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RESPONSABILITÀ DELLA P.A.


RESPONSABILITA’ DELLA P.A.


TAR LAZIO di ROMA - SENTENZA 24 gennaio 2012, n.762
MASSIMA
1. Il danno ingiusto da ritardo si traduce nelle conseguenze patrimoniali negative che si verificano nella sfera giuridica patrimoniale del cittadino leso, titolare dell’interesse al provvedimento, in conseguenza del ritardo colpevole dell’amministrazione nel provvedere. La ricorrenza del danno da ritardo risarcibile postula il verificarsi di una lesione alla sfera giuridica del soggetto connessa alla violazione delle regole procedimentali, presupponendo pur sempre la lesione di un “diverso” – rispetto al tempo – bene giuridicamente protetto, ponendosi il fattore temporale quale mero nesso causale tra fatto e lesione.

2. Alla luce dell’art. 2bis della legge n. 241 del 1990, se da un lato si confermano le conclusioni negative all’apertura della tutela risarcitoria della mera “perdita di tempo” in sé considerata – non riconoscendosi nel fattore “tempo” un bene della vita meritevole di autonoma dignità e tutela – non si disconosce che il tempo possa costituire la causa di ulteriori e differenti danni rispetto al bene della vita oggetto di accertamento da parte della Amministrazione.

3. Il danno risarcibile non risulta essere quello relativo al “tempo perso” quanto, piuttosto, quello che si realizza nella sfera giuridica del soggetto “in conseguenza della inosservanza” del profilo temporale. Il fattore temporale potrà sicuramente assumere rilevanza laddove rapportato all’esito favorevole del giudizio, ma assumerà valenza risarcitoria anche con riguardo a tutte quelle ipotesi nelle quali la sfera giuridica del soggetto appare lesa in connessione al fattore temporale e pur in assenza del provvedimento amministrativo favorevole o sfavorevole.




TESTO DELLA SENTENZA

TAR LAZIO di ROMA - SENTENZA 24 gennaio 2012, n.762 - Pres. Scafuri – est. Tomassetti

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 4398 del 2009, proposto da:
Sandro La Monica, rappresentato e difeso dagli avv. Francesca Gubbiotti, Maria Cento, con domicilio eletto presso Francesca Gubbiotti in Roma, via Amiterno, 2; Giuliana C., rappresentato e difeso dagli avv. Maria Cento, Francesca Gubbiotti, con domicilio eletto presso Francesca Gubbiotti in Roma, via Amiterno, 2;

contro

Comune di Subiaco, rappresentato e difeso dall'avv. Marco Orlando, con domicilio eletto presso Marco Orlando in Roma, piazza della Liberta', 20;

per l'annullamento

del provvedimento del Comune di Subiaco prot. 4481 in data 2 marzo 2009, conosciuto in data 4 marzo 2009 di rigetto della domanda volta ad ottenere il permesso di costruire per l'accertamento di conformità dell'immobile sito in Via Palestro 12 bis;

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Subiaco;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 24 novembre 2011 il dott. Alessandro Tomassetti e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

Con il ricorso in epigrafe gli odierni ricorrenti impugnano il provvedimento prot. n. 4481 emesso dal Comune di Subiaco in data 2 marzo 2009 di non accoglimento della istanza volta all’accertamento di conformità richiesto con istanza del 21 settembre 2007.

Deducono i ricorrenti la illegittimità dell’atto per violazione di legge ed eccesso di potere sotto vari profili chiedendo anche la condanna della Amministrazione al risarcimento dei danni.

Si è costituito in giudizio il Comune di Subiaco deducendo in via preliminare la nullità del ricorso e, nel merito, la sua infondatezza.

Il ricorso è parzialmente fondato.

Preliminarmente il Collegio valuta infondata la eccezione di nullità avanzata dalla difesa della parte resistente.

Occorre, infatti, osservare come la mancanza di una o più pagine nella copia dell'atto processuale notificato assume rilievo solo allorquando tale carenza abbia impedito al destinatario della notifica la comprensione dell'atto e, quindi, compromesso in concreto le garanzie della difesa e del contraddittorio (Cass. 22 gennaio 2010, n. 1213).

Nella specie, al contrario, l’esatta ricostruzione della vicenda oggetto del ricorso e la puntuale difesa posta in essere dalla parte resistente esclude ogni lesione delle rilevate garanzie e ciò proprio in considerazione del fatto che la copia notificata del ricorso, benché priva di tre pagine, ha comunque consentito alle parti resistenti di ben comprendere i motivi di impugnazione e di desumere il 'petitum' del gravame proposto.

Quanto al merito occorre rilevare come il provvedimento impugnato trovi fondamento da un lato nella asserita mancanza degli elaborati grafici originali allegati alle concessioni edilizie n. 406 del 6 settembre 1986 e n. 535 del 1 luglio 1991 e dall’altro nella non conformità dell’intervento richiesto al disposto di cui all’art. 29 delle N.T.A. del Piano di Recupero (si legge nel provvedimento impugnato che “l’istanza presentata in data 22/09/2007 prot. n. 12617 P.E. n. 167/2007 per l’accertamento di conformità dell’immobile sito in via Palestro n. 12 su area distinta in catasto al foglio n. 30 particella n. 774 non è accolta sia per la mancanza degli elaborati grafici originali allegati alla Concessione Edilizia n. 535 del 01/07/1991 rappresentanti l’elemento tecnico necessario per verificare l’accertamento di conformità richiesto, ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 06/06/2001 e s.m.i., che per la non conformità dell’intervento, a prescindere dal titolo abilitativi che ha legittimato la costruzione, all’art. 29 delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano di Recupero”).

Osserva il Collegio come le motivazioni contenute nel provvedimento non risultano essere tali da sorreggere il contenuto del provvedimento negativo.

Sotto un primo profilo, infatti, non può non osservarsi come l’Amministrazione dapprima valuti necessaria la presenza degli elaborati tecnici ai fini della verifica dell’accertamento di conformità e, successivamente, nel corpo dello stesso provvedimento, ritenga accertata la non conformità in relazione all’inserimento del fabbricato in oggetto nell’ambito del disposto di cui all’art. 29 delle N.T.A.

Non v’è dubbio, dunque, che alcuna rilevanza effettiva – nella logica della Amministrazione procedente – rivesta la circostanza relativa alla assenza della documentazione originale allegata alle concessioni edilizie rilasciate e che, quindi, l’unica motivazione negativa contenuta nel provvedimento risulti essere quella relativa alla non conformità dell’intervento alle disposizioni contenute nell’art. 29 delle N.T.A.

Sotto tale profilo, tuttavia, non può non osservarsi come il presupposto fondante l’applicazione del richiamato art. 29 risulti essere proprio la assenza di ricostruzione degli edifici siti su aree di risulta da eventi bellici [l’art. 29 dispone che “Le aree derivanti da danni bellici e non ricostruite sono state di seguito classificate: a) ‘Aree di interesse pubblico già consolidato’; sono le aree che o per effetto di esproprio o per un uso pubblico già consolidato, attualmente sono adibite a viabilità, piazze o parcheggi. Esse sono contraddistinte con i seguenti mappali del foglio 30: 807-808-809-810-812-813-814-815-816-817-818-1045; b) ‘Aree suscettibili di interesse pubblico’; sono aree che per la loro ubicazione rivestono una indubbia importanza per il soddisfacimento di interessi collettivi. Sono distinte al foglio 30, con i mappali: 335/parte – 356-406/parte-469-470-471-576-577-578-579; c) ‘Aree ricostruite fuori sito’; in questi casi i fabbricati sono già stati ricostruiti e pertanto le aree interne al centro storico residue sono o lasciate a orti e giardini privati, oppure incluse negli elenchi di quelle suscettibili di interesse pubblico. Tali aree sono distinte con i seguenti mappali del foglio 30: 1134 (ex monastero benedettino di S. Giovanni) – 1135 (ex chiesa del Suffragio su via Garibaldi); d) ‘Aree da ricostruire in sito’. Si tratta di ex fabbricati che si intende far ricostruire per poter riconnettere il tessuto urbanistico precedente gli eventi bellici. Queste aree sono percepibili come vuoti e discontinuità del tessuto urbanistico e pertanto è preferibile una loro ricostruzione dal momento che esse non rivestono una particolare importanza dal punto di vista della pubblica utilità (…)”].

Nella ipotesi oggetto del ricorso, tuttavia, emerge dagli atti di causa che l’intervento richiesto dagli odierni ricorrenti riguarderebbe un’area già oggetto di ricostruzione e, quindi, estranea al campo di applicazione della norma richiamata dal Comune.

Non v’è dubbio, infatti, che l’intervenuta ricostruzione dell’edificio sulla base di un titolo autorizzativo precedente l’adozione dello strumento urbanistico attuativo non consente di ritenere - in assenza di una congrua motivazione volta ad indicare le ragioni del presunto inserimento del fabbricato in oggetto nell’ambito delle ipotesi di cui alla richiamata norma – la fattispecie inquadrabile nell’ambito del disposto di cui all’art. 29 N.T.A.

Conseguentemente il ricorso appare fondato, con conseguente relativamente all’annullamento del provvedimento impugnato, ferma restando la necessità che l’Amministrazione rinnovi il procedimento di accertamento di conformità.

Residua, quindi, lo scrutinio della domanda risarcitoria che va rigettata in quanto infondata.

Preliminarmente occorre rilevare come gli odierni ricorrenti ricollegano il richiesto risarcimento all’illecito comportamento del Comune con riguardo alla dedotta violazione delle regole di correttezza, imparzialità e buona amministrazione, senza qualificare il titolo della relativa responsabilità.

Sotto tale profilo, dunque, spetta al Collegio la qualificazione della domanda con riguardo al petitum ed alla causa petendi oggetto del ricorso.

In particolare, le voci di danno richieste dai odierni ricorrenti e ricollegate al comportamento negligente della Amministrazione risultano le seguenti:

- differenza tra prezzo al quale poteva essere venduto l’immobile e prezzo al quale è stato di fatto venduto a causa della mancata regolarizzazione per rigetto dell’istanza ex art. 36 D.P.R. n. 380/2001 (si legge nel ricorso alle pagg. 46-47 che “come documentato in atti, i ricorrenti avevano ricevuto una proposta di acquisto per l’immobile de quo tramite l’agenzia Gambetti pari ad Euro 70.000,00 sottoscritta in data 27/08/07 da parte del Sig. Paolo Fundarò. Il proponente, che aveva inizialmente stabilito la irrevocabilità della proposta sino al 10/09/07, si era reso successivamente disponibile a mantenerne la validità anche oltre i tempi inizialmente stabiliti, in considerazione della mancata definizione del procedimento volto a regolarizzare la situazione catastale ed urbanistica dell’immobile all’ottenimento della quale era subordinata la proposta stessa. Successivamente però, a causa del procrastinarsi dell’iter amministrativo, il Sig. Fundarò in data 31/05/08 ritirava la suddetta proposta (…). Nel corso del lungo iter amministrativo sopra descritto, il Sig. L.M.riusciva molto faticosamente a trovare un altro acquirente per il proprio immobile, La Golconda s.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore, Sig. Enrico Pulirei, come da proposta allegata al presente ricorso. Sia nella proposta citata che nel preliminare intercorso tra le parti viene specificato che la riduzione del prezzo di vendita dell’immobile de quo era stata necessitata dalla irregolarità della situazione descritta e ancora non sanata. La decurtazione del prezzo di vendita dell’immobile è stata pertanto necessitata dalla esorbitante lunghezza del procedimento dinanzi al Comune nonché dalla mancata sanatoria di cui al provvedimento impugnato (…). Direttamente connesso pertanto con la condotta colposa sopra descritta della P.A. è il danno patrimoniale subito dagli istanti per la suddetta riduzione del prezzo di vendita: tale danno corrisponde nello specifico alla differenza tra il prezzo al quale potevano vendere la casa come da proposta sottoscritta il 27/08/07 (di Euro 70.000,00) e quello al quale di fatto costretti a venderla dopo circa un anno e mezzo (pari ad Euro 50.000,00), pari ad Euro 20.000,00. Su tale somma dovranno altresì essere riconosciuti gli interessi legali dalla data che era stata stabilita nella proposta per il rogito, il 21/11/07, sino all’effettivo soddisfo”);

- costo dell’affitto dal mese di settembre 2007 al mese di marzo 2009 (si legge nel ricorso alle pagg. 47-48 che “La mancata vendita dell’immobile come da proposta dell’agosto 2007, descritta al punto precedente, ha costretto i ricorrenti a rimanere nella casa nella quale vivevano in affitto sino al mese di marzo 2009, quando sono stati immessi nel possesso nella nuova abitazione che hanno acquistato: gli importi pagati a titolo di affitto nei mesi settembre 2007/marzo 2009 sono pertanto direttamente riconducibili alla condotta colposa della P.A. Se, infatti, il Comune avesse correttamente operato gli istanti avrebbero ottenuto la sanatoria ed avrebbero venduto all’iniziale proponente, non essendo costretti a pagare i canoni di locazione per tutti i mesi successivi. L’importo di tali canoni per i mesi sett. 07/febbr. 09 nonché quello della caparra trattenuta dal proprietario a titolo di canone del mese di marzo 2009 (Euro 361,52) è pari complessivamente ad Euro 8.171,02”);

- costo della maggiorazione del mutuo necessario per l’acquisto della nuova casa (si legge nel ricorso alle pagg. 48-49 che “I ricorrenti per acquistare la nuova casa in data 22/04/09 hanno sottoscritto un mutuo per Euro 120.000 da restituirsi in 20 anni, ad un tasso fisso pari al 5,21%, con una rata mensile pari ad Euro 805,93. Gli interessi complessivi dovuti sulla suddetta somma sono pari ad Euro 73.424,13 come da preventivo mutuo e piano di ammortamento allegati. Laddove l’immobile de quo fosse stato venduto al prezzo di cui alla proposta dell’agosto 2007, maggiore di Euro 20.000,00 rispetto a quello invece della vendita del 22/04/09, i ricorrenti avrebbero avuto una disponibilità economica superiore, pari ai suddetti Euro 20.000,00, e pertanto l’importo del mutuo richiesto sarebbe stato inferiore, pari ad Euro 100.000,00, anziché 120.000,00. Applicando le stesse condizioni di mutuo (stesso tasso di interesse e ISC) il periodo di restituzione sarebbe stato minore (da 20 anni a 15 anni), la rata mensile sarebbe stata inferiore (Euro 801,78 anziché Euro 805,93) e di conseguenza sarebbe diminuito anche l’importo degli interesse da restituire (Euro 44.319,69 anziché Euro 73.424,13, con una differenza pari ad Euro 29.104,44). Il danno patrimoniale subito dagli istanti è pertanto corrispondente alla differenza tra gli interessi che devono restituire avendo dovuto stipulare un contratto di mutuo per una somma maggiore (Euro 73.424,13) e quelli che avrebbero dovuto restituire per un mutuo di importo inferiore (Euro 44.319,69), pari ad Euro 29.104,44”).

Rileva il Collegio come tutte le voci di danno – prescindendo per ora dal profilo del danno non patrimoniale – risultano ricollegate alla positiva realizzazione del bene della vita.

Non v’è dubbio, infatti, che il danno relativo alla differenza di prezzo tra la proposta contrattuale non andata a buon fine e quello relativo alla vendita effettivamente realizzata, non possa in alcun modo prescindere dall’ottenimento del richiesto accertamento di conformità.

Appare evidente, infatti, che né al momento della messa in vendita del bene immobile né al momento attuale, l’immobile si presenta conforme alla normativa urbanistica, dovendo l’Amministrazione come sopra riancora pronunciarsi in ordine all’accertamento di conformità.

In alcun modo, dunque, può imputarsi alla Amministrazione un danno derivante dalla mancata conformità dell’immobile alla disciplina urbanistica che, evidentemente, non può che comportare un abbassamento del prezzo di mercato.

Allo stesso modo anche il vantato danno patrimoniale connesso ai canoni di affitto che i ricorrenti hanno dovuto pagare dalla data della mancata vendita sino alla effettiva vendita appaiono connessi allo stato giuridico dell’immobile - privo dell’accertamento di conformità - e presuppongono, quindi, un accertamento positivo della conformità che, anche allo stato, risulta mancare.

Da ultimo, anche la differenza tra gli interessi che gli istanti devono corrispondere per il mutuo stipulato ad un prezzo maggiore rispetto alle previsioni di vendita non può che derivare dalla limitata commercializzazione del bene con riguardo alle violazioni urbanistiche oggetto di accertamento e, come rilevato, ancora in itinere.

D’altra parte, il lamentato danno non potrebbe nemmeno ricollegarsi al discusso istituto del “danno da ritardo”.

Sotto tale profilo infatti – e tralasciando gli aspetti attinenti all’inapplicabilità ratione temporis alla fattispecie in esame dell’art. 2-bis della L. n. 241/1990, introdotto dalla L. n. 69/2009 – occorre osservare come ad avviso del Collegio il danno ingiusto da ritardo si traduca nelle conseguenze patrimoniali negative che si verificano nella sfera giuridica patrimoniale del cittadino leso, titolare dell’interesse al provvedimento, in conseguenza del ritardo colpevole dell’amministrazione nel provvedere.

La ricorrenza del danno da ritardo risarcibile postula, cioè, il verificarsi di una lesione alla sfera giuridica del soggetto connessa alla violazione delle regole procedimentali. Il danno da ritardo, dunque, presuppone pur sempre la lesione di un “diverso” – rispetto al tempo – bene giuridicamente protetto, ponendosi il fattore temporale quale mero nesso causale tra fatto e lesione.

In tale prospettiva, dunque, se da un lato si confermano le conclusioni negative all’apertura della tutela risarcitoria della mera “perdita di tempo” in sé considerata – non riconoscendosi nel fattore “tempo” un bene della vita meritevole di autonoma dignità e tutela (si veda, in proposito, TAR Palermo, Sez. I, 20 gennaio 2010, n. 582) – non si disconosce che il tempo possa costituire la causa di ulteriori e differenti danni rispetto al bene della vita oggetto di accertamento da parte della Amministrazione.

Tale impostazione sembra maggiormente rispondente al dato letterale della novella legislativa di cui alla L. 19 giungo 2009 n. 69, il cui art. 7, comma 1, lett.c) ha introdotto l'art. 2 bis della L. 241/90 ed ai sensi del quale si prevede che “Le pubbliche amministrazioni e i soggetti di cui all'articolo 1, comma 1-ter, sono tenuti al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento”

Il danno risarcibile, infatti, in tale prospettiva, non risulta essere quello relativo al “tempo perso” quanto, piuttosto, quello che si realizza nella sfera giuridica del soggetto “in conseguenza della inosservanza” del profilo temporale.

Il fattore temporale, dunque, potrà sicuramente assumere rilevanza laddove rapportato all’esito favorevole del giudizio, ma assumerà valenza risarcitoria anche con riguardo a tutte quelle ipotesi nelle quali la sfera giuridica del soggetto appare lesa in connessione al fattore temporale e pur in assenza del provvedimento amministrativo favorevole o sfavorevole.

La prospettiva in esame, del resto, si pone in linea con le recenti impostazioni della giurisprudenza del Supremo Consesso Amministrativo che tende a riconoscere la risarcibilità del cd. “danno da ritardo” indipendentemente dal contenuto – favorevole o sfavorevole – dell’emanato o emanando provvedimento (Cons. Stato, Sez. V, 28 febbraio 2011, n. 1271; Cons. Giust. Amm. reg. Sic., 4 novembre 2010 n. 1368, “Il ritardo nella conclusione di un qualunque procedimento è sempre un costo per il privato e il danno ad esso correlato sussiste anche se il procedimento non si sia ancora concluso e finanche se l'esito sia stato in ipotesi negativo, atteso che l'inosservanza del termine massimo di durata del procedimento comporta, quale immediata e pregiudizievole conseguenza, l'assoluta imprevedibilità dell'azione amministrativa e quindi l'impossibilità per il privato di rispettare la programmata tempistica dei propri investimenti, con la conseguenza di una correlata crescita dei costi di internalizzazione delle dilazioni amministrative”).

Il profilo del danno da ritardo, conseguentemente, non può essere risolto, ad avviso del Collegio, in termini di ammissibilità/inammissibilità dell’azione volta al risarcimento del danno da mero ritardo, ma deve essere affrontato in termini di voci di danno e di rigorosa prova del danno lamentato in sede di ricorso.

Ma anche sotto tale profilo, le voci di danno richieste dagli odierni ricorrenti non trovano corrispondenza con i principi enunciati in considerazione della insussistenza di una lesione diretta ed immediata ad alcun bene della vita se non in relazione con l’esito favorevole del provvedimento oggetto di accertamento da parte della Amministrazione.

Tutte le voci di danno richieste dai ricorrenti – e riconducibili agli effetti derivanti dalla mancata vendita del bene – infatti, come già rilevato, non possono essere ricollegate casualmente al solo “fattore tempo” ma devono riconnettersi al particolare stato dell’immobile oggetto di valutazione di conformità ancora in itinere.

Quanto, infine alla domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, osserva il Collegio come in linea di principio, anche in sede di giustizia amministrativa possa essere dedotta la sussistenza di danni c.d. esistenziali, che, secondo l’orientamento di Cass. Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972, vanno ricondotti nell’alveo dei danni non patrimoniali, la cui risarcibilità è subordinata a precise condizioni, rappresentate alternativamente (i) dalla sussistenza di una delle ipotesi previste dalla legge e (ii) dalla violazione di un diritto della persona costituzionalmente garantito a condizione, in quest’ultimo caso, che la violazione sia stata grave e che le conseguenze della lesione non siano stati futili.

Va dunque innanzitutto esclusa la risarcibilità del danno non patrimoniale consistito in meri disagi e fastidi, non scaturenti da lesioni di diritti costituzionalmente garantiti (v. in tal senso Cass. Civ., Sez. IV, 9 aprile 2009, n. 8703, che ha escluso la risarcibilità del danno esistenziale asseritamente patito dal contribuente per il ritardo, col quale l’amministrazione aveva disposto lo sgravio di somme non dovute).

Inoltre, la pretesa risarcitoria – ove non si sia verificato un mero disagio o fastidio - esige un’allegazione di elementi concreti e specifici da cui desumere, secondo un criterio di valutazione oggettiva, l’esistenza e l’entità del pregiudizio subito, il quale non può essere ritenuto sussistente in re ipsa, né è consentito l’automatico ricorso alla liquidazione equitativa (v. Cass. Sez. Un. Civ., 16 febbraio 2009, n. 3677; Cass. Civ., Sez. lav., 17 settembre 2010, n. 19785).

Orbene, applicando le esposte coordinate normative e giurisprudenziali alla fattispecie dedotta in giudizio, deve pervenirsi alla conclusione della carenza assoluta di prova in ordine ai danni lamentati dal ricorrente sub specie di danni esistenziali ed esposti nell’importo di euro 25.000,00.

Gli odierni ricorrenti hanno, invero, omesso di offrire qualsiasi elemento di prova (ad es., a mezzo di certificazioni mediche) del paventato danno da “stress, frustrazione ed angoscia”.

Gli stessi, inoltre, non hanno fornito neppure un principio di prova in ordine ad eventuali ripercussioni negative della ritardata emanazione del provvedimento sulla propria attività professionale o sulle proprie consuetudini di vita.

Per le ragioni che precedono, si deve ritenere non provata la sussistenza dei danni non patrimoniali dedotti.

Conseguentemente e per i motivi esposti il ricorso è fondato con riguardo alla domanda di annullamento del provvedimento impugnato, con conseguente annullamento dello stesso, mentre è infondato con riguardo alla domanda di risarcimento del danno.

Le spese, in considerazione della soccombenza reciproca, possono essere compensate per intero tra le parti.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, così decide:

- accoglie la domanda di annullamento del provvedimento impugnato nei sensi di cui alla motivazione e per l’effetto annulla il provvedimento prot. n. 4481 emesso dal Comune di Subiaco in data 2 marzo 2009 di non accoglimento della istanza volta all’accertamento di conformità richiesto con istanza del 21 settembre 2007;

- respinge la domanda di risarcimento del danno;

- compensa le spese processuali.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.






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