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Testo del provvedimento

CONTRATTI – SINGOLI CONTRATTI


USURA SOPRAVVENUTA




CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE , SENTENZA 19 ottobre 2017, n.24675
RICOGNIZIONE

Le Sezioni Unite negano ingresso alla c.d. “usura sopravvenuta”, ponendo – forse – fine ad un annoso ed irrisolto dibattito sviluppatosi all’indomani della introduzione della L. 108/1996.

Giova, dunque, procedere innanzitutto, ad una breve ricostruzione degli sviluppi subiti dalla disciplina in esame.

Una prima definizione del concetto di “usura” si rinviene nella disciplina penalistica di cui all'art. 644 c.p. secondo cui “chiunque si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione [...]”. La stessa norma prevede poi al terzo comma che “la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.

Dall'analisi della predetta norma è dunque possibile distinguere diverse tipologie di usura: l’usura pecuniaria, in cui la prestazione ha ad oggetto denaro e l’usura reale in cui, invece, la prestazione può avere ad oggetto qualsiasi altra utilità. Peraltro, l’usura pecuniaria deve essere definita “ad interessi” se il corrispettivo usurario è “di interessi”; viceversa, se la controprestazione dovuta consiste in altro vantaggio, si avrà usura pecuniaria “non ad interessi”.

La sproporzione che qualifica la condotta in termini di usurarietà, pertanto, sussiste sia quando la controprestazione usuraria integri un interesse eccedente il tasso soglia trimestralmente determinato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (cd. usura c.d. oggettiva), dovendosi automaticamente intendere usurario ogni vantaggio corrisposto in interessi che superino le soglie consentite; sia qualora il corrispettivo in interessi sotto soglia, o consistente in altro vantaggio, sia sproporzionato rispetto alla prestazione, tenuto conto delle modalità del fatto e del tasso medio per operazioni similari, quando chi li ha dati o promessi versi in condizioni di difficoltà economica o finanziaria (c.d. usura soggettiva, per la sussistenza della quale è necessaria la valutazione delle condizioni soggettive della vittima dell’usura).

Da un punto di vista più prettamente civilistico, l'unica norma che, nel codice civile, si occupa espressamente dell'usura è l'art. 1815 c.c., in relazione al contratto di mutuo, secondo cui “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

Ebbene, in base a quanto affermato dall'art. 1815, secondo comma c.c., la reazione dell'ordinamento alla sproporzione originaria del rapporto si sostanzia nella previsione di una ipotesi di nullità testuale, nullità non dell'intero contratto ma solo della clausola di interessi.

Com'è noto, la regola generale che governa la disciplina della nullità parziale di cui all'art. 1419 c.c. è il c.d. effetto espansivo, ossia la nullità che colpisce una clausola essenziale nell'economia complessiva del contratto fa venire meno l'intero contratto.

Non v'è dubbio che la clausola di interessi sia fondamentale nel contratto di mutuo: il creditore, infatti, stipula il contratto di prestito solo per avere gli interessi e quindi rappresenta una clausola senza la quale le parti non avrebbero stipulato. Tuttavia, pur essendo una clausola essenziale, il legislatore si premura di introdurre una eccezione alla regola, ossia la previsione di una nullità parziale.

La ratio sottesa ad una tale eccezione è evidente: se si applicasse il principio generale, la conseguenza sarebbe la restitutio in pristinum, con restituzione, da parte del debitore; dell'intera somma ricevuta in prestito. In virtù del principio del favor debitoris, cui è informato il nostro ordinamento giuridico, il legislatore prevede una eccezione al principio della naturale fecondità del denaro: rimane in piedi il contratto, ma il creditore perde il diritto agli interessi.

E' evidente la logica sanzionatoria: l'ordinamento reagisce al disequilibrio originario del contratto sanzionando il comportamento, contrario a buona fede, del creditore ed esonerando il debitore dal pagamento di qualunque interesse.

Un doppio regime di tutela, dunque, sul piano penale e sul piano civile che evidenzia la particolare avversione del legislatore nei confronti del fenomeno usurario che, in sostanza, realizza una sproporzione oggettiva tra le prestazioni.

L'art. 1815 co. 2 c.c., dunque, si attaglia perfettamente al fenomeno dell'usura originaria, che si configura, in fase genetica, all'atto di stipula del contratto.

L'usura, oltre ad essere originaria, può anche essere sopravvenuta. Il contratto di mutuo, infatti, è un contratto che si protrae nel tempo e durante l'esecuzione dello stesso ben può accadere che la clausola che in origine prevedeva un interesse proporzionato, in linea con il tasso legale, finisca per diventare usurario a causa di circostanze esterne al contratto ed indipendenti dalla volontà delle parti, dando luogo ad uno squilibrio sopravvenuto dello scambio.

Onde pervenire alla corretta individuazione dei rimedi, approntati dal nostro ordinamento all'usura sopravvenuta, merita preliminarmente ripercorrere la progressiva evoluzione normativa e giurisprudenziale che ha interessato il fenomeno usurario.

Una prima fase è quella antecedente alla già citata legge 7 marzo 1996, n. 108. In tale periodo storico era considerato usurario, a norma dell’art. 644 c.p. allora vigente, il comportamento di chi, approfittando dell’altrui stato di bisogno, si faceva dare o promettere interessi o vantaggi usurari come corrispettivo della dazione di denaro o altra cosa mobile. Le conseguenze, sul piano civilistico, erano disciplinate degli artt. 1448 c.c. e 1815 c.c. A norma dell’art. 1448 c.c. veniva in rilievo l’istituto della rescissione per lesione. L’esperibilità della relativa azione era, tuttavia, subordinata a due requisiti: da un lato lo stato di bisogno di una parte di cui l’altra avesse profittato e, dall’altro, la sproporzione tra le prestazioni, la lesione dovendo eccedere della metà il valore della prestazione del contraente danneggiato. Per tali ragioni risultava di più frequente applicazione la sanzione di cui all’art. 1815, comma 2, che, con riferimento al contratto di mutuo con interessi usurari, sanciva la nullità̀ delle clausole relative ad interessi usurari e stabiliva, quale conseguenza dell’accertamento della nullità stessa, l’obbligo di corrispondere gli interessi nella misura legale.

La rilevanza socio-economica dell'usura ha però indotto il legislatore a modificare tale regime giuridico introducendo la legge 7 marzo 1996, n. 108 che segna la seconda fase della disciplina in materia di usura.

Sul piano penalistico, siffatta disciplina ha ancorato il delitto di usura a requisiti oggettivi, tanto è vero che nell’art. 644 c.p. l’approfittamento dello stato di bisogno della vittima non è più elemento costitutivo del reato, ma viene degradato a circostanza aggravante (art. 644, comma 5, n. 3, c.p.).

Sul piano civilistico, è stato modificato l’art. 1815, comma 2, c.c.: mentre nella versione ante 1996 la norma prevedeva che “se se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e sono dovuti interessi solo nella misura legale”, l’attuale disposizione stabilisce che “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

Sulla base della nuova dizione, il contratto resta dunque valido, essendo colpita da nullità parziale solo la clausola relativa agli interessi. In altri termini, il legislatore del 1996 ha escluso la sostituzione del tasso usurario con il tasso legale, prevedendo la più drastica conversione del mutuo oneroso in mutuo gratuito.

Ciò posto, la legge 7 marzo 1996, n. 108 ha sollevato molteplici dubbi interpretativi: accanto alla problematica di diritto transitorio in senso stretto, concernente la disciplina applicabile ai contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge n. 108 del 1996 ed ancora in corso in tale data, si poneva un problema interpretativo che riguardava anche tutti i contratti stipulati successivamente all’entrata in vigore della nuova normativa antiusura, il cui tasso di interesse, seppure originariamente lecito, divenisse, in seguito ad una successiva diminuzione del tasso-soglia, eccedente tale misura.

Il problema scaturiva, a ben vedere, da una vistosa lacuna presente nella legge n. 108 del 1996, la quale, oltre a non prevedere una disciplina transitoria, allo stesso modo non indicava espressamente il momento rispetto al quale parametrare la verifica di usurarietà dei tassi.

Restava quindi dubbio se la qualifica di usurarietà degli interessi dovesse riferirsi alla situazione esistente al momento della conclusione del negozio, con conseguente irrilevanza di un’eventuale successiva diminuzione dei tassi-soglia, oppure se la nuova normativa imponesse un continuo raffronto (ed adeguamento) degli interessi di volta in volta maturati in relazione alle singole operazioni creditizie con le rilevazioni periodiche dei tassi.

Secondo un primo orientamento, doveva ritenersi decisivo il momento genetico della stipulazione del contratto, essendo irrilevante il tempo successivo dell’effettiva corresponsione degli interessi.

Secondo un diverso orientamento, invece, la valutazione in ordine all’usurarietà degli interessi doveva essere posta in essere al momento della datio degli stessi e, cioè, nel momento funzionale ed esecutivo del contratto. Tale impostazione ascriveva, dunque, rilevanza alla c.d. usurarietà sopravvenuta.

A fronte delle incertezze interpretative e dei conseguenti risvolti sul piano applicativo, il legislatore ha emanato il D. L. 29 dicembre 2000, n. 394, successivamente convertito, con modifiche, nella L. 28 febbraio

2001, n. 24. L’art. 1, primo comma, della legge ora menzionata stabilisce perentoriamente, con una norma definita di “interpretazione autentica”, che “ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Come risulta anche dalla Relazione governativa di accompagnamento del menzionato decreto legge, l’intento del legislatore era quello di escludere alla radice, non soltanto la possibilità di applicare la legge n. 108 del 1996 ai contratti conclusi prima della sua entrata in vigore, ma anche l’ammissibilità dell’ipotesi di usura sopravvenuta, concernente i contratti stipulati dopo tale data. A seguito della “interpretazione autentica” operata dalla legge n. 24 del 2001, dunque, ai fini della individuazione del carattere usurario degli interessi occorre riferirsi, in via generale esclusivamente al tasso-soglia vigente al momento della conclusione del contratto, e non già a quello vigente al momento della corresponsione degli interessi da parte del debitore. Conseguentemente, sembra divenire del tutto irrilevante, ai fini sia civilistici che penalistici, il momento della eventuale corresponsione di interessi ad un tasso che sia divenuto, successivamente alla stipulazione dell’accordo, superiore al tasso-soglia dell’usura.

La legge di interpretazione autentica del 2001 ha, peraltro, superato, nel 2002, il controllo di costituzionalità della Corte Costituzionale sotto il profilo della ragionevolezza. Il Giudice delle Leggi, infatti, partendo dalla constatazione per cui la ratio della legge 7 marzo 1996, n. 108 era quella di contrastare il fenomeno dell’usura, ha affermato che le sanzioni penali e civili di cui agli artt. 644 c.p. e 1815 c.c. trovano applicazione solo con riguardo alle ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie.

Nonostante la legge n. 24 del 2001 sembri negare alla radice la configurabilità di una sopravvenuta usurarietà degli interessi, valorizzando esclusivamente il momento della pattuizione degli stessi, sia in dottrina che in giurisprudenza si è affermato che, anche alla luce dell'interpretazione autentica fornita dal legislatore, sarebbe irragionevole e incongruo sostenere la debenza dell’interesse pattuito, esorbitante rispetto al sopravvenuto tasso-soglia.

In altri termini, l’intervento interpretativo del legislatore lascerebbe impregiudicata la questione di una possibile rilevanza, “ad altri fini”, dell’eccedenza del tasso di interesse pattuito rispetto al tasso-soglia vigente al momento della maturazione dell’obbligazione di pagamento. Si è osservato che escludere la configurabilità del reato, o della “nullità-sanzione” posta dall’art. 1815 secondo comma c.c., non significherebbe che la usurarietà dell’interesse, intesa nella sua piú ampia accezione, sia priva di conseguenze giuridiche, ma sarebbe ragionevole ritenere che soggiaccia ad altre regole del sistema, diverse da quelle di natura sanzionatoria sopra menzionate.

Da qui l’idea che l’emanazione della legge n. 24 del 2001 non abbia l’effetto di escludere, a prescindere, l’adeguamento del tasso divenuto usurario a quello massimo consentito dalla legge.

Anche dopo l’intervento legislativo d’interpretazione autentica e l’avallo della Corte Costituzionale la questione della spettanza di interessi pure concordati, ma divenuti usurari successivamente alla pattuizione ha continuato ad essere dibattuta.

Pacifico che all'usura sopravvenuta non si applichi l'art. 1815 c.c., non configurandosi un comportamento abusivo da parte del creditore, si è posto il problema di individuare quali strumenti l'ordinamento metta a disposizione del debitore per riportare la misura dell'interesse al di sotto della soglia dell'usura e ripristinare l'equilibrio del rapporto.

Sul tema, si sono fronteggiati due orientamenti principali: un primo indirizzo, contrario all'usura sopravvenuta, ha ritenuto che il contratto di mutuo stipulato prima della legge n. 108/1996 rimanesse pienamente valido, non potendo applicarsi retroattivamente la predetta normativa antiusura.

In tal senso è stato valorizzato il dato testuale del decreto-legge 29 dicembre 2000, n. 394, art. 1, ed in particolare la locuzione "indipendentemente dal loro pagamento". La legittimità iniziale del tasso convenzionalmente pattuito spiegherebbe la sua efficacia per tutta la durata del contratto, nonostante la sopravvenuta disposizione imperativa.

Una seconda impostazione, favorevole all'usura sopravvenuta, ha sottolinea, invece, la rilevanza penale della condotta di ricezione degli interessi successiva alla pattuizione, non più degradata a mero post factum non punibile.

In base a tale tesi (e secondo l’approccio maggioritario) l'usura sopravvenuta si potrebbe gestire attraverso la clausola di buona fede in executivis ai sensi dell'art. 1375 c.c.

Si è evidenziato che, qualora il creditore esercitasse il diritto all'interesse, il suo comportamento sarebbe contrario alla buona fede perché pretenderebbe l'esecuzione di una prestazione oggettivamente sproporzionata. L'ordinamento, infatti, non ammette la soddisfazione egoistica dei propri interessi, dovendo il creditore tenere in considerazione l'interesse del debitore, non solo nella fase formativa del contratto, ma anche durante tutta la sua esecuzione, in base al principio costituzionale di solidarietà sociale ex art. 2 Cost. di cui sono immediati corollari il dovere di buona fede e il divieto di abuso del diritto.

La buona fede, quindi, opera come inesigibilità della prestazione, determinando un sostanziale riequilibrio del rapporto, nel senso che si può pretendere il pagamento degli interessi solo entro la soglia dell'usura e il debitore richiesto del pagamento dell'interesse sopra la soglia si potrà opporre con l'exceptio doli generalis.

Nel tentativo di dirimere il contrasto sorto tra le contrapposte opzioni interpretative, la prima Sezione della Corte di Cassazione, con ordinanza n. 2484 del 31 gennaio 2017, ha rimesso la questione all'attenzione delle Sezioni Unite in relazione al meccanismo di “calcolo degli interessi maturandi su mutui fondiari attivati prima della legge n. 108 del 1996 e conclusisi in momento successivo”.

Con la recentissima sentenza del 19 ottobre scorso, dunque, le Sezioni Unite sono intervenute a dirimere il contrasto, escludendo “in toto” il rilievo della usura sopravvenuta.

“La questione della configurabilità di una usura sopravvenuta – osservano - si pone non soltanto con riferimento ai contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge n. 108/1996, come nel caso in esame, ma anche con riferimento a contratti successivi all’entrata in vigore della legge recanti tassi inferiori alla soglia dell’usura, superata poi nel corso del rapporto per effetto della caduta dei tassi medi di mercato, che sono alla base del meccanismo legale di determinazione dei tassi usurari”. Ed infatti deve essere considerato rilevante soltanto il momento della pattuizione in quanto soltanto così si valorizza “il profilo della volontà e dunque della responsabilità dell’agente”.

Per le Sezioni Unite, infatti, la negazione della configurabilità dell'usura sopravvenuta deriva dalla circostanza che il giudice è vincolato all'interpretazione autentica degli articoli 644 del codice penale e 1815, comma 2, del codice civile (imposta dall'articolo 1, comma 1, del d.l. n. 394/2000), della quale “non può negarsi la rilevanza per la soluzione della questione in esame”.

Bocciata anche la soluzione adottata da certa dottrina con riguardo all’applicazione del criterio della buona fede ex art. 1375 c.c.: “La buona fede è criterio di integrazione del contenuto contrattuale rilevante ai fini dell'esecuzione del contratto stesso (art. 1375 c.c.), vale a dire della realizzazione dei diritti da esso scaturenti. La violazione del canone di buona fede non è riscontrabile nell'esercizio in sé considerato dei diritti scaturenti dal contratto, bensì nelle particolari modalità di tale esercizio in concreto, che siano appunto scorrette in relazione alle circostanze del caso. In questo senso può allora affermarsi che, in presenza di particolari modalità o circostanze, anche la pretesa di interessi divenuti superiori al tasso soglia in epoca successiva alla loro pattuizione potrebbe dirsi scorretta ai sensi dell'art. 1375 c.c.; ma va escluso che sia da qualificare scorretta la pretesa in sé di quegli interessi, corrispondente a un diritto validamente riconosciuto dal contratto”.




MASSIMA

Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell'usura come determinata in base alle disposizioni della L. n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l'inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all'entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell'esecuzione del contratto.





TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE , SENTENZA 19 ottobre 2017, n.24675 - Pres. Rordorf – est. De Chiara

Si veda allegato PDF




ALLEGATO PDF DELLA SENTENZA