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Testo del provvedimento

REATI TRIBUTARI


PROFITTO DEL REATO DI DICHIARAZIONE FRAUDOLENTA MEDIANTE USO DI FATTURE O ALTRI DOCUMENTI PER OPERAZIONI INESISTENTI




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 30 ottobre 2020, n.30206
MASSIMA
Non costituiscono il profitto del reato di cui all'art. 2 D.Lgs. n. 274 del 2000 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) le somme fittiziamente fatte pervenire ad una società per dare parvenza di effettività all'emissione, da parte della stessa, di fatture relative ad operazioni inesistenti, in quanto il profitto del predetto reato coincide con il risparmio di imposta che si ricava attraverso l'annotazione in contabilità e successiva indicazione delle anzidette fatture nelle prescritte dichiarazioni fiscali.
Pertanto, non trattandosi di somme di provenienza delittuosa non è configurabile né il reato di riciclaggio né la condotta illecita prevista dall'art. 12 quinquies D.L. n. 306 del 1992, conv. in legge n. 356 del 1992



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE - SENTENZA 30 ottobre 2020, n.30206 -
RITENUTO IN FATTO
1.II giudice per l'udienza preliminare di Nola emetteva una sentenza di proscioglimento ei confronti degli imputati ritenendo insussistenti i fatti di riciclaggio, reimpiego e favoreggiamento reale contestati. Il giudice riteneva che gli assegni che il coimputato accusato di avere emesso fatture inesistenti consegnava agli imputati a giustificazione degli importi fittizi non costituivano 'profitto' del reato fiscale, che doveva essere individuato nel risparmio di imposta; pertanto le condotte di 'gestione' di tali assegni (riconsegna tramite girata o sostituzione con assegni circolari) non potevano integrare né il reato di favoreggiamento reale, né quelli di riciclaggio e reimpiego, dato che tali illeciti avrebbero dovuto avere come oggetto il 'profitto' del reato fiscale.
2.Avverso tale sentenza proponeva impugnazione il pubblico ministero. L'impugnazione veniva presentata il 10 ottobre 2012 quando le doglianze avverso la sentenza di non luogo a procedere erano avanzabili solo attraverso il ricorso per cassazione. Con tale atto (qualificato dall'impugnante come appello, poi convertito dalla Corte distrettuale in ricorso per cassazione) si deduceva:
2.1. violazione di legge: non si contestava il fatto che il 'profitto' dei reati fiscali fosse individuabile solo nel risparmio di imposta, ma si insisteva per il riconoscimento della legittimità dell'inquadramento giuridico assegnato dalla procura essendo innegabile l'ausilio fornito dagli imputati alla consumazione degli illeciti tributari; con riguardo al reato di favoreggiamento si chiedeva la richiesta di dichiarazione di estinzione del reato per decorso del termine di prescrizione essendo il fatto sussistente ma prescritto.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile.
1.1. Il collegio rileva come sia incontestato che il profitto del reato previsto dall'art. 2 d.lgs 74 del 2000 sia costituito dal risparmio di imposta. In materia è stato affermato, con giurisprudenza che si condivide, che non costituiscono il profitto del reato di cui all'art. 2 D.Lgs. n. 274 del 2000 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) le somme fittiziamente fatte pervenire ad una società per dare parvenza di effettività all'emissione, da parte della stessa, di fatture relative ad operazioni inesistenti, in quanto il profitto del predetto reato coincide con il risparmio di imposta che si ricava attraverso l'annotazione in contabilità e successiva indicazione delle anzidette fatture nelle prescritte dichiarazioni fiscali. E che, pertanto non trattandosi di somme di provenienza delittuosa non è configurabile né il reato di riciclaggio né la condotta illecita prevista dall'art. 12 quinquies D.L. n. 306 del 1992, conv. in legge n. 356 del 1992 (Sez. 5, n. 36870 del 14/05/2013 - dep. 06/09/2013, P.M. in proc. Ragosta, Rv. 256945; per la stessa definizione di profitto in materia di sequestro preventivo: Sez. 3, n. 1657 del 27/09/2018 - dep. 15/01/2019, Di Giambattista Luca, Rv. 275474). Si tratta di un orientamento che si è consolidato anche attraverso la pronuncia che ha affermato che non integra il delitto di riciclaggio l'operazione consistita nel versamento sul proprio conto corrente di un assegno bancario giustificativo del pagamento di una fattura ed il successivo prelievo di una parte della somma versata con la restituzione all'emittente il titolo, funzionale ad ostacolare l'identificazione del delitto di fatture per operazioni inesistenti. La corte ha rilevato la carenza del presupposto per ritenere configurabile il delitto di riciclaggio e cioè la provenienza da delitto del denaro versato sul conto (Sez. 2, n. 41499 del 24/09/2013 - dep. 08/10/2013, Caldart, Rv. 257428)
1.2. Nel caso in esame il provvedimento impugnato rilevava correttamente che le condotte contestate non si risolveva né nella protezione del profitto (art. 379 cod. pen.), né nella manipolazione dello stesso a fini di dissimulazione o di reimpiego (art. 348 bis e 348 ter cod. pen.), essendo piuttosto funzionali a consentire la consumazione del reato previsto dall'art. 2 D.Igs n. 74 del 2000. La ipotetica riqualificazione delle condotte contestate in attività di concorso nel reato fiscale (che la giurisprudenza ritiene possibile: Sez. 3, n. 14815 del 30/11/2016 - dep. 27/03/2017, Palmiero, Rv. 269650) sarebbe tuttavia infruttuosa in quanto si tratta di fatti in relazione ai quali è decorso il termine di prescrizione. La decisione impugnata si presenta dunque legittima e si sottrae ad ogni censura in questa sede.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso.
Così deciso in Roma, il giorno 12 marzo 2020.