Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ   15  NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 21:32
Testo del provvedimento

STUPEFACENTI


ALLE SEZIONI UNITE LA QUESTIONE INERENTE ALL’IRRILEVANZA PENALE DELLA COMMERCIALIZZAZIONE DI MARIJUANA E HASHISH




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - ORDINANZA 27 febbraio 2019, n.8654
ANNOTAZIONE
Con ordinanza n. 8654 del 27 febbraio 2019, la Quarta Sezione penale della Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la seguente quaestio iuris: "Se le condotte diverse dalla coltivazione di canapa delle varietà di cui al catalogo indicato nell’art. 1, comma 2, legge 2 dicembre 2016 n. 242 – e, in particolare, la commercializzazione di cannabis sativa L. – rientrino o meno nell’ambito di applicabilità della predetta legge e siano pertanto penalmente irrilevanti, ai sensi di tale normativa".
Ciò in quanto la questione se la legge 2 dicembre 2016, n. 242 consenta anche la commercializzazione dei derivati della coltivazione della canapa (hashish e marijuana) ha formato oggetto di contrasto giurisprudenziale.
Invero, secondo un primo indirizzo interpretativo (Cass. pen., Sez. VI, 27 novembre 2018 – dep. 17 dicembre 2018, n. 56737) la predetta normativa disciplina esclusivamente la coltivazione della canapa, consentendola, alle condizioni ivi indicate, soltanto per i fini commerciali elencati dall’art. 1, comma 3, tra i quali non rientra la commercializzazione dei prodotti costituiti dalle infiorescenze (marijuana) e dalla resina (hashish).
Inoltre, i valori di tolleranza di tetraidrocannabinolo (THC) consentiti dall’art. 4, comma 5, legge n. 242 del 2016 (0,2%-0,6%) si riferiscono solo al principio attivo rinvenuto sulle piante in coltivazione e non al prodotto oggetto di commercio.
Ne consegue che la predetta normativa non ha introdotto il principio di liceità delle condotte di detenzione e commercializzazione della marijuana e dell’hashish, quali derivati dalla coltivazione di cannabis sativa L., che continuano ad integrare gli estremi del reato di cui all’art. 73 d.p.r. 309 del 1990.
Secondo un contrario orientamento ermeneutico (Cass. pen., Sez. VI, 29 novembre 2018 – dep. 31 gennaio 2019, n. 4920, già commentata in questa rivista), è nella natura economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” siano commercializzati.
La liceità della coltivazione della cannabis, ammessa dalla legge n. 242 del 2016, - a parere di questo indirizzo giurisprudenziale – determina la liceità dei suoi prodotti, contenenti un principio attivo inferiore allo 0,6%, che, dunque, non possono più essere considerati sostanze stupefacenti soggette alla disciplina del d.p.r. 309 del 1990.
Ne deriva che, ove le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ai sensi della legge n. 242 del 2016, è esclusa la responsabilità penale sia dell’agricoltore che del commerciante, anche in caso di superamento del limite dello 0,6%, essendo ammissibile soltanto un sequestro in via amministrativa, a norma dell’art. 4, comma 7, legge n. 242 del 2016.
A fronte di tale contrasto giurisprudenziale in materia, la Quarta Sezione penale, senza aderire espressamente all’uno o all’altro indirizzo interpretativo, ha ritenuto che "entrambe le tesi sono supportate da argomentazioni di indubbio spessore, sia sotto il profilo testuale che logico-sistematico".
Invero, da un lato, ha rilevato che "dai lavori preparatori della legge n. 242 del 2016 non emerge la volontà del legislatore di consentire la commercializzazione della marijuana e dell’hashish provenienti dalle coltivazioni della canapa" e ha ribadito che qualunque indicazione relativa allo scopo di consentire la loro commercializzazione è estranea all’elenco tassativo delle finalità di cui all’art. 1, comma 3, legge n. 242 del 2016.
Dall’altro lato, ha osservato che tra le finalità della predetta legge rientrano, ai sensi dell’art. 1, comma 3, lett. d) della medesima, il sostegno e la promozione della coltura della canapa finalizzata alla produzione di alimenti e che un complesso di norme in essa contenute, nell’ammettere l’utilizzo di alimenti contenenti residui di THC, "sancisce la liceità del consumo umano – e quindi della commercializzazione – di prodotti contenenti tale principio attivo, sia pure nelle condizioni e nei limiti stabiliti dalla normativa".
Alla luce di tali considerazioni – proseguono i Giudici di legittimità nell’ordinanza – sarebbe contraddittorio ritenere penalmente rilevante la detenzione, cessione e vendita di derivati della cannabis provenienti dalle coltivazioni contemplate dalla legge n. 242 del 2016, se la coltivazione di canapa delle varietà ammesse esula dall’ambito applicativo del d.p.r. 309 del 1990 e se è considerata lecita la commercializzazione di prodotti alimentari contenenti THC.
Ciò posto, ed essendo incontrovertibile l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia, la Quarta Sezione penale ha ritenuto opportuno rimettere alle Sezioni Unite la risoluzione del suddetto quesito di diritto.



ALLEGATO PDF DELLA SENTENZA