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TRANSAZIONE E OBBLIGAZIONI SOLIDALI


TRANSAZIONE-E-OBBLIGAZIONI-SOLIDALI
TESTO DELLA SENTENZA

TRANSAZIONE-E-OBBLIGAZIONI-SOLIDALI -

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Civile che sarà inserito nel fascicolo di Febbraio della Rivista cartacea NelDiritto.

 

Corte di Cassazione, Sez. Un., 30 dicembre 2011, n. 30174


Obbligazioni solidali – interesse del creditore – obbligazione divisibile – transazione con singolo condebitore – interpretazione contratto – singola quota – estensibilità altro condebitore - esclusione
 

Massime

1. Il debitore che non sia stato parte della transazione stipulata dal creditore con altro condebitore in solido non può profittarne se, trattandosi di un'obbligazione divisibile ed essendo stata la solidarietà prevista nell'interesse del creditore, l'applicazione dei criteri legali d'interpretazione dei contratti porti alla conclusione che la transazione ha avuto ad oggetto non l'intero debito ma solo la quota di esso riferibile al debitore che ha transatto.

2. Qualora risulti che la transazione ha avuto ad oggetto solo la quota del condebitore che la ha stipulata, il residuo debito gravante sugli altri debitori in solido è destinato a ridursi in misura corrispondente all'ammontare di quanto pagato dal condebitore che ha transatto solo se costui ha versato una somma pari o superiore alla sua quota ideale di debito; se invece il pagamento è stato inferiore alla quota che faceva idealmente capo a condebitore che ha raggiunto l'accordo transattivo, il debito residuo gravante sugli altri coobbligati deve essere ridotto in misura proporzionale alla quota di chi ha transatto.


 
Estratto delle motivazioni
[…Omissis…]
Il quarto ed il quinto motivo del ricorso sono collegati e possono perciò essere esaminati congiuntamente.
Si tratta della già accennata questione se il creditore ed uno dei debitori in solido, nel transigere la lite tra loro insorta, possano impedire agli altri debitori in solido di profittare degli effetti della transazione, come previsto dall'art. 1304 c.c., comma 1.
Questione che nella fattispecie in esame concretamente si pone, giacchè è pacifico che la Tirrena ebbe a transigere una lite con altro istituto di credito verso il quale aveva assunto il medesimo obbligo di garanzia in forza del quale l'Intesa San Paolo ha chiesto di essere ammessa al passivo della liquidazione coatta della società garante.
A ciò aggiungasi che, secondo la società ricorrente, la corte d'appello avrebbe determinato il residuo credito dell'Intesa San Paolo senza conteggiare correttamente quanto già corrisposto dall'altro debitore in solido, incorrendo così in un difetto di motivazione e nella violazione del principio che vieta l'indebito arricchimento e che sottosta anche all'applicazione dell'art. 1304 c.c., comma 1. 4.1. A tal riguardo è opportuno anzitutto rilevare come l'apparente contrasto riscontrabile nella lettura di alcune massime estratte da sentenze di questa corte (Cass. n. 5108 del 2011 e n. 4257 del 1991, da un lato, Cass. n. 1873 del 1997 e n. 24 del 1968, dall'altro) sembra in realtà agevolmente componibile in base alla diversa portata che, di volta in volta, può assumere la transazione intervenuta tra il creditore ed uno di più condebitori solidali.
Decisiva in tal senso, come è stato sottolineato anche dalla dottrina maggioritaria, appare la circostanza che la transazione riguardi l'intero debito o che invece abbia ad oggetto unicamente la quota del debitore con cui è stipulata. Ipotesi, quest'ultima, certamente configurabile - sempre che, beninteso, l'obbligazione sia per sua natura scindibile e che non si tratti di solidarietà pattuita nell'interesse di uno dei condebitori - quando vi consenta il creditore nel cui interesse il vincolo della solidarietà passiva è concepito, senza che sia necessario postulare un preventivo scioglimento della solidarietà, che ben può invece realizzarsi nel contesto medesimo della transazione. Nè occorre a tal fine postulare un'indispensabile diversità dei titoli da cui dipendono le diverse obbligazioni legate dal vincolo della solidarietà, volta che tale vincolo sia unicamente funzionale ad una migliore realizzazione del credito e nulla perciò valga ad ostacolare la libera esplicazione dell'autonomia negoziale delle parti che intendono escluderlo per una quota parte del credito stesso.
La transazione pro quota, in quanto tesa a determinare lo scioglimento della solidarietà passiva rispetto al debitore che vi aderisce, non può coinvolgere gli altri condebitori, i quali dunque nessun titolo avrebbero per profittarne, salvo ovviamente che per gli effetti derivanti dalla riduzione del loro debito in conseguenza di quanto pagato dal debitore transigente. La previsione dell'art. 1304 c.c., comma 1, non si riferisce a questa fattispecie (in tal senso si vedano anche Cass. n. 16050 del 2009, Cass. n. 14550 del 2009, Cass. n. 7485 del 2007, Cass. n. 9396 del 2006 e Cass. n. 8946 del 2006).
E' la transazione riguardante l'intero debito quella cui, viceversa, detta norma si riferisce, perchè è la comunanza dell'oggetto della transazione a far sì che di questa possa avvalersi il condebitore in solido, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e quindi in deroga al principio secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti. La riduzione dell'ammontare del debito eventualmente pattuita in via transattiva con uno solo dei debitori opererà, in tal caso, anche per gli altri che dichiarino di volersene avvalere, non diversamente da quel che sarebbe accaduto se anch'essi avessero sottoscritto la medesima transazione. Nè tale conseguenza potrebbe essere evitata introducendo nella transazione per l'intero debito una clausola di contrario tenore, per l'ovvia considerazione che una simile clausola sarebbe destinata ad incidere su un diritto potestativo che la legge attribuisce ad un soggetto terzo, rispetto ai contraenti, e del quale perciò questi ultimi non sarebbero legittimati a disporre.
Lo stabilire poi se, in concreto, la transazione tra il creditore ed uno dei debitori in solido ha avuto ad oggetto l'intero debito o solo la quota del debitore transigente comporta, evidentemente, un'indagine sul contenuto del contratto e sulla comune volontà che in esso i contraenti hanno inteso manifestare, da compiere ad opera del giudice di merito secondo le regole di ermeneutica fissate nell'art. 1362 c.c. e segg..
4.2. Giova però ancora interrogarsi, ove l'indagine sopra menzionata conduca alla conclusione che le parti hanno inteso focalizzare la transazione unicamente su una determinata quota di debito, su quale sia il residuo credito azionabile nei confronti degli altri debitori rimasti estranei.
La risposta della giurisprudenza a questo interrogativo non sempre è stata chiara. In taluni casi si è affermato che il credito verso gli altri condebitori si riduce in proporzione alla quota transatta (cfr.Cass. n. 16050 del 2009, Cass. n. 7485 del 2007, Cass. n. 8946 del 2006, Cass. n. 7212 del 2002, Cass. n. 2931 del 1999 e Cass. 7413 del 1991); in altri casi si è detto che esso si riduce in misura pari all'ammontare di quanto il creditore ha già percepito a seguito della transazione (cfr. Cass. n. 5108 del 2011, Cass. n. 14550 del 2009 e Cass. n. 4820 del 1979).
Il risultato non è però necessariamente il medesimo. Qualora, infatti, la transazione porti all'uscita di scena di uno dei debitori solidali, ma al tempo stesso alla soddisfazione del credito in misura minore rispetto alla quota ideale gravante su quel debitore (si faccia l'esempio di un credito verso tre condebitori solidali, d'importo pari a 90, e si ipotizzi che la transazione sulla quota di uno dei debitori abbia determinato il pagamento di 20), un conto è affermare che gli altri condebitori restano tenuti per l'ammontare non soddisfatto del credito (pari, nell'esempio fatto, a 70), altro dire che il loro debito si riduce in misura proporzionale alla quota ideale del condebitore venuto meno (ciò che, nel suddetto esempio, legittimerebbe il creditore a pretendere dai condebitori esclusi dalla transazione solo 60).
Considerato allora che la transazione parziaria non può nè condurre ad un incasso superiore rispetto all'ammontare complessivo del credito originario, nè determinare un aggravamento della posizione dei condebitori rimasti ad essa estranei, neppure in vista del successivo regresso nei rapporti interni, è giocoforza pervenire alla conclusione che il debito residuo dei debitori non transigenti è destinato a ridursi in misura corrispondente all'ammontare di quanto pagato dal condebitore che ha transatto solo se costui ha versato una somma pari o superiore alla sua quota ideale di debito.
In caso contrario, se cioè il pagamento è stato inferiore alla quota che faceva idealmente capo al transigente, il debito residuo che resta tuttora a carico solidale degli altri obbligati dovrà essere necessariamente ridotto (non già di un ammontare pari a quanto pagato, bensì) in misura proporzionale alla quota di chi ha transatto, giacchè altrimenti la transazione provocherebbe un ingiustificato aggravamento per soggetti rimasti ad essa estranei.
4.3. Nel caso in esame la corte d'appello, nell'escludere che la Tirrena potesse profittare della transazione intervenuta tra la creditrice Impresa San Paolo e l'altra condebitrice in solido, Milano Assicurazioni, non ha svolto alcuna indagine sul contenuto di tale transazione, nè ha spiegato le ragioni per le quali questa possa avere eventualmente riguardato la sola quota debitoria facente capo alla società da ultimo menzionata e non anche l'intero debito.
Neppure ha chiarito secondo quale criterio, per effetto dell'esecuzione di detta transazione, è stato quantificato il debito residuo gravante sulla Tirrena.
5. L'impugnata sentenza deve perciò essere cassata, con rinvio alla Corte d'appello di Roma (in diversa composizione), che giudicherà attenendosi al seguente principio di diritto:
"Il debitore che non sia stato parte della transazione stipulata dal creditore con altro condebitore in solido non può profittarne se, trattandosi di un'obbligazione divisibile ed essendo stata la solidarietà prevista nell'interesse del creditore, l'applicazione dei criteri legali d'interpretazione dei contratti porti alla conclusione che la transazione ha avuto ad oggetto non l'intero debito ma solo la quota di esso riferibile al debitore che ha transatto; in caso contrario il condebitore ha diritto a profittare della transazione senza che eventuali clausole in essa inserite possano impedirlo.
Qualora risulti che la transazione ha avuto ad oggetto solo la quota del condebitore che la ha stipulata, il residuo debito gravante sugli altri debitori in solido è destinato a ridursi in misura corrispondente all'ammontare di quanto pagato dal condebitore che ha transatto solo se costui ha versato una somma pari o superiore alla sua quota ideale di debito; se invece il pagamento è stato inferiore alla quota che faceva idealmente capo a condebitore che ha raggiunto l'accordo transattivo, il debito residuo gravante sugli altri coobbligati deve essere ridotto in misura proporzionale alla quota di chi ha transatto".
[…Omissis…]


Commento
Le Sezioni Unite, nella pronuncia in esame, si trovano ad affrontare diversi profili di rilevante impatto sistematico e su cui si è registrato un contrasto in giurisprudenza. Per quanto riguarda la fattispecie concreta portata all’attenzione della Cassazione, essa scaturisce dall’istanza di ammissione al passivo di una procedura di liquidazione coatta amministrativa  di un credito derivante da due lettere di patronage che la società assicurativa in liquidazione aveva emesso in favore di una società dalla stessa indirettamente controllata.
La prima questione che viene affrontata dalle Sezioni Unite riguarda i limiti entro cui è consentito alle imprese assicurative svolgere attività non direttamente ed immediatamente afferenti alle nozioni di assicurazione, riassicurazione o capitalizzazione.
Al riguardo, rinviandosi per un approfondimento sul punto alla lettura del testo integrale della sentenza, può in questa sede ricordarsi come la Corte ritiene che non sia di per sé vietato che una società esercente attività assicurativa acquisisca partecipazioni in società aventi oggetto diverso,  se tale acquisizione non determina l'esercizio di un'attività di trading finanziario incoerente con l'oggetto assicurativo, ma concretizzi uno dei mezzi volti alla conservazione delle riserve patrimoniali di cui detta società ha bisogno per assolvere correttamente i propri compiti istituzionali.    
Con la conseguenza che l’impresa assicurativa non solo può legittimamente detenere una partecipazione di controllo in una società immobiliare, ma può anche prestare  garanzie per i debiti di quest'ultima. “Non è infatti anomalo, in via di principio, che la società capogruppo si renda garante per le esposizioni debitorie di una o più delle sue controllate, nella misura in cui vi possa corrispondere un interesse del gruppo nel suo insieme e, di riflesso, un interesse della stessa controllante. Il prestare garanzia, in sè considerato, lungi dall'integrare gli estremi di un'attività commerciale incoerente ed incompatibile con l'oggetto sociale della garante, ben può configurarsi come un atto strumentale alla conservazione del valore della partecipazione azionaria di cui la stessa garante è titolare, e quindi condividere la medesima finalità cui è ispirata la detenzione della partecipazione”. Va conclusivamente segnalato sul punto, che le Sezioni Unite, vengono a disattendere espressamente un diverso orientamento che si era formato al riguardo in sede di legittimità.
Questo diverso orientamento, espresso da Sezioni semplici[1], ha ritenuto, invece, che  il divieto di compiere operazioni estranee rispetto a quelle di assicurazione, riassicurazione, capitalizzazione e risparmio, gravante sulle compagnie assicuratrici ai sensi della normativa di settore[2], comporta che la prestazione di garanzia autonoma e di garanzia autonoma a prima domanda, è affetta da nullità, per contrarietà a dette norme imperative, ai sensi dell'art. 1418 cod. civ., comma 1, trattandosi di operazioni che non possono essere previste dall'oggetto sociale di un’impresa assicuratrice, e non di operazioni od atti non contemplati dall'oggetto sociale che potrebbero ricadere nel regime di opponibilità stabilito dall'art. 2384 cod. civ.
Il secondo profilo, che merita, invece, maggiore attenzione in questa sede, attiene alla questione se il creditore ed uno dei debitori in solido, nel transigere la lite tra loro insorta, possano impedire agli altri debitori in solido di profittare degli effetti della transazione, come previsto dall'art. 1304 c.c., comma 1.

...omissis...

 



[1]Cfr. da ultimo Cass. civ., Sez. I,  06 maggio 2011, n. 10007

[2] Cfr. R.D.L. n. 63 del 1925, art. 130, L. n. 295 del 1978, art. 5, comma 2,e il  combinato disposto del R.D. 4 gennaio 1925, n. 63, art. 130, secondo il quale (Approvazione del regolamento per l'esecuzione del R.D.L. 29 aprile 1923, n. 966, concernente l'esercizio delle assicurazioni private) "E' vietato ad ogni impresa di assicurazione, di riassicurazione, di capitalizzazione, di risparmio di fare operazioni estranee all'esercizio delle dette industrie"; nonchè la L. 10 giugno 1978, n. 295, art. 5, comma 2 (Nuove norme per l'esercizio delle assicurazioni private contro i danni) - secondo il quale "Le società e gli istituti di cui al precedente comma le società che si costituiscono in Italia e che hanno per oggetto l'esercizio sul territorio della Repubblica delle assicurazioni contro i danni debbono limitare l'oggetto sociale all'esercizio dell'attività assicurativa, riassicurativa e di capitalizzazione e delle operazioni connesse a tali attività, con esclusione di qualsiasi altra attività commerciale", applicabili alla specie ratione temporis.In merito a tale quadro disciplinatorio, la già citata Cass. n.10007/11 ha rilevato in particolare come “la ratio di tali disposizioni e del divieto in esse contenuto è stata da tempo, e condivisibilmente, individuata da questa Corte "proprio nella volontà della legge di evitare che i capitali formati con i premi siano impegnati in operazioni economiche alle quali non è applicabile ... il procedimento tecnico che è alla base della gestione assicurativa" (così la sentenza n. 1759 del 1992). La successiva sentenza n. 21247 del 2010 ha ulteriormente precisato: «Come è stato evidenziato in dottrina, ... con il R.D.L. 29 aprile 1923, n. 966, integrato dai regolamenti del R.D. 4 gennaio 1925, n. 63, si attuò una riforma del mercato assicurativo estremamente significativa, prevedendosi, tra l'altro, la necessità di un rigoroso rispetto delle procedure tecniche e finanziarie da parte delle imprese assicuratrici; privilegiando l'accertamento della solvibilità della singola compagnia nei confronti dei propri assicurati, anche in considerazione dell'inversione del ciclo di produzione, su cui si fonda lo stesso rapporto assicurativo»”.

 

 






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