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Testo del provvedimento

STUPEFACENTI


STUPEFACENTI: LA PRONUNCIA DEL GIUDICE DI APPELLO SULLA PENA DOPO CORTE COST. 40/2019




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 15 luglio 2020, n.20874
MASSIMA
In tema di stupefacenti, il giudice di appello, pronunciandosi dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019, su una pena irrogata in primo grado per il reato di cui all'art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309 del 1990, sulla base della cornice edittale precedente alla dichiarazione di illegittimità costituzionale, non è tenuto a diminuire automaticamente detta pena, ma può anche confermarne la misura alla luce dei parametri di cui all'art. 133 cod. pen. rivalutati in relazione ai nuovi limiti edittali.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 15 luglio 2020, n.20874 -
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa in data 1 settembre 2019, e depositata in pari data, la Corte d'appello di Bologna, prendendo atto dell'intervenuto accordo tra le parti, in parziale riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale di Bologna all'esito di giudizio abbreviato, ha confermato la dichiarazione di responsabilità di Riccardo Sales per il reato di detenzione di sostanza stupefacente del tipo cocaina, per kg. 2,030 circa, a norma dell'art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309 del 1990, accertato il 25 gennaio 2019, e, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, ha ridotto la pena a quattro anni di reclusione e 12.000,00 euro di multa. 2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe Riccardo Sales, con atto sottoscritto dall'avvocato Bruno Salernitano, articolando un unico motivo, con il quale si denuncia violazione di legge, a norma dell'art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., avendo riguardo alla determinazione della pena ed all'applicazione della confisca del motociclo. Si deduce, innanzitutto, che la sentenza impugnata non ha tenuto conto della dichiarazione di illegittimità che la sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019 ha pronunciato con riferimento all'art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309 del 1990, nella parte relativa alla sanzione e oggetto di riviviscenza per effetto della sentenza della Corte costituzionale n, 32 del 2014. Si precisa che la sentenza n. 40 del 2019 è successiva alla sentenza di primo grado, emessa il 21 febbraio 2019, e che la sentenza impugnata ha sì mitigato il trattamento sanzionatorio, ma solo perché ha riconosciuto le circostanze attenuanti generiche, lasciando però inalterata la pena base di nove anni, invece di rideterminarla. Si deduce, poi, che erroneamente la Corte d'appello ha ritenuto oggetto di rinuncia implicita i motivi di gravame concernenti la confisca del ciclomotore, essendo questi non coordinati con quelli interessati dal concordato. CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito precisate. 2. Manifestamente infondate, innanzitutto, sono le censure che contestano la legittimità della determinazione della pena, deducendo che illegittimamente la Corte d'appello ha mantenuto inalterata la pena base, nonostante la sopravvenienza, dopo la pronuncia di primo grado, della sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019, la quale ha determinato una rimodulazione del minimo edittale in termini più favorevoli per il reo. 2.1. Invero, ad avviso del Collegio, deve darsi continuità all'affermazione del principio secondo cui, in tema di stupefacenti, qualora il giudice d'appello si pronunci in un momento successivo alla declaratoria di incostituzionalità di cui alla sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019, su una pena irrogata in primo grado per il reato di cui all'art. 73, comma 1, d.P.R. n 309 del 1990, sulla base della cornice edittale precedente alla sentenza, non è tenuto a diminuire 1 automaticamente detta pena, potendo anche confermare la misura alla luce dei parametri di cui all'art. 133 cod. pen, rivalutati in relazione ai nuovi limiti edittali (Sez. 3, n. 15233 del 23/01/2020, Cassano, in corso di massimazione). Va rilevato, infatti, che questo indirizzo non collide, ma piuttosto è in linea con l'orientamento formatosi nella giurisprudenza di legittimità dopo la pronuncia della sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014, in forza del quale «il giudice di appello o di rinvio, che procede alla rideterminazione della pena in applicazione della disciplina più favorevole determinatasi per effetto della sentenza della Corte costituzionale, deve tenere conto dei parametri di cui all'art. 133 cod. pen. e rivalutarli in relazione ai nuovi limiti edittali, con il solo limite costituito dal divieto di sovvertire il giudizio di disvalore espresso dal precedente giudice» (per puntuali citazioni cfr. Sez. 3, n. 15233 del 2020 in motivazione). In questa ottica, in effetti, deve leggersi anche l'insegnamento delle Sezioni Unite: queste, nei processi per i reati interessati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014, hanno sì escluso l'ammissibilità di una conferma della sanzione irrogata prima della declaratoria di illegittimità costituzionale, ma in forza dell'osservazione «troppo distanti essendo gli orizzonti delle comminatorie edittali previste dell'art. 73 cit. prima e dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014» (Sez. U, n. 37107 del 26/2/2015, Marcon, Rv. 264858-01). Ora, a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale di cui alla sentenza n. 40 del 2019, la conferma della precedente misura della pena base non determina alcun sovvertimento del giudizio di disvalore espresso dal precedente giudice, posto che molto modesto, in percentuale, è il decremento della pena minima, mentre inalterata è rimasta la pena massima. Né l'affermazione del principio condiviso in questa sede può dirsi puntualmente contrastata da altra decisione, secondo la quale, in tema di stupefacenti, il giudice di appello che, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 40 del 2019, ridetermina la pena, inflitta in primo grado in misura prossima al minimo edittale all'epoca vigente, è tenuto a rimodularla alla luce della nuova e più favorevole cornice sanzionatoria, secondo i parametri di cui all'art. 133 cod. pen., non essendo tuttavia vincolato a seguire un criterio proporzionale di tipo aritmetico correlato alla pena calcolata prima della declaratoria di incostituzionalità (Sez. 6, n. 3481 del 22/10/2019, dep. 2020/De Moro, Rv. 278132-01). La decisione appena citata, in effetti, si riferisce ad una fattispecie in cui il giudice di appello aveva già determinato la pena finale in misura inferiore rispetto a quella irrogata in primo grado, ed ha ritenuto, comunque, corretta la scelta di non procedere ad un adeguamento automatico della sanzione al nuovo minimo edittale di sei anni di reclusione, in omaggio all'applicazione del precedente minimo edittale, pari ad otto anni di reclusione.
Appare anzi possibile aggiungere che coerente con la soluzione condivisa in questa sede risulta essere anche altra pronuncia, secondo la quale la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 73, comma 1, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, ad opera della sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019, non impone di ridurre la pena precedentemente irrogata nemmeno al giudice dell'esecuzione, sempre che questi proceda ad una rivalutazione in concreto del giudizio sanzionatorio (così Sez. 1, n. 51305 del 20/11/2019, Xheba, Rv. 277923-01). 2.2. Precisato che il giudice di appello, pronunciandosi dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019, su una pena irrogata in primo grado per il reato di cui all'art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309 del 1990, sulla base della cornice edittale precedente alla dichiarazione di illegittimità costituzionale, non è tenuto a diminuire automaticamente detta pena, ma può anche confermarne la misura alla luce dei parametri di cui all'art. 133 cod. pen. rivalutati in relazione ai nuovi limiti edittali, deve osservarsi che, nella specie, la decisione impugnata risulta correttamente motivata. Invero, nella vicenda in esame, la Corte d'appello ha espressamente precisato che la pena concordata tra le parti risulta congrua anche in relazione alla nuova cornice edittale per il reato di cui all'art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309 del 1990 in conseguenza della sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019. E tale valutazione non può ritenersi incongrua, specie se si considerano il rilevante quantitativo di cocaina detenuta, pari a 2,030 kg., la determinazione della pena base in nove anni di reclusione, ossia in una misura nettamente inferiore alla media edittale, e la concessione, nella misura massima consentita, del beneficio delle circostanze attenuanti generiche. 3. Inammissibili per difetto di interesse sono le censure concernenti la omessa pronuncia sui motivi di appello relativi alla confisca del ciclomotore. Costituisce principio già enunciato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui è inammissibile per difetto di interesse il ricorso proposto avverso la confisca di un bene da parte dell'imputato del reato in riferimento al quale la confisca viene disposta, che non sia titolare o gestore del bene stesso (così Sez. 5, n. 18508 del 16/02/2017, Fulco, Rv. 270209-02, ma anche, sia pure con specifico riguardo alla confisca allargata, Sez. 2, n. 4160 del 19/12/2019, dep. 2020, Bevilacqua, Rv. 278592-01, !a quale, a fondamento del principio, sottolinea che l'imputato, non vantando un diritto alla restituzione del bene, non può ottenere alcun effetto favorevole dalla decisione). Nella specie, risulta che il ricorrente, nell'atto di appello, aveva precisato che il ciclomotore era di proprietà della moglie, non era da reputarsi di valore sproporzionato rispetto al reddito della donna, e, anzi, non poteva ritenersi nemmeno nella sua personale disponibilità. Deve perciò concludersi che il ricorrente, siccome ha espressamente negato di essere titolare o gestore del bene di cui contesta la confisca, non vanta alcun interesse giuridicamente rilevante ad impugnare la decisione della Corte d'appello sul punto. 4. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché - ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità - al versamento a favore della cassa delle ammende della somma di Euro duemila, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende.
Così deciso il 28/05/2020