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Testo del provvedimento

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (REATI CONTRO LA -ARTT. 314-356 C.P.)
CP Art. 393 bis


CAUSA DI NON PUNIBILITÀ DEI DELITTI DEI PRIVATI CONTRO LA P.A.




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 31 ottobre 2019, n.44627
MASSIMA
L'art. 393-bis cod. pen. prevede una causa di giustificazione fondata sul diritto del cittadino di reagire all'aggressione arbitraria dei propri diritti, che può essere applicata anche nelle ipotesi putative di cui all'art. 59, comma 4, cod. pen., quando il soggetto abbia allegato dati concreti, suffraganti il proprio ragionevole convincimento di essersi trovato, a causa di un errore sul fatto, di
fronte ad una situazione che, se effettiva, avrebbe costituito atto arbitrario del pubblico ufficiale.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 31 ottobre 2019, n.44627 -
SENTENZA sul ricorso proposto da: PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D'APPELLO DI SALERNO nel procedimento a carico di: DI PASQUALE MARCO nato a SALERNO il 29/05/1974 nonché da: DI PASQUALE MARCO nato a SALERNO il 29/05/1974 avverso la sentenza del 30/01/2019 della CORTE APPELLO di SALERNO visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere EMILIA ANNA GIORDANO; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MARCO DALL'OLIO che ha concluso chiedendo l'inammissibilità di entrambi i ricorsi; udito per il ricorrente il difensore, avvocato GAETANO PASTORE, che insiste per l'inammissibilità del ricorso del Procuratore generale di Salerno e l'accoglimento del ricorso dell'imputato. RITENUTO IN FATTO 1.La Corte di appello di Salerno, in riforma della sentenza del locale Tribunale, ha assolto, perché il fatto non sussiste, Marco Di Pasquale dal reato di resistenza (art. 337 cod. pen.) e ha dichiarato non punibile, in applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis cod. pen., il reato di oltraggio (art. 341-bis cod. pen.). Ha revocato le statuizioni civili. La sentenza è impugnata dal Procuratore generale presso la Corte di Appello di Salerno e dall'imputato, con i motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.. 2.11 Procuratore generale denuncia violazione di legge, in relazione alla intervenuta assoluzione dal reato di cui all'art. 337 cod. pen. del quale ricorrevano gli elementi strutturali della condotta impeditiva, violenta e minacciosa, frapposta dal Di Pasquale, mentre era in corso l'atto, alla verifica ispettiva ed alla redazione del verbale di accertamento la cui redazione era stata differita ad un momento successivo. 3. L'imputato svolge due motivi di ricorso. Con il primo denuncia vizio di violazione di legge e vizi di motivazione per il mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all'art. 393-bis cod. pen.. La Corte ha attribuito sì rilievo allo stato di agitazione dell'imputato ma non ha adeguatamente valutato la deduzione della difesa secondo quale tale status era riconducibile non solo alla rapina che il ricorrente, poco prima dell'ispezione, aveva subito in altro locale ma anche alle modalità con le quali, ponendo domande a trabocchetto, gli agenti della Guardia di Finanza procedevano alla escussione dei dipendenti. Il comportamento dell'imputato era, dunque, scriminato costituendo reazione legittima, ad un atto indebito dei verbalizzanti. Né la Corte distrettuale ha esaminato il motivo di impugnazione con il quale la difesa chiedeva di dichiarare estinto il reato di cui all'art. 341-bis cod. pen. in forza della condotta riparatoria tenuta prima del giudizio, ai sensi del comma 3 dell'art. 341-bis cod. pen., rilievo, questo, oggetto del secondo motivo di ricorso. CONSIDERATO IN DIRITTO 1.11 ricorso del Procuratore generale è inammissibile. Il ricorso dell'imputato è fondato e comporta l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata, come da dispositivo. 2.La parte pubblica concentra le censure alla decisione impugnata richiamando la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva ricostruito la condotta tenuta dall'imputato durante le operazioni di ispezione della Guardia di Finanza. Esamina, in particolare, le dichiarazioni rese da uno dei verbalizzanti il quale aveva riferito, che l'imputato, nel contesto oppositivo tenuto durante le operazioni di ispezione, attraverso la pronuncia delle frasi oggetto di contestazione al capo b), si era avvicinato ad un palmo dalla faccia di uno degli operanti e poi, dopo essersi inizialmente allontanato, aveva fatto ritorno sui suoi passi e si era scagliato contro il verbalizzante con l'intenzione di aggredirlo fisicamente, venendo fermato dagli astanti. 2.1.Rileva il Collegio che tale ricostruzione non è sostanzialmente smentita nella sentenza della Corte di merito che ha ricostruito i tempi e le modalità dell'attività ispettiva, durante la quale era sopraggiunto l'imputato, titolare dell'attività, e che ha escluso che la condotta dell'imputato avesse impedito o ritardato il compimento dell'attività che era proseguita mediante la produzione degli atti di interesse, consegnati dallo stesso imputato e la escussione dei dipendenti. Secondo i giudici distrettuali proprio a questo riguardo l'imputato aveva espresso le sue rimostranze, con le descritte modalità oppositive e minatorie, perché sosteneva che gli operanti rivolgevano ai dipendenti domande trabocchetto sulla data di inizio del rapporto di lavoro. Anche la redazione del verbale di accertamento non aveva subito ritardo per effetto della condotta dell'imputato in quanto avvenuta in estemporanea ma per ragioni diverse. 2.2. Il ricorso, nel quale vi è ampio richiamo alla giurisprudenza in materia di resistenza attraverso il riferimento alla sentenza di primo grado, non esamina il nucleo centrale della sentenza impugnata che, facendo corretta applicazione dei criteri ermeneutici dettati da questa Corte, ha ritenuto non configurabili gli elementi strutturali, materiale e psicologico del reato di resistenza, concentrando l'attenzione sull'esame della idoneità lesiva del contegno dell'imputato ad incidere sull'attività di servizio o dell'ufficio, che, secondo le conclusioni innanzi descritte, di fatto non ne era risultata impedita ovvero ostacolata. Se è vero, infatti, che, ai fini della integrazione dell'elemento oggettivo del reato di resistenza non è necessario che sia impedita, in concreto, la libertà di azione del pubblico ufficiale, essendo sufficiente che si usi violenza o minaccia per opporsi al compimento di un atto di ufficio o di servizio (Sez. 6, n. 36367 del 06/06/2013, Lorusso, Rv. 257100), nondimeno la giurisprudenza di questa Corte ha affermato che la fattispecie concreta non può essere ricostruita e sussunta in una prospettiva di pericolo presunto, occorrendo che la violenza e la minaccia (elementi costitutivi della materialità del reato) siano reali e connotino in termini di effettività causale la loro idoneità a coartare o ad ostacolare l'agire del pubblico ufficiale, in tal modo esprimendosi il finalismo lesivo (dolo specifico) del contegno (di violenza o minaccia) del soggetto agente (Sez. 6, 18.6.2009 n. 31544, Graceffo, Rv. 244695; Sez. 6, 18.11.2010, n. 8340 (dep. 2011), Chiodo Khalil, Rv. 249582). Specularmente anche il dolo specifico deve concretarsi nel fine di ostacolare l'attività pertinente al pubblico ufficio o servizio in atto, cosicchè il comportamento che non risulti tenuto a tale scopo, per quanto eventualmente illecito ad altro titolo, non integra il delitto in questione. Sul piano ermeneutico, e ve ne è ampia traccia nella giurisprudenza di questa Corte, l'indagine sulla idoneità lesiva del comportamento dell'agente e la sua esclusione sono agevoli in presenza di un comportamento, violento o minatorio, che sia stato tenuto dopo la conclusione dell'atto, ancorchè la condotta sia funzionalmente collegata all'atto. In tal caso netta è l'affermazione che la reazione minacciosa posta in essere nei confronti del pubblico non integra il reato di cui all'art. 337 cod. pen. (cfr. sentenza n. 8340 cit.). A questa conclusione si è pervenuti anche in relazione a quelle fattispecie nelle quali viene in rilievo non il compimento di un atto tipico del pubblico ufficiale, atto che deve avere una propria specificità e deve poter essere individuato come tale, ma un'attività genericamente riconducibile alla pubblica funzione esercitata dal pubblico ufficiale (Sez. 6, n. 22453 del 29/01/2009, Lombardi, Rv. 244060). Più complessa appare, invece, la individuazione degli elementi strutturali del reato di resistenza in presenza di forme di contestazione, seppur minacciosa, rivolte al pubblico ufficiale che non siano immediatamente riferibili all'atto che questi sta compiendo ed in una fattispecie, come quella in esame, nella quale l'attività del pubblico ufficiale si è dipanata lungo una serie di atti rispetto ai quali, come evidenziato dal giudice di appello, si è registrata la collaborazione della parte in relazione a specifiche incombenti richiesti (come la consegna dei documenti) e una forma di opposizione, ancorchè scomposta e finanche minacciosa, risoltasi in una forma di critica e di obiezione all'attività del pubblico ufficiale nel corso di un'attività che non coinvolgeva direttamente il ricorrente, ma i suoi dipendenti e che era proseguita regolarmente, nonostante le intemperanze dell'imputato. In tal caso, valorizzando la mancanza in termini di effettività causale della idoneità della condotta dell'imputato a coartare o ad ostacolare l'agire del pubblico ufficiale, la Corte distrettuale ha correttamente escluso che la condotta dell'imputato si sia tradotta in un ostacolo frapposto al pubblico ufficio o servizio in atto, essendo genericamente volta a contestare le modalità esecutive dell'attività di verbalizzazione nei confronti di persone diverse dal ricorrente. 3. Come anticipato è fondato il ricorso dell'imputato. La Corte di appello, in presenza di specifico motivo di gravame, non ha esaminato la questione dell'applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. 393-bis cod. pen.. Il motivo di impugnazione non può ritenersi esaminato neppure implicitamente poiché l'assoluzione dal reato di resistenza, a seguito della ricostruzione in fatto della composita vicenda, richiedeva un vaglio specifico. L'imputato, infatti, ha un concreto interesse alla verifica della ricorrenza della causa di non punibilità di cui all'art. 393-bis cod. pen. che, al di là del controverso inquadramento come causa di giustificazione o scriminante, può condurre, se esistente, ad una pronuncia di assoluzione perché il fatto non costituisce reato (Sez. 2, n. 22549 del 07/05/2014, Nuzzaci, non mass.; Sez. 6, n. 18841 del 14/04/2011, Mantovani, Rv. 250095), formula prevista dal codice di rito in caso di accertamento dell'esistenza di una causa di giustificazione (Sez. U, n. 40049 del 29/05/2008, Guerra, Rv. 240814). Ritiene il Collegio che deve darsi continuità normativa al principio affermato da questa Corte a stregua del quale l'art. 393-bis cod. pen. prevede una causa di giustificazione fondata sul diritto del cittadino di reagire all'aggressione arbitraria dei propri diritti, che può essere applicata anche nelle ipotesi putative di cui all'art. 59, comma 4, cod. pen., quando il soggetto abbia allegato dati concreti, suffraganti il proprio ragionevole convincimento di essersi trovato, a causa di un errore sul fatto, di fronte ad una situazione che, se effettiva, avrebbe costituito atto arbitrario del pubblico ufficiale (Sez. 6, n. 4457 del 16/10/2018, Di Mola Giancosimo, Rv. 274983). Nella vicenda in esame si impone, a cura del giudice del rinvio, la verifica della sussistenza della causa di giustificazione, anche nella forma putativa, in relazione alla reazione oltraggiosa dell'imputato posta in essere a fronte della condotta dei pubblici ufficiali che procedevano alla verbalizzazione delle dichiarazioni rese dai dipendenti, con modalità tali da fargli ragionevolmente ritenere di essere sottoposto a condotte vessatorie e di ingiustificata prevaricazione e, quindi, di errore del privato rilevante in quanto ricade sulla sussistenza di eventuali circostanze di fatto che abbiano prodotto un erroneo apprezzamento dei fatti, e non in un mero errore di diritto, quale deve ritenersi l'errore sulla legittimità dell'operato del pubblico ufficiale dovuto ad una inesatta conoscenza dei precetti imposti dall'ordinamento. 4.Fondato è anche il secondo motivo. La Corte di merito ha revocato le statuizioni civili ma non ha esaminato la questione dell'applicazione della causa estintiva di cui al comma 3 dell'art. 341-bis cod. pen. che il Tribunale aveva respinto con ordinanza a verbale impugnata in sede di gravame. Rileva il Collegio che all'udienza del 17 aprile 2015 il difensore dell'imputato aveva depositato la documentazione attestante il deposito a mezzo di offerta reale ed in esito alle trattative condotte con le persone offese che ritenevano congruo il risarcimento del danno in misura di euro duemila ciascuno, della somma di cinquecento euro in favore delle parti civili private (Galasso Rosario; Giovanni Di Matteo, Matteo Clemente e Roberto Giuseppe Gigante), importo rimesso, con lo stesso mezzo, anche alla Guardia di Finanza, Gruppo di Salerno che, nel prosieguo aveva rimesso al difensore una nota con la quale si riteneva congrua la richiesta di indennizzo pari ad euro cinquemila, così determinata in esito a parere dell'Avvocatura Distrettuale. Tutte le persone offese avevano restituito la somma loro offerta precisando, Matteo Clemente, di ritenere esauriente il solo ed eventuale risarcimento nei confronti del Corpo di appartenenza che, invece, aveva trattenuto, a titolo di acconto, il pagamento. Le descritte modalità seguite dalla difesa consentono di ritenere tempestiva l'offerta di risarcimento perché compiuta prima del giudizio (cfr. Sez. 6, Sentenza n. 897 del 25/11/1993, Ceglie, Rv. 197360, resa in materia di applicazione dell'attenuante di cui all' art. 62 n. 6 cod. pen.). Cionondimeno la Corte di merito, investita di specifico motivo di impugnazione dell'imputato, non ha esaminato la volontarietà, integralità ed effettività del risarcimento del danno tenuto ai fini dell'applicazione della specifica causa di non punibilità prevista dall'art. 341-bis, comma 3, cod. pen., condotta riparatoria che funge da causa di estintiva del reato di oltraggio e dà luogo ad una pronuncia che espelle dal circuito penale condotte illecite che l'ordinamento ritiene scriminate. Anche in presenza della declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto e revoca delle statuizioni civili, è ravvisabile il concreto interesse dell'imputato a verificare la fondatezza dell'applicazione della causa di non punibilità di cui all'art. 341- bis, comma 3, cod. pen. dal momento che quest'ultima tipologia di pronuncia dispiega effetti più favorevoli per l'imputato rispetto alla declaratoria di non punibilità di cui all'art. 131-bis cod. pen. che dà per accertata la commissione di un fatto costituente reato con rinuncia al trattamento punitivo e dalla quale consegue la annotazione della decisione nel casellario giudiziario e la produzione di effetti quale quello della ritenuta abitualità della condotta, rilevante in vista della futura possibilità di vedersi riconosciuta la concessione, a mente dell'art. 131-bis, comma 3, cod. proc. pen., della causa di non punibilità in questione, non ammessa nel caso di compimento di 'più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità'. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore generale. Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Di Pasquale Marco limitatamente al reato di cui all'art. 341- bis cod. pen. e rinvia alla Corte di appello di Napoli per nuovo giudizio. Così deciso il 3 ottobre 2019