Giu Concessione temporanea occupazione suolo pubblico
CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 25 marzo 2022 N. 9775
Massima
In tema di concessione temporanea per l’occupazione di suolo pubblico in favore di un soggetto privato, con contestuale autorizzazione allo scavo, l’istanza del concessionario, con espressa assunzione dell’obbligo di rispettare anche gli impegni relativi allo scavo, sanzionati con clausola penale, recepita da un regolamento comunale, per il relativo inadempimento o ritardo nell’adempimento, cui faccia seguito il rilascio del provvedimento amministrativo che richiami detto obbligo, dà luogo ad una convenzione accessiva alla concessione validamente stipulata in forma scritta “ad substantiam”, in base alla disposizione di cui all’art. 17 del r.d. n. 2440 del 1923.

Casus Decisus
RILEVATO che Roma Capitale notificò ad A. S.p.A. – gestore del servizio di distribuzione dell’energia elettrica – un avviso con invito al pagamento di euro 93.000,00, a titolo di talune penali, previste dall’art. 26.5 del Regolamento comunale approvato con delibera n. 56 del 2002 (di seguito, “Regolamento Scavi stradali”) e relativo alla posa di canalizzazioni nel sottosuolo da parte dei gestori di impianti tecnologici, per la tardiva riconsegna di un’area pubblica oggetto di concessione di occupazione temporanea, funzionale alla riparazione di un guasto di rete. 1.1. – Avverso tale atto, A. S.p.A., quale mandataria di A. S.p.A., propose opposizione ai sensi dell’art. 22 della legge n. 689 del 1981 e, comunque, domanda di accertamento negativo circa la debenza di dette somme in favore dell’ente locale, che l’adito Tribunale di Roma rigettò con sentenza n. 17754/2011. 2. – Contro tale decisione A. S.p.A., nella qualità anzidetta, interponeva gravame che la Corte d’Appello di Roma, nel contraddittorio con Roma Capitale, respingeva con sentenza resa pubblica il 13 aprile 2017. 2.1. - In particolare, il secondo giudice, per quanto ancora rileva in questa sede, osservava che: a) “lo svolgimento di un rapporto sorto in virtù dell’emanazione di un provvedimento amministrativo di concessione (poteva) essere fonte di diritti e di obblighi di natura privatistica per il concessionario”; b) “in ogni caso l’ordinamento non (riteneva) ex se nulle le clausole contrattuali imposte dal contraente più forte per cui l’impossibilità di contrattarne il contenuto o di sottrarsi alla scelta netta tra l’accettare determinate clausole o rinunciare alla stipula dell’intero contratto, come nel caso in esame, non costitui(va) di per sé motivo di nullità o inefficacia della singola clausola”; c) “la pronuncia del Tar Lazio n. 3161/2011 che l’appellante richiama(va) a sostegno delle proprie tesi (...) non nega(va) anzi conferma(va) la ammissibilità di clausole penali nell’ambito del rapporto di tipo privatistico che lega l’amministrazione che autorizza e il soggetto autorizzato”; d) “nella specie, risultando dalla autorizzazione per apertura di cavi espressamente richiamate ed accettate le condizioni e gli obblighi del regolamento cavi e le penali ivi indicate (...) si (doveva) ritenere individuata la fonte negoziale della penale idonea a legittimarne la relativa applicazione”; e) la “censura inerente l’interpretazione dell’art. 26, n. 5 del Regolamento Cavi era parimenti infondata” sul rilievo per cui “la norma intende(va) punire il ritardo nella riconsegna dell’area occupata e non soltanto il ritardo nell’esecuzione dei lavori e nel ripristino dello stato dei luoghi”; f) l’art. 28 del successivo Regolamento comunale n. 260/2005, recante modifiche al Regolamento Cavi del 2002, aveva ad oggetto – in ragione del riferimento in esso racchiuso alla legge n. 3/2003 – “le sanzioni amministrative e non le civilistica oggetto del presente giudizio”; g) “al di là della fondatezza degli assunti del primo giudice sulla congruità della penale in ogni caso la parte non (aveva) fornito elementi su cui operare la richiesta riduzione”, difettando l’allegazione “di ulteriori circostanze” (collocazione dello scavo e dell’area di intervento, se periferica o meno), tali da consentire anche “di valutare i termini del disagio arrecato alla collettività”. 3. – Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione A. S.p.A. sanzioni di natura

Testo della sentenza
CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 25 marzo 2022 N. 9775