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Testo del provvedimento

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (REATI CONTRO LA -ARTT. 314-356 C.P.)
CP Art. 346 bis


CONTINUITÀ NORMATIVA TRA IL PREVIGENTE DELITTO DI MILLANTATO CREDITO E IL REATO DI TRAFFICO DI INFLUENZE ILLECITE




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 30 aprile 2019, n.17980
MASSIMA
In relazione alla condotta di chi, vantando un'influenza - effettiva o meramente asserita - presso un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio, si faccia dare denaro e/o altre utilità come prezzo della propria mediazione, sussiste piena continuità normativa tra la fattispecie di cui all'art. 346 cod. pen. formalmente abrogata dall'art. 1, comma 1 lett. s), legge 9 gennaio 2019, n. 3, e la fattispecie di cui all'art. 346-bis cod. pen., come novellato dall'art. 1, comma 1 lett. t), stessa legge.



ANNOTAZIONE
Con la legge 9 gennaio 2019, n. 3, il legislatore ha abrogato l’art. 346 cod. pen. (che prevedeva il delitto di millantato credito) e ha inglobato la condotta ivi prevista nell’art. 346 bis cod. pen., che sanziona il traffico di influenze illecite.
Tale intervento legislativo è stato dettato dalla necessità di adeguare la normativa interna agli obblighi convenzionali imposti al nostro Paese dalla Convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d'Europa, firmata a Strasburgo il 27 gennaio 1999 e, in particolare, all'Addenda al Second Compliance Report sull'Italia approvato il 18 giugno 2018 dal GRECO (Group of States against Corruption' istituito dal Consiglio d'Europa nel 1999), all'esito della procedura volta a verificare
l'adeguamento del nostro ordinamento alle indicazioni già impartite in precedenza dallo stesso organismo. Nell'Addenda al Second Compliance Report, il GRECO aveva difatti evidenziato come - salvi gli ambiti in relazione ai quali il legislatore nazionale ha legittimamente esercitato il diritto di riserva ex art. 37 - permanessero ancora difformità tra il diritto interno e gli obblighi convenzionali
imposti dalla Convenzione (specificamente all'art. 12) ed aveva, pertanto, sollecitato lo Stato italiano ad intervenire su diversi specifici temi, in particolare, anche a conformare la disciplina del traffico di influenze illecite agli obblighi internazionali assunti dal nostro Paese.
Recependo tali indicazioni, il legislatore ha riscritto il delitto di traffico di influenze illecite che, nella formulazione attualmente vigente, punisce anche la condotta del soggetto che si sia fatto dare o promettere da un privato vantaggi personali - di natura economica o meno -, rappresentandogli la possibilità di intercedere a suo vantaggio presso un pubblico funzionario, a prescindere dall'esistenza o meno di una relazione con quest'ultimo. Ciò a condizione - fatta oggetto di un'espressa clausola di riserva ("fuori dei casi di concorso nei reati di cui agli articoli 318, 319, 319-ter e nei reati di corruzione di cui all'articolo 322-bis") - che l'agente non eserciti effettivamente un'influenza sul pubblico ufficiale o sul soggetto equiparato e non vi sia mercimonio della pubblica funzione, dandosi, altrimenti, luogo a taluna delle ipotesi di corruzione previste da detti articoli.
La norma equipara, dunque, sul piano penale la mera vanteria di una relazione o di credito con un pubblico funzionario soltanto asserita ed in effetti insussistente (condotta precedentemente sanzionata dal reato di millantato credito di cui all’art. 346 cod. pen, ) alla rappresentazione di una relazione realmente esistente con il pubblico ufficiale da piegare a vantaggio del privato.
Risultano, in tal modo, superate le problematicità, spesso riscontrate nella prassi giudiziaria, relative alla definizione del discrimen fra il delitto di millantato credito previsto dall'art. 346 cod. pen. e quello di traffico di influenze, di cui all'art. 346-bis cod. pen., scaturenti dalla difficoltà di verificare l'esistenza - reale o solo ostentata - della possibilità di influire sul pubblico agente.
Delineato l’ambito della recente riforma in materia, occorre comprendere se si sia al cospetto di un’autentica abolitio criminis (art. 2, comma 2, cod. pen.), con conseguente esclusione della rilevanza penale del fatto, travolta dalla intervenuta abolitio, o solo di un’abrogatio sine abolizione, da ricondurre nell’ambito di operatività dell’art. 2, comma 4, cod. pen., che comporta la persistente rilevanza penale del fatto commesso anteriormente all’entrata in vigore della nuova disciplina, ancorché allo stesso debba applicarsi la legge successiva, se più favorevole.
Sul punto, la Suprema Corte, con la pronuncia in epigrafe, ha chiarito che tra il previgente art. 346 ed il rinovellato art. 346-bis cod. pen. sussiste un nesso di continuità che consente di sussumere la vicenda successoria nell’ambito di operatività del comma 4 dell’art. 2 cod. pen.
Invero, salvo che per la previsione della punibilità del soggetto che intenda trarre vantaggi da tale influenza ai sensi del comma secondo del "nuovo" 346-bis cod. pen. (non prevista nella pregressa ipotesi di millantato credito, nell'ambito della quale questi assumeva anzi la veste di danneggiato dal reato) e la non perfetta coincidenza fra le figure verso le quali la millanteria poteva essere espletata (atteso che l'abrogato art. 346 aveva riguardo al credito millantato presso il "pubblico ufficiale" e l'"impiegato che presti un pubblico servizio", mentre nell'attuale fattispecie rileva la rappresentata possibilità di condizionare il "pubblico ufficiale" e l"incaricato di un pubblico servizio", a prescindere dal fatto che sia un "impiegato"), la norma di cui all'art. 346-bis di recente riformulata sanziona le medesime condotte già contemplate dall'art. 346 abrogato.
In particolare, la fattispecie incriminatrice di traffico d'influenze, come riscritta, punisce la condotta di chi "sfruttando o vantando relazioni esistenti o asserite" con un funzionario pubblico "indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro od altra utilità come prezzo della propria mediazione illecita" "ovvero per remunerarlo in relazione all'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri".
Detta condotta certamente ingloba la precedente contemplata dall'art. 346 cod. pen., là dove sanzionava la condotta di chi "millantando credito" presso un funzionario pubblico (con la differenza quanto all'impiegato di cui si è già detto) "riceve o fa dare o fa promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione" (comma primo) ovvero "col pretesto di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare" (comma secondo).
Sostanzialmente sovrapponibili sono, invero, tanto la condotta "strumentale" (stante l'equipollenza semantica fra le espressioni "sfruttando o vantando relazioni (...) asserite" e quella "millantando credito"), quanto la condotta "principale" di ricezione o di promessa, per sé o per altri, di denaro o altra utilità.
Accertata la continuità normativa fra la previgente incriminazione di millantato credito di cui all'art. 346 e quella di cui al riformato delitto di traffico d'influenze previsto dall'art. 346-bis, occorre verificare quale sia la norma più favorevole cui il legislatore attribuisce l’attitudine a normare un fatto avvenuto in costanza di diverse leggi, in successione tra loro.
Comparando il trattamento sanzionatorio delle due norme incriminatrici, è evidente come più mite sia quello previsto dall’art. 346-bis cod. pen.
Da un lato, la fattispecie vigente è punita con la sola pena detentiva mentre il previgente millantato credito era sanzionato congiuntamente con le pene detentiva e pecuniaria; dall'altro lato, l'attuale incriminazione prevede la pena massima di quattro anni e sei mesi di reclusione, mentre il massimo edittale della pena detentiva del previgente art. 346 era fissato in cinque anni.
Individuata la norma più favorevole tra le due in quella che sanziona il traffico di influenze illecite, i Giudici di legittimità, in ossequio al disposto dell’art. 2, comma 4, cod. pen., ritengono illegale la pena inflitta all’imputato dalla Corte di Appello di Milano in relazione al delitto di millantato credito.
Sul punto, va precisato che il diritto dell’imputato, desumibile dal predetto art. 2, comma quarto, cod. pen., ad essere giudicato in base al trattamento più favorevole tra quelli succedutisi nel tempo, comporta per il giudice della cognizione il dovere di applicare la lex mitior anche nel caso in cui la pena inflitta con la legge previgente rientri nella nuova cornice sopravvenuta, in quanto la finalità
rieducativa della pena ed il rispetto dei principi di uguaglianza e di proporzionalità impongono di rivalutare la misura della sanzione, precedentemente individuata, sulla base dei parametri edittali modificati dal legislatore in termini di minore gravità.
Per tale ragione, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata limitatamente alla pena e ha rinviato ad altra Sezione della Corte di Appello di Milano la nuova determinazione della pena tenendo presenti i nuovi parametri edittali dell’art. 346 bis cod. pen.



ALLEGATO PDF DELLA SENTENZA