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Testo del provvedimento

PROCESSO PENALE


QUANDO IL GIUDICE DELL’ESECUZIONE CHE RICONOSCE LA CONTINUAZIONE PUÒ CONCEDERE LA SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA?




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 10 giugno 2020, n.20690
MASSIMA
Il giudice dell'esecuzione, nell'applicare ai fatti oggetto di diverse sentenze di condanna l'istituto della continuazione, può concedere il beneficio della sospensione condizionale della pena, derogando al principio di intangibilità del giudicato, quando il giudice di cognizione non si è pronunciato sul punto. Quando, viceversa, quest'ultimo ha già escluso espressamente la concessione della sospensione condizionale richiesta, non è consentito, in sede di esecuzione, estendere il beneficio ai fatti precedentemente valutati anche sotto tale aspetto.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 10 giugno 2020, n.20690 -
RITENUTO IN FATTO
1. Con atto rivolto alla Corte di appello di Caltanissetta, in funzione di giudice dell'esecuzione, veniva richiesta, nell'interesse di Maria Fuoco, l'applicazione della disciplina della continuazione, ai sensi dell'art. 671 cod. proc. pen., in ordine ai reati giudicati con i seguenti provvedimenti divenuti irrevocabili: a) sentenza emessa dalla Corte di appello di Caltanissetta il 7 novembre 2018, divenuta irrevocabile il 22 gennaio 2019, con cui Maria Fuoco era stata condannata per il reato di cui all'art. 44, lett. b), d.P.R. n. 380 del 2001, accertato in Bompensiere il 24 agosto 2010; b) decreto penale di condanna emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta il 29 novembre 2012, divenuto irrevocabile il 3 gennaio 2013, per i reati di cui agli artt. 17, 18 e 19 legge n. 64 del 1974 e di cui all'art. 4 legge n. 1086 del 1971, commessi in Bompensiere in data anteriore e prossima al 2 luglio 2011; c) decreto penale di condanna emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta il 28 gennaio 2013, divenuto irrevocabile il 7 marzo 2013, per i reati di cui agli artt. 93 e 95 d.P.R. n. 380 del 2001, accertati in Bompensiere il 29 novembre 2011. Veniva richiesta, inoltre, la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena. 2. Con ordinanza del 5 giugno 2019, il giudice dell'esecuzione applicava la disciplina della continuazione, rideterminando la pena inflitta per i predetti reati nella misura complessiva di tre mesi di arresto ed euro 6.400,00 di ammenda, ma rigettava nel resto l'istanza, negando la concessione della sospensione condizionale della pena sulla base del rilievo che il beneficio era stato espressamente escluso dal giudice della cognizione per i fatti giudicati con la sentenza della Corte di appello di Caltanissetta emessa il 7 novembre 2018, sopra indicata alla lettera 'a'. 3. Il difensore di Maria Fuoco ha proposto ricorso per cassazione, con atto in cui deduce: richiamando l'art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., violazione degli artt. 671 cod. proc. pen. e 163 cod. pen.; richiamando l'art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., motivazione omessa, erronea, illogica e contraddittoria. Con riferimento all'applicazione dell'art. 163 cod. pen., nella sentenza n. 1200/2018, emessa dalla Corte di appello di Caltanissetta il 7 novembre 2018, sopra indicata alla lettera 'a', si legge: «'Quanto infine ai motivi di gravame che attengono al trattamento sanzionatorio ed ai benefici richiesti rileva la Corte che legittimamente il giudice di prime cure ha disatteso la richiesta di concessione dei benefici della sospensione condizionale e della non menzione, avuto riguardo alle due precedenti condanne riportate dall'imputata per fatti analoghi che certamente non consentono di effettuare una prognosi favorevole nei suoi confronti'». Come si evince dalla consultazione del Casellario giudiziario, le condanne alle quali si riferisce la sentenza menzionata sono i decreti penali di condanna sopra indicati alle lettere 'h' e 'c', con cui sono stati giudicati i reati che il giudice dell'esecuzione ha posto in continuazione con il fatto giudicato con la sentenza sopra indicata alla lettera 'a'. Ciò considerato, se è indubbio che la Corte di appello di Caltanissetta, con la sentenza sopra indicata alla lettera 'a', ha svolto una valutazione negativa in merito alla possibilità di concedere il beneficio, è altrettanto evidente che detta valutazione negativa è stata svolta con esclusivo riferimento alla presenza di due condanne che al momento della pronuncia della sentenza sopra indicata alla lettera 'a' risultavano precedenti e svincolate dall'oggetto del giudizio. Pertanto, la motivazione dell'ordinanza ora impugnata è illogica e contraddittoria, perché, dopo aver riconosciuto la sussistenza del vincolo della continuazione tra i reati oggetto dell'istanza, si arresta, con riferimento alla richiesta di applicazione dell'istituto della sospensione condizionale della pena, al richiamo della precedente motivazione di cui alla sentenza emessa dalla Corte di appello di Caltanissetta sopra indicata alla lettera 'a', che prendeva le mosse dall'assunto implicito - diametralmente opposto - che i reati non risultavano uniti nel vincolo della continuazione. In altri termini, il percorso argomentativo collocato dal giudice dell'esecuzione alla base del diniego dell'istanza di applicazione della disciplina condizionale della pena è il medesimo utilizzato dal giudice della cognizione quando i reati in questione ancora non erano stati riuniti nel vincolo della continuazione. Dagli arresti della giurisprudenza di legittimità (Sez. U., n. 4687 del 20/12/2005, dep. 2006, Catanzaro, Rv. 232610; Sez. 1, n. 33817 del 20/06/2014, Lamberti, Rv. 261433), si ricava che un evento successivo, oggetto del procedimento di esecuzione (come la revoca di una condanna) ha un'influenza sulla concessione della sospensione condizionale della pena, in precedenza negata dal giudice della cognizione proprio in ragione della condanna revocata; e che, nel caso in cui il giudice della cognizione abbia negato la concessione della sospensione condizionale della pena sulla base di una condanna che però successivamente viene revocata, il giudice dell'esecuzione è tenuto a svolgere un giudizio ex art. 164 cod. pen., restando preclusa tale valutazione solamente laddove il giudice della cognizione abbia negato detto beneficio sulla base di elementi diversi dalle precedenti condanne revocate. Nel caso di specie, il giudice dell'esecuzione ha fatto venir meno l'alterità tra le pronunce sopra indicate alle lettere 'a', 'h' e 'c', senza tuttavia considerare tale nuova situazione ai fini della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena. Infatti, nel giudizio di cognizione, le due condanne per decreto penale, sopra indicate alle lettere 'h' e 'c', erano state l'unica ragione del diniego del beneficio della sospensione della pena. Pertanto, il giudice dell'esecuzione ha omesso di motivare circa la negazione della sospensione condizionale della pena, e ha solo operato un illogico riferimento alla precedente motivazione resa sul punto dal giudice della cognizione, il quale aveva rigettato il beneficio de quo esclusivamente alla luce della presenza di precedenti penali.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato. 1.1. La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che il giudice dell'esecuzione, nell'applicare ai fatti oggetto di diverse sentenze di condanna l'istituto della continuazione, può concedere il beneficio della sospensione condizionale della pena, derogando al principio di intangibilità del giudicato, quando il giudice di cognizione non si è pronunciato sul punto. Quando, viceversa, quest'ultimo ha già escluso espressamente la concessione della sospensione condizionale richiesta, non è consentito, in sede di esecuzione, estendere il beneficio ai fatti precedentemente valutati anche sotto tale aspetto (Sez. 1, n. 46146 del 12/04/2018, W., Rv. 273986). 1.2. Rilevato in astratto quanto precede, deve notarsi, con riferimento al caso concreto ora in esame, che il giudice dell'esecuzione ha fatto corretta applicazione del principio di diritto sopra richiamato, senza incorrere nel vizio motivazionale denunciato. Infatti, l'ordinanza ora impugnata, nel negare la concessione dei beneficio della sospensione condizionale della pena, richiesto nell'interesse di Maria Fuoco in relazione a tutti i reati unificati dal vincolo della continuazione e giudicati con i provvedimenti sopra indicati alle lettere 'a', 'h' e 'c', evidenzia che il giudice della cognizione aveva già escluso la concessione di tale beneficio per i fatti giudicati con la sentenza sopra indicata alla lettera 'a', emessa dalla Corte di appello di Caltanissetta il 7 novembre 2018, divenuta irrevocabile il 22 gennaio 2019. Di contro, non può essere condivisa la prospettiva del ricorrente, che, in sostanza, chiede l'applicazione al caso in esame del principio di diritto che ammette la possibilità, per il giudice dell'esecuzione, di concedere, previa formulazione del favorevole giudizio prognostico richiesto dall'art. 164, comma primo, cod. pen., il beneficio della sospensione condizionale della pena, nell'ipotesi in cui tale beneficio sia stato escluso dal giudice della cognizione alla luce dell'esistenza di precedenti condanne poi revocate dallo stesso giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 673 cod. proc. pen., per intervenuta abolitio criminis. In realtà, l'invocata operazione interpretativa non può essere condotta in questa sede, avuto riguardo alla radicale diversità della situazione oggettiva presentata nel caso in esame, in cui è avvenuta soltanto l'unificazione di reati ai fini della pena per effetto del riconoscimento della continuazione, rispetto a quella dell'aboliti° criminis, che ha dato luogo all'affermazione del principio di diritto di cui il ricorrente invoca l'estensione, senza che ne sussistano le premesse. 2. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., la ricorrente va condannata al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna io, ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, 11 febbraio 2020.