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Testo del provvedimento

PERSONA (REATI CONTRO LA –ARTT. 575-593)
CP Art. 575


Benzina sul fratello e sulla cognata




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 17 aprile 2018, n.17174
MASSIMA
Al fine della qualificazione del fatto quale tentato omicidio, invece che quale lesione personale o altro, si deve avere riguardo al diverso atteggiamento psicologico dell’agente e alla diversa potenzialità dell’azione lesiva, richiedendosi nel primo un quid pluris che tende ed è idoneo a causare un evento più grave di quello realizzato in danno dello stesso bene giuridico o di uno superiore, riguardante lo stesso soggetto passivo, che non si realizza per ragioni estranee alla volontà dell’agente.



CASUS DECISUS
La Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza resa dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Como, che, all’esito del giudizio abbreviato, aveva dichiarato O.C. colpevole del reato di tentato omicidio pluriaggravato ai danni del fratello O.M. e della cognata C.C.A., ascrittogli per avere compiuto atti idonei, diretti in modo non equivoco a cagionarne la morte, consistiti nel cospargerli di benzina, estrarre dalla tasca un accendino e attivarlo a distanza ravvicinata, senza riuscire nell’intento per la reazione della cognata e il successivo intervento dei vicini di casa, e lo aveva condannato alla pena di anni cinque e mesi sei di reclusione, ritenuta la continuazione, essendo due le vittime dell’azione aggressiva, apprezzate le aggravanti del fatto commesso anche in danno del fratello e del motivo futile, ritenuta la recidiva contestata e operata la riduzione per il rito. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 17 aprile 2018, n.17174 - Pres. Cortese – est. Tardio

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 22 settembre 2015 la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza resa in data 11 febbraio 2015 dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Como, che, all’esito del giudizio abbreviato, aveva dichiarato O.C. colpevole del reato di tentato omicidio pluriaggravato ai danni del fratello O.M. e della cognata C.C.A., ascrittogli per avere compiuto atti idonei, diretti in modo non equivoco a cagionarne la morte, consistiti nel cospargerli di benzina, estrarre dalla tasca un accendino e attivarlo a distanza ravvicinata, senza riuscire nell’intento per la reazione della cognata e il successivo intervento dei vicini di casa, e lo aveva condannato alla pena di anni cinque e mesi sei di reclusione, ritenuta la continuazione, essendo due le vittime dell’azione aggressiva, apprezzate le aggravanti del fatto commesso anche in danno del fratello e del motivo futile, ritenuta la recidiva contestata e operata la riduzione per il rito.

2. La Corte di appello, richiamata la ricostruzione dei fatti operata dal Giudice di primo grado e ripercorse le considerazioni che avevano supportato la decisione di condanna, dava conto dei motivi di appello, e, premessa la mancanza di sostanziale contestazione dei fatti e della concreta condotta tenuta dall’imputato, sì come ricostruiti, nonché delle ritenute circostanze aggravanti e della recidiva, rilevava, a ragione della decisione, che:

- la riproposta deduzione difensiva che l’azione descritta nel capo di imputazione integrava il reato di minaccia grave e non il reato di tentato omicidio era stata già risolta con la sentenza impugnata con argomenti appropriati ed esaustivi, del tutto condivisi, alla luce dei ripercorsi principi di diritto in tema di valutazioni da farsi dal giudice per qualificare giuridicamente una condotta come tentato omicidio o altro;

- doveva procedersi dal rilievo che la condotta contestata, che non aveva provocato lesioni alle vittime, aveva costituito l’escalation di una pregressa condotta aggressiva, nel corso della quale entrambe le persone offese avevano riportato lesioni, attestate dai certificati medici in atti; dette persone erano, poi, state, in progressione, cosparse di liquido altamente infiammabile e l’imputato, tenendo in mano un accendino funzionante a distanza ravvicinata, aveva esplicitamente minacciato di azionarlo contro le persone offese già completamente intrise di benzina; tale condotta di per sé, a prescindere dalla uscita o meno della fiamma dall’accendino, aveva già integrato il tentativo punibile, avuto anche riguardo alle frasi minacciose, esplicative della intenzione dell’agente di ammazzare e coerenti con l’azione aggressiva, che avevano accompagnato la condotta; la ricostruzione dei fatti resa dalla persona offesa C.C., testualmente riportata, era stata sostanzialmente confermata dagli altri testimoni; il teste Ca., in particolare, aveva riferito di avere udito l’imputato urlare 'ti butto la benzina e ti do fuoco', mentre lo vedeva agitare un accendino di metallo; a persona offesa O.M. aveva ricordato che il fratello, da distanza ravvicinata, aveva provato ad azionare l’accendino, e il teste Cappalunga, pure vicino di casa, aveva dichiarato di avere visto l’imputato estrarre un accendino dalla tasca dei pantaloni e di essere corso verso i tre, bloccando l’imputato che continuava a litigare con il fratello e non aveva più in mano l’accendino;

- la condotta dell’imputato, già ritenuta sorretta in primo grado, dal dolo quantomeno alternativo, era stata interrotta dalla reazione rapida e decisa dei presenti, preclusiva del chiesto riconoscimento della desistenza volontaria;

- la pena inflitta era proporzionata ai fatti e, mentre non erano riconoscibili le attenuanti generiche, doveva essere rettificato il calcolo interno per la determinazione della pena riducendo a mesi due l’aumento per l’aggravante dei futili motivi.

3. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, per mezzo del suo difensore avv. Daniela Danieli, chiedendone l’annullamento sulla base di unico motivo, con il quale denuncia errata applicazione della legge penale, ex art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 56 e 575 cod. pen..

Secondo il ricorrente, le azioni da lui poste in essere sono tipiche della mera intimidazione, evidenziando la minaccia proferita al fratello e l’omessa accensione dell’accendino per innescare il fuoco la sua intenzione di intimorire concretamente le parti offese, e non di volerne provocare la morte sulla base di un giudizio probabilistico.

Peraltro, la destinazione dell’azione in contesto dimostrativo è comprovata dal fatto che l’utilizzo effettivo dell’accendino con la finalità di appiccare il fuoco avrebbe coinvolto egli stesso nel fuoco, essendosi i suoi vestiti impregnati della benzina versata sul fratello e sulla cognata.

Sul piano oggettivo doveva essere esclusa l’idoneità dell’azione a provocare la morte delle persone offese, mentre si era erroneamente anticipato il momento di realizzazione del tentativo, attesa l’assenza di fiamma o di scintille e considerato il solo versamento di liquido infiammabile.

In ogni caso, anche la presunta fiamma vista dalla parte offesa C. è rimasta accesa, secondo le dichiarazioni della stessa, per un attimo prima di spegnersi quasi subito, e nessuno ha parlato di un suo movimento per porre la fiamma in contatto con il liquido infiammabile.

Vi erano stati, quindi, solo atti prodromici che non avevano raggiunto la soglia del tentativo.

Considerato in diritto

1. Il ricorso, proposto sulla base di censure manifestamente infondate ovvero generiche o non consentite, deve essere dichiarato inammissibile con ogni conseguenza di legge.

2. Si premette in diritto che, per aversi il reato tentato, l’art. 56 cod. pen. richiede la commissione di atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un reato. È, quindi, elemento strutturale oggettivo del tentativo, insieme alla direzione non equivoca degli atti, l’idoneità degli stessi, dovendosi intendere per tali quelli dotati di una effettiva e concreta potenzialità lesiva per il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, alla luce di una valutazione prognostica compiuta ex post (e quindi postuma), con riferimento alla situazione così come presentatasi al colpevole al momento dell’azione in base alle condizioni umanamente prevedibili del caso particolare, che non può essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti (tra le altre, Sez. 1, n. 3185 del 10/02/2000, Stabile, Rv. 215511; Sez. 1, n. 39293 del 23/09/2008, Di Salvo, Rv. 241339; Sez. 1, n. 32851 del 10/06/2013, Ciancio Cateno, Rv. 256991 Sez. 2, n. 44148 del 07/07/2014, Guglielmino, Rv. 260855), e, quindi, tenendosi conto con giudizio ex ante, nella prospettiva del bene protetto, delle circostanze in cui ha operato l’agente e delle modalità dell’azione (tra le altre, Sez. 6, n. 27323 del 20/05/2008, R, Rv. 240736; Sez. 1, n. 19511 del 15/01/2010, Basco, Rv. 247197; Sez. 1, n. 27918 del 04/03/2010, Resa, Rv. 248305).

2.1. Questa Corte ha anche ripetutamente affermato che, al fine della qualificazione del fatto quale tentato omicidio, invece che quale lesione personale o altro, si deve avere riguardo al diverso atteggiamento psicologico dell’agente e alla diversa potenzialità dell’azione lesiva, richiedendosi nel primo un quid pluris che tende ed è idoneo a causare un evento più grave di quello realizzato in danno dello stesso bene giuridico o di uno superiore, riguardante lo stesso soggetto passivo, che non si realizza per ragioni estranee alla volontà dell’agente (tra le altre, Sez. 1, n. 35174 del 23/06/2009, M., Rv. 245204; Sez. 1, n. 37516 del 22/09/2010, Bisotti, Rv. 248550; Sez. 1, n. 51056 del 27/11/2013, Tripodi, Rv. 257881).

Con riferimento particolare all’elemento psicologico del dolo, riguardo al reato di tentato omicidio, è costante l’orientamento alla cui stregua la figura di reato prevista dall’art. 56 cod. pen., che ha come suo presupposto il compimento di atti finalizzati ('diretti in modo non equivoco') alla commissione di un delitto, non ricomprende quelle condotte rispetto alle quali un evento delittuoso si prospetta come accadimento possibile o probabile non preso in diretta considerazione dall’agente, che accetta il rischio del suo verificarsi (c.d. dolo eventuale) (tra le altre, Sez. 1, n. 25114 del 31/03/2010, Vismara, Rv. 247707; Sez. 6, n. 14342 del 20/03/2012, R., Rv. 252565), ricomprendendo invece gli atti rispetto ai quali l’evento specificamente richiesto per la realizzazione della fattispecie delittuosa di riferimento si pone come inequivoco epilogo della direzione della condotta, accettato dall’agente che prevede e vuole, con scelta sostanzialmente equipollente, l’uno o l’altro degli eventi causalmente ricollegabili alla sua condotta cosciente e volontaria (c.d. dolo diretto alternativo), o specificamente voluto come mezzo necessario per raggiungere uno scopo finale o perseguito come scopo finale (c.d. dolo diretto intenzionale) (tra le altre, Sez. U, n. 748 del 12/10/1993, dep. 1994, Cassata, Rv. 195804; Sez. 1, n. 10431 del 30/10/1997, Angelini, Rv. 208932; Sez. 1, n. 27620 del 24/05/2007, Mastrovito, Rv. 237022; Sez. 1, n. 12594 del 29/01/2008, Li, Rv. 240275; Sez. 1, n. 11521 del 25/02/2009, D’Alessandro, Rv. 243487; Sez. 1, n. 9663 del 03/10/2013, dep. 2014, Nardelli, Rv. 259465).

La prova del dolo, in assenza di esplicite ammissioni da parte dell’imputato, deve essere, in particolare, desunta attraverso un procedimento inferenziale, analogo a quello utilizzabile nel procedimento indiziario, da fatti esterni o certi, aventi un sicuro valore sintomatico, e in particolare da quei dati della condotta che, per la loro non equivoca potenzialità offensiva, siano i più idonei a esprimere il fine perseguito dall’agente secondo l’id quod plerumque accidit, quali esemplificativamente il comportamento antecedente e susseguente al reato, la natura del mezzo usato, le parti del corpo della vittima attinte e la reiterazione dei colpi (tra le altre, Sez. 1, n. 39293 del 23/09/2008, citata; Sez. 1, n. 37516 del 22/09/2010, citata; Sez. 1, n. 30466 del 07/07/2011, Milettaro, Rv. 251014; Sez. 1, n. 35006 del 18/04/2013, Polisì, Rv. 257208).

2.2. Questa Corte ha da tempo anche sottolineato (Sez. 1, n. 450 del 18/03/1968, Orsini, Rv. 108721) e poi riaffermato (tra le altre, Sez. 1, n. 52043 del 10/06/2014, Vaghi, Rv. 261702) che, in tema di tentato omicidio, la scarsa entità delle lesioni cagionate alla vittima e la inesistenza di lesioni non sono circostanze idonee a escludere di per sé l’intenzione omicida, in quanto possono essere rapportabili anche a circostanze indipendenti dalla volontà dell’agente, come un imprevisto movimento della vittima, un errato calcolo della distanza o una mira non precisa.

3. La Corte di merito, in coerenza con tali condivisi principi, ha dato esaustivo conto delle ragioni giustificative della conferma delle valutazioni svolte dal Giudice di primo grado, che aveva già posto in debito risalto gli elementi probatori acquisiti e ritenuto dimostrata l’imputazione ascritta e pertinente la qualificazione giuridica del fatto.

3.1. Facendo richiami non incongrui ai dati fattuali esaminati, tratti dalla svolta ricostruzione della vicenda e della concreta condotta dell’imputato, ripercorsa con illustrazione specifica, nella parte espositiva, degli apporti dichiarativi delle persone offese e dei testi, la Corte di appello, nel dare preliminarmente atto dell’assenza di contestazioni, confrontandosi con le questioni devolute, in ordine a detta ricostruzione che ha condiviso, ha ritenuto, con ragionevole apprezzamento ex ante, che fossero dimostrativi della sussistenza del tentato omicidio e della responsabilità dell’imputato (sì come sintetizzato sub 2 del 'ritenuto in fatto'), in continuità argomentativa con l’analisi già svolta, la circostanza fattuale che, in esito a pregresse condotte aggressive dell’imputato e lesive delle persone offese attestate da certificati medici, il primo aveva cosparso il corpo delle seconde di liquido altamente infiammabile e aveva in mano a distanza ravvicinata un accendino funzionante; il dato che tale condotta era stata accompagnata, nella progressione dell’azione aggressiva, antecedente e successiva all’utilizzo della tanica per cospargere di benzina le persone offese, dalla ripetuta pronuncia da parte dell’imputato di frasi minacciose, il cui contenuto - testualmente ripreso - era coerente con l’azione aggressiva in corso ed esplicito della intenzione dello stesso imputato, riferite dalla persona offesa C. e dal teste Ca.; la circostanza che l’accendino era stato estratto dalla tasca da parte dell’imputato, gridando la frase 'adesso ti brucio' e provando ad azionarlo (secondo le dichiarazioni della persona offesa O. ) ovvero riuscendo in una occasione ad azionandolo (secondo le dichiarazioni della persona offesa C. ), e comunque tenendolo, per concorde emergenza, a distanza ravvicinata rispetto alle persone offese; la circostanza che la presenza dell’accendino metallico nella mani dell’imputato e/o la pronuncia delle frasi minacciose pertinenti al ricorso al fuoco, correlato all’uso della benzina, era stata rilevata anche dai testi Ca. e Cappalunga, vicini di casa, cui intervento rapido e deciso, unitamente alla reazione delle vittime, aveva interrotto l’azione.

La Corte, valorizzando tali precisi e univoci indicatori fattuali, ha, quindi, conclusivamente rimarcato che le evidenze disponibili confermavano la sussistenza, sul piano soggettivo, della volontà omicida, e che i ripresi passaggi argomentativi della sentenza erano corretti in diritto e persuasivi nel merito anche in punto di idoneità e univocità della condotta a cagionare l’evento e di mancata consumazione della stessa per cause non riconducibili alla volontà dell’imputato, senza prescindere dall’analisi delle ragioni prospettate nell’atto di appello, giudicate soccombenti a fronte degli argomenti spesi dal primo Giudice e ripercorsi e approfonditi nel giudizio di appello.

3.2. Tali valutazioni, esenti da vizi giuridici e coerenti nella impostazione e nello sviluppo logico, resistono alle doglianze difensive.

Il ricorrente, infatti, mentre del tutto infondatamente si duole della incorsa violazione della normativa di riferimento e genericamente censura la operata riconduzione del fatto nella fattispecie del tentato omicidio reclamandone la qualificazione come mera intimidazione ovvero come atto dimostrativo, oppone sotto l’aspetto della contestazione della congruenza logica della decisione e della completezza della valutazione delle risultanze probatorie - deduzioni e osservazioni, che - in sovrapposizione argomentativa rispetto ai passaggi motivi della sentenza e senza correlazione specifica e critica con le risposte ricevute ad analoghe deduzioni già sostenute e discusse in sede di merito- svolgono sostanziali censure sul significato e sulla interpretazione di elementi di fatto posti a fondamento del discorso giustificativo della decisione quanto alla ricostruzione degli elementi, oggettivo e soggettivo, del tentato omicidio, reclamandone una rivisitazione nel merito (con il riferimento, in particolare, al gesto, mancato, di 'porre in contatto la fiamma con il liquido infiammabile', a fronte dell’accertata distanza ravvicinata dell’imputato alle persone offese, da lui stesso cosparse di liquido fortemente predisposto a infiammarsi), con l’adozione di alternativi parametri di ricostruzione e valutazione, non consentita ai sensi dell’art. 606, comma 3, cod. proc. pen..

4. Alla inammissibilità del ricorso, che si dichiara, segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti a escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento della somma, ritenuta congrua, di millecinquecento Euro alla cassa delle ammende, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di millecinquecento Euro alla cassa delle ammende.