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Testo del provvedimento

ONORE (REATI CONTRO LA –ARTT. 594-599)
CP Art. 595


Diritto di critica




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 15 maggio 2019, n.21145
MASSIMA
1. In tema di diffamazione, non può trovare applicazione la scriminante del diritto di critica quando la condotta dell’agente trasmodi in aggressioni gratuite, non pertinenti ai temi in discussione ed integranti l’utilizzo di argumenta ad hominem, intesi a screditare l’avversario mediante la evocazione di una sua presunta indegnità od inadeguatezza personale, piuttosto che a criticarne i programmi e le azioni.

2. La critica postula fatti che la giustifichino, ossia un contenuto di veridicità limitato alla oggettiva esistenza di dati assunti a base delle opinioni e delle valutazioni espresse. La libertà di esprimere giudizi critici trova il solo limite nell'esistenza di un sufficiente riscontro fattuale.



CASUS DECISUS
Proponevano ricorso al Tribunale di Agrigento, avverso la sentenza emessa dal Giudice di Pace, sia l’imputato che la costituita parte civile. L’imputato, quale funzionario preposto al settore della gestione dei contratti di fornitura e servizi della ASP, veniva condannato per il delitto di diffamazione per avere inoltrato tre missive al Direttore Amministrativo, al Collegio dei Revisori dei Conti, all’Ufficio competente per i procedimenti disciplinari della ASP ed all’Assessore Regionale per la Salute, con le quali si doleva del comportamento inficiato da vizio di incompetenza tenuto dal Direttore Generale della ASP e dell’assenza di significativi atti di governo da parte dello stesso nonché della sua abitudine di incontrare fornitori e rappresentanti delle ditte con i quali contrattava prezzi prima della gara, in spregio alle norme di disciplina dei pubblici contratti; auspicava un possibile procedimento penale a carico del direttore generale per i delitti di abuso di ufficio, falso in atto pubblico e turbata libertà degli incanti, denunciando il mare di illegalità nel quale era venuta ad annegare la ASP. Il ricorso dell’imputato si esaurisce in un solo articolato motivo, con il quale veniva denunciato il vizio di violazione di legge, in relazione all’artt. 595 c.p., e il vizio di motivazione. Ed invero, l’intento dell’odierno ricorrente non era quello di diffamare la persona offesa, ma quello di segnalare e denunciare ai funzionari ed uffici preposti ad attività di controllo le gravi irregolarità riscontrate nell’espletamento della funzione pubblica. Segnalazioni e denunce da cui erano scaturiti sia un procedimento penale a carico della parte civile, ancorché non esitato in una condanna, sia rilievi di natura contabile da parte della Corte dei Conti. Non si è trattato di un attacco gratuito alla persona, ma della denuncia dei comportamenti tenuti dal Direttore Generale della ASP suscettibili di destare sospetto quanto alla loro liceità e legittimità: come del resto dimostrato dalla sottoposizione di questi a procedimenti amministrativi e penali. Con il ricorso della parte civile, si eccepisce il vizio di violazione di legge, in relazione agli artt. 592 e 541 c.p.p. nonché ai parametri di cui alla L. n. 247 del 2012, ed il vizio di motivazione in ordine alla illegittimità ed alla incongruità della liquidazione effettuata dal giudice di appello delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di primo grado



ANNOTAZIONE
di Valentina Spizzirri

L’excursus argomentativo adoperato dalla Corte di legittimità ha condotto, sul piano logico giuridico, ad annullare senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato, revocando le statuizioni civili e rigettando il ricorso della parte civile con conseguente condanna della stessa al pagamento delle spese processuali. I fatti occorsi: L’imputato, quale funzionario preposto al settore della gestione dei contratti di fornitura e servizi della ASP, veniva condannato per il delitto di diffamazione per avere inoltrato tre missive al Direttore Amministrativo, al Collegio dei Revisori dei Conti, all’Ufficio competente per i procedimenti disciplinari della ASP ed all’Assessore Regionale per la Salute, con le quali si doleva del comportamento inficiato da vizio di incompetenza tenuto dal Direttore Generale della ASP e dell’assenza di significativi atti di governo da parte dello stesso nonché della sua abitudine di incontrare fornitori e rappresentanti delle ditte con i quali contrattava prezzi prima della gara, in spregio alle norme di disciplina dei pubblici contratti; auspicava un possibile procedimento penale a carico del direttore generale per i delitti di abuso di ufficio, falso in atto pubblico e turbata libertà degli incanti, denunciando il mare di illegalità nel quale era venuta ad annegare la ASP. A dire degli ermellini, erra il Giudicante nel ritenere sussistente il delitto in parola. Infatti, è ius receptum, in tema di diffamazione, che non può trovare applicazione la scriminante del diritto di critica quando la condotta dell’agente trasmodi in aggressioni gratuite, non pertinenti ai temi in discussione ed integranti l’utilizzo di argumenta ad hominem, intesi a screditare l’avversario mediante la evocazione di una sua presunta indegnità od inadeguatezza personale, piuttosto che a criticarne i programmi e le azioni. Ed invero, nel caso che occupa il campo processuale, le espressioni utilizzate dal prevenuto nelle tre missive, rientrano nel cono d’ombra della scriminante del diritto di critica esercitato rispetto a valori ed interessi - il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza della pubblica amministrazione - che l’imputato ragionevolmente temeva potessero essere messi a repentaglio dai comportamenti del Direttore della ASP, come si desume dal riscontro fattuale dei procedimenti amministrativi e penali attivati a carico di quest’ultimo. Valori ed interessi che l’imputato pretendeva, a modo suo, di difendere: tale ultimo rilievo valendo anche ad escludere l’elemento soggettivo della diffamazione contestata. Preme precisare che le espressioni de quibus non si appalesano offensive della persona, concernendo tutte la funzione svolta e la gestione dell’ASP. Ancora. Stupisce il silenzio serbato dal Giudice di merito in ordine al requisito della continenza, distinguendola in sostanziale o "materiale" che attiene alla natura e alla latitudine dei fatti riferiti e delle opinioni espresse, in relazione all’interesse pubblico alla comunicazione o al diritto-dovere di denunzia; quella formale attiene, invece, al modo con cui il racconto sul fatto è reso o il giudizio critico esternato, e cioè alla qualità della manifestazione. Dunque, le modalità espressive non devono essere gratuitamente offensive. Orbene, la diversità dei contesti nei quali si svolge la critica, così come la differente responsabilità e funzione dei soggetti ai quali la critica è rivolta, possono quindi giustificare attacchi di grande violenza se proporzionati ai valori in gioco che si ritengono compromessi: sono, in definitiva, gli interessi in gioco che segnano la "misura" delle espressioni. Nel caso de quo, come anticipato sopra, non può dirsi configurata la fattispecie di cui al 595 c.p., essendo in presenza di una causa di giustificazione e difettando anche l’elemento soggettivo.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 15 maggio 2019, n.21145 - Pres. Sabeone – est. Scordamaglia

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Agrigento, investito degli appelli proposti dall’imputato M.C. e dalla parte civile O.S. avverso la sentenza del Giudice di Pace di quella città del 5 aprile 2018, con pronuncia del 14 novembre 2018, ha parzialmente riformato la decisione gravata, escludendo il delitto di diffamazione contestato al M. quanto alle espressioni: 'Bugiardo, calunnia, farnetica, minaccia' e riconoscendo il vincolo della continuazione tra le restanti condotte di reato; rideterminando l’importo delle spese sostenute dalla parte civile O. in relazione al giudizio di primo grado.

A ragione della conferma del riconoscimento della responsabilità del M. per il delitto di diffamazione continuata, commessa inviando, quale funzionario preposto al settore della gestione dei contratti di fornitura e servizi della ASP di (omissis), oltre che all’O. , nella qualità di Direttore Generale della ASP di (omissis), anche al Direttore Amministrativo, al Collegio dei Revisori dei Conti, all’Ufficio competente per i procedimenti disciplinari della ASP di (omissis) e all’Assessore Regionale per la Salute, tre missive - nel periodo compreso tra il luglio e l’ottobre 2010 - con le quali egli: si doleva:' del comportamento quantomeno inficiato da vizio di incompetenza' tenuto dal Direttore Generale della ASP e dell’assenza: 'di significativi atti di governo' da parte del detto funzionario di vertice, nonché dell’abitudine di questi di incontrare fornitori e rappresentanti delle ditte con i quali contrattava prezzi prima della gara, in spregio alle norme di disciplina dei pubblici contratti; auspicava un possibile procedimento penale a carico del direttore generale per i delitti di abuso di ufficio, falso in atto pubblico e turbata libertà degli incanti; denunciava: 'il mare di illegalità nel quale era venuta ad annegare la ASP di (omissis)', il Tribunale argomentava affermando che non era da dubitarsi: della oggettività dell’offesa, posto che le espressioni utilizzate erano certamente idonee a screditare l’opinione che nell’ambiente sociale si aveva dell’O. , cui era attribuita una gestione illegale del proprio ufficio; della coscienza e volontà dell’imputato di screditare la reputazione professionale di O. ; dell’ingiustizia delle condotte tenute, posto che il diritto di critica che le avrebbe animate era insussistente, perché non erano stati allegati, né provati, fatti illeciti in capo all’O. , che, infatti, era stato prosciolto dai reati addebitatigli.

A fondamento dell’accoglimento dell’appello della parte civile contro la liquidazione delle spese che le dovevano essere corrisposte per l’attività difensiva nel giudizio di primo grado, assumeva che le stesse dovessero essere più congruamente determinate, con esclusione delle spese sostenute nella fase delle indagini preliminari, tenuto conto dei valori medi stabili dai parametri di cui alla Tabella del D.M. n. 140 del 2012, con riduzione del 20% in assenza di questioni di particolare rilievo.

2. Insorgono contro l’illustrata decisione sia l’imputato che la parte civile.

2.1. Il ricorso dell’imputato è affidato ad un solo articolato motivo, con il quale è denunciato il vizio di violazione di legge, in relazione all’artt. 595 c.p., e il vizio di motivazione. All’uopo viene evidenziato che l’intento dell’odierno ricorrente, che era pubblico ufficiale, non era quello di diffamare la persona offesa O.S. , ma quello di segnalare e denunciare a funzionari ed uffici preposti ad attività di controllo le gravi irregolarità riscontrate nell’espletamento della sua funzione. Segnalazioni e denunce da cui erano scaturiti sia un procedimento penale a carico della parte civile, ancorché non esitato in una condanna, sia rilievi di natura contabile da parte della Corte dei Conti; come anche la destituzione dell’O. dalla funzione manageriale espletata per provvedimento assessoriale in ragione di irregolarità riscontrate. Donde non di un attacco gratuito alla persona si era trattato, ma della denuncia dei comportamenti tenuti dal Direttore Generale della ASP di (omissis) suscettibili di destare sospetto quanto alla loro liceità e legittimità: come del resto dimostrato dalla sottoposizione di questi a procedimenti amministrativi e penali.

2.2. il ricorso della parte civile è affidato a due motivi:

- il primo motivo deduce il vizio di violazione di legge, in relazione agli artt. 592 e 541 c.p.p., e ai parametri di cui alla L. n. 247 del 2012, e il vizio di motivazione, passando analiticamente in rassegna le ragioni di illegittimità e di incongruità della liquidazione effettuata dal giudice di appello delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di primo grado;

- il secondo motivo deduce i medesimi vizi in relazione alla disposta compensazione delle spese sostenute dalle parti nel processo di appello.

Considerato in diritto

Il ricorso dell’imputato è fondato.

1. L’impugnante non contesta la ricostruzione dei fatti siccome operata dai giudici di merito, ma insorge contro la conclusione, rassegnata da questi ultimi, che le condotte ascrittegli fossero state animate dalla coscienza e volontà di diffamare il Direttore Generale della ASP di (omissis) - ad un cui settore anch’egli era preposto -: le stesse, infatti, erano state mosse dall’intento di denunciare a funzionari o uffici dotati di poteri di controllo sulla ASP comportamenti da questi opinati come tali da integrare irregolarità gestionali e contabili e, finanche, reati contro la pubblica amministrazione. Comportamenti, quelli denunciati, che, peraltro, si erano rivelati dotati di un fondamento di verisimiglianza, dal momento che avevano stimolato l’istaurazione nei confronti dell’O. di procedimenti amministrativi sanzionatori (rilievi in sede contabile da parte della Corte dei Conti; destituzione assessorale dalla funzione di Direttore Generale della ASP) e di un processo penale pur conclusosi con l’assoluzione: donde l’ulteriore rilievo afferente l’erronea esclusione dell’avere egli agito in presenza di una scriminante, identificata dal giudice censurato nell’esercizio del diritto di critica.

2. Invero, deve riconoscersi che il Tribunale, affermando, per un verso, che non era da dubitarsi dell’esistenza in capo all’imputato della coscienza e volontà di screditare la reputazione professionale di O. - risultato, quello della denigrazione, accettato quanto meno come evento probabile del proprio agire -, in ragione della durezza delle espressioni utilizzate (con assoluta padronanza) per dipingere le condotte di presunta illegalità ascritte all’O. ; per altro verso, che era da escludersi che egli avesse agito in presenza di una causa di giustificazione, perché l’giudizi negativi espressi sul conto dell’O. muovevano da fatti inesistenti, essendo stato questi scagionato dai reati ascrittigli, è incorso in errori di diritto oltre che in un difetto di motivazione.

3. V’è da rilevare che è ius receptum che, in tema di diffamazione, non può trovare applicazione la scriminante del diritto di critica quando la condotta dell’agente trasmodi in aggressioni gratuite, non pertinenti ai temi in discussione ed integranti l’utilizzo di 'argumenta ad hominem', intesi a screditare l’avversario mediante la evocazione di una sua presunta indegnità od inadeguatezza personale, piuttosto che a criticarne i programmi e le azioni (Sez. 5, n. 4938 del 28/10/2010 - dep. 10/02/2011, P.M. in proc. Simeone e altri, Rv. 249239; Sez. 5, n. 38448 del 25/09/2001, Uccellobruno, Rv. 219998); che, invece, sussiste la detta esimente nel caso in cui un soggetto portatore di interessi di rilevanza collettiva indirizzi una o più missive a persone dotate di specifici poteri funzionali, con le quali si censurano le scelte di un pubblico funzionario, preposto un servizio di rilevanza pubblica, ponendone in dubbio la regolarità e denunciando favoritismi (Sez. 5, n. 38962 del 04/06/2013, P.C. in proc. Di Michele, Rv. 257759; Sez. 5, n. 32180 del 12/06/2009, Dragone, Rv. 244495).

4. Nel caso in esame, emerge, in primo luogo, che nessuna delle espressioni, ascritte all’imputato e reputate come offensive, si rivolge all’O. in quanto persona, attaccandolo nella sua dimensione privata, tutte concernendo, piuttosto, la funzione svolta e il suo modo di gestire la ASP di (omissis) (Sez. 5, n. 18799 del 06/02/2008, Santillo, Rv. 239824; Sez. 5, n. 36077 del 09/07/2007, Mazzucco, Rv. 237726): critiche al suo operato rivoltegli in missive destinate a organi dotati di responsabilità politica (l’Assessore regionale alla salute) o a funzionari dotati di poteri di gestione amministrativa dell’ente pubblico e di controllo (il Direttore amministrativo, il Collegio dei revisori dei conti, l’Ufficio di disciplina) da un funzionario sottordinato, ma preposto ad un ufficio suscettibile di risentire delle scelte strategiche, giudicate non legittime, del responsabile dell’ente pubblico.

5. In secondo luogo spicca l’interpretazione riduttiva della verità del fatto oggetto delle opinioni o dei giudizi espressi dall’imputato offerta dal Tribunale.

Invero, la critica si concretizza nella manifestazione di un giudizio valutativo e presuppone un fatto che è assunto ad oggetto o a spunto del discorso critico (Sez. 1, n. 40930 del 27/09/2013, P.M. in proc. Travaglio e altro, Rv. 257794). Ciò sta a significare che il giudizio valutativo è diverso dal fatto da cui trae spunto e a differenza di questo non può pretendersi che sia 'obiettivo' e neppure, in linea astratta, 'vero' o 'falso'. La critica postula, insomma, fatti che la giustifichino e, cioè, un contenuto di veridicità limitato alla oggettiva esistenza dei dati assunti a base delle opinioni e delle valutazioni espresse (Sez. 5, n. 13549 del 20/02/2008, Pavone, Rv. 239825; Sez. 5, n. 13880 del 18/12/2007 - dep. 02/04/2008, Pandolfelli, Rv. 239816; Sez. 5, n. 20474 del 14/02/2002, PG in proc. Trevisan, Rv. 221904; Sez. 5, n. 13264 del 16/03/2005, non massimata; Sez. 5, n. 20474 del 14/02/2002, Rv. 221904; Sez. 5, n. 7499 del 14/02/2000, Rv. 216534).

In tal senso, del resto, si è espressa la giurisprudenza convenzionale, che ha affermato che la libertà di esprimere giudizi critici, cioè 'giudizi di valore', trova il solo, ma invalicabile, limite nella esistenza di un 'sufficiente riscontro fattuale' (Corte Edu, sent. del 27.10.2005 caso Wirtshafts - Trend Zeitschriften - Verlags Gmbh c. Austria ric. n. 58547/00, nonché sent. del 29.11.2005, caso Rodrigues c. Portogallo, ric. n. 75088/01) e che, al fine di valutare la giustificazione di una dichiarazione contestata, è sempre necessario distinguere tra dichiarazioni di fatto e giudizi di valore, perché, se la materialità dei fatti può essere provata, l’esattezza dei secondi non sempre si presta ad essere dimostrata (Corte EdU, sent. del 1.7.1997 caso Oberschlick c. Austria par. 33).

6. In terzo luogo stupisce il silenzio serbato dal decidente sul requisito della continenza o meno delle espressioni utilizzate.

Giova rammentare che la stessa concerne un aspetto sostanziale e un profilo formale. La continenza sostanziale, o 'materiale', attiene alla natura e alla latitudine dei fatti riferiti e delle opinioni espresse, in relazione all’interesse pubblico alla comunicazione o al diritto-dovere di denunzia: essa si riferisce, dunque, alla quantità e alla selezione dell’informazione in funzione del tipo di resoconto e dell’utilità/bisogno sociale di esso. La continenza formale attiene, invece, al modo con cui il racconto sul fatto è reso o il giudizio critico esternato, e cioè alla qualità della manifestazione: essa postula, quindi, una forma espositiva proporzionata, 'corretta' in quanto non ingiustificatamente sovrabbondante al fine del concetto da esprimere.

Ciò comporta che le modalità espressive non devono essere gratuitamente offensive. Tuttavia toni aspri o polemici non possono considerarsi di per sé punibili quando siano proporzionati e funzionali all’opinione o alla protesta da esprimere (Sez. 5, n. 11905 del 05/11/1997, Farassino G, Rv. 209647).

7. Quanto detto permette, allora, di ribadire che la diversità dei contesti nei quali si svolge la critica, così come la differente responsabilità e funzione dei soggetti ai quali la critica è rivolta, possono quindi giustificare attacchi di grande violenza se proporzionati ai valori in gioco che si ritengono compromessi: sono, in definitiva, gli interessi in gioco che segnano la 'misura' delle espressioni consentite (Sez. 1, n. 36045 del 13/06/2014, P.M. in proc. Surano, Rv. 261122).

Tale principio deve trovare applicazione in primo luogo allorché le opinioni veementi siano rivolte a soggetti che detengono o rappresentano un potere pubblico, e siano dunque giustificate dalla sentita necessità di rispondere con durezza ad un esercizio del potere percepito come arbitrario o illegittimo, salvi, ovviamente, i non ammessi argumenta ad hominem.

8. Al lume delle indicazioni ermeneutiche passate in rassegna, va riconosciuto, quindi, che le espressioni inserite nelle missive a firma dell’imputato - alludenti: 1) ad 'un comportamento quantomeno inficiato da vizio di incompetenza' tenuto dal Direttore Generale della ASP; all’assenza 'di significativi atti di governo' da parte del detto funzionario di vertice; all’abitudine di questi di incontrare fornitori e rappresentanti delle ditte con i quali contrattava prezzi prima della gara, in spregio alle norme di disciplina dei pubblici contratti; ad un possibile procedimento penale a carico del direttore generale per i delitti di abuso di ufficio, falso in atto pubblico e turbata libertà degli incanti; alle denunce del 'mare di illegalità nel quale era venuta ad annegare la ASP di (omissis)' possono anche integrare “asprezze ed esagerazioni”, ma, collocate nel più ampio contesto comunicativo del quale sono parte, che consente di intenderle nel loro giusto valore, rientrano certamente nel cono d’ombra della scriminante del diritto di critica, esercitato rispetto a valori ed interessi - il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza della pubblica amministrazione - che l’imputato ragionevolmente temeva potessero essere messi a repentaglio dai comportamenti del Direttore della ASP di (omissis), come si desume dal riscontro fattuale dei procedimenti amministrativi e penali attivati a carico di quest’ultimo. Valori ed interessi che l’imputato pretendeva, a modo suo, di difendere: tale ultimo rilievo valendo anche ad escludere l’elemento soggettivo della diffamazione contestata.

9. È d’uopo, poi, rilevare che il Tribunale ha escluso la sussistenza della scriminante del diritto di critica perché in sede giudiziaria non era stata raggiunta la certezza della verità dei fatti addebitati all’O. nelle missive a firma dell’imputato.

Così opinando, tuttavia, il giudice censurato non si è in alcun modo posto il problema della configurabilità putativa della causa di giustificazione invocata. Dalla mancanza di certezza processuale in ordine alla verità dei fatti addebitati ai Direttore Generale va tenuto distinto, infatti, il profilo della ragionevole e giustificabile convinzione in capo al M. che lo fossero; profilo da ritenersi esistente avuto riguardo alle circostanze che l’O. fu raggiunto da specifiche contestazioni per il suo operato sia in sede amministrativa che in sede penale e che venne destituito dalla sua funzione. Anche sotto questo aspetto, dunque il fatto non è punibile: nulla, infatti, preclude l’applicabilità della regola dettata dall’art. 59 c.p., comma 4, in riferimento all’esercizio del diritto di critica.

10. S’impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto contestato al M. non costituisce reato, avendo egli agito in presenza di una causa di giustificazione o difettando il suo agire dell’elemento soggettivo.

11. L’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata determina la revoca di tutte le statuizioni civili adottate nei confronti dell’imputato nel giudizio di merito. Ciò è sufficiente a comportare il rigetto del ricorso della parte civile.

12. Va, dunque, disposto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto contestato all’imputato non costituisce reato. Segue la revoca delle statuizioni civili. Tanto determina il rigetto del ricorso della parte civile che deve essere condannata al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato, revoca le statuizioni civili.

Rigetta il ricorso della parte civile che condanna al pagamento delle spese processuali.