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Articolo di Dottrina



SENTENZA DI NON LUOGO A PROCEDERE



Sui presupposti in presenza dei quali deve essere pronunciata sentenza di non luogo a procedere

Gianmichele PAVONE

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Penale che sarà inserito nel fascicolo di luglio-agosto della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. IV penale, 8 marzo 2012 (dep. 12 aprile 2012), n. 13922, Pres. Marzano, Rel. Galbiati

Processo penale – Udienza preliminare – Udienza filtro – Valutazione degli elementi di prova acquisiti – Giudizio sicuro di immutabilità del quadro probatorio – Prognosi di inutilità del dibattimento.

Udienza preliminare – Sentenza di non luogo a procedere – Presupposti.

Massima

Ai fini della dichiarazione di non luogo a procedere, ex art. 425 c.p.p., l’insufficienza o la contraddittorietà delle fonti di prova che legittimano l’emanazione di una sentenza di proscioglimento da parte del giudice dell’udienza preliminare hanno quale parametro di riferimento la prognosi di inutilità del dibattimento, mentre deve essere escluso il proscioglimento in tutti i casi in cui tali fonti di prova si prestino a soluzioni alternative o aperte. In altri termini, il giudice, a fronte di elementi di prova parzialmente favorevoli all’imputato, deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere solo in forza di un giudizio sicuro di immutabilità del quadro probatorio, specificamente di non modificabilità in dibattimento per effetto dell’acquisizione di nuove prove o di una diversa valutazione degli elementi già in atti.

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

1. La questione sottoposta all'esame delle Sezioni Unite è la seguente: "Se il decreto di irreperibilità per la notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari conservi efficacia anche ai fini della notifica del decreto di citazione a giudizio".

2. L'indirizzo interpretativo che risponde in senso affermativo a detto quesito (Sez. 2, n. 29914 del 17/05/2007, manganaro, Rv. 237315; Sez. 2, n. 35078 del 24/05/2007, Calcatelli, Rv. 237756; Sez. 2, n. 18576 del 18/03/2009, Puglisi, Rv. 244444; Sez. 2, n. 8029 del 09/02/2010, Braho, Rv. 246449; Sez. 2, n. 42957 del 18/11/2010, Ambrogi, Rv. 249122; Sez. 5, n. 34828 del 11/07/2011, A., Rv. 250944), muove essenzialmente dalla considerazione che l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, pur essendo emesso nei confronti di persona "sottoposta ad indagini", si colloca "oltre la fase di chiusura delle indagini" perché "l'espressione "sottoposta ad indagini" è un'indicazione priva di valenza temporale in termini di attualità e ben può stare ad indicare che si tratta di persona che è stata sottoposta ad indagini, mediante il riferimento ad un fatto storico antecedente" (Sez. 2, n. 29914 del 17/05/2007, Manganaro, Rv. 237315). Sulla stessa linea si è affermato che, poiché la lettera della norma fa riferimento alla notifica di un avviso con il quale il pubblico ministero comunica all'indagato "la conclusione delle indagini preliminari", con l'avvertimento che la documentazione relativa alle indagini espletate è depositata presso la segreteria, con facoltà per l'indagato e il difensore di prenderne visione ed estrarne copia, le indagini preliminari non sarebbero più "in corso", non potendo dunque farsi riferimento all'art. 160, comma 1, cod. proc. pen., che prevede la cessazione di efficacia del decreto emesso, appunto, "nel corso delle indagini preliminari". Peraltro, anche la ratio della norma sarebbe, in tal modo, pienamente rispettata considerando che il decreto di irreperibilità per la notifica dell'avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. viene emesso, di regola, in prossimità temporale al decreto di citazione a giudizio, quando la situazione di fatto che riguarda l'indagato non può subire modifiche di rilievo, sicché, in mancanza di "nuove indagini" eventualmente disposte dal pubblico ministero, sarebbe irragionevole richiedere per la notifica del provvedimento che dispone il giudizio un nuovo decreto di irreperibilità, che sarebbe meramente reiterativo di quello precedentemente emesso (Sez. 2, n. 35078 del 24/05/2007, Calcatelli, Rv. 237756; Sez. 2, n. 18576 del 18/03/2009, Puglisi, Rv. 244444; Sez. 2, n. 8029 del 09/02/2010, Braho, Rv. 246449; Sez. 2, n. 42957 del 18/11/2010, Ambrogi, Rv. 249122).

Inoltre le cautele previste dall'art. 160 cod. proc. pen. con riguardo alle limitazioni all'efficacia del decreto di irreperibilità, in sostanza volte ad assicurare una più sicura conoscibilità del procedimento a carico dell'interessato, sono da considerarsi rispettate dall'art. 515-bis cod. proc. pen. poiché questo fornisce "una sicura conoscenza del procedimento e una consapevole partecipazione della difesa" (Sez. 2, n. 8029 del 09/02/2010, Braho, Rv. 246449) e va quindi ricondotto ad un momento successivo rispetto a quello delle indagini preliminari.

3. La giurisprudenza che afferma l'inefficacia del decreto di irreperibilità emesso in occasione della notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis cod. proc. pen. ai fini della notificazione anche del decreto ex art. 552 cod. proc. pen. (Sez. 1, n. 5698 del 28/01/2003, Vedda, Rv. 223312; Sez. 1, n. 29226 del 13/07/2005, Serigne, Rv. 232100; Sez. 2, n. 17999 del 03/05/2006, P.M. in proc. Arnesano, Rv. 234760; Sez. 5, n. 30072 del 24/03/2009, Pesce, Rv. 244481; Sez. 2, n. 2741 del 14/10/2009, dep. 21/01/2010, Tiperciuc, Rv. 246260), muove da una considerazione di ordine generale relativa alla natura del decreto di citazione diretta a giudizio: da un lato lo stesso "costituisce esercizio dell'azione penale con l'effetto di concludere la fase delle indagini preliminari, e dall'altro, con la sua notificazione all'imputato ed alle altre parti è l'atto di impulso che segna l'inizio di una nuova fase processuale, quella del dibattimento", di talché la chiusura delle indagini preliminari di cui all'art. 160, comma 1, cod. proc. pen. non coincide con la notificazione del decreto di citazione a giudizio, ma con la sua emissione da parte del p.m.; ne consegue che, ai fini della vocatio in iudicium dell'imputato, che si realizza con la notificazione del provvedimento, è necessario che il p.m. emetta un nuovo decreto di irreperibilità secondo quanto previsto dall'art. 160, comma 2, cod. proc. pen. (Sez. 1, n. 5698 del 28/01/2003, Vedda, Rv. 223312).

Le pronunce espressive di tale indirizzo, richiamando espressamente Sez. U, n. 28807 del 29/05/2002, Manca, Rv. 221999, a sua volta riproduttiva di quanto già affermato da Sez. U, n. 13390 del 28/10/1998, Boschetti, Rv. 211904, rilevano che il decreto di citazione a giudizio che è l'atto con il quale il pubblico ministero esercita l'azione penale, produce effetti anche indipendentemente dalla sua notificazione, interrompendo la prescrizione già dalla data della sua emissione. In altri termini, dunque, poiché l'art. 160 cod. proc. pen. limita l'efficacia del decreto di irreperibilità emesso nel corso delle indagini preliminari sino alla conclusione di detta fase, l'inizio di una nuova fase (quella del giudizio), inaugurata dalla notifica del decreto di citazione richiede necessariamente, essendo ormai caducato il precedente, un nuovo decreto di irreperibilità.

4. La questione rimessa alle Sezioni Unite comporta lesame delle conseguenze della modifica al codice di procedura penale vigente, apportata dall'art. 17 legge 16 dicembre 1999, n. 79, che ha introdotto l'art. 414-bis cod. proc. pen.

Tale articolo 415-bis si colloca nel Libro Quinto denominato: "Indagini preliminari e udienza preliminare" ed in tale ambito nel Titolo Ottavo intitolato: "Chiusura delle indagini preliminari".

L'art. 415-bis cod. proc. pen. reca la rubrica: "Avviso all'indagato della conclusione delle indagini preliminari".

L'avviso di concludere delle indagini, che contiene la sommaria enunciazione del fatto per il quale si procede, delle norme di legge che si assumono violate, della data e del luogo del fatto, deve essere inviato dal pubblico ministero, prima della scadenza del termine previsto dall'art. 405, comma 2, cod. proc. pen. anche se prorogato, se no deve essere formulata richiesta di archiviazione ai sensi degli artt. 408 e 411 cod. proc. pen.

L'avviso contiene altresì l'avvertimento che la documentazione relativa alle indagini è depositata presso la segreteria del pubblico ministero e che l'indagato ed il suo difensore possono prenderne visione ed estrarne copia.

Si tratta dunque di un atto preordinato, in base agli elementi fino a quel momento noti al pubblico ministero, alla richiesta di rinvio a giudizio o all'emissione del decreto di citazione a giudizio, dal momento che è subordinato alla condizione negativa che non debba essere richiesta archiviazione.

Con il compimento di tale atto il pubblico ministero rende inoltre noti all'indagato ed al suo difensore gli atti di indagine compiuti, eloquente segno, al di là della collocazione e della rubrica, che l'organo inquirente ritiene concluse le indagini preliminari.

Con riferimento al momento dell'introduzione dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari non è prevista alcuna norma di coordinamento con l'art. 160 cod. proc. pen.

Tale articolo, nel comma 1, stabilisce che il decreto di irreperibilità emesso dal giudice o dal pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari cessa di avere efficacia con il provvedimento che definisce l'udienza preliminare ovvero, quando questa manchi, con la chiusura delle indagini preliminari.

Come efficacemente hanno precisato le Sezioni Unite di questa Corte con sentenza n. 21833 del 22/02/2007, Iodache, Rv. 236372, "il deposito degli atti segnala soltanto la fine delle attività investigativa del pubblico ministero" (pag. 21 sentenza citata) e quindi in conseguenza di tale atto le ordinarie indagini preliminari hanno termine, salvo il solo eventuale compimento di ulteriore attività, d'iniziativa o a richiesta della persona sottoposta ad indagini o del suo difensore.

5. La tesi secondo la quale, ai fini della emissione di decreto di citazione a giudizio, il decreto di irreperibilità emesso ai fini della notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari non ha efficacia, muove dall'assunto che, al momento dell'emissione e della notifica di tale avviso la fase delle indagini preliminari non si sia ancora conclusa, poiché le stesse si concludono solo con l'esercizio dell'azione penale.

Questo argomento è la base sulla quale gli indirizzi di giurisprudenza e dottrina, orientati alla necessità di emissione di un nuovo decreto di irreperibilità, fondano l'affermazione che il precedente decreto emesso ai fini della notifica dell'avviso di conclusione delle indagini sia inidoneo a consentire la notifica del decreto di citazione a giudizio.

Infatti, affermano tali indirizzi, solo con l'emissione di tale decreto possono considerarsi concluse le indagini preliminari, poiché con esso viene esercitata l'azione penale.

6. L'assunto richiamato sembra però riposare su un equivoco interpretativo. L'art. 160, comma 1, cod. proc. pen. non pone come discrimine per la efficacia del decreto di irreperibilità l'esercizio dell'azione penale, tant'è vero che, nell'ipotesi di richiesta di rinvio a giudizio, la stessa sarà validamente notificata, insieme all'avviso di fissazione dell'udienza preliminare, sulla base del decreto emesso dal giudice o dal pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari.

Quindi l'atto di esercizio dell'azione penale (la richiesta di rinvio a giudizio) ed un atto successivo a tale esercizio (l'avviso di fissazione dell'udienza preliminare) sono notificati sulla scorta del decreto di irreperibilità emesso ai fini dell'avviso di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. per espressa disposizione di legge (il citato art. 160, comma 1, cod. proc. pen.).

Quando invece l'udienza preliminare manchi, il limite di efficacia è posto dalla stessa norma nella chiusura delle indagini preliminari, ma non nell'esercizio dell'azione penale.

La fase delle indagini preliminari sembra, dopo l'introduzione dell'art. 415-bis cod. proc. pen., essere stata scissa in due distinti periodi, quello delle indagini del pubblico ministero e quello, successivo all'avviso all'indagato della conclusione delle indagini, relativo alla possibilità per la persona sottoposta ad indagini di chiedere ulteriori attività investigative, di depositare memorie, documenti, documentazione relativa ad investigazioni difensive o di chiedere di essere interrogato.

E' possibile che vengano, dopo la notificazione dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, compiute ulteriori indagini sia su richiesta dell'indagato che d'iniziativa del pubblico ministero, ma ciò non potrà che aver luogo a discovery avvenuta.

7. irrilevante è il richiamo effettuato all'art. 160, comma 2, cod. proc. pen. operato nelle pronunzie che sostengono la non efficacia del decreto di irreperibilità emesso ai fini della notifica dell'avviso di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. anche ai fini della notifica del decreto di citazione a giudizio, dal momento che tale disposizione si limita ad affermare che "Il decreto di irreperibilità emesso dal giudice per la notificazione degli atti introduttivi dell'udienza preliminare nonché il decreto di irreperibilità emesso dal giudice o dal pubblico ministero per la notificazione del provvedimento che dispone il giudizio cessano di avere efficacia con la pronuncia della sentenza di primo grado", ma nulla dice circa l'efficacia del decreto di irreperibilità emesso ai fini della notifica cell'avviso di conclusione delle indagini, né potrebbe dire alcunché di ulteriore, posto che tale norma è anteriore all'introduzione dell'art. 415-bis cod. proc. pen.

8. in definitiva non sembrano sussistere ragioni ostative a ritenere che il decreto di irreperibilità, emesso dal pubblico ministero ai fini della notificazione dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, dispieghi efficacia ai fini della notifica del decreto di citazione a giudizio.

Siffatta soluzione presenta altresì il pregio di assimilare l'efficacia del menzionato decreto di irreperibilità sia ai fini della notifica della richiesta di rinvio a giudizio (unitamente all'avviso di fissazione dell'udienza preliminare) sia ai fini della notifica del decreto di citazione a giudizio, rendendolo prodromico all'esercizio dell'azione penale.

9. Non sembrao avere fondamento neppure gli argomenti che tendono a limitare la efficacia del decreto di irreperibilità alla sola notifica dell'avviso di conclusione delle indagini richiamando la tutela del diritto al contraddittorio.

Benché sia apprezzabile l'intenzione del legislatore di far compiere ogni sforzo per instaurare un reale contraddittorio addivenendo al rintraccio dell'irreperibile attraverso la reiterazione delle ricerche, non sembra, salva l'ipotesi di cui si dirà di ulteriori indagini effettuate dal pubblico ministero, che la effettuazione di nuove ricerche ad un intervallo brevissimo di tempo dalle precedenti, possa essere di qualche concreta utilità al fine di addivenire al rintraccio dell'irreperibile.

La Corte Europea dei Diritti Umani, con sentenza 11 novembre 2004, Sejdovic ha affermato che è onere dell'Autorità giudiziaria "compiere ogni sforzo per procurare all'accusato la conoscenza reale del procedimento, condizione essenziale di una rinuncia consapevole e non equivoca a comparire".

Tale onere implica però il compimento di sforzi che siano idonei al fine perseguito, cioè che abbiano una qualche utilità concreta sotto il profilo della possibilità di addivenire al rintraccio della persona irreperibile e che non si risolvano nella mera formale reiterazione di atti da poco compiuti, che nulla possono aggiungere per individuare il luogo dove la persona sottoposta ad indagini si possa trovare, al fine di renderla edotta dell'accusa mossa a suo carico.

Il procedimento a carico di irreperibili rimane una anomalia rispetto al diritto di difesa sancito tanto dalla Costituzione quanto dalle Convenzioni internazionali, ma tale anomalia non può certo essere elisa da adempimenti di carattere solo formale senza nessuna concreta idoneità a rendere possibile una reale conoscenza in capo all'accusato del procedimento.

La necessità di assicurare nel processo penale un vero contraddittorio, anche ai fini dell'allineamento alla normativa convenzionale, dovrà ragionevolmente essere ricercata dal legislatore in soluzioni del tutto diverse, che eliminino il processo a carico di persone irreperibili, salvo che la irreperibilità sia stata volontariamente determinata dalla persona sottoposta alle indagini che si sia resa irreperibile per sottrarsi al procedimento.

10. Diversa soluzione deve essere adottata invece nell'ipotesi in cui il pubblico ministero, dopo la notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, svolga ulteriore attività di indagini.

Va premesso che è irrilevante, in proposito, l'interrogatorio della persona sottoposta ad indagini, poiché, laddove l'interrogatorio avvenisse, cesserebbe la situazione di irreperibilità dell'interrogato.

Invece quando il pubblico ministero, su sollecitazione del difensore o autonomamente, svolga ulteriori indagini, si deve ritenere che il decreto di irreperibilità emesso ai fini della notifica dell'avviso di cnclusione delle indagini cessi di avere efficacia ai fini della notifica del decreto di citazione a giudizio, e ciò per un duplice ordine di ragioni.

In primo luogo perché in tale ipotesi le indagini non sarebbero state in concreto concluse.

In secondo luogo perché verrebbe meno l'arco temporale ristretto che rende in concreto superflua l'effettuazione di nuove ricerche e l'emissione di un nuovo decreto di irreperibilità.

In tale ipotesi diventerebbe pertanto utile la reiterazione delle ricerche e la emissione di un nuovo decreto di irreperibilità, giacché il decorso del tempo può comportare nuovi accadimenti rilevabili con le nuove ricerche effettuate.

11. Si deve pertanto affermare che "il decreto di irreperibilità emesso dal pubblico ministero ai fini della notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari di cui all'art. 415-bis cod. proc. pen. conserva efficacia ai fini della notifica del decreto di citazione a giudizio, salvo che il pubblico ministero effettui ulteriori indagini dopo la notifica del menzionato avviso di conclusione delle indagini preliminari"

[…Omissis…]

Commento

La vicenda processuale nell’ambito della quale è intervenuta la sentenza in commento trae origine da un’imputazione per omicidio colposo formulata dalla Procura di Firenze nei confronti del primario, dei ginecologi e dell’ostetrica di una struttura ospedaliera, per la mancanza di un’adeguata organizzazione e per non aver eseguito tutti gli accertamenti necessari su una partoriente, sottovalutando gli indici di sofferenza di un feto e intervenendo tardivamente con parto cesareo.

Prima di esaminare la questione affrontata dalla Corte, giova ricostruire brevemente i fatti di causa.

La paziente, quarantenne con precedenti di aborto spontaneo e sottopostasi a pratica di fecondazione assistita, si ricoverava presso il reparto di ginecologia ed ostetricia dell’ospedale nel quale lavoravano gli imputati per procedere alla fase del travaglio e del parto. Dai tracciati cardiotocografici emersero segni di difficoltà respiratoria ed elementi di sofferenza del feto. Ciò nonostante, l’estrazione con parto cesareo avvenne solo in tarda serata, quando ormai il neonato si trovava in stato di arresto cardiaco. Il giorno seguente il neonato morì per insorgenza di “polmonite da meconio”. I periti d’ufficio, in sede di incidente probatorio, individuarono la causa del decesso nella “sindrome di MOF”, che aveva interessato un polmone, un rene e il cuore, determinata a sua volta dalla c.d. “corangiosi", costituita da un’alterazione placentare a patogènesi sconosciuta. D’altro canto, pur concordando sul fatto che un taglio cesareo più tempestivo avrebbe evitato il decesso del neonato, i consulenti avevano evidenziato la difficoltà per i sanitari di pervenire ad una sollecita diagnosi della situazione clinica, considerato che gli indici di sofferenza fetale erano sicuramente sussistenti ma non gravi ed univoci e non presentavano un quadro di deterioramento costante e progressivo.

Il giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Firenze, pertanto, con sentenza del 7 marzo 2011, dichiarò il non luogo a procedere con la formula “perché il fatto non sussiste”.

Secondo tale pronuncia, gli elementi probatori acquisiti non avrebbero consentito un approfondimento dibattimentale, attesa la difficoltà di pervenire con certezza all’affermazione che, nella situazione concreta, sarebbe stata esigibile una diversa determinazione curativa da parte dei sanitari. Era emerso che costoro, al momento dell’intervento, non avevano elementi certi per procedere in modo diverso; anzi, la presenza di condizioni attestanti l’imminenza del parto spontaneo, unitamente all’apparente miglioramento dei tracciati cardiotocografici, avevano indotto i medici a scegliere la soluzione “naturale”.

Le parti civili (i genitori del neonato) ed il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Firenze proposero ricorso per Cassazione avverso la sentenza.

...omissis...






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