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Testo del provvedimento

CONTINUAZIONE
CP Art. 81


Quando sussiste continuazione fra reato associativo e reati fine?




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 13 maggio 2020, n.14881
MASSIMA
È configurabile la continuazione fra reato associativo e reati fine a condizione che il giudice verifichi puntualmente che i reati fine siano stati programmati al momento della costituzione dell'associazione. Pertanto, la disciplina di cui all'art. 81 c.p., comma 2, non trova applicazione quando si accerti che i reati fine in concreto commessi, pur rientrando nell'ambito delle attività proprie dell'associazione ed essendo finalizzati al rafforzamento di quest'ultima, non erano stati ab origine perché legati a circostanze ed eventi contingenti ed occasionali o, comunque, non immaginabili dal reo al momento della costituzione dell'associazione.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 13 maggio 2020, n.14881 - Pres. Mattei – est. Vannucci

RITENUTO IN FATTO

che con ordinanza emessa il 5 luglio 2019 la Corte di appello di Napoli, in funzione di giudice dell'esecuzione, ha rigettato la domanda di G. (prenome) M. (cognome) per l'applicazione, in sede esecutiva, della disciplina legale della continuazione (art. 81 c.p., comma 2) quanto ai delitti: a) di associazione per delinquere di tipo camorristico, accertato con la sentenza, irrevocabile, emessa il 4 luglio 2017 dalla Corte di appello di Napoli; b) di estorsione, accertato con la sentenza, irrevocabile, emessa dalla Corte di appello di Napoli il 20 gennaio 2014.

che la motivazione dell'ordinanza è nel senso che: il contenuto delle sentenze di merito non dimostra che al momento della costituzione del rapporto associativo (affiliazione al 'clan dei (OMISSIS)') con l'organizzazione camorristica, risalente all'anno 2000, M. avesse programmato, perlomeno in linea di massima, di commettere anche il delitto di estorsione da lui consumato circa dieci anni dopo ((OMISSIS)), 'non essendo all'uopo sufficiente la sola circostanza, di fatto dedotta nell'istanza, che il M. ha commesso i reati in quanto partecipante all'associazione';

che per la cassazione di tale ordinanza M. ha proposto ricorso (atto sottoscritto dal difensore, avvocato Pasquale Diana) con cui deduce che la motivazione dell'ordinanza è insufficiente e determina erronea applicazione al caso concreto dell'art. 81 c.p., comma 2, in quanto: il reato associativo venne, con la citata sentenza del 2017, accertato siccome commesso dal (OMISSIS) (giorno di emissione della sentenza di primo grado); la partecipazione di esso ricorrente al 'clan dei (OMISSIS)', fazione R.G., si sostanziò nella sua collocazione 'nel settore estorsivo', come dimostrato anche dalla sua, precedente, condanna per estorsione commessa ai danni di F.A. in 'zona territoriale ricadente sotto l'egida della fazione R.' di tale clan; il reato fine venne inserito 'in un programma di cui il M. conosceva i caratteri generali ed essenziali, perchè dallo stesso previsti e programmati', anche in ragione dello 'stretto legame di affinità che lo legava a R.G.'; la condotta di partecipazione al 'clan dei (OMISSIS)' è compresa fra l'anno 2000 e il 12 ottobre 2013 e l'estorsione, commessa nel (OMISSIS), 'ricade sicuramente in tale contesto temporale'; inoltre, all'udienza del 3 luglio 2019 esso ricorrente ha depositato copia di sentenza emessa il 3 aprile 2019 dalla Corte di appello di Napoli con cui C.M. era stato condannato, unitamente ad esso M., per avere commesso, in esecuzione del medesimo disegno criminoso, tanto il delitto di associazione di tipo camorristico di cui alla citata sentenza del 4 luglio 2017, quanto quello di estorsione ai danni di F.A.;

che il Procuratore generale ha depositato memoria con cui ha chiesto il rigetto del ricorso;

che in accoglimento di specifica istanza del difensore del ricorrente, detenuto, il Presidente di Sezione ha fissato per la trattazione del ricorso, l'udienza camerale del 5 maggio 2020, in applicazione del D.L. n. 18 del 2020, art. 83, comma 3, lett. b), n. 1), e comma 3-bis (recante 'Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19'), convertito, con modificazioni, con L. n. 27 del 2020.

CONSIDERATO IN DIRITTO

che la fattispecie descritta dall'art. 81 c.p., comma 2, richiede che l'agire del reo derivi da una programmazione e deliberazione iniziale, anche di massima, di una pluralità di condotte criminose in vista di un unico fine;

che i reati da compiere debbono risultare previsti almeno in linea generale, con riserva di adattamento alle eventualità del caso, come mezzo al conseguimento di un unico scopo o intento, prefissato e sufficientemente specifico;

che è in relazione alla unitarietà del fine che la coerenza modale degli episodi e la contiguità temporale degli stessi fungono da indizio della assenza di interruzioni o soluzioni di continuità della deliberazione originaria, della impossibilità di affermare cioè che gli episodi successivi siano frutto dell'insorgenza di autonome risoluzioni antidoverose;

che l'accertamento della sussistenza dei presupposti di applicazione della citata norma del codice penale necessita nel processo di esecuzione, non diversamente che nel processo di cognizione, di una approfondita verifica della sussistenza dei concreti elementi di fatto indicatori di tali presupposti, quali l'omogeneità delle violazioni e del bene protetto, la contiguità spazio-temporale, le singole causali, le modalità della condotta, la sistematicità e le abitudini programmate di vita, e del fatto che, al momento della commissione del primo reato, i successivi fossero stati programmati almeno nelle loro linee essenziali, non essendo sufficiente, a tal fine, valorizzare la presenza di taluno degli indici suindicati se i successivi reati risultino comunque frutto di determinazione estemporanea (in questo senso cfr., per tutte, Sez. U., n. 28659 del 18 maggio 2017, Gargiulo, Rv. 270074);

che è, poi, in linea di principio configurabile la continuazione fra reato associativo e reati fine (nel caso concreto, reati contro il patrimonio commessi con violenza o minaccia alle persone) a condizione che il giudice verifichi puntualmente che i reati fine siano stati programmati al momento della costituzione dell'associazione (in questo senso, cfr.: Sez. 1, n. 40318 del 4 luglio 2013, Corigliano, Rv. 257253; Sez. 1, n. 8451 del 21 gennaio 2009, Vitale, Rv. 243199; Sez. 1, n. 12639 del 28 marzo 2006, Adamo, Rv. 234100); la conseguenza è che la disciplina di cui all'art. 81 c.p., comma 2, non trova applicazione quando si accerti che i reati fine in concreto commessi, pur rientrando nell'ambito delle attività proprie dell'associazione ed essendo finalizzati al rafforzamento di quest'ultima, non erano programmabili ab origine perchè legati a circostanze ed eventi contingenti ed occasionali o, comunque, non immaginabili dal reo al momento della costituzione dell'associazione - nel caso in cui il reo sia stato parte della volontà comune di costituire il soggetto a base collettiva - ovvero della successiva instaurazione del rapporto associativo fra persona fisica che i reati fine abbia commesso e preesistente associazione (in questo senso, cfr.: Sez. 5, n. 23370 del 14 maggio 2008, Pagliara, Rv. 240489; Sez. 1, n. 13609 del 22 marzo 2011, Bosti, Rv. 249930; Sez. 6, n. 13085 del 3 ottobre 2013, dep. 2014, Amato, Rv. 259481);

che l'ordinanza impugnata, caratterizzata da motivazione immune da vizi logici, ha fatto corretta applicazione al caso di specie di tali principi di diritto, avendo escluso, alla luce del contenuto delle sentenze di merito sopra indicate, l'esistenza di prova secondo cui al momento dell'instaurazione del rapporto associativo fra il ricorrente e il 'clan dei (OMISSIS)', risalente all'anno 2000, il primo potesse avere programmato, nelle sue linee essenziali, il delitto di estorsione da lui commesso circa dieci anni dopo ((OMISSIS));

che il ricorso, dai contenuti meramente confutativi, è dunque sul punto manifestamente infondato e, pertanto, inammissibile (art. 606 c.p.p., comma 3);

che è poi certamente vero che, come dal ricorrente dedotto, all'udienza camerale di discussione svoltasi il 3 luglio 2019 avanti il giudice dell'esecuzione, il difensore del ricorrente ha depositato 'sentenza della II Sezione appello relativa a C.M.' (tanto si legge nel verbale di tale udienza);

che è, però,altrettanto vero che il ricorrente nulla chiarisce al riguardo in questa sede quanto alla rilevanza di tale fatto processuale in funzione dell'accoglimento della propria domanda (quale sia il contenuto specifico della sentenza da lui depositata in riferimento all'applicazione della disciplina del reato continuato quanto ai delitti con tale sentenza accertati; quale sia la refluenza di tale accertamento sulla questione dedotta nel ricorso introduttivo dell'incidente di esecuzione definito dall'ordinanza impugnata), essendo precluso alla Corte di esaminare atti del processo diversi dal provvedimento giudiziale impugnato che non siano dal ricorrente specificamente indicati e da costui al ricorso allegati, con specifica allegazione delle ragioni per cui gli stessi avrebbero dovuto essere valutati dal giudice di merito in funzione della propria decisione sulla domanda a lui proposta dal ricorrente;

che il ricorso per cassazione è caratterizzato dal principio di autosufficienza, in base al quale è onere del ricorrente, che lamenti l'omessa o travisata valutazione di specifici atti processuali, provvedere alla trascrizione in ricorso dell'integrale contenuto degli atti medesimi, nei limiti di quanto già dedotto, perchè di essi è precluso al giudice di legittimità l'esame diretto, a meno che il fumus del vizio non emerga all'evidenza dalla stessa articolazione del ricorso (in questo senso, cfr., fra le altre: Sez. 1, n. 6112 del 22 gennaio 2009, Bouyahia, Rv. 243225; Sez. 5, n. 11910 del 22 gennaio 2010, Casucci, Rv. 246552; Sez. 6, n. 29263 del 8 (OMISSIS), Cavanna, Rv. 248192; Sez. 2, n. 20677 del 11 aprile 2017, Schioppo, Rv. 270071);

che il ricorrente ha dunque un peculiare onere di inequivoca individuazione e di specifica rappresentazione degli atti processuali ritenuti rilevanti in relazione alla doglianza dedotta (cfr. altresì, Sez. 4, n. 3360 del 16 dicembre 2009, dep. 2010, Mutti, Rv. 246499) ed a tale onere può essere prestato ossequio nelle forme di volta in volta più adeguate alla natura degli atti stessi (integrale esposizione e riproduzione nel testo del ricorso; allegazione in copia; precisa identificazione della collocazione dell'atto nel fascicolo d'ufficio del processo di merito; et similia);

che il ricorrente non ha assolto a tale specifico onere (nel ricorso non si evidenzia che allo stesso sono allegati documenti specifici rilevanti ai fini della decisione); con conseguente inammissibilità del ricorso sul punto specifico;

che dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso deriva la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali anticipate dallo Stato nel giudizio di cassazione e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 2000), al versamento di una somma di danaro alla Cassa delle ammende che stimasi equo determinare nella misura di tremila Euro (art. 616 c.p.p.).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.