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Articolo di Dottrina



MOBBING GENITORIALE




Antonella Gabriele

1. il mobbing.

Molto cose del mobbing appaiono chiare: la genesi e la semantica del nome, ad esempio. Qualsiasi trattazione riconduce l’origine del termine a Konrad Lorenz e all’etologia, dove il verbo indica i comportamenti di un animale più forte nei confronti di uno più debole al fine di isolarlo dal branco. “To mod” e l’equivalente italianizzato “mobbizzare” è uguale quindi a vessare, assalire in massa, circondare. La storia del fenomeno mobbing risale agli inizi degli anni ottanta, quando alcuni studiosi svedesi svolsero ricerche su diversi lavoratori che presentavano strane patologie da stress sul luogo di lavoro, l’intento era capire motivi e cause scatenanti di tali fenomeni così da poterli classificare come patologie lavorative. Fu proprio Heinz Leymann a teorizzare il fenomeno, aprendo le porte di un vasto mondo sommerso fatto di abusi e soprusi nei confronti di lavoratori scomodi da parte di aziende di ogni dimensione e specie. Dopo la prima pubblicazione scientifica, prodotta nel 1984, altri studiosi dell’Europa più industrializzata, ma anche di paesi extraeuropei, hanno teorizzato il fenomeno sommerso, dandone sempre più i connotati di una attività immorale ai danni di lavoratori inconsapevoli. Le ragioni di tali vessazioni erano da ritrovare nella “scomodità aziendale” di tali soggetti per le più svariate ragioni e nell’impossibilità, per i datori di lavoro, di estromettere gli stessi dal ciclo produttivo.

Nondimeno chiari sono i protagonisti della vicenda: il mobber, anzitutto, il soggetto che attua il comportamento persecutorio; poi il mobbizzato, il soggetto che subisce il comportamento mobbizzante; infine, eventuale, il side-mobber, soggetto che collabora col mobber o rimane inerte innanzi a comportamenti vessatori evitando di schierarsi con l’uno o con l’altro soggetto.

Non sono mancate e non mancano neppure le definizioni psico-sociologiche del fenomeno: “L’individuo a causa del mobbing viene a trovarsi in una condizione indifesa ed è fatto oggetto di una serie di iniziative vessatorie e persecutorie” (H.Leymann). Il Mobbing: “Quella forma di comunicazione ostile ed immorale diretta in maniera sistematica da uno o più individui verso un altro individuo che si viene a trovare in una posizione di mancata difesa” (H.Leymann); “Il mobbing è un’azione che si ripete per un lungo periodo di tempo, compiuta da uno o più mobbers, datore di lavoro o colleghi, per danneggiare qualcuno di solito in modo sistematico e con uno scopo preciso” (Ege). Infine quella della Associazione tedesca contro lo stress psicosociale ed il mobbing: “Una serie di comunicazioni conflittuali tra colleghi, superiori e dipendenti nella quale la persona viene posta in una posizione di debolezza ed aggredita direttamente od indirettamente da una o più persone in modo sistematico, frequentemente e per un lungo periodo di tempo, con lo scopo e/o la conseguenza della sua estromissione dal mondo del lavoro”.

La parola nuova nasconde, dunque, un fenomeno antico e del resto, si sa, gli uomini sono soliti di tanto in tanto dare un nome nuovo a cose vecchie, credendo, forse, di aver pensato una cosa nuova: il conflitto fra uomini, il bisogno di prevaricazione tra soggetti portati ad affermare la propria volontà o identità sociale in termini di “contrasto e necessità” è fenomeno antico, antichissimo. Una volta divenuto oggetto di studio, la minuzia classificatoria fa il resto: le forme del conflitto possono essere quelle della divergenza (relazione inizialmente collaborativa o cooperativa che si differenzia ad un certo punto per una divergenza di obiettivi); concorrenza (competizione in cui i soggetti in questione concorrono all’ottenimento di uno stesso bene, sia esso di natura reale o morale); sabotaggio (comportamento contro un altro in modo che questi non raggiunga i suoi obiettivi, per non dover soffrire della visione della superiorità e realizzazione altrui); infine aggressione, la forma di conflitto più grave in cui la ragione scatenante del conflitto non è più il raggiungimento di un obiettivo o ostacolare l’altro, ciò che crea conflitto è proprio l’esistenza dell’altro soggetto. Ancora, se si vuole, il conflitto equivale a dire obiettivi divergenti o antagonisti, assenza di strutture normative; consapevolezza; personalizzazione; discontinuità (Bucci 1992). Può risolversi in vari modi, nella vittoria di una parte sull’altra; attraverso l’elaborazione di un compromesso; nella ricerca di una reciproca soddisfazione anche su livelli differenti (è la soluzione più complessa è difficile da trovare); nella somatizzazione a vari livelli con danno per la parte soccombente; nella interruzione reale della relazione.

Fin qui il conflitto ordinario. L’aggressività o ostacolamento, l’emarginazione per via della ostilità e della non comunicazione, la diffusione di maldicenze, il reiterato esercizio del potere connesso ad una superiorità gerarchica, sono aspetti che possono riguardare un qualsiasi ambiente, domestico o familiare, tuttavia se attivati da una parte in genere più dominante per ruolo o posizione sociale verso un’altra parte meno dotata di tali requisiti, concorrono a distribuire il conflitto in maniera non equanime e così trasferire il fenomeno nell’ambiente nel quale si usa più frequentemente indagarlo ed analizzarlo. Si attua così la “vessazione di lavoro” o “job mobbing” tra soggetti identificabili sulla base di una qualifica professionale, una mansione o una posizione all’interno dell’organigramma aziendale.

Il fenomeno può definirsi in tre tipologie a seconda della fonte di provenienza del mobbing, e cioè mobbing verticale (bossing) se perpetrato dal datore nei confronti del lavoratore; mobbing orizzontale se attuato tra colleghi di pari grado; mobbing ascendente, attuato dal basso verso l’alto dell’organigramma aziendale. Quel che è certo è che i parametri di questa peculiare tipologia sono topografici (l’ambiente di lavoro quale luogo del conflitto); cronologici (frequenza dei comportamenti, mediamente attestata tra le due/tre volte al mese nonché la durata, il comportamento è in corso da minimo tre/sei mesi); modali (tipo di azioni, le azioni sono attuate ai danni dalla salute, della morale e della professionalità); sociali (dislivello tra gli antagonisti, il soggetto attivo e quello passivo hanno ruoli ben distinti e posizioni ben diverse, l’una di vantaggio e l’altra di svantaggio); infine funzionali (andamento secondo fasi successive, sette secondo Ege dal conflitto mirato all’esclusione dal mondo del lavoro; intento persecutorio, obiettivo principale è allontanare l’altro dal luogo di lavoro).

Ricapitolando: il mobbing è, in sintesi, una forma di violenza, di ostilità protratta per un tempo più o meno lungo, una forma dunque in qualche modo sistematica, da parte di una o più persone nei confronti di una persona, in genere gerarchicamente subordinata, fatta oggetto di vessazioni e persecuzioni abituali, a causa delle quali il soggetto patisce una condizione di sofferenza tradotta in patologie psicosomatiche o sociali.

2. il mobbing genitoriale.

Il diritto, adesso, vale a dire il fenomeno per come è inteso e definito nel settore giuridico, del quale preme verificare una delle ultime frontiere della fenomenologia criminale, al quale ci avviciniamo sotto forma di domanda: esiste il mobbing genitoriale?

Sul mobbing familiare la giurisprudenza ha già manifestato il suo punto di vista. Il leading case può farsi coincidere con la sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21 febbraio 2000 attraverso la quale il mobbing è entrato a far parte del vocabolario familiare in ragione di comportamenti ritenuti fondativi di una separazione con addebito: comportamenti irriguardosi ed emarginanti, giudizi di mortificazione estetica o di passata modestia economica della famiglia d’origine, offese esternate in privato e in pubblico, e molto altro ancora, restano finalmente costituitivi del fenomeno mobbing, formula sintetica in grado di sussumere tutti quei comportamenti “violatori del principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi posto in generale dall’art. 3 Cost. che trova, nell’art. 29 Cost. la sua conferma e specificazione”.

Il mobbing, come abilmente titolato, entra in famiglia (Delconte R.C., Il mobbing entra in famiglia?, in Famiglia e diritto, 2000, 476.) offrendo all’acume classificatorio la selezione delle condotte illecite: la sistemazione delle patologie familiari organizzate intorno a comportamenti mobbizzanti fa registrare da un le forme della esternazione reiterata di giudizi offensivi e atteggiamenti irriguardosi nei confronti del proprio coniuge, la platealità o teatralità di giudizi di disistima, le provocazioni quotidiane associate a disinteresse per la dimensione famigliare, il depauperamento della base economica, l’allontanamento dagli affetti originari, e così di seguito. Molto, ma non tutto. Il tutto è affidato, come si diceva, all’ultima frontiera delle categorie mobbizzanti, il cosidetto mobbing genitoriale.

L’elemento di novità è dunque l’attuazione di una condotta illecita mediata attraverso la presenza di un minore il quale diviene strumento di una vessazione di un coniuge ai danni dell’altro. Non si tratta più di una dinamica interna, vissuta all’interno della coppia, ma di una reiterazione di condotte illecite esterne al rapporto coniugale. Familiare o coniugale (Nella definizione offerta da G.Giordano, Conflittualità nella separazione coniugale: il 'mobbing' genitoriale, 2004: “Per “mobbing genitoriale” si intende la volontà di uno dei due genitori di estromettere l’altro dall’esercizio della sua genitorialità rispetto al minore. Ciò avviene attraverso la possibilità di impedire i rapporti del figlio con l’altro genitore, attraverso la possibilità di delegittimarlo con il minore e all’interno della rete sociale in cui si estrinseca la genitorialità da estromettere (scuola, amici, parenti, aule di giustizia), attraverso la possibilità di limitare o impedire in via giudiziaria, e nel caso con false accuse, l’altro genitore.”.), quale che sia il nome più adatto a descrivere la realtà, il nuovo mobbing annovera il ripetersi di decisioni non condivise, la denigrazione dell’altro genitore, il sabotaggio nelle frequentazioni con il figlio, il mancato coinvolgimento di un genitore negli eventi sociali e formativi del minore.

Una recente vicenda di cronaca ne ha testimoniato il peso tragico al quale preme aggiungere una sola notazione problematica. E’ noto come il fenomeno del mobbing non possieda un contenuto penalistico sebbene da più parti si evidenzi come la parola magica assuma al suo interno la capacità di comprendere condotte dotate di un rilievo penalistico. Vale per il mobbing quanto è valso per lo stalking anche se per quest’ultimo la recente e nuova fattispecie ex art.612 bis c.p. è stata recentemente introdotta per coprire quel complesso fenomeno relazionale fra un molestatore assillante (il c.d. stalker, l’attore) e la vittima della persecuzione, nei casi in cui una relazione scandita da un apparentemente normale ritmo quotidiano venga viceversa invasa da un perdurante stato di ansia e paura, fastidio e preoccupazione, disagio fisico e psichico associato ad un ragionevole senso di timore. Non che non mancassero disposizione penali in grado di disciplinare il fenomeno, tuttavia la parola inglese, magica anch’essa, annuncia il disincanto descrittivo, la temuta tassatività, la non agevole apprensione logica di talune appendici comportamentali variegate e mutevole, ragioni queste tutte idonee a spiegare e in qualche modo giustificare l’ingresso della nuova disposizione incriminatrice ed adattarla al tessuto sociale al quale si legavano possibili incertezze e dubbi esegetici. Parimenti per il mobbing, appartenente anch’esso ad un contesto di possibile rilevanza penalistica, ma rimasto ai margini della modernità semantica, attratta dallo stalking appunto, dal doping, dal file-sharing, dall’insider trading, dallo straining, ma non dal mobbing per il quale residua certamente la chance punitiva ma nelle forme tradizionali delle lesioni, delle percosse, dei maltrattamenti in famiglia, insomma delle categorie classiche tratte dal tradizionale arsenale codicistico.

Ecco il punto, l’argomento di riflessione del presente ragionamento: esiste una dimensione penalistica del mobbing coniugale? Esiste cioè una tutela aggiuntiva a quella civilistica che consenta di sanzionare i sabotaggi delle frequentazioni per via di scuse o impedimenti insinceri, il boicottaggio delle relazioni affettive per patologie appena percettibili, il ritardo nella affido di un minore alla frequentazione quotidiana nonostante il vincolo orario di una rappresentazione cinematografica, la astuta “relocation” vale a dire il trasferimento del minore con il genitore affidatario in una città lontana, e così per molto altro ancora, tanto quanto la fantasia vessatoria riesce ad elaborare. Esiste una dimensione penalistica del mobbing genitoriale? Non che il diritto penale riesca a fare sempre il suo lavoro, meno che mai a fare ciò che il diritto civile non riesce a compiere, tuttavia l’assenza di una tutela ulteriore, la percezione di una titolarità affievolita, rende testimonianza di una evoluzione sociale non ancora pienamente condivisa a livello giuridico. Vale per l’uno ciò che non vale per l’altro, segno evidente di una maturazione sociale non ancora compiuta, la fragilità del lavoratore vessato e della donna importunata non equivale ancora a quella del genitore mobbizzato.

Avv. Antonella Gabriele






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