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Testo del provvedimento

CIRCOLAZIONE STRADALE


Omesso soccorso stradale




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 24 gennaio 2019, n.3452
MASSIMA
Il reato di cui all’art. 189 C.d.S., comma 1 e 6 (cosiddetto reato di "fuga"), è integrato dalla condotta di chi - in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone - effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea, senza consentire la propria identificazione, né quella del veicolo e il dolo richiesto deve investire, innanzitutto ed essenzialmente, l’omesso obbligo di fermarsi in relazione all’evento dell’incidente, ove questo sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, e va apprezzato come eventualmente sussistente avendo riguardo alle circostanze fattuali del caso laddove queste, ben percepite dall’agente, siano univocamente indicative di un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone.



CASUS DECISUS
La Corte di Appello di Milano confermava la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, che aveva ritenuto un automobilista responsabile dei reati di cui all’art. 189 C.d.S., commi 6 e 7 commesso, perché si era immediatamente allontanato dopo un sinistro stradale, in cui era stata coinvolto, senza fermarsi per l’identificazione personale e dell’autoveicolo. Avverso tale provvedimento l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, denunciando un vizio motivazionale relativamente alla ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico del dolo necessario per la sussistenza dei reati contestati, atteso che, essendo avvenuta nell’immediatezza del sinistro una violenta lite con gli altri soggetti coinvolti nell’incidente, l’imputato si era allontanato per evitare una situazione di pericolo.



ANNOTAZIONE
Quando può dirsi integrato il c.d. reato di fuga ai sensi dell’art.189 , commi 1 e 6 del c.p.? Questa la questione cui la Suprema Corte è chiamata a chiarire nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione i giudici di legittimità evidenziano che il codice della strada all’art. 189 descrive in maniera dettagliata il comportamento che l’utente della strada deve tenere in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, stabilendo un crescendo di obblighi in relazione alla maggiore delicatezza delle situazioni che si possono presentare. Così è previsto, per quanto qui interessa, l’obbligo di fermarsi in ogni caso, cui si aggiunge, allorché vi siano persone ferite, quello di prestare loro assistenza. In particolare, il reato di cui all’art. 189, comma 6, è un reato omissivo di pericolo, il cui elemento materiale consiste nell’allontanarsi dell’agente dal luogo dell’investimento così da impedire o comunque, ostacolare l’accertamento della propria identità personale, l’individuazione del veicolo investitore e la ricostruzione delle modalità dell’incidente. In altri termini, è integrato il reato ogniqualvolta l’automobilista - in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone - effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea, senza consentire la propria identificazione, né quella del veicolo. Infatti, il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto, perché, ove si ritenesse che la durata della prescritta fermata possa essere anche talmente breve da non consentire né l’identificazione del conducente, né quella del veicolo, né lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità nella causazione del medesimo, la norma stessa sarebbe priva di ratio e di una qualsiasi utilità pratica. Infine, il dolo richiesto deve investire, innanzitutto ed essenzialmente, l’omesso obbligo di fermarsi in relazione all’evento dell’incidente, ove questo sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, e va apprezzato come eventualmente sussistente avendo riguardo alle circostanze fattuali del caso laddove queste, ben percepite dall’agente, siano univocamente indicative di un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone. Ed il dolo richiesto per la punibilità può essere integrato anche dal solo dolo eventuale, non essendo necessario il dolo intenzionale, da apprezzarsi per verificarne la sussistenza - avendo riguardo alle circostanze fattuali del caso, laddove queste, ben percepite dall’agente, siano univocamente indicative di un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 24 gennaio 2019, n.3452 - Pres. Montagni – est. Pezzella

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Milano, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente P.L. , con sentenza del 14/5/2018, ha confermato la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, emessa in data 15/5/2015, appellata dall’imputato che lo aveva ritenuto responsabile dei reati di cui all’art. 189 C.d.S., commi 6 e 7 commesso il (omissis) in (omissis) e ritenuta la continuazione, non concessegli le attenuanti generiche, lo aveva condannato alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione, con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per anni uno e mesi sei.

Già il giudice di primo grado, invece, stante l’intervenuta rimessione della querela, aveva dichiarato non doversi procedere per il reato di lesioni colpose originariamente contestato al P. per avere cagionato, alla guida del furgone di proprietà Daily tg. (...), lesioni personali gravi a I.M. , avendo, a seguito di sinistro stradale, innestato la marcia, incastrando, in tal modo, il corpo di I.M. tra il furgone stesso e il furgone dal medesimo condotto. Commesso il tutto in (omissis) , il (omissis) .

2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, P.L. , deducendo, l’unico motivo di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

Il ricorrente deduce vizio motivazionale relativamente alla ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico del dolo necessario per la sussistenza dei reati contestati.

Ci si duole che la corte di appello abbia confermato integralmente la sentenza di primo grado, fondando la ricostruzione dei fatti principalmente sulla deposizione resa dal teste W. , del quale sarebbe stata evidente la posizione di non terzietà, sia perché dipendente della persona offesa che perché direttamente coinvolto nella violenta lite avvenuta in occasione dell’incidente. Nessun rilievo sarebbe stato attribuito alla circostanza che il P. , a seguito dell’incidente, che causava unicamente la rottura dello specchietto retrovisore, si sia fermato immediatamente, constatando che nessuno si era ferito, e che era stato costretto ad allontanarsi per sfuggire alla violenza della persona offesa e del figlio e del dipendente dello stesso. Pertanto, il P. non si avvedeva di avere causato lesioni da schiacciamento a I.M. ed apprendeva, solo successivamente al sinistro, al momento della notizia di reato, di avere causato involontariamente delle lesioni nel tentativo di fuggire via.

La decisione impugnata si sarebbe appiattita sulla sentenza del primo giudice senza chiarire alcun dubbio, omettendo la valutazione di elementi fondamentali quali: 1. la situazione di pericolo che si era creata per l’incolumità dell’imputato a causa dell’incidente; 2. la mancata conferma da parte dei testi che il P. si fosse accorto di aver causato lesioni ad I. ; 3. la mancata affermazione da parte della p.o. della consapevolezza del P. di avergli causato lesioni; 4. l’ammissione da parte dell’imputato del verificarsi dell’incidente senza avere contezza che nell’allontanarsi causava lesioni alla persona offesa.

L’affermazione della Corte distrettuale della consapevolezza delle lesioni patite dall’I. sarebbe illogica e contraddittoria, e si scontrerebbe con dati reali.

Ritiene il ricorrente che anche se effettivamente l’I. fosse rimasto schiacciato tra i mezzi, sarebbe impossibile che l’imputato se ne potesse rendere conto sia perché era alla guida di un mezzo pesante sia perché l’I. continuava a urlargli contro proferendo minacce. E in ogni caso la consapevolezza dell’imputato non sarebbe emersa in alcun modo dall’istruttoria.

La sentenza impugnata avrebbe operato un mero travisamento dei fatti ritenendo implicitamente la necessaria percezione dei fatti da parte del P. . Pertanto l’imputato avrebbe dovuto essere assolto per non aver commesso il fatto.

Non sarebbe credibile la versione della persona offesa, confermata dal figlio e dal dipendente, sul tentativo di fermare il P. per ottenere la firma della constatazione amichevole quando gli stessi ben avrebbero avuto modo di annotare la targa nel momento in cui il P. si era fermato. Mentre logica e intuibile sarebbe la versione resa dall’imputato sulla circostanza della mancata denuncia dei fatti avendo egli dei precedenti penali e soprattutto non disponendo di testimoni dell’accaduto.

Chiede, pertanto, l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. Il proposto ricorso appare manifestamente infondato, per i motivi che appresso meglio saranno specificati, e pertanto va dichiarato inammissibile.

2. Come più volte ricordato da questa Corte di legittimità (vedasi tra le altre Sez. 4, n. 9128/2012), il codice della strada all’art. 189 descrive in maniera dettagliata il comportamento che l’utente della strada deve tenere in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, stabilendo un 'crescendo' di obblighi in relazione alla maggiore delicatezza delle situazioni che si possono presentare. Così è previsto, per quanto qui interessa, l’obbligo di fermarsi in ogni caso, cui si aggiunge, allorché vi siano persone ferite, quello di prestare loro assistenza. L’inottemperanza all’obbligo di fermarsi è punita con la sanzione amministrativa in caso di incidente con danno alle sole cose (comma 5) e con quella penale della reclusione fino a quattro mesi in caso di incidente con danno alle persone (comma 5). In tale seconda ipotesi, se il conducente si è dato alla fuga, la norma contempla la possibilità dell’arresto in flagranza nonché la sanzione accessoria della sospensione della patente; la sanzione penale è più grave (reclusione fino ad un anno e multa) per chi non ottempera all’obbligo di prestare assistenza.

Si tratta di comportamenti diversi, lesivi di beni giuridici diversi ed attinenti, nel caso dell’inosservanza dell’obbligo di fermarsi, alla necessità di accertare le modalità dell’incidente e di identificare coloro che rimangono coinvolti in incidenti stradali e nel caso di omissione di soccorso, a principi di comune solidarietà.

Quanto al reato di cui all’art. 189, comma 6, trattasi di un reato omissivo di pericolo, il cui elemento materiale consiste, come si è già osservato, nell’allontanarsi dell’agente dal luogo dell’investimento così da impedire o comunque, ostacolare l’accertamento della propria identità personale, l’individuazione del veicolo investitore e la ricostruzione delle modalità dell’incidente.

Questa Corte ha già avuto modo di precisare che integra il reato di cui all’art. 189 C.d.S., comma 1 e 6 (cosiddetto reato di 'fuga'), la condotta di colui che - in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone - effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea, senza consentire la propria identificazione, né quella del veicolo. Infatti il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto, perché, ove si ritenesse che la durata della prescritta fermata possa essere anche talmente breve da non consentire né l’identificazione del conducente, né quella del veicolo, né lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità nella causazione del medesimo, la norma stessa sarebbe priva di ratio e di una qualsiasi utilità pratica (così Sez. 4 n. 20235 del 25/1/2001 Rv. 234581).

Ai fini della configurabilità del reato il dolo richiesto deve investire, innanzitutto ed essenzialmente, l’omesso obbligo di fermarsi in relazione all’evento dell’incidente, ove questo sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, e va apprezzato come eventualmente sussistente avendo riguardo alle circostanze fattuali del caso laddove queste, ben percepite dall’agente, siano univocamente indicative di un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (così questa Sez. 4, n. 863 del 21/11/2007 dep. il 2008). Ed il dolo richiesto per la punibilità può essere integrato anche dal solo dolo eventuale, non essendo necessario il dolo intenzionale (Sez. 4, n. 3568 del 10/12/2009 dep. il 2010), da apprezzarsi per verificarne la sussistenza - avendo riguardo alle circostanze fattuali del caso, laddove queste, ben percepite dall’agente, siano univocamente indicative di un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone.

Quanto poi all’obbligo di prestare assistenza (art. 189 C.d.S., comma 7), anche per tale reato è pacifico che l’elemento soggettivo del detto reato ben può essere integrato dal semplice dolo eventuale, cioè dalla consapevolezza del verificarsi di un incidente, riconducibile al proprio comportamento che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, non essendo necessario che si debba riscontrare l’esistenza di un effettivo danno alle persone. Ancora di recente, questa Corte di legittimità, ribadito che l’elemento soggettivo del reato di mancata prestazione dell’assistenza occorrente in caso di incidente (art. 189 C.d.S., comma 7), può essere integrato anche dal dolo eventuale, ravvisabile in capo all’agente che, in caso di sinistro comunque ricollegabile al suo comportamento ed avente connotazioni tali da evidenziare, in termini di immediatezza, la probabilità, o anche solo la possibilità, che dall’incidente sia derivato danno alle persone e che queste necessitino di soccorso, non ottemperi all’obbligo di prestare assistenza ai feriti (Sez. 4, n. 33772 del 15/6/2017, Dentice, Rv. 271046 nella cui motivazione, la Corte ha osservato che il dolo eventuale, pur configurandosi normalmente in relazione all’elemento volitivo, può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso il rischio).

La sussistenza o meno di un effettivo bisogno di aiuto da parte della persona infortunata non è elemento costitutivo del reato che è integrato dal semplice fatto che in caso d’incidente stradale con danni alle persone non si ottemperi all’obbligo di prestare assistenza.

E costituisce ius receptum che tale condotta, va tenuta a prescindere dall’intervento di terzi, poiché si tratta di un dovere che grava su chi si trova coinvolto nell’incidente medesimo (cfr. ex multis questa Sez. 4, n. 8626 del 7/2/2008, Rv. 238973).

3. Orbene, nel caso che ci occupa il ricorrente, in concreto non si confronta adeguatamente con la motivazione della corte di appello, che appare logica e congrua, nonché corretta in punto di diritto -e pertanto immune da vizi di legittimità.

I giudici del merito, con una doppia conforme affermazione di responsabilità, con motivazioni prive di aporie logiche e conformi ai principi di diritto sopra ricordati, hanno dato infatti conto degli elementi di prova in ordine ai reati di cui all’art. 189 C.d.S., commi 6 e 7 ed alla loro ascrivibilità al P. .

Già il GM di Busto Arsizio aveva rilevato come pacificamente l’imputato non avesse ottemperato all’obbligo di fermarsi, venendo rintracciato solo grazie al fatto che la targa fosse stata rilevata da terzi, e che il P. si era perfettamente reso conto di avere concorso a provocare un sinistro stradale, come emerge a suo stesso racconto. E che già tale consapevolezza, pacificamente esistente, fece scattare in capo all’imputato l’obbligo, non adempiuto, di fermarsi e di fornire le proprie generalità, nonché di attendere le forze dell’ordine per contribuire alla ricostruzione dei fatti.

Sempre il giudice di primo grado aveva poi posto in evidenza che il fatto di essersi allontanato prima di tale verifica ha comportato l’assunzione del rischio da parte di P. che qualcuno avesse riportato lesioni e che quindi fosse scattato l’obbligo di prestare soccorso ai feriti. E concluso che la circostanza, peraltro riferita dal solo P. , dell’atteggiamento minaccioso dei passeggeri di I. non è comunque circostanza tale da scriminare il suo comportamento, in quanto, se effettivamente P. si fosse sentito in pericolo ben sarebbe potuto andare a segnalare il sinistro alle forze dell’ordine, ovvero chiamarle sul luogo del sinistro anche a sua tutela. Ed invece P. non aveva tenuto nessuno di tali comportamenti, ma si era limitato a fuggire.

Con tali argomentazioni, in concreto, i motivi di gravame nel merito non si erano confrontati. E la Corte milanese ha evidenziato l’inverosimiglianza della ricostruzione operata dall’imputato e della circostanza che lo stesso non si fosse avveduto di avere investito l’I. .

Secondo la coerente ricostruzione dei fatti del provvedimento impugnato, non appare verosimile, tenuto conto delle modalità di svolgimento dell’incidente, avvenuto mentre la persona offesa cercava di fermare l’odierno imputato, che lo stesso non si sia avveduto di averla investita, allorquando questi si trovava tra i due furgoni, come sostenuto dalla difesa.

4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 c.p.p., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.