumendo, di conseguenza, efficacia retroattiva (Cass., 17 dicembre 2007, n. 26576 pari decorrenza, dalla nascita del figlio (Cass., 11 luglio 2006, n. 15756; Cass., 14 maggio 2003, n. 7386; Cass., 14 febbraio 2003, n. 2196).

La sussistenza di tale obbligo, raccordata alla consapevolezza del concepimento, come sopra evidenziata, esclude la fondatezza della tesi secondo cui la responsabilità del D. dovrebbe escludersi in assenza di specifiche richieste provenienti dalla S. o dal figlio. Prescindendo dal rilievo inerente all'inutilità di richieste successive dopo un rifiuto iniziale espresso in termini categorici, soccorre il principio secondo cui l'obbligo dei genitori di mantenere i figli (artt. 147 e 148 c.c.) sussiste per il solo fatto di averli generati e prescinde da qualsivoglia domanda, sicchè nell'ipotesi in cui al momento della nascita il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori, tenuto perciò a provvedere per intero al suo mantenimento, non viene meno l'obbligo dell'altro genitore per il periodo anteriore alla pronuncia della dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, essendo sorto sin dalla nascita il diritto del figlio naturale ad essere mantenuto, istruito ed educato nei confronti di entrambi i genitori (Cass., 2 febbraio 2006, n. 2328).

4.9 - Quanto alla dedotta insussistenza di un diritto al risarcimento del danno, per violazione del complesso dei doveri facenti capo al genitore naturale, e limitati nella presente vicenda al periodo compreso fra il raggiungimento, da parte del figlio, della maggiore età ed il conseguimento dell'autosufficienza sul piano economico, premesso che la relativa liquidazione, costituendo questione di merito, non può essere sindacata in questa sede, non essendosi per altro validamente prospettati, come sopra evidenziato, vizi motivazionali, deve ribadirsi come la violazione di obblighi cui corrispondono, nel destinatario, diritti primari della persona, costituzionalmente garantiti, comporta la sussistenza di un illecito civile certamente riconducibile nelle previsioni dell'art. 2043 c.c. e segg..

Nell'ambito di un vasto orientamento, formatosi sia in dottrina, che nella giurisprudenza, tanto di merito (Trib. Venezia, 30 giugno 2004;Corte app. Bologna, 10 febbraio 2004), quanto di legittimità (Cass., 7 giugno 2000, n. 7713; Cass., 10 maggio 2005, n. 9801, fino alla recente Cass., 15 settembre 2011, n. 18853), è stato, da tempo enucleata la nozione di illecito endofamiliare, in virtù della quale la violazione dei relativi doveri non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c..

Il riferimento del ricorrente alla nota decisione delle Sezioni unite di questa Corte n. 26972 del 2008, proponendone una lettura riduttiva e fondata su un rilevo di carattere nominalistico, non coglie nel segno, essendosi al contrario con essa ribadito come, al di là del ricorso a varie figure di danno, diversamente denominate per meri fini descrittivi, debba affermarsi, in base a un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. Non può dubitarsi, con riferimento al caso di specie, come il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, manifestatosi per lunghi anni e connotato, quindi, dalla violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determini un vulnus, dalle conseguenze di entità rimarchevole ed anche, purtroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella carta costituzionale (in part., artt. 2 e 30), e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento un elevato grado di riconoscimento e di tutela.

[…Omissis…]

Commento

Alla base del giudizio, che ha portato alla pronuncia di legittimità in rassegna, vi è una domanda volta al riconoscimento della paternità naturale, con il conseguente riconoscimento di un assegno mensile a titolo di alimenti ponendolo a carico del convenuto, nonché richiesta a titolo di restituzione o risarcimento del danno di una somma pari all'assegno alimentare dovuto dal raggiungimento della maggiore età fino alla data della domanda. L’attore, in particolare, evidenzia che il presunto padre, una volta venuto a conoscenza del concepimento, aveva interrotto ogni rapporto con la donna, rifiutandosi, anche in seguito, di riconoscere il figlio e di mantenerlo, così costringendolo a un'esistenza, considerate le misere condizioni della madre, piena di stenti e di privazioni, nel corso della quale andava incontro a varie vicissitudini (come esperienze di natura penale e la contrazione del virus HIV), poi superate con la costituzione di un proprio nucleo familiare.

Il giudice di primo grado, sulla base delle prove acquisite e del sostanziale rifiuto del convenuto di sottoporsi al prelievo per l'esecuzione della disposta consulenza ematologica, accoglieva la domanda di dichiarazione di paternità; rigettava la richiesta di assegno alimentare e, in parziale accoglimento della pretesa risarcitoria, in considerazione del pregiudizio di natura esistenziale inerente al periodo compreso - sulla base della specifica limitazione contenuta nell'atto introduttivo del giudizio - fra il raggiungimento della maggiore età e il momento in cui non era più configurabile un obbligo di mantenimento, liquidava, in via equitativa, la somma di Euro 25.000, con interessi e rivalutazione dalla data della domanda.

L’impianto motivazionale della sentenza di primo grado viene sostanzialmente confermato in appello. I Giudici di secondo grado confermano, in particolare, la statuizione inerente all'accoglimento della pretesa risarcitoria in relazione alla violazione, ritenuta consapevole, di un diritto fondamentale della persona, quale quello, facente capo al figlio, di ricevere dai propri genitori assistenza materiale e morale.

La sentenza della Corte d’Appello viene, poi, confermata con la pronuncia in rassegna, che ci consente di svolgere alcune brevi considerazioni sia in tema di azione per il riconoscimento di paternità che di c.d. illecito endo-famigliare.

Per quanto attiene al primo profilo, giova preliminarmente ricordare che per figlio naturale si intende il figlio procreato da genitori non uniti tra loro da vincolo matrimoniale; tale status si consegue, in primo luogo, a seguito del riconoscimento, di cui è discussa la natura negoziale[1], da parte del soggetto che dichiara di essere genitore[2].

...omissis...


[1] A favore della natura negoziale, cfr. PIETROBON, Riconoscimento del figlio naturale e incapacità di intendere e di volere, in RDC, 1966, II, 466; BUSNELLI, La disciplina dei vizi del volere nella confessione e nel riconoscimento dei figli naturali, in RTDPC, 1959, 1246; contra SANTORO PASSARELLI, Atto giuridico, in ED, IV, Milano, 1959, 211; PALAZZO, La filiazione fuori del matrimonio, Milano, 1965, 129; MAJELLO, Della filiazione naturale e della legittimazione, in Comm. Scialoja, Branca, Bologna-Roma, 1982, 28.

[2] Il riconoscimento può essere fatto congiuntamente o separatamente, dal padre e dalla madre che abbiano compiuto il sedicesimo anno.

La dichiarazione, che costituisce atto irrevocabile, puro e personalissimo, è inammissibile nel caso in cui riguardi un figlio legittimo, dovendo prima essere esperite le azioni volte a far cessare tale stato, mentre è di norma vietata nei casi di figli incestuosi, salvo che i genitori al tempo del concepimento ignorassero il vincolo esistente tra di loro o che sia stato dichiarato nullo il matrimonio da cui deriva l'affinità. Quando uno solo dei genitori è stato in buona fede, il riconoscimento del figlio può essere fatto solo da lui. Il riconoscimento è autorizzato dal giudice, avuto riguardo all'interesse del figlio ed alla necessità di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio. Per poter effettuare il riconoscimento di un figlio naturale si deve aver compiuto i sedici anni di età. In questo caso viene a configurarsi sia una capacità d’agire speciale che, al contempo, una capacità giuridica speciale. Il minore che non abbia raggiunto tale età non potrà procedere al riconoscimento, dovendo il figlio essere temporaneamente affidato ad altre persone. Il riconoscimento deve essere effettuato successivamente alla nascita o al concepimento, potendo, dunque, essere riconosciuto anche un nascituro. In quest’ultimo caso, naturalmente, gli effetti del pieno riconoscimento sono subordinati all’evento della nascita. È, comunque, possibile procedere anche al riconoscimento di un figlio premorto, in favore dei suoi discendenti legittimi e dei suoi figli naturali riconosciuti. Una volta che la dichiarazione di riconoscimento sia stata emessa nelle forme e con i requisiti richiesti, essa è perfetta e irrevocabile, vincolando definitivamente il suo autore. Dall'essenzialità dell'irrevocabilità discende, poi, che nel caso il riconoscimento sia effettuato per mezzo di un testamento, la revoca di questo non comporta revoca del riconoscimento in esso contenuto.






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