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Testo del provvedimento

INVIOLABILITÀ DEL DOMICILIO (REATI CONTRO LA –ARTT. 614-615 QUINQIES)
CP Art. 615 bis


Interferenze illecite nella vita privata




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 12 marzo 2020, n.9932
MASSIMA
Integra il reato di cui all'art. 615-bis c.p., comma 1, la ripresa fotografica da parte di terzi di comportamenti che si svolgono in luoghi di privata dimora solo se questi sono sottratti alla normale osservazione dall'esterno, ma non anche se i medesimi possono essere liberamente osservati dall'esterno senza ricorrere a particolari accorgimenti, in quanto la tutela della riservatezza del domicilio è limitata a ciò che si compie in tale luogo in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei.



CASUS DECISUS
La Corte di appello dell'Aquila confermava la sentenza di condanna pronunciata nei confronti di A.G. per il reato di cui agli artt. 81 e 337 c.p.. All'imputato era stato contestato di essersi opposto con minaccia e violenza - tentando di strappare una macchina fotografica e rivolgendo frasi minacciose - ai due agenti municipali, che stavano procedendo ad accertamenti e rilievi richiesti dal Comune di Avezzano. Ricorre avverso tale sentenza il difensore dell'imputato.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 12 marzo 2020, n.9932 - Pres. Criscuolo – est. Calvanese

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza in epigrafe indicata, la Corte di appello dell'Aquila confermava la sentenza di condanna pronunciata nei confronti di A.G. per il reato di cui agli artt. 81 e 337 c.p..

All'imputato era stato contestato di essersi opposto con minaccia e violenza - tentando di strappare una macchina fotografica e rivolgendo frasi minacciose - ai due agenti municipali, che stavano procedendo ad accertamenti e rilievi richiesti dal Comune di Avezzano.

Sulla base di quanto accertato in sede di merito, le due vigili inviate presso l'abitazione dell' A., su segnalazione di un assessore, dovevano verificare se vi fossero in corso lavori edili. In tale contesto una delle due operanti aveva intravisto un varco nella rete di recinzione della proprietà dal quale era possibile appurare se fossero in corso lavori di costruzione all'interno. A quel punto l'imputato aveva reagito facendo ricorso alla violenza e alle minacce descritte nel capo di imputazione.

Era esclusa dalla Corte di appello l'arbitrarietà della condotta dei p.u., posto che le due operanti erano state espressamente incaricate dal Comune di intervenire presso la proprietà dell' A. (come già avvenuto per altre segnalazioni in passato) e comunque le stesse non avevano varcato la proprietà del predetto, sfruttando solo un varco della recinzione mobile (era stata appoggiata la macchina fotografica al cancello provvisorio che era semi aperto).

2. Ricorre avverso tale sentenza il difensore dell'imputato, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all'art. 173 disp. att. c.p.p.:

- violazione di legge, in relazione agli artt. 393-bis e 337 c.p., in quanto erroneamente la Corte di appello ha addebitato il fatto all'imputato e non ha applicato l'art. 393-bis c.p. (nella specie, l'intervento richiesto dal Comune era quello di verificare dei lavori sulla strada comunale in prossimità dell'abitazione del ricorrente, attività in ordine alla quale quest'ultimo si era dimostrato pienamente collaborativo; la reazione del ricorrente è stata legittima perchè rivolta a tutelare la riservatezza arbitrariamente violata uno dei due agenti, allorquando aveva tenuto un comportamento prevaricatore, una volta udito il rumore di una betoniera nella proprietà del ricorrente, cercando di vedere cosa stesse lì accadendo e approfittando di un buco nella rete per scattare delle foto in un luogo privato);

- vizio di motivazione in ordine alla ricostruzione dei fatti, avendo la Corte di appello ritenuto che i testi della difesa avevano offerto indicazioni confuse in ordine all'ingresso dei due vigili nello spazio di pertinenza dell'abitazione dell'imputato, mentre ha valutato coerente e genuina la versione degli operanti, pur in presenza di contraddizioni in ordine ai lavori in corso sulla pubblica via e all'intenzione di entrare nella proprietà del ricorrente; risultando inoltre la motivazione contraddittoria quanto alla visibilità dall'esterno di quanto stesse accadendo nella proprietà del ricorrente, smentita dalle persone offese, e all'assenza di motivi persecutori (il ricorrente, a differenza di quanto ritenuto nella sentenza, non era stato assolto dalla violazione di sigilli per la deposizione della vigilessa, ma per quanto deposto dal consulente tecnico).

Motivi della decisione

1. Il ricorso è inammissibile, in quanto la sentenza impugnata non risulta affetta da vizi rilevabili in questa sede, apparendo le censure piuttosto il mezzo per ribadire la tesi difensiva, nella preclusa prospettiva di ottenere dalla Corte di legittimità un rinnovato apprezzamento di merito.

La sentenza impugnata ha affrontato infatti con ragionamento lineare e coerente alle evidenze probatorie esposte, nonchè giuridicamente corretto, le questioni proposte dal ricorrente in sede di appello.

2. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la inosservanza ed erronea applicazione in relazione al reato contestato della fattispecie di cui all'art. 393-bis c.p..

Peraltro, il motivo articola argomentazioni che criticano la tenuta logica della motivazione in ordine alla ricostruzione del fatto.

Va ribadito che il vizio di cui all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) riguarda in vero l'erronea interpretazione della legge penale sostanziale (ossia, la sua inosservanza), ovvero l'erronea applicazione della stessa al caso concreto e va tenuto distinto dalla deduzione di un'erronea applicazione della legge in ragione di una carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta, denunciabile sotto l'aspetto del vizio di motivazione (tra tante, Sez. 5, n. 47575 del 07/10/2016, Altoè, Rv. 268404).

Quel che è sufficiente rilevare è che la Corte di appello ha correttamente escluso, sulla base di quanto accertato in sede di merito, che vi siano stati tanto l'introduzione delle vigili nel domicilio del ricorrente quanto gli estremi della fattispecie penale di cui all'art. 615-bis c.p..

Secondo la ricostruzione accolta dai Giudici del merito, le vigili erano state inviate sul posto proprio per accertare la presenza di lavori edili presso l' A. e quanto era in corso nella proprietà del ricorrente era ben visibile dall'esterno senza ricorrere a particolari accorgimenti.

Correttamente la Corte di appello ha richiamato il principio più volte affermato in sede di legittimità, secondo cui integra il reato di cui all'art. 615-bis c.p., comma 1, la ripresa fotografica da parte di terzi di comportamenti che si svolgono in luoghi di privata dimora solo se questi sono sottratti alla normale osservazione dall'esterno, ma non anche se i medesimi possono essere liberamente osservati dall'esterno senza ricorrere a particolari accorgimenti, in quanto la tutela della riservatezza del domicilio è limitata a ciò che si compie in tale luogo in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei. (tra tante, Sez. 2, n. 25363 del 15/05/2015, Belleri, Rv. 26504401).

Il che all'evidenza escludeva un comportamento arbitrario del p.u. idoneo a giustificare la reazione del privato.

3. Il secondo motivo deduce vizi volti ad attaccare nel merito la ricostruzione del fatto, attraverso il confronto diretto con le evidenze probatorie.

Secondo l'incontrastata giurisprudenza di legittimità, esula dai poteri della Corte di cassazione quello della 'rilettura' degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per i ricorrenti più adeguata e convincente, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone; Sez. U, n. 6903 del 27/05/2016, dep. 2017, Aiello).

E la Corte regolatrice ha rilevato che anche dopo la novella del 2006 dell'art. 606 c.p.p., lett. e), resta immutata la natura del sindacato che la Corte di cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasta preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (per tutte, tra le tante, Sez. 3, n. 18521 del 11/01/2018, Ferri, Rv. 273217).

La previsione del vizio di travisamento della prova, invero, lungi dal consentire di denunciare in sede di legittimità il 'travisamento del fatto' da parte del giudice di merito, ha la funzione di rimediare ad errori commessi da parte di quest'ultimo nel considerare una prova in realtà inesistente o nell'omettere una prova presente nel compendio processuale, purchè l'errore sia in grado di disarticolare il costrutto argomentativo del provvedimento impugnato per l'intrinseca incompatibilità degli enunciati e abbia comunque un oggetto definito e non opinabile (ex multis, Sez. 5, n. 8188 del 04/12/2017, dep. 2018, Grancini, Rv. 272406; Sez. 1, n. 54281 del 05/07/2017, Tallarico, Rv. 272492).

Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito ovvero nella selezione delle prove effettuata da parte del giudice di merito (nessuna prova, in realtà, ha un significato isolato, slegato dal contesto in cui è inserita). A tale approdo, si perviene considerando che, nel momento del controllo di legittimità, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, nè deve condividerne la giustificazione, dovendo limitarsi, a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con 'i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento', secondo una formula giurisprudenziale ricorrente.

Così delimitato l'ambito del controllo di legittimità sulla motivazione, va evidenziato che il ragionamento probatorio della sentenza impugnata non contiene vizi logici rilevabili in questa sede.

La Corte di appello ha affrontato, in modo lineare e coerente alle evidenze esposte, le questioni sollevate con l'appello in ordine alla ricostruzione dei fatti, che avevano tra l'altro già trovato risposta sin dal primo grado.

Quel che è stato ritenuto dirimente dai Giudici dell'appello è che il teste I. (soggetto disinteressato presente all'interno della proprietà di A.) aveva affermato che il cancello di accesso era semi chiuso e la recinzione era semi-amovibile e che le vigili non erano mai entrate nella proprietà del ricorrente, restando una di esse in prossimità del cancello provvisorio a scattare le foto; versione questa non smentita d'altronde neppure dalla stessa figlia del ricorrente, che aveva riferito di non aver visto la vigile all'interno della proprietà.

Quanto poi al tema della persecuzione, la Corte di appello ha rilevato che non vi era alcun riscontro alla tesi difensiva. La questione dell'assoluzione è riportata dalla Corte territoriale in via ulteriore e non decisiva e la censura è avanzata in modo generico.

4. Alla stregua di tali rilievi il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Il ricorrente deve, pertanto, essere condannato, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

In virtù delle statuizioni della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza 'versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità', deve, altresì, disporsi che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di duemila Euro, in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.