Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MERCOLEDÌ   11  DICEMBRE AGGIORNATO ALLE 10:40
Testo del provvedimento

PATRIMONIO (REATI CONTRO LA –ARTT. 624-648-TER)
CP Art. 633


INVASIONE DI TERRENI O EDIFICI: NATURA GIURIDICA E CONCORSO DI PERSONE NEL REATO




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 25 novembre 2019, n.47856
MASSIMA
Il reato di invasione di terreni ed edifici può avere natura istantanea o permanente a seconda che l'introduzione nel fondo sia seguita da un insediamento istantaneo o si protragga con una occupazione ininterrotta per un tempo superiore a quello strettamente necessario per integrare il delitto. Ove il reato abbia natura permanente, qualunque agevolazione del colpevole, posta in essere prima che la condotta di questi sia cessata, si risolve in un concorso nel reato, quanto meno a carattere morale. Di conseguenza, risponde del suddetto reato anche chi, senza aver partecipato all'iniziale invasione, successivamente, contribuisca a perpetuare la condotta criminosa.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 25 novembre 2019, n.47856 -
SENTENZA sui ricorsi proposti da: Kefi Abdessalam, nato in Tunisia il 06/12/1987 Ombaya Alì, nato in Tunisia il 27/07/1985 avverso la sentenza del 27/11/2017 della Corte di Appello di Ancona visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi; udita la relazione svolta dal consigliere Marco Maria Alma; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Perla Lori, che ha concluso chiedendo dichiararsi l'inammissibilità dei ricorsi. RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza in data 27 novembre 2017 la Corte di Appello di Ancona ha confermato la sentenza in data 9 novembre 2015 del Tribunale di Macerata con la quale Abdessalam Kefi e Alì Ombaya erano stati dichiarati colpevoli di concorso nei reati di cui agli artt. 635, comma 2, n. 3 e 633 cod. pen. e condannati a pene ritenute di giustizia. In sintesi, si contesta agli imputati di avere, in concorso tra loro e con altre persone non identificate, danneggiato il lucchetto posto sul cancello esterno, nonché una porta interna, il mobilio e le suppellettili dell'abitazione di Maria Lucina Gasparri ed invaso l'edificio sopra indicato al fine di occuparlo, adibendolo a propria abitazione o ricovero. I fatti risultano accertati in data 10 marzo 2011. 2. Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza il difensore degli imputati, deducendo: 2.1. Vizi di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. Rileva la difesa dei ricorrenti che il fatto che gli imputati abbiano concorso nella rottura del lucchetto del cancello di ingresso dell'immobile e che abbiano invaso l'immobile stesso sarebbe solo frutto di deduzioni prive di fondamento e manifestamente illogiche. La fuga degli imputati alla vista dei Carabinieri non sarebbe imputabile alla consapevolezza di aver commesso i reati in contestazione, quanto piuttosto al fatto che si trattava di due soggetti sbarcati a Lampedusa solo da pochi giorni e quindi consci di essere degli immigrati irregolari. Altrettanto priva di fondamento sarebbe, poi, l'affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo la quale proprio per il fatto che si trattava di immigrati clandestini appare ragionevole ritenere che gli stessi intendessero dare inizio ad un possesso duraturo ed indeterminato nel tempo dell'immobile occupato. 2.2. Vizi di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. Rileva la difesa dei ricorrenti che, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, risultando gli imputati sbarcati a Lampedusa solo da pochi giorni e tenuto conto del tempo per raggiungere il luogo dove sono stati accertati i fatti, sarebbe assai difficile ritenere che gli stessi abbiano potuto partecipare all'atto di invasione dell'immobile de quo e tantomeno che abbiano potuto procurarsi il materiale (materassi e suppellettili di fortuna) ivi rinvenuto, tenendo oltretutto conto che si trattava di un immobile disabitato da alcuni anni che veniva controllato solo saltuariamente dalla proprietaria. 2.3. Violazione di legge ex art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in relazione all'art. 633 cod. pen. non avendo la Corte di appello tenuto conto del fatto che, secondo la giurisprudenza di merito e di legittimità, la condotta di occupazione deve essere considerata separatamente da quella di occupazione ed il reato non sarebbe configurabile a carico di chi è acceduto nello stabile senza porre in essere, né dare alcun apporto alla propedeutica azione invasiva. 2.4. Violazione di legge ex art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in relazione all'art. 635 cod. pen. in quanto la condotta descritta non è più prevista dalla legge come reato. In particolare, rileva la difesa dei ricorrenti, l'unico bene esposto alla pubblica fede era solo il lucchetto esterno dell'abitazione e non gli altri beni oggetto di contestazione con la conseguenza che la Corte di appello avrebbe dovuto procedere almeno sotto tale profilo ad una parziale riforma della sentenza di primo grado. 2.5. Violazione di legge ex art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. per non avere riconosciuto la Corte di appello in relazione all'all'art. 635 cod. pen. l'applicabilità dell'art. 131-bis cod. pen. alla luce dello scarso valore del bene danneggiato. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. I primi tre motivi di ricorso appaiono meritevoli di trattazione congiunta e sono tutti da ritenersi manifestamente infondati oltre che inammissibili nella parte in cui sottopongono a questa Corte di legittimità valutazioni di merito. Va detto subito che la sentenza impugnata - in uno con quella del tutto conforme del Tribunale - risulta congruamente motivata proprio sotto i profili dedotti da parte ricorrente. Inoltre, detta motivazione, non è certo apparente, né 'manifestamente' illogica e tantomeno contraddittoria. I Giudici di merito nelle rispettive decisioni hanno evidenziato una serie di elementi dai quali trarre il convincimento che gli odierni ricorrenti abbiano concorso nel reato di invasione di edifici ex art. 633 cod. pen. per la procedibilità del quale risulta essere stata presentata querela dalla persona offesa. Per contro deve osservarsi che parte ricorrente, sotto il profilo del vizio di motivazione e dell'asseritamente connessa violazione di legge nella valutazione del materiale probatorio, tenta in realtà di sottoporre a questa Corte di legittimità un nuovo giudizio di merito. Al Giudice di legittimità è infatti preclusa - in sede di controllo della motivazione - la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti e del relativo compendio probatorio, preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa. Tale modo di procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell'ennesimo giudice del fatto, mentre questa Corte Suprema, anche nel quadro della nuova disciplina introdotta dalla legge 20 febbraio 2006 n. 46, è - e resta - giudice della motivazione. In sostanza, in tema di motivi di ricorso per cassazione, non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze che 'attaccano' la persuasività, l'inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell'attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento (Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, 0., Rv. 262965). Deve, poi, evidenziarsi che nel caso in esame la difesa dei ricorrenti propone, peraltro in via ipotetica, una ricostruzione alternativa a quella operata dai giudici di merito asserendo che gli imputati erano sbarcati a Lampedusa solo da pochi giorni e quindi non avrebbero potuto rifornirsi per tempo del materiale (materassi e suppellettili) rinvenuti all'interno dell'immobile occupato e denotanti l'intenzione di occuparlo stabilmente ma, tale dato non emerge dalla sentenza di primo grado e, come evidenziato dalla stessa Corte di appello, tale affermazione difensiva non ha trovato obiettivo riscontro nelle risultanze istruttorie. Anche, poi, il fatto che gli imputati alla vista dei Carabinieri fuggirono in quanto clandestini e non per la consapevolezza di aver commesso i reati oggetto di contestazione nel presente processo è solo frutto di una ricostruzione alternativa delle condotte proposta dalla difesa dei ricorrenti ma, in materia di ricorso per Cassazione, perché sia ravvisabile la manifesta illogicità della motivazione considerata dall'art. 606 primo comma lett. e) cod. proc. pen., la ricostruzione contrastante con il procedimento argomentativo del giudice, deve essere inconfutabile, ovvia, e non rappresentare soltanto una ipotesi alternativa a quella ritenuta in sentenza (cfr. con riferimento a massime di esperienza alternative, Sez. 1, n. 13528 del 11/11/1998, Maniscalco, Rv. 212054) dovendo il dubbio sulla corretta ricostruzione del fatto-reato nei suoi elementi oggettivo e soggettivo fare riferimento ad elementi sostenibili, cioè desunti dai dati acquisiti al processo, e non ad elementi meramente ipotetici o congetturali seppure plausibili (Sez. 4, n. 22257 del 25/03/2014, Guernelli, Rv. 259204; Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, Rv. 260409). Del resto in tema di vizi della motivazione, il controllo di legittimità operato dalla Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se tale giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (Sez. 5, n. 1004 del 30/11/1999, dep. 2000, Moro, Rv. 215745; Sez. 2, n. 2436 del 21/12/1993, dep. 1994, Modesto, Rv. 196955), ciò perché la correttezza o meno dei ragionamenti dipende anzitutto dalla loro struttura logica e questa è indipendente dalla verità degli enunciati che la compongono. Quanto poi alla questione di diritto relativa alla configurabilità a carico degli imputati del concorso nel reato di cui all'art. 633 cod. pen. va detto che, in punto di fatto, risulta pacifico dalle motivazioni di entrambe le sentenze di merito che allorquando, su richiesta della proprietaria dell'immobile i Carabinieri intervennero in data 10 marzo 2011, fu necessario spezzare la catena del cancello di accesso in quanto era stato sostituito il lucchetto che la chiudeva. All'interno dell'immobile furono poi rinvenuti, oltre agli odierni imputati ed altri soggetti che riuscirono a darsi alla fuga, beni denotanti il fatto che le persone identificate (tra le quali per l'appunto gli odierni ricorrenti) avevano occupato lo stesso con l'intenzione di dimorarvi stabilmente. La ricostruzione operata dai Giudici di merito in relazione alla ritenuta configurabilità del reato di cui all'art. 633 cod. pen., anche alla luce degli elementi sopra descritti e del fatto che non si trattava di un immobile - ancorché in stato di parziale abbandono - nel quale chiunque avrebbe potuto accedervi, essendo per contro necessaria l'apertura del nuovo lucchetto ivi apposto, non appare quindi sotto tali profili manifestamente illogica. In punto di diritto, quanto al reato di invasione di cui all'art. 633 cod. pen. si discute della sua natura giuridica: la giurisprudenza di questa Corte, in senso assolutamente maggioritario, ritiene che il reato abbia natura permanente (ex plurimis Sez. 2, n. 16363 del 13/02/2019, Bevilacqua, Rv. 276096; Sez. 3, n. 2026 del 26/11/2003, dep. 2004, Cavallo, Rv. 227949; Sez. 1, n. 29362 del 21/06/2001, Licciardello, Rv. 219480), anche se si suole distinguere a seconda che l'introduzione nel fondo sia seguita, da un insediamento istantaneo (nel qual caso il reato ha natura istantanea) o si protragga con una occupazione ininterrotta per un tempo superiore a quello strettamente necessario per integrare il delitto (nel qual caso ha natura permanente): ex plurimis Sez. 2, n. 14183 del 14/05/1986, Bellalsai, Rv. 174641. Ora, è noto che i reati istantanei sono quelli nei quali l'azione antigiuridica si compie e si realizza definitivamente col verificarsi dell'evento, cosicché in tale momento il reato stesso viene ad esaurirsi. Sono permanenti, invece, i reati in cui, nonostante il realizzarsi dell'evento, gli effetti antigiuridici non cessano, ma permangono nel tempo per l'impulso della intenzionale condotta dell'agente. Il criterio distintivo fra le dette categorie di reati va quindi individuato in riferimento alla circostanza che il verificarsi dell'evento coincida con la cessazione dei suoi effetti (reati istantanei), ovvero che tali effetti permangano anche dopo la realizzazione dell'evento in conseguenza della intenzionale condotta dell'agente (reati permanenti). Quanto, poi, alla configurabilità del concorso nel reato permanente, è costante il principio di diritto secondo il quale qualunque agevolazione del colpevole, prima che la condotta di questi sia cessata, si risolve in un concorso, quanto meno a carattere morale (ex plurimis Sez. U, n. 36258 del 24/05/2012, Biondi, Rv. 253151; Sez. 6, n. 2668 del 07/12/2016, dep. 2017, Spera, Rv. 268973). Applicando i suddetti principi di diritto alla fattispecie per cui è processo ne consegue che: a) il reato va considerato di natura permanente tenuto conto della liberazione dell'immobile avvenuta solo per effetto dell'intervento dei Carabinieri e della volontà di continuare stabilmente nell'occupazione dell'immobile o, comunque di trarne profitto (sostituzione del lucchetto; locali adibiti a dormitorio con le necessarie attrezzature); b) è del tutto irrilevante stabilire chi materialmente iniziò la condotta criminosa (invasione): quello, infatti che rileva, trattandosi di un reato permanente, è che i ricorrenti furono trovati all'interno dell'immobile al quale avevano accesso e nel quale si intrattenevano con la volontà chiara ed inequivoca di continuare ad occuparlo o comunque trarne altrimenti profitto, con ciò, quindi, concorrendo - quantomeno a carattere morale - a perpetuare la condotta criminosa. Al riguardo non può quindi che ribadirsi il principio di diritto già enunciato da questa Corte di legittimità secondo il quale «il reato di invasione di terreni ed edifici può avere natura istantanea o permanente a seconda che l'introduzione nel fondo sia seguita da un insediamento istantaneo o si protragga con una occupazione ininterrotta per un tempo superiore a quello strettamente necessario per integrare il delitto. Ove il reato abbia natura permanente, qualunque agevolazione del colpevole, posta in essere prima che la condotta di questi sia cessata, si risolve in un concorso nel reato, quanto meno a carattere morale. Di conseguenza, risponde del suddetto reato anche chi, senza aver partecipato all'iniziale invasione, successivamente, contribuisca a perpetuare la condotta criminosa» (Sez. 2, n. 4393 del 04/12/2018, dep. 2019, Maniscalco, Rv. 274902). 2. Fondato è, invece, il quarto motivo di ricorso. Pacifico è, innanzitutto, il fatto che mentre il lucchetto che chiude il cancello esterno di accesso ad un immobile sia bene esposto per consuetudine e necessità alla pubblica fede e che quindi il danneggiamento dello stesso costituisce ancor oggi reato alla luce del disposto del comma 2, n. 1, dell'art. 635 cod. pen., mentre altrettanto non può dirsi della porta interna di un edificio e delle suppellettili ivi contenute, il che avrebbe imposto nella sentenza impugnata quantomeno una distinzione sul punto. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento che caratterizza una carenza motivazionale della sentenza impugnata: non è spiegato (e probabilmente non poteva esserlo) da quanto tempo l'immobile era stato abusivamente occupato ed il fatto che gli imputati abbiano partecipato all'originaria effrazione del lucchetto di chiusura del cancello appare frutto di una mera congettura risultando che l'immobile era occupato anche da altri soggetti che ben avrebbero potuto procedere alla rottura del lucchetto eventualmente anche prima del sopraggiungere degli odierni imputati ed indipendentemente dalla successiva permanenza degli stessi all'interno dell'immobile. Detto vulnus motivazionale - in relazione al solo reato di cui all'art. 635 cod. pen. - non appare tuttavia colmabile dati il tempo trascorso dai fatti e la sostanziale impossibilità di provare altrimenti il fatto che gli imputati abbiano concorso materialmente o moralmente nel danneggiamento dei beni di proprietà della persona offesa. Ciò impone l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente all'affermazione della penale responsabilità degli imputati in ordine al reato di cui all'art. 635 cod. pen. con la formula 'per non avere commesso il fatto' con eliminazione del relativo trattamento sanzionatorio. 5. Il quinto motivo di ricorso è di fatto superato dal decisum di cui al punto che precede. 6. I ricorsi degli imputati devono per contro essere dichiarati inammissibili nel resto con la conseguente irrevocabilità dell'affermazione della penale responsabilità degli stessi in relazione al reato di cui all'art. 633 cod. pen. Poiché non è però possibile procedere in questa sede di legittimità alla rideterminazione del trattamento sanzionatorio ex art. 620, lett. I), cod. proc. pen. si rende necessario il rinvio alla Corte di appello di Perugia (individuata ex art. 623, lett. c, cod. proc. pen.).
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente all'affermazione di
responsabilità in ordine al reato di cui all'art. 635 c.p. per non aver commesso il
fatto.
Dichiara inammissibili nel resto i ricorsi ed irrevocabile l'affermazione di
responsabilità in relazione al reato di cui all'art. 633 c.p.
Rinvia alla Corte di appello di Perugia per la rideterminazione del
trattamento sanzionatorio.
Così deciso il 14/11/2019.
Il Consigliere estensore
Marco Maria Alma
Il Presidente Domenico Gallo