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OBBLIGAZIONI – RESPONSABILITÀ CONTRATTUALE


RESPONSABILITÀ DEL MEDICO E DELLA STRUTTURA SANITARIA


CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 20 aprile 2010, n.9315
MASSIMA
1. In materia di colpa professionale e di nesso di causalità per il contagio derivato dalla trasfusione di sangue infetto, è ius receptum che già a decorrere dagli anni ‘60/’70 sussistevano obblighi normativi (legge n. 592 del 1967; d.P.R. n. 1256 del 1971 che all’art. 44 prescriveva di controllare se il donatore di sangue era stato affetto da epatite virale vietandone in tal caso la trasfusione ad altri; legge n. 519 del 1973; legge n. 833 del 1973) di controlli volti ad impedire la trasmissione di malattie mediante il sangue infetto.

2. L’inosservanza della normativa in materia di contagio per trasfusione di sangue infetto, del protocollo e delle linee guida delle leges artis, disposta proprio allo scopo di evitare i rischi specifici connessi all’attività di trasfusione configura grave inadempimento contrattuale del medico per condotta commissiva ed omissiva, imputabile anche alla struttura sanitaria ai sensi dell’art. 1228 cod. civ. e causa della morte del paziente, poiché se non fosse stata praticata la trasfusione o comunque se fosse stato testato il sangue del donatore, la morte dello stesso non si sarebbe verificata.



CASUS DECISUS
Con citazione del 13 settembre 1993 G.B.L. , nella qualità di coniuge di L.B. e di genitore dei minori S., Si. e D., conveniva dinanzi al Tribunale di Bergamo la USL omissis chiedendone la condanna al risarcimento dei danni materiali e morali a causa del decesso della moglie e madre dei predetti figli cagionato dal comportamento gravemente colposo, commissivo ed omissivo, della convenuta che: 1) il omissis, durante il ricovero, per partorire, della B. le aveva praticato due emotrasfusioni non necessarie e senza testare il sangue benché dal 1983 la scienza conosceva la trasmissione del virus HIV tramite trasfusioni di sangue, e dal 1985 i centri trasfusionali avevano l’obbligo di effettuare i dovuti controlli; 2) verso la fine del omissis la predetta aveva cominciato a sentirsi male e, ricoverata presso il medesimo ospedale, le era stata diagnosticata “anemia sideropenica associata a leucopenia di dubbia natura, sindrome influenzale protratta con stato bronchitico intercorrente”; ricoverata poco dopo presso l’ospedale di omissis veniva dimessa con diagnosi di “anemia mielodispastica” e dopo un paio di mesi veniva accertato che era affetta da AIDS, a causa del quale dopo un anno decedeva per stato di cachessia; 3) la USL omissis, a seguito di segnalazione da parte degli OOSS di omissis, nel omissis, accertava che la seconda trasfusione del omissis era infetta ed infatti il donatore era deceduto nel omissis per AIDS, ma non informava la B..
La USL omissis eccepiva che soltanto con legge 531/1987 era sorto l’obbligo di testare il sangue per la presenza del virus di HIV e poiché la trasfusione era stata effettuata nel omissis non poteva esserle attribuita nessuna responsabilità per tale omissione di controllo, né per non aver informato la B. del decesso del suo donatore a causa dell’HIV nel omissis essendo a detta data il contagio ormai avvenuto.
All’udienza del 6 luglio 1995 il difensore della USL omissis ne dichiarava l’estinzione essendo stata sostituita dall’USL omissis e pertanto il 4 settembre 1995 il processo era dichiarato interrotto e riassunto con ricorso del 29 febbraio 1996 contro la USL omissis che, costituitasi all’udienza del 18 aprile 1997, eccepiva l’estinzione del processo essendo stato riassunto oltre i sei mesi previsti dall’art. 305 c.p.c. In data 2 aprile 1998 il difensore della USL omissis ne dichiarava l’estinzione. Interrotto il processo, era riassunto contro la Gestione Liquidatoria della USL omissis in persona del commissario liquidatore, direttore generale della Azienda Ospedaliera di omissis, nonché nei confronti della Regione Lombardia.
Il Tribunale respinta l’eccezione di estinzione del giudizio perché, pur decorrendo il termine per la riassunzione dal dichiarato evento interruttivo - 6 luglio 1995 - e non dall’ordinanza di interruzione, applicandosi però il criterio ex nominatione dierum e detraendo il periodo di sospensione feriale dei termini, in data 6 marzo 1996 la riassunzione era tempestiva, dichiarava la responsabilità della Gestione Liquidatoria USL omissis e la condannava a pagare lire 1.020.000.000 per tutti i danni riconosciuti iure proprio e iure successionis, in proprio e nella qualità ritenendo che, pur non sussistendo la responsabilità per la trasfusione del omissis perché a detta data, secondo il C.T.U., non era identificabile il virus HIV, tuttavia, nel omissis, in occasione del secondo ricovero all’ospedale di omissis, la malattia era diagnosticabile e quindi l’errore di diagnosi era colpevole, ai sensi dell’art. 1176 c.c., e causa di un iter doloroso che avrebbe potuto invece esser migliore e consentire alla B. di vivere più a lungo se la terapia fosse stata iniziata appena scoperta la sua sieropositività; inoltre l’ospedale aveva anche il dovere, ai sensi dell’art. 1337 c.c., di informarla, a decorrere dal ricovero del omissis, dell’infezione contratta, colpevolmente non diagnosticata, e perciò l’ospedale era responsabile, anche extracontrattualmente, per condotta omissiva, del decesso della B..
Con sentenza del 5 aprile 2005 la Corte di appello di Brescia condannava la medesima Gestione Liquidatoria aumentava i danni risarcibili - Euro 794.359,62, oltre accessori - sulle seguenti considerazioni: 1) la Regione Lombardia era carente di legittimazione passiva avendo con legge regionale 31/1997 attribuito ai direttori generali delle ASL la funzione di commissario liquidatore per le obbligazioni facenti capo alle soppresse USSLL; 2) l’estinzione del processo non operava perché la soppressione delle USSLL aveva determinato un’ipotesi di successione ex lege a norma dell’art. 111 c.p.c. e perciò il processo poteva proseguire tra le parti originarie con facoltà della USL omissis di costituirsi in sostituzione della USL omissis, e quindi la dichiarata interruzione del processo è irrilevante; 3) l’errata diagnosi dell’ospedale di omissis del omissis non aveva influito né sulla morte né sul decorso della malattia poiché dopo tre mesi gli OOSS di omissis l’avevano correttamente diagnosticata, ma ormai era tardi tant’è vero che dopo un anno la B. era deceduta; 4) all’epoca della trasfusione non era esistente un test per accertare se il sangue fosse infetto per HIV e la scelta di praticare la trasfusione era discrezionalmente affidata al medico alla luce del quadro clinico della B., peraltro non documentato, sì che tale scelta non poteva perciò ritenersi errata; neppure la mancata informazione del decesso del donatore poteva ritenersi colpevole, perché avvenuta in un altro ospedale; 5) sussisteva invece la responsabilità dell’ospedale, in concorso con quella del medico, perché questi, in violazione del diritto all’autodeterminazione del paziente, non aveva informato la B., che non correva un grave pericolo di salute, sulla necessità delle trasfusioni, sui risultati conseguibili, sulle scelte alternative, e sui conseguenti rischi prevedibili, anche in relazione alle dotazioni e attrezzature della struttura ove avveniva la trasfusione, in tal modo violando un obbligo contrattuale per violazione, con negligenza grave, dell’obbligo della buona fede nell’esecuzione della prestazione; 6) era pacifico che nessuna informazione era stata data alla B. e che la trasfusione, per stessa ammissione dei medici che l’avevano scritto sulla scheda sanitaria, non era urgente; 7) non vi era impugnazione della Gestione Liquidatoria sulla causa della morte della B. e cioè l’infezione da HIV contratta nel omissis.
Ricorre per cassazione in via principale la Gestione Liquidatoria USSLL omissis, cui resistono G.L., in proprio e nella qualità di esercente la potestà sul minore D.L., nonché L.Si. e L.S., divenuti maggiorenni, che hanno altresì proposto ricorso incidentale. La Regione Lombardia resiste ad entrambi i ricorsi. Tutte le parti hanno depositato memoria.



PRECEDENTI
ConformeDifforme
Quanto alla massima n. 1, v. Cass. SS.UU., nn. 576, 581, 582 e 584 del 2008; quanto alla massima n. 2 Cass. 13957/2007; Cass. SS. UU. nn. 581 e 584 del 2008; quanto alla massima n. 3, v. Cass. SS.UU. penali, 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese.



ANNOTAZIONE
Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Cassazione interviene in tema di responsabilità medica per contagio da emotrasfusione, tracciando un quadro organico in ordine alle specifiche regole cautelari di condotta proprie dell’agente modello nel settore di riferimento.
In primo luogo, i Giudici precisano che la trasfusione è terapia ontologicamente a rischio, da effettuarsi esclusivamente in situazioni di stringente emergenza. Detto altrimenti, a tale terapia deve ricorrersi solo se i danni potenziali – anche diversi dal contagio per HIV – siano inferiori ai benefici conseguibili. Ne deriva che la scelta di eseguire o meno la trasfusione non va rimessa alla discrezionalità del medico, pena la responsabilità dello stesso.
Accertata in concreto la necessarietà della trasfusione, il medico ha l’obbligo di testare la trasfusione per accertare la presenza di valori ematochimici sospetti nel sangue del donatore, al fine di impedire il rischio di contagio del paziente mediante sangue infetto.
Numerose le questioni giuridiche connesse all’argomento.
All’apice delle problematiche si pone l’individuazione del grado della colpa medica rilevante in ambito civilistico.
Come è noto, la diligenza cui è tenuto il medico nell’adempimento delle obbligazioni inerenti alla propria attività professionale non è tanto quella del buon padre di famiglia, prevista dall’art. 1176 comma 1 c.c., ma piuttosto quella qualificata, richiesta dalla natura dell’attività esercitata di cui al comma 2 dello stesso articolo. L’espressione di tale diligenza qualificata è la perizia: nello specifico si tratta delle leges dell’ars medica di natura cautelare volte a perimetrare l’ambito di liceità dell’intervento.
Ne deriva che la colpa medica ricorre in tutte le ipotesi di inosservanza o violazione da parte del sanitario delle specifiche regole cautelari di condotta proprie dell’agente modello del settore specialistico di riferimento. In particolare, essa è commissiva, laddove la violazione delle regole cautelari suddette si sostanzi in una condotta attiva; omissiva, laddove l’errore medico si sostanzi nell’omissione delle cautele prescritte dalle speciali regole di condotta contenute in protocolli terapeutici standardizzati.
Alla luce di tali osservazioni la terza sezione di Cassazione conferma l’orientamento, già emerso nella giurisprudenza di legittimità, in forza del quale la responsabilità dell’ente gestore del servizio ospedaliero e quella del medico dipendente hanno entrambe radice nell’esecuzione non diligente o errata della prestazione sanitaria da parte del medico con la conseguenza che, accertata quest’ultima, risulta contestualmente accertata la responsabilità a contenuto contrattuale di entrambi. Precisano i Giudici che l’inosservanza delle regole cautelari poste a presidio dell’attività medica in caso di emotrasfusione genera grave inadempimento contrattuale sia della struttura ospedaliera ai sensi dell’art. 1228 c.c. sia del medico per la condotta commissiva (per aver praticato la trasfusione in assenza di stringente emergenza) nonché per la condotta commissiva (per non aver testato la trasfusione, pur avendo l’obbligo di testarla).
Sul versante oggettivo, la Corte affronta – seppur per grandi linee - il tema del nesso causale tra il comportamento astrattamente considerato e l’evento, aderendo al criterio della c.d. probabilità logica in ossequio ai principi espressi sul tema dalle S.U. penali n. 30328/2002, Franzese.
Rileva, infatti, la Corte che “incontestata la non necessità di trasfusione alla B. per le condizioni di salute e incontestato che nessun consenso a tale terapia le è stato richiesto in base alla c.d. prova controfattuale, secondo il criterio della preponderanza dell’evidenza - c.d. probabilità logica - se la B. fosse stata informata dal medico - in ottemperanza ai suoi doveri di lealtà, diligenza e perizia professionale che persistono anche dopo il trattamento sanitario - chiaramente e completamente, dei rischi della terapia che riteneva di praticarle, la stessa non avrebbe accettato di esser trasfusa”.
Nel caso di specie, il mancato rispetto delle regole cautelari sopra richiamate non interrompe il nesso causale tra la condotta attiva ed omissiva del medico e la morte della paziente, poiché ad avviso della Corte “se non fosse stata praticata la trasfusione o se fosse stato testato il sangue del donatore la morte non si sarebbe verificata”.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE - SENTENZA 20 aprile 2010, n.9315 - Pres. Senese - est. Chiarini

   

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1. - Ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ. i ricorsi vanno riuniti.

1.1 - Con il primo motivo di ricorso deduce la Gestione Liquidatoria: “Violazione di legge con riferimento agli artt. 111, 300 e 305 c.p.c. nonché del DLGS 5/1992 e legge 724/1994, art. 6”.

Per le obbligazioni anteriori al 31 dicembre 1994 la legittimazione passiva non grava sulle ASL, istituite con DLGS 502/1992 quali enti strumentali della Regione a decorrere dal 1 gennaio 1995, bensì su questo Ente, che non poteva far gravare né direttamente né indirettamente i debiti delle USSLL sulle ASL, ma sulle gestioni stralcio, individuando l’ufficio responsabile delle stesse. Poi con legge 549/1995 l’art. 2, comma 14, ha disposto che le Regioni attribuiscono ai direttori generali delle ASL le funzioni di commissari liquidatori delle soppresse USSLL e così le gestioni a stralcio di cui all’art. 6 comma 1, legge 724/1994, sono trasformate in Gestioni Liquidatorie e l’art. 2 comma 1, del D.L. 553/1995 ha confermato che la contabilità economico - finanziaria e patrimoniale e la contabilità finanziaria delle USSLL e delle Aziende ospedaliere, per gli anni precedenti al 1995, sono garantire dalla Regioni che ne assumono le obbligazioni. Pertanto le ASL non sono subentrate nei rapporti delle USSLL perché l’istituzione delle gestioni stralcio aveva lo scopo di tenere separate le attività di accertamento e le obbligazioni delle USL da quelle delle neo istituite ASL. Quindi gli attori dovevano riassumere il giudizio nei confronti della Gestione Stralcio della USSLL omissis, divenuta poi Gestione Liquidatoria della stessa USL, quale successore della soppressa USL, ovvero nei confronti della Regione Lombardia, come successore universale della USL omissis, e non nei confronti della USL omissis, a cui è poi subentrata la gestione Liquidatoria USL omissis, carente di legittimazione passiva, e quindi doveva esser dichiarata l’estinzione del processo.

Dunque va dichiarata la carenza assoluta di legittimazione passiva della Gestione Liquidatoria USSLL omissis e conseguentemente l’estinzione del giudizio di primo grado ai sensi dell’art. 305 c.p.c. per mancata riassunzione nei confronti della Regione Lombardia, legittimata passivamente, ed in subordine la nullità del giudizio di primo grado, con conseguente rimessione al giudice di merito, ai sensi dell’art. 354 c.p.c..

1.2 - Il vizio denunciato - error in procedendo - determina il potere - dovere di questa Corte di esaminare gli atti.

Il motivo è infondato.

Dal ricorso per riassunzione del L., depositato il 29 febbraio 1996, risulta che all’udienza del 6 luglio 1995 il procuratore della USSLL omissis dichiarava l’avvenuta soppressione di tale ente e la costituzione della USSLL omissis, nei cui confronti la causa veniva riassunta nel termine fissato dal giudice. Si costituiva la ASL omissis in persona del commissario straordinario della disciolta USL, eccependo soltanto l’estinzione del giudizio.

Pertanto, poiché per effetto dell’art. 6 legge n. 724 del 1994 si è realizzata una successione “ex lege” della Regione nei rapporti obbligatori già di pertinenza delle USL, attraverso la creazione di apposite gestioni stralcio, fruenti della medesima soggettività dell’ente soppresso (prolungata durante la fase liquidatoria); poiché ove la successione intervenga in corso di causa, la legittimazione processuale attiva e passiva spetta alla USL soppressa la cui soggettività continua nella gestione stralcio per tutta la fase liquidatoria, rappresentata dal commissario della neoistituita AUSL nella fattispecie, il giudizio è correttamente proseguito nei confronti della parte originaria del giudizio, rappresentata per tutta la fase liquidatoria dal commissario straordinario (Cass. 19133/2004), e dunque nessuna interruzione poteva esser dichiarata (Cass. 11755/2006). Ed infatti nessuna contestazione sulla legittimazione passiva, in senso sostanziale, ha sollevato il commissario straordinario della USL omissis all’atto della costituzione in giudizio (Cass. 7078/2006, 17913/2009).

1.3 - Sono conseguentemente assorbiti il primo ed il secondo motivo del ricorso incidentale con cui G.L., in proprio e nella qualità di esercente la potestà sul minore L.D., nonché L.Si. e S.L., deducono:

A) “Violazione e/o falsa applicazione delle norme nazionali e regionali disciplinati il trasferimento dei debiti, pregressi al 1995 e gravanti sulla USSLL omissis da questa ultima in capo alla Regione Lombardia e alla Gestione Liquidatoria della ASL omissis”, nel caso che sia accolto il primo motivo del ricorso principale, in tal caso dovendosi affermare la legittimazione passiva della Regione.

B): “Omessa motivazione in ordine alla tempestività della prima riassunzione”.

2. - Pregiudiziale logico - giuridica va ora riconosciuta alla terza, quarta e sesta censura dei ricorrenti incidentali per:

A) “Omessa, insufficiente pronunzia e violazione/falsa applicazione di norme di diritto circa le prospettate censure relative alla non necessarietà della trasfusione”.

La trasfusione è una terapia notoriamente a rischio ed erroneamente perciò la Corte di merito, pur riconoscendo che non vi era l’urgenza della trasfusione, ha escluso la responsabilità del medico in tale scelta ritenendola rimessa alla sua discrezionalità senza tener conto che, per la diligenza qualificata dallo steso esigibile, poiché a partire dagli anni ‘60 - ed infatti era stata approvata la legge del 1967 n. 592 con cui erano dettate le cautele per eseguire trasfusioni di sangue ed il Ministero della Sanità nel 1978, con la circolare n. 68, aveva prescritto i debiti controlli - era notorio il rischio di contrarre malattie infettive mediante trasfusioni di sangue, a tale terapia doveva ricorrersi soltanto se i danni potenziali, anche diversi dal contagio per HIV - che pur si era manifestato nel 1982 anche in Italia ed infatti con circolare del 1983 n. 64 il predetto Ministero invitò le USSLL ad individuare centri per effettuare i test di attività del sistema linfocitario - fossero inferiori ai benefici conseguibili. Pertanto spettava alla USL omissis dimostrare, anche in base al principio della vicinanza della prova, che le trasfusioni erano necessarie, anche in relazione all’obbligo di conservare la documentazione medica sulle condizioni della paziente mentre dalla cartella clinica, priva di qualsiasi indicazione al riguardo, emergeva che la trasfusione non era urgente, e i dati emergenti dalle analisi della B. evidenziavano che non era necessaria. Pertanto non vi era nessuna scelta discrezionale del sanitario, la cui condotta era stata colpevole, non potendosi effettuare trasfusioni ritenute opportune, se non sono necessarie, e sul punto la Corte di merito ha violato gli artt. 1176, 1218, 2697 c.c. e sussiste vizio di motivazione.

B) “Omessa pronunzia e violazione/falsa applicazione di norme di diritto circa le prospettate censure relative alla prevedibilità s prevedibilità del rischio di contagio”.

L’esecuzione della trasfusione senza neppure testare il test per accertare la presenza di infezioni del sangue è gravemente colpevole ed in violazione degli artt. 65 e seg. D.M. 18 giugno 1971 e 44 D.P.R. 1256/1971, perché all’epoca era conosciuta l’epatite B, il cui test era disponibile dal 1975, ed erano conosciuti fin dal 1981 test surrogati per accertare la presenza di valori ematochimici sospetti nel sangue dei donatori con deplezione linfocitaria e che perciò doveva esser esclusi dal circuito e tale accertamento avrebbe impedito anche il contagio di altri virus ancora sconosciuti, e dunque l’evento era prevedibile e prevenibile.

C) “Omessa e violazione/falsa applicazione di norme di diritto. Pronunzia circa le prospettate censure relative alle applicazione del regime di responsabilità ex art. 2050 c.c.”.

Sulla dedotta responsabilità ai sensi dell’art. 2050 c.c. dell’attività trasfusionale nulla è stato esaminato dalla Corte di merito.

I motivi, congiunti, sono fondati, ma poiché il decisum è corretto, comportano soltanto la correzione della motivazione della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 334, secondo comma, cod. civ., applicabile ratione temporis.

Infatti in materia di colpa professionale e di nesso di causalità per il contagio derivato dalla trasfusione di sangue infetto, è ius receptum (S.U. un, 576, 581, 582 e 584/2008) che già a decorrere dagli anni. ‘60/’70 sussistevano obblighi normativi (legge n. 592 del 1967; d.P.R. n. 1256 del 1971 che all’art. 44 prescriveva di controllare se il donatore di sangue era stato affetto da epatite virale vietandone in tal caso la trasfusione ad altri; legge n. 519 del 1973; legge n. 833 del 1973) di controlli volti ad impedire la trasmissione di malattie mediante il sangue infetto - ed infatti, già a decorrere dalla metà degli anni ‘60 erano esclusi dalla possibilità di donare il sangue coloro i cui valori delle transaminasi e delle GPT - indicatori della funzionalità epatica - erano alterati rispetto ai ranges prescritti - già a partire dalla data di rilevazione diagnostica dell’epatite B - 1978 - era obbligatoria la ricerca della presenza dell’antigene 3 in ogni singolo campione di sangue o plasma.

Era dunque obbligatorio, secondo le leges artis, anche all’epoca della trasfusione praticata alla B., per il medico e la struttura sanitaria ove egli operava, essendo indubbio il connotato di pericolosità insito nella trasfusione del sangue - S.U. 576 e 582/2008 - assumere la relativa decisione con attenzione e prudenza, scegliendo tra il fare ed il non fare in base all’esistenza o meno della necessità per le condizioni della paziente e non della mera opportunità discrezionale.

Inoltre, e tanto più in mancanza di una situazione di stringente emergenza - pacificamente inesistente nella fattispecie -, sussisteva, già nel omissis, l’obbligo del medico di non effettuare trasfusioni non testate almeno per il virus dell’epatite B, dovendo egli ricorrere anche a strutture esterne, se non disponibili strumentazioni adeguate per le rilevazioni di laboratorio presso il centro ove era ricoverata la paziente. Pertanto, l’inosservanza della normativa innanzi richiamata, del protocollo e delle linee guida delle leges artis, disposta proprio allo scopo di evitare i rischi specifici che nella fattispecie si sono verificati e perciò prevedibili - configura grave inadempimento contrattuale del medico per condotta commissiva ed omissiva, imputabile anche alla struttura sanitaria ai sensi dell’art. 1228 cod. civ. - (Cass. 13957/2007) - e causa della morte della B., poiché se non fosse stata praticata la trasfusione o comunque se fosse stato testato il sangue del donatore, la morte della stessa non si sarebbe verificata (S.U. 581 e 584 del 2008).

In tali termini va quindi corretta la motivazione della sentenza impugnata.

3. - Con il secondo motivo la ricorrente principale deduce: “Violazione di legge con riferimento all’art. 345 c.p.c. e all’art. 112 c.p.c.”.

In violazione dell’art. 345 c.p.c. la Corte di appello si è pronunciata sulla domanda del L., in proprio e nella qualità, di violazione del generale obbligo di informazione del paziente dei rischi derivanti dalla trasfusione di sangue e sulla mancanza di conseguente autorizzazione consapevole e cosciente della B., mentre in primo grado egli aveva chiesto di accertare la responsabilità dei sanitari della soppressa USL omissis a seguito del grave errore professionale commesso, avendo il medico trasfuso la moglie pur non essendo necessario ed avendo omesso di accertare che si trattava di sangue infetto, causa della grave infezione contratta dalla stessa e della sua morte, e non avendola informata che il suo donatore era morto di AIDS, con rischio di esser stata anche lei contagiata. Ed infatti il giudice di primo grado non aveva esaminato il profilo di responsabilità sanitaria per mancanza di consenso informato e con l’appello il L. ha contestato la violazione del generale obbligo di informazione del paziente sui rischi da trasfusione, accolta dalla Corte. Di tanto si è accorto il L. che infatti ha affermato nella comparsa conclusionale che il difetto di un corretto ed esaustivo consenso informato è un profilo insito nella domanda di accertamento di responsabilità per inadempimento contrattuale comprensiva della violazione del dovere di informare la paziente sui rischi connessi, alla scelte terapeutiche. Comunque la proposizione di nuove circostanze e la deduzione di un nuovo tema di indagine e di decisione è domanda nuova, così come la deduzione di una condotta emissiva se i fatti dedotti sono di condotta commissiva. Pertanto, sulla mancanza di consenso informato non si era instaurato il contraddittorio né risultava la prova di tale omissione non potendo in tal modo, come invece ha dedotto la Corte, esser interpretata la comparsa della USL che al riguardo ha affermato l’inesistenza dell’obbligo ad acquisire tale consenso. Quindi tale domanda, era da dichiarare: inammissibile.

2.1 - Con il terzo motivo la stessa aggiunge: “Omessa e insufficiente motivazione, violazione delle norme di legge in tema di onere probatorio”.

L’onere della prova dell’inadempimento all’obbligo di prestare il consenso spetta al paziente e non alla Gestione Liquidatoria, a cui è stato contestato tale inadempimento soltanto in appello.

I motivi, congiunti, sono infondati.

Va infatti aggiunto, alle considerazioni suesposte, che, incontestata la non necessità di trasfusione alla B. per le condizioni di salute e incontestato che nessun consenso a tale terapia le è stato richiesto (ed infatti per questo la Corte di merito ha espressamente superate la questione dell’onere della prova) in base alla c.d. prova controfattuale, secondo il criterio della preponderanza dell’evidenza - c.d. probabilità logica - se la B. fosse stata informata dal medico - in ottemperanza ai suoi doveri di lealtà, diligenza e perizia professionale che persistono anche dopo il trattamento sanitario - chiaramente e completamente, dei rischi della terapia che riteneva di praticarle, la stessa non avrebbe accettato di esser trasfusa. Pertanto correttamente la Corte di merito ha riconosciuto anche questa ulteriore voce di danno risarcibile per violazione del suo diritto all’autodeterminazione, liquidandolo equitativamente (Cass. 2847/2010).

3. - Con il quarto motivo la ricorrente principale deduce: “Insufficienza e contraddittorietà della motivazione in ordine alla maggior liquidazione del danno”.

Dopo aver riconosciuto che all’epoca le conoscenze mediche sulla malattia erano ancora agli albori, che non vi era un test di rilevazione attendibile e che la stessa problematica del consenso informato non aveva assunto il rilievo che poi la giurisprudenza gli aveva riconosciuto, la Corte di merito ha elevato la liquidazione del danno non patrimoniale anziché diminuirlo.

Il motivo è assorbito dalle considerazioni che precedono.

4. - Con il quinto motivo la stessa deduce: “Violazione di legge con riferimento all’art. 112 c.p.c. Ultra petizione, violazione di legge con riferimento all’art. 2909 c.c.”.

Il L. aveva accettato la liquidazione del danno patrimoniale proprio e del danno biologico e morale iure successionis. Il danno per le spese del funerale è stato dalla Corte di merito aumentato ad euro 4.443,52 come richiesto con l’appello incidentale, ma la stessa Corte lo ha poi aumentato di interessi compensativi, al tasso legale, sulla somma via via rivalutata in violazione dell’art. 112 c.p.c. ed altrettanto per il danno morale ed esistenziale iure proprio del L. e di ciascun figlio in cui non erano stati richiesti rivalutazione ed interessi.

Il motivo è infondato.

La Corte di merito, in accoglimento dell’appello del L., aveva aumentato il danno morale suo e dei figli ad euro 120.000 ciascuno, e poi lo aveva devalutato al omissis - data del decesso della B. - e su tale somma euro 321.818,67 - aveva riconosciuto gli interessi compensativi al tasso legale sulla somma annualmente rivalutata fino alla decisione e sull’importo finale - euro 794.359,62 - gli interessi moratori dalla decisione al saldo; lo stesso criterio aveva adottato per le spese funeratizie, chieste in Euro 1.800 alla data del decesso, e così per un valore attuale - interessi compensativi e rivalutazione - di Euro 4.443,02, oltre agli interessi moratori fino al saldo.

Pertanto, poiché il criterio di devalutare la somma nominale al momento della decisione e poi riconoscere su di essa gli interessi compensativi per il danno da ritardo nella corresponsione della somma rivalutata anno per anno per reintegrare il patrimonio danneggiato del creditore, costituisce una modalità di applicazione dei criteri indicati dalle Sezioni Unite - n. 1712/1995 - il motivo va respinto.

5. - Con la quinta censura i ricorrenti incidentali deducono: “Omessa, insufficiente pronunzia e violazione/falsa applicazione di norme di diritto circa l’omessa informazione alla paziente dell’accertato stato di sieropositività del donatore”.

La motivazione della sentenza di merito secondo cui non vi sono prove che la convenuta fosse venuta a conoscenza del decesso del donatore di sangue morto per HIV è erronea perché la controparte si era difesa deducendo soltanto che nel omissis un’eventuale informazione era inutile perché ormai la B. era gravemente malata mentre invece, poiché fin dal omissis era noto che il donatore era infetto se la B. ne fosse stata tempestivamente informata, si sarebbe potuta sottoporre ad adeguate terapie antivirali e per altro è significativo che la convenuta non abbia ottemperato all’ordine di esibire la scheda AVIS del donatore deceduto.

Il motivo, che richiama atti di merito senza neppure specificare se le relative censure sono state formulate nell’appello incidentale, è volto a sollecitare un nuovo esame di merito sull’esclusione del comportamento colpevole della USL omissis, adeguatamente motivato dalla Corte di merito ed è perciò inammissibile.

6. - Concludendo i ricorsi vanno respinti.

7. - Si compensano le spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

 

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Compensa le spese del giudizio di cassazione.

 




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