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Articolo di Dottrina



RECLAMO AVVERSO LA SENTENZA DICHIARATIVA DI FALLIMENTO



Sulla disciplina del reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento

Fabio COSSIGNANI

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Giugno della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. VI Civile, ord. 4 aprile 2012 n. 5420

Fallimento – Impugnazione della sentenza dichiarativa di fallimento – Reclamo – Effetto devolutivo pieno – Sussistenza – Limiti in materia di appello – Esclusione.

(Legge fallimentare, art. 18)

Massima

In sede di reclamo della sentenza dichiarativa di fallimento è riconosciuta al debitore, ancorché non costituitosi nella fase prefallimentare, la possibilità di indicare anche per la prima volta i mezzi di prova di cui intende avvalersi.

Estratto delle motivazioni

[….Omissis…]

- La soc. coop. Trofè ricorre per cassazione nei confronti della sentenza con la quale la Corte d’appello ha rigettato la sua impugnazione avverso la sentenza dichiarativa del suo fallimento.

Resiste solo l’intimata curatela con controricorso.

Il Consigliere relatore ha rilevato quanto segue:

“Con l’unico motivo di ricorso si censura l’impugnata decisione per avere ritenuto la Corte d’appello che non fosse ammissibile la deduzione di nuove prove e il deposito di nuovi documenti ad opera dell’appellante fallita che non era comparsa nell’ambito dell’istruttoria prefallimentare. La censura è manifestamente fondata in quanto la Corte ha in proposito enunciato il principio secondo cui “Nel giudizio di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto ai procedimenti in cui trova applicazione la riforma di cui al D.Lgs n. 169 del 2007, che ha modificato la L. Fall., art. 18, ridenominando tale mezzo come “reclamo” in luogo del precedente appello, l’istituto, adeguato alla natura camerale dell’intero procedimento, è caratterizzato, per la sua specialità, da un effetto devolutivo pieno, cui non si applicano i limiti previsti, in tema di appello, dagli artt. 342 e 345 c.p.c., pur attenendo il reclamo ad un provvedimento decisorio, emesso all’esito di un procedimento contenzioso svoltosi in contraddittorio e suscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata; ne consegue che il debitore, benché non costituito davanti al tribunale, può indicare anche per la prima volta, in sede di reclamo, i mezzi di prova di cui intende avvalersi, al fine di dimostrare la sussistenza dei limiti dimensionali di cui alla L. Fall., art. 1, comma 2, tenuto conto che, sul punto e come ribadito da Corte cost. 1 luglio 2009 n. 198 – in tema di dichiarazione di fallimento ed onere della prova nel procedimento dichiarativo – permane un ampio potere di indagine officioso in capo allo stesso organo giudicante. (Affermando detto principio, la S.C. ha cassato la sentenza con la quale il giudice d’appello, confermando la sentenza di fallimento, aveva negato di poter valutare la prova documentale, sui requisiti di fallibilità, introdotta per la prima volta dal debitore con il reclamo) (Cassazione civile, sez. I, 05/11/2010, n. 22546)

Il Collegio ritiene di dover condividere la riferita proposta e per l’effetto accoglie il ricorso disponendo la cassazione della sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Lecce che esaminerà il merito e provvederà altresì alla regolamentazione delle spese del presente giudizio.

[…Omissis…]

Commento

La Società Y era stata dichiarata fallita dal tribunale e non si era costituita nel corso del giudizio. Proponeva tuttavia reclamo avverso la sentenza ai sensi dell’art. 18 l. fall., ma la Corte d’appello rigettava il ricorso, ritenendo inammissibilie, nel giudizio di impugnazione, la produzione di nuovi documenti da parte della fallita. Evidentemente, il giudice del reclamo ha ritenuto di poter applicare l’art. 345, terzo comma, c.p.c. e quindi di ricostruire il giudizio de quo alla stregua di un ordinario appello.

La suprema Corte non condivide invece la decisione della Corte pugliese e cassa la sentenza, ritenendo che in sede di reclamo non vi siano limiti alla indicazione di nuove prove costituende e alla produzione di nuovi documenti, avendo il suddetto rimedio un carattere devolutivo sicuramente più accentuato rispetto all’appello ordinario; anzi, la Corte ritiene che il reclamo ex art. 18 l.fall. sia caratterizzato da un «effetto devolutivo pieno» (stessa espressione è stata utilizzata da Cass., 7 ottobre 2010, n. 20836).

La decisione si trova, sotto tale profilo, in completa armonia con altra pronuncia del Corte (Cass., 10 novembre 2010, n. 22546) e sembrerebbe riconoscere nel reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento uno strumento impugnatorio ad effetti ampiamente devolutivi, tali far credere che si tratti di un novum iudicium ovvero di uno strumento di opposizione, piuttosto che di un mezzo di impugnazione in senso stretto.

Se questa è la prima impressione che suscita la lettura dell’ordinanza intestata, va detto che il coordinamento con le altre decisioni assunte sull’argomento dalla Corte non appare sempre agevole. Si coglie quindi l’occasione per analizzare il reclamo ex art. 18 l.fall. nei sui aspetti problematici.

Preliminarmente si rende necessaria una breve digressione sul procedimento per la dichiarazione di fallimento ante riforma del 2006.

In relazione alla istruttoria prefallimentare, va ricordato come gli artt. 6 e 15 l.fall. fossero costituiti di un solo comma: rispettivamente, questi si limitavano a stabilire, per un verso, che il fallimento potesse essere pronunciato su richiesta del debitore, su ricorso di uno o più creditori, su istanza del pubblico ministero oppure d'ufficio e, per altro verso, che fosse facoltà del tribunale, prima di dichiarare il fallimento, quella di ordinare o meno la comparizione dell'imprenditore in camera di consiglio (quest'ultima disposizione poi interpolata dalla Consulta, la quale ne ha sancito la incostituzionalità nella parte in cui non prevedeva l'obbligo del tribunale di disporre la comparizione del fallito: C. cost., 16 luglio 1970, n. 141).

In maniera altrettanto sintetica, l'art. 18 si limitava a stabilire che avverso la sentenza che dichiara(va) il fallimento fosse proponibile opposizione mediante citazione da notificarsi al curatore e al creditore richiedente nel termine di 15 giorni (ma, in proposito, v. C. cost., 27 novembre 1980, n. 151), esclusa comunque l'efficacia sospensiva della stessa. Dal suo canto, l'art. 19 chiariva che il rimedio successivo, ossia quello esperibile avverso la sentenza resa nella fase di opposizione, era da individuare nell'appello, senza tuttavia precisare quali regole procedimentali dovessero caratterizzarlo (per l’applicabilità del meccanismo devolutivo delineato dagli artt. 342 e 346 c.p.c., Cass., 24 maggio 2000, n. 6796).

...omissis...






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