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Testo del provvedimento

INCOMPATIBILITÀ


IL G.I.P. CHE AUTORIZZA LA PROROGA DELLE INTERCETTAZIONI NON PUÒ TENERE L’UDIENZA PRELIMINARE DEL MEDESIMO PROCEDIMENTO




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 10 dicembre 2018, n.55231
MASSIMA
Non può tenere l’udienza preliminare il giudice che, nel medesimo procedimento, in funzione di giudice per le indagini preliminari, abbia emesso alcuni decreti di proroga delle intercettazioni telefoniche in corso, rientrando detta ipotesi nei casi di incompatibilità previsti dall’art. 34, comma 2-bis, cod. proc. pen. e non nelle fattispecie elencate ai commi 2-ter e 2-quater dello stesso articolo.



ANNOTAZIONE
Con la sentenza n. 55231 del 10 dicembre 2018 la Seconda Sezione penale della Corte di Cassazione ha affermato la sussistenza dell’incompatibilità ex art. 34, comma 2-bis, c.p.p. a tenere l’udienza preliminare del magistrato che, nel medesimo procedimento, in funzione di G.I.P., abbia emesso i decreti autorizzativi delle intercettazioni telefoniche o ambientali o di proroga dell’attività captativa già autorizzata, dopo aver escluso la possibilità di ricondurre tale ipotesi nelle fattispecie di deroga all’incompatibilità funzionale delineata dal comma 2-bis dell’art. 34 c.p.p..
Ai sensi del comma 2-ter del predetto articolo, le incompatibilità previste dal comma 2-bis non si applicano al giudice che, nel medesimo procedimento, ha emesso le autorizzazioni sanitarie, i provvedimenti relativi ai permessi di colloquio, alla corrispondenza telefonica e al visto di controllo sulla corrispondenza o anche i provvedimenti di restituzione nel termine ex art. 175 c.p.p. o di dichiarazione della latitanza ex art. 296 dello stesso codice.
Inoltre, ai sensi del comma 2-quater dell’art. 34 c.p.p., le disposizioni del comma 2-bis non si applicano al giudice che, nel medesimo procedimento, ha adottato uno dei provvedimenti previsti dalle disposizioni in tema di incidente probatorio.
Dette fattispecie derogatorie all’operatività del comma 2-bis del suddetto art. 34 c.p.p., secondo parte della dottrina, sarebbero accomunate "dall’assenza, nelle corrispondenti decisioni, di qualsivoglia coefficiente di valutazione contenutistica dell’ipotesi accusatoria".
Si tratta, in sostanza, di ipotesi che prevedono l’adozione di provvedimenti non implicanti una valutazione nel merito dell’ipotesi accusatoria.
Tale caratteristica, a parere della Seconda Sezione penale, non qualifica i decreti autorizzativi delle intercettazioni telefoniche o ambientali o di proroga dell’attività captativa già autorizzata, per la cui adozione il G.I.P. è tenuto a verificare la sussistenza/persistenza di gravi indizi di reato ovvero, nelle ipotesi di cui all’art. 13 l. n. 203 del 1991, di sufficienti indizi di reati, in ragione della compressione che subisce il diritto di rilievo costituzionale alla segretezza delle comunicazioni.
Invero, il G.I.P. che autorizza l’intercettazione o la proroga dell’attività captativa, afferma la Suprema Corte, "non si limita ad un intervento di natura formale o comunque estraneo all’oggetto dell’imputazione, né si limita a ‘conoscere’ il contenuto degli atti procedimentali acquisiti a sostegno di un’ipotesi accusatoria: egli è tenuto ad una delibazione delle risultanze allegate a sostegno della richiesta, in funzione squisitamente valutativa della configurabilità, su quelle basi, di gravi (o sufficienti) indizi del reato ipotizzato dal P.M. richiedente".



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