Giu Polizze unit linked e index linked
TRIBUNALE di PAOLA - SENTENZA 02 marzo 2022 N. 167
Massima
bbene, al fine di cogliere la reale natura dell’anzidetta polizza (a prescindere dal nomen iuris utilizzato), occorre accertare in quale misura la prestazione dovuta dall’assicuratore è correlata all'andamento dei mercati finanziari o, invece, ai versamenti eseguiti dall'assicurato e ad un evento attinente alla vita umana. Tali elementi determinano, infatti, in positivo o in negativo, la futura prestazione da erogare all'assicurato e da essi si desume l’effettiva natura giuridica - e la causa concreta - del contratto stipulato (ovvero se si tratta di una polizza vita o di un altro prodotto finanziario). Invero, come già rilevato, ai sensi del citato art. 1882 c.c., con il contratto di assicurazione sulla vita l'assicuratore si obbliga, verso il pagamento di un premio, a pagare all'assicurato un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana. L'art. 1, comma 1, lett. u), del Testo unico della finanza (ovvero del d.lgs. n. 58 del 1998) definisce, invece, prodotti finanziari “gli strumenti finanziari e ogni altra forma di investimento di natura finanziaria". Dunque, la differenza tra le polizze vita cosidette "pure" e gli strumenti finanziari denominati "polizze vita" appare decisamente netta, in quanto mentre per le prime l'investimento è stabile, essendo finalizzato alla conservazione del capitale, per le seconde è soggetto alle fluttuazioni, in positivo e in negativo, del benchmark, senza garanzie di rendimenti minimi. In altri termini, la caratteristica principale delle polizze linked è la mancanza della garanzia di restituzione del capitale alla scadenza contrattuale e, quindi, il rischio di perdere, in parte o del tutto, i premi versati. Se, infatti, le polizze sulla vita rappresentano un prodotto che deve garantire, perlomeno,
la restituzione del capitale versato incrementato di un rendimento anche solo minimo; al contrario, le polizze vita linked, indipendentemente dal nomen iuris attribuito, costituiscono un investimento che ha ad oggetto la performance - fortemente altalenante - dello strumento finanziario acquistato, ribaltando, in tal modo, il rischio totalmente a carico dell'assicurato e facendolo dipendere, non dal fattore vita o morte dello stesso, ma dall'andamento delle fluttuazioni del mercato. Si tratta, quindi, di un prodotto ad elevato rischio finanziario posto a carico del cliente, le cui caratteristiche non possono ricondursi all'alveo dei contratti di assicurazione sulla vita, ma, piuttosto, vanno sussunte nell'ampia categoria degli strumenti finanziari. Nel contratto di assicurazione, infatti, il rischio è sempre e solo a carico dell'assicuratore, mentre nelle polizze linked l'aleatorietà dei fondi o del titolo di investimento e l'imprevedibilità delle fluttuazioni del mercato sposta il rischio interamente a carico dell'assicurato. Pertanto, quando una polizza vita non è collegata ad un evento attinente alla vita umana, ma, al contrario, è ancorata al valore di titoli azionari, allora il rapporto non può che rientrare nella previsione della sopracitata lett. u) dell'art. 1, comma 1, del T.U.F. (ovvero nell’ambito dei prodotti finanziari indicati da tale norma), integrando, in concreto, un vero e proprio contratto finanziario (con conseguente applicazione della disciplina dettata in tema di intermediazione finanziaria). Ciò, comunque, non senza precisare che, in ogni caso, al contratto a causa mista (laddove possa ravvisarsi anche una debole causa assicurativa-previdenziale) deve applicarsi la disciplina del rapporto prevalente. Ebbene, nel caso in cui le somme corrisposte dall'assicurato a titolo di premio sono versate in fondi di investimento interni o esterni all'assicuratore (polizze unit linked) o collegate all’andamento di uno strumento finanziario
(polizza index linked) ed, alla scadenza del contratto o al verificarsi dell'evento in esso dedotto, l'assicuratore è tenuto a corrispondere all'assicurato una somma pari al valore delle quote del fondo mobiliare (polizza unit linked) o al valore dell’indice di riferimento (polizze index linked), il giudice di merito deve interpretare il contratto (interpretazione non censurabile in sede di legittimità se congruamente e logicamente motivata – cfr. al riguardo, ex plurimis, anche di recente Cass. civ. sez. III del 15.11.2019 n. 29712) al fine di stabilire se esso, al di là del nomen iuris attribuitogli, configuri una polizza assicurativa sulla vita (in cui il rischio avente ad oggetto un evento dell'esistenza dell'assicurato è assunto dall'assicuratore) oppure concreti un investimento in uno strumento finanziario (in cui il rischio è, invece, addossato all'assicurato) (cfr. in proposito, Cass. civ. n. 6061/2012).

Casus Decisus
Con atto di appello, notificato il 28.04.2017 e depositato l’8.05.2017, la società Poste (omissis) ha impugnato la sentenza n. 274/2017, depositata il 23.02.2017 e non notificata, con cui il Giudice di pace di Paola, nell’accogliere la domanda proposta da T.A., l’ha condannata al pagamento, in favore di quest’ultimo, delle somme derivanti dal contratto n. 50003366911 (denominato polizza di assicurazione sulla vita 11 & Più) stipulato, in data 8.03.2006, da C. G. in favore dello stesso T. A., oltre interessi legali dalla domanda sino al soddisfo, con compensazione integrale delle spese di lite. La società appellante ha censurato la sentenza gravata nella parte in cui il giudice di prime cure ha ritenuto che l’anzidetto contratto avesse natura finanziaria, anziché assicurativa, con la conseguente applicazione della prescrizione ordinaria decennale, in luogo di quella biennale di cui all’art. 2952 c.c., come modificato dalla legge n. 166/2008. Ha, infatti, rilevato che il contratto di assicurazione sulla vita non ha natura indennitaria (come nel caso di assicurazione contro i danni), ma previdenziale, e la circostanza che sia collegato (come nella specie) a differenti meccanismi di indicizzazione di mercato non può determinare, di per sé, la natura finanziaria dello stesso, anche alla luce dell’assenza, nella fattispecie in esame, di qualsivoglia rischio finanziario posto a carico dell’assicurato (tenuto conto di quanto previsto dall’art. 9 delle condizioni generali). Inoltre, ha impugnato la sentenza gravata nella parte in cui il giudice di prime cure ha omesso qualsivoglia pronuncia sulla domanda con cui la stessa società aveva richiesto che, nella denegata ipotesi di condanna al pagamento delle somme richieste da T. A., fosse dichiarato che tali somme non erano dovute al Fondo istituito presso il MEF. Ha, infatti, dedotto di aver provveduto, in quanto obbligata ex lege, al versamento delle predette somme presso il sopraindicato Fondo, trattandosi di importi non reclamati dal soggetto beneficiario entro il termine biennale di prescrizione, anche dando atto che l’omesso adempimento di tale obbligo avrebbe comportato l’applicazione, a carico della stessa appellante, di una multa tra il 120% ed il 240% dell’importo non versato. Altresì, ha contestato la sentenza impugnata nella parte in cui il precedente giudicante non ha ravvisato la corresponsabilità della controparte nella causazione del danno lamentato (stante il negligente tardivo inoltro della richiesta di liquidazione) e, quindi, non ha provveduto, ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., alla riduzione dell’importo richiesto. Pertanto, Poste (omissis). ha richiesto: - in via principale, di accertare la natura assicurativa del contratto oggetto di causa e, quindi, di accertare e dichiarare l’intervenuta prescrizione del credito azionato da T. A., rigettando, per l’effetto, la domanda da lui proposta; - conseguentemente, di condannare l’appellato alla restituzione dell’importo, pari ad € 4.120,00, nelle more versato in adempimento della sentenza impugnata, oltre interessi legali dalla ricezione (ovvero dalla data del 7.04.2017) al saldo effettivo; - in via subordinata, nella denegata ipotesi di condanna della stessa appellante al pagamento delle somme richieste in virtù del contratto oggetto di causa, di dichiarare tali somme non dovute al Fondo istituito presso il MEF; - ed, ancora, in via gradata, di accertare e dichiarare il concorso colposo di T. A. nella causazione del danno lamentato e, per l’effetto, ridurre, ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., le somme da lui richieste in misura proporzionale al suo grado di colpa; - con vittoria delle spese e compensi del doppio grado di giudizio. Con comparsa, depositata all’udienza di prima trattazione tenuta il 15.03.2018, si è costituito in giudizio T.A., difeso dall'Avv. Matteo Simone Abramo del Foro di Paola, il quale, nell’impugnare quanto ex adverso dedotto e richiesto, ha rappresentato che, in data 8.03.2006, il nonno C. G. ha stipulato con Poste (omissis) la polizza vita index linked denominata “11 & Più”, contrassegnata dal n. (omissis). C. G. è, poi, deceduto in data 24.03.2010 e l’appellato, venuto a conoscenza di essere stato indicato beneficiario del predetto contratto, ha richiesto la liquidazione del premio versato dal proprio dante causa. Dunque, nel condividere l’iter argomentativo-motivazionale della sentenza gravata, ha dedotto che il giudice di prime cure, in modo del tutto corretto, ha rilevato la natura finanziaria e/o prevalentemente finanziaria rispetto alla componente assicurativa del prodotto “11 & Più” oggetto del contratto sottoscritto da C. G., con conseguente applicabilità della prescrizione decennale del diritto di credito azionato, in luogo di quella biennale di cui all’art. 2952 c.c.. Ha rilevato, infatti, che le polizze vita index linked, contrariamente alle polizze vita di natura assicurativa, contengono una connotazione prettamente finanziaria, essendo il loro rendimento agganciato ad un’attività finanziaria sottostante, ovvero ad indici di riferimento, cui viene connessa la posizione del contraente/beneficiario che la subisce in termini di guadagni e/o perdite. Inoltre, il fattore rischio nelle polizze vita tradizionali è assunto dall’assicuratore, mentre in quelle linked è trasferito all’assicurato. Infatti, il contratto di assicurazione si caratterizza per l’assunzione, da parte della compagnia di assicurazione, tanto del rischio demografico, quanto di quello finanziario, atteso che all’assicurato viene sempre garantita una determinata prestazione a prescindere dai risultati della gestione finanziaria; mentre nelle polizze linked la variabilità degli indici di riferimento introduce un elemento di incertezza nel rapporto contrattuale, in cui non solo il quantum della prestazione cui è tenuto l’assicuratore è variabile, ma, in alcuni casi, anche l’an risulta incerto; sicché tali polizze non possono definirsi prodotti assicurativi poiché non perseguono l’obiettivo previdenziale finalizzato all’accumulo del capitale, essendo il rischio posto a carico dell’assicurato. In tali contratti, invero, prevale l’obiettivo di investimento in una prospettiva speculativa e con una funzione finanziaria, in contrasto con la causa del contratto di assicurazione sulla vita, la quale è incompatibile, di per sé, con l’esposizione del capitale assicurato ad un rischio finanziario. Quindi, le polizze index linked non perseguono una funzione assicurativa previdenziale, essendo prevalente la funzione finanziaria speculativa (anche alla luce di quanto espressamente previsto nell’art. 4 della scheda sintetica del contratto oggetto di causa). Pertanto, T. A. ha richiesto di dichiarare l’atto di gravame inammissibile ed infondato e, per l’effetto, di rigettarlo, con conferma integrale della sentenza impugnata e vittoria delle spese del doppio grado di giudizio da distrarre ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore antistatario per dichiarato anticipo. Nel corso del giudizio non è stata espletata alcuna attività istruttoria; quindi, all’udienza del 9.11.2021 (tenuta secondo le modalità della trattazione scritta di cui all’art. 83, comma 7, lett. h, del decreto legge n. 18/2020, convertito con modificazioni nella legge n. 27/2020), le parti, mediante il deposito di note, hanno precisato le conclusioni insistendo nell’accoglimento delle richieste formulate nei rispettivi scritti difensivi. La causa, pertanto, è stata trattenuta in decisione con la concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c. per il deposito degli atti conclusionali.

Testo della sentenza
TRIBUNALE di PAOLA - SENTENZA 02 marzo 2022 N. 167 Dott.ssa Simona Scovotto

Preliminarmente, va precisato che deve ritenersi formato il giudicato interno (con esonero di questo giudice da qualsivoglia delibazione) rispetto a tutto quanto richiesto nel primo grado di giudizio e non oggetto di appello (principale o incidentale), né di specifica riproposizione (secondo quanto previsto dall’art. 346 c.p.c.), né, altresì, dipendente dai capi della sentenza specificamente impugnati (alla luce di quanto disposto dagli artt. 329 e 336 c.p.c.). Tanto anche considerate le deduzioni con cui la società appellante (negli scritti conclusionali ex art. 190 c.p.c.) ha rilevato che T.A., costituendosi in giudizio (peraltro con il deposito della relativa comparsa solo alla prima udienza di trattazione), non ha spiegato appello incidentale (o, comunque, proposto specifica reiterazione ex art. 346 c.p.c.) in ordine ad alcune domande già formulate nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado e non accolte dal giudice di prime cure, oltre che rispetto alle statuizioni adottate circa il regolamento delle spese di lite. In particolare, relativamente alle domande disattese e non riproposte mediante appello incidentale, ha richiamato quelle con cui l’appellato ha richiesto, in via subordinata (ovvero nella denegata ipotesi di mancato accoglimento delle domande proposte in via principale), la declaratoria della nullità e/o annullabilità del contratto oggetto di causa e, per l’effetto, la condanna della società Poste (omissis) sia alla restituzione delle somme, pari ad € 4.000,00, versate da C. G. contestualmente alla stipula dello stesso contratto, sia al risarcimento dei danni subiti ai sensi degli artt. 1175, 1176 e 1228 c.c., da quantificare in via equitativa o nella diversa somma accertata in corso di causa o ritenuta dovuta, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria sino al soddisfo. Ebbene, si tratta di deduzioni meritevoli di plauso, tenuto conto che, come chiarito in sede giurisprudenziale, qualora un'eccezione (o una domanda) di merito sia stata ritenuta infondata dal giudice di primo grado (come nel caso di specie) attraverso un'enunciazione espressa o indiretta, ma che sottenda, in modo chiaro ed inequivoco, la valutazione di infondatezza, la devoluzione al giudice d'appello della sua cognizione, da parte del convenuto rimasto vittorioso rispetto all'esito finale della lite, esige la proposizione, da parte di quest’ultimo, dell'appello incidentale regolato dall'art. 342 c.p.c., non essendo sufficiente la mera riproposizione ai sensi dell’art. 346 c.p.c. (cfr. in tal senso Cass. civ. sez. un. del 12.05.2017 n. 11799). Non può, infatti, farsi a meno di rilevare che, nella fattispecie in esame, ilgiudice di prime cure, nel rilevare l’autonomia del diritto vantato dall’odierno appellato (quale beneficiario) rispetto al contratto stipulato dal proprio dante causa, C. G., ha, altresì, evidenziato l’impossibilità del soggetto beneficiario (in quanto terzo) di far valere l’invalidità e/o la risoluzione del contratto sotteso alle pretese azionate (da ritenersi circoscritte al solo diritto ad ottenere dall’assicuratore il riscatto delle somme dovute in virtù del medesimo contratto), con la conseguente inammissibilità delle anzidette domande proposte in via subordinata dall’allora attore, odierno appellato.
Considerato l’oggetto del contendere è opportuno, in via preliminare, ricordare che il contratto di assicurazione, a norma dell’art. 1882 c.c., è il contratto con il quale l'assicuratore, verso il pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l'assicurato, entro i limiti convenuti, del danno prodotto da un sinistro ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana. Da ciò consegue la bipartizione dei contratti di assicurazione contro i danni e sulla vita, in quanto il primo risulta caratterizzato dalla previsione di un sinistro ed il rapporto assicurativo ha uno scopo indennitario; mentre, il secondo è caratterizzato dalla previsione di un “evento attinente alla vita umana” in un’ottica di risparmio e capitalizzazione (cfr. in questo senso, tra le altre, Cass. civ. sez. III n. 1941/1971). Tuttavia, negli ultimi anni si sono diffusi accanto ai classici contratti di assicurazione dei nuovi prodotti assicurativo- finanziari, ovvero dei contratti nei quali la prestazione posta a carico dell'assicuratore non è predeterminata (ovvero corrispondente alla corresponsione di un capitale od una rendita al verificarsi dell'evento morte o della sopravvivenza), ma varia in base alle fluttuazioni di titoli di credito, quote di fondi di investimento, indici o altri valori di riferimento. Nella specie, tali ultimi contratti corrispondono alle cosiddette polizze unit ed index linked in cui il rendimento (e dunque la prestazione dell'assicuratore) è legata al rendimento di un fondo comune di investimento (unit linked) o ad un indice finanziario (index linked).

Orbene, posto quanto sopra, il fulcro della vertenza in esame consiste nel verificare la natura giuridica del contratto di assicurazione sulla vita di tipo index linked, denominato “11 & Più”, stipulato da C. G. con la società Poste (omissis). ed, in particolare, accertare se si tratta di una polizza vita (ancorché con prestazioni collegate ad indici o ad altri valori di riferimento) oppure di un contratto finanziario avente una funzione di investimento, con la conseguente applicabilità, in tale ultima ipotesi, del termine ordinario decennale di prescrizione, in luogo di quello biennale specificamente previsto rispetto ai contratti di assicurazione dall’art.
2952 c.c. (richiamato dalla società appellante). Ebbene, al fine di cogliere la reale natura dell’anzidetta polizza (a prescindere dal nomen iuris utilizzato), occorre accertare in quale misura la prestazione dovuta dall’assicuratore è correlata all'andamento dei mercati finanziari o, invece, ai versamenti eseguiti dall'assicurato e ad un evento attinente alla vita umana. Tali elementi determinano, infatti, in positivo o in negativo, la futura prestazione da erogare all'assicurato e da essi si desume l’effettiva natura giuridica - e la causa concreta - del contratto stipulato (ovvero se si tratta di una polizza vita o di un altro prodotto finanziario). Invero, come già rilevato, ai sensi del citato art. 1882 c.c., con il contratto di assicurazione sulla vita l'assicuratore si obbliga, verso il pagamento di un premio, a pagare all'assicurato un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana. L'art. 1, comma 1, lett. u), del Testo unico della finanza (ovvero del d.lgs. n. 58 del 1998) definisce, invece, prodotti finanziari “gli strumenti finanziari e ogni altra forma di investimento di natura finanziaria". Dunque, la differenza tra le polizze vita cosidette "pure" e gli strumenti finanziari denominati "polizze vita" appare decisamente netta, in quanto mentre per le prime l'investimento è stabile, essendo finalizzato alla conservazione del capitale, per le seconde è soggetto alle fluttuazioni, in positivo e in negativo, del benchmark, senza garanzie di rendimenti minimi. In altri termini, la caratteristica principale delle polizze linked è la mancanza della garanzia di restituzione del capitale alla scadenza contrattuale e, quindi, il rischio di perdere, in parte o del tutto, i premi versati. Se, infatti, le polizze sulla vita rappresentano un prodotto che deve garantire, perlomeno,
la restituzione del capitale versato incrementato di un rendimento anche solo minimo; al contrario, le polizze vita linked, indipendentemente dal nomen iuris attribuito, costituiscono un investimento che ha ad oggetto la performance - fortemente altalenante - dello strumento finanziario acquistato, ribaltando, in tal modo, il rischio totalmente a carico dell'assicurato e facendolo dipendere, non dal fattore vita o morte dello stesso, ma dall'andamento delle fluttuazioni del mercato. Si tratta, quindi, di un prodotto ad elevato rischio finanziario posto a carico del cliente, le cui caratteristiche non possono ricondursi all'alveo dei contratti di assicurazione sulla vita, ma, piuttosto, vanno sussunte nell'ampia categoria degli strumenti finanziari. Nel contratto di assicurazione, infatti, il rischio è sempre e solo a carico dell'assicuratore, mentre nelle polizze linked l'aleatorietà dei fondi o del titolo di investimento e l'imprevedibilità delle fluttuazioni del mercato sposta il rischio interamente a carico dell'assicurato. Pertanto, quando una polizza vita non è collegata ad un evento attinente alla vita umana, ma, al contrario, è ancorata al valore di titoli azionari, allora il rapporto non può che rientrare nella previsione della sopracitata lett. u) dell'art. 1, comma 1, del T.U.F. (ovvero nell’ambito dei prodotti finanziari indicati da tale norma), integrando, in concreto, un vero e proprio contratto finanziario (con conseguente applicazione della disciplina dettata in tema di intermediazione finanziaria). Ciò, comunque, non senza precisare che, in ogni caso, al contratto a causa mista (laddove possa ravvisarsi anche una debole causa assicurativa-previdenziale) deve applicarsi la disciplina del rapporto prevalente. Ebbene, nel caso in cui le somme corrisposte dall'assicurato a titolo di premio sono versate in fondi di investimento interni o esterni all'assicuratore (polizze unit linked) o collegate all’andamento di uno strumento finanziario
(polizza index linked) ed, alla scadenza del contratto o al verificarsi dell'evento in esso dedotto, l'assicuratore è tenuto a corrispondere all'assicurato una somma pari al valore delle quote del fondo mobiliare (polizza unit linked) o al valore dell’indice di riferimento (polizze index linked), il giudice di merito deve interpretare il contratto (interpretazione non censurabile in sede di legittimità se congruamente e logicamente motivata – cfr. al riguardo, ex plurimis, anche di recente Cass. civ. sez. III del 15.11.2019 n. 29712) al fine di stabilire se esso, al di là del nomen iuris attribuitogli, configuri una polizza assicurativa sulla vita (in cui il rischio avente ad oggetto un evento dell'esistenza dell'assicurato è assunto dall'assicuratore) oppure concreti un investimento in uno strumento finanziario (in cui il rischio è, invece, addossato all'assicurato) (cfr. in proposito, Cass. civ. n. 6061/2012).
Orbene, fatte tali debite premesse ed esaminato il testo del contratto per cui è causa, si ritiene (in conformità a quanto già dedotto dal precedente giudicante) che esso, sebbene definito “contratto di assicurazione sulla vita”, configuri, in realtà, un prodotto finanziario caratterizzato da un’indubbia finalità di investimento.

[...]

Dunque, è di palmare evidenza, tenuto conto dei principi soprarichiamati, che la polizza per cui è causa è contraddistinta da una funzione di investimento e non previdenziale (o, quantomeno, da una funzione di investimento sicuramente preponderante rispetto a quella previdenziale, del tutto affievolita). Infatti, le prestazioni sono collegate, direttamente ed esclusivamente, all’andamento del titolo nel quale il premio versato dall'assicurato è stato investito (e non alla morte o ad un altro evento della vita umana); il rischio dell’andamento di tale titolo è posto esclusivamente a carico del contraente; non è prestata alcuna garanzia, nel caso di versamento della prestazione assicurativa alla scadenza del contratto, di rendimento minimo o di rimborso del capitale. Né può ritenersi che tale garanzia sia stata contemplata in riferimento all’ipotesi di decesso dell’assicurato prima della scadenza del contratto. In tal caso, infatti, l’integrazione dell’importo liquidabile sino alla concorrenza del premio versato (se inferiore) non è, comunque, idonea a rendere prevalente la natura previdenziale del contratto rispetto a quella speculativa. Tale integrazione (prevista, comunque, nel solo caso di decesso dell’assicurato) consente, in ogni caso, di ottenere, al più, un importo pari al premio versato, senza garantire alcun minimo rendimento ed, altresì, è prevista nel limite massimo di € 5.000,00 (sempre nel caso di richiesta di liquidazione pervenuta dopo la data del 18.04.2006, spettando, altrimenti, il solo premio versato). Inoltre, anche nel caso della morte dell'assicurato, la somma da corrispondere al
soggetto beneficiario è calcolata sulla base di presupposti identici rispetto alla scadenza del contratto (ovvero l’andamento del titolo finanziario), sicché alcun effettivo rischio è posto a carico della compagnia assicurativa. Dunque, la componente assicurativa del prodotto in esame è meramente figurativa e consiste, fondamentalmente, in un meccanismo che concorre a determinare il momento nel quale l'investitore potrà ottenere il capitale investito, gli eventuali guadagni, il capitale decurtato delle perdite ovvero solo l’importo di € 5.000,00 a titolo di integrazione del capitale, ove le perdite siano superiori (cfr. in tal senso, tra le altre, Tribunale Pisa, n.760 del 2.10.2018). In altri termini, la causa essenzialmente previdenziale che caratterizza generalmente il contratto di assicurazione non è rinvenibile nella fattispecie in esame, in quanto è contemplata la mera corresponsione dell'eventuale frutto di un investimento, particolarmente rischioso ed aleatorio, collegato ad un prodotto finanziario, con una finalità esclusivamente (o, comunque, prevalentemente) speculativa ed aleatoria (cfr. in proposito, tra le
altre, Tribunale Bologna, sez. III, n. 356 del 20.02.2017). Inoltre, quanto rilevato trova conferma nelle pronunce della giurisprudenza di legittimità con cui è stato ribadito che il contratto di assicurazione sulla vita ricorre solo qualora sussista la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza (nella specie insussistente), dovendosi, altrimenti, considerare come un investimento finanziario (cfr. in tale senso Cass. civ. sez. III n. 10333 del 30.04.2018, nonché di
recente Cass. civ. sez. II del 22.10.2021 n. 29583, in motivazione, con cui è stato rilevato: “Si deve dare inoltre per acquisito che la polizza stipulata dal de cuius aveva contenuto finanziario. Per polizze vita a contenuto finanziario si intendono le polizze in cui la componente vita e di investimento risulta preponderante rispetto a quella demografica-previdenziale tipica delle polizze di assicurazioni sulla vita c.d. "tradizionali" di cui all'art. 1882 c.c. Senza che sia minimamente necessario approfondire la tematica, ai fini che interessano in questa sede, è sufficiente il rilievo che, nelle polizze di tipo classico, l'assicurato mira generalmente a garantire la disponibilità di una somma a familiari ovvero a terzi al momento della propria morte ed il rischio di perdita del capitale è pari a zero, essendo predeterminato l'importo da erogare al contraente o al beneficiario alla scadenza del contratto. Invece, nelle polizze a contenuto finanziario, al posto dell'obbligo restitutorio in capo all'impresa di assicurazione, viene conferito una sorta di mandato di gestione del denaro investito e l'investitore matura il diritto al mero risultato di gestione che quindi varia in base a una serie di fattori: l'andamento del mercato, dei titoli investiti, eccetera. Il riferimento è in particolare alle polizze unit e index
linked, il cui rendimento, nel primo caso, è parametrato all'andamento di fondo comuni di investimento e, nel secondo, ad indici di vario tipo, generalmente titoli azionari. L'elemento caratterizzante tale tipologie di polizze è dunque il rischio finanziario, che, nelle così dette linked "pure" grava interamente sull'assicurato, poiché la compagnia non garantisce né la restituzione del capitale, né eventuali rendimenti minimi”). Parimenti, quanto osservato è stato confermato dalla giurisprudenza di merito intervenuta sul tema (cfr., ex multis, Tribunale Genova sez. II n. 1400 del 17.05.2018, secondo cui “Costituisce strumento di investimento
(senza alcuna funzione assicurativa), con conseguente applicazione della disciplina finanziaria il contratto che consiste nel pagamento di un premio al fine di ottenere, alla scadenza del termine del contratto, ovvero alla morte dell’assicurato, la riscossione di un importo in denaro costituito dal premio complessivamente versato e rivalutato nel tempo, in cui l’entità della somma che verrà restituita dipende ed è strettamente connessa ad un andamento in alcun modo dipendente da un evento della vita del soggetto, ma unicamente correlato al valore della quota dei fondi interni mobilitanti (unit) nel quale le somme risultano investite, che a loro volta costituiscono innegabilmente strumenti finanziari. In tali strumenti la causa assicurativa assume un valore pressoché inesistente, tenendo conto che nessun rischio riconducibile tipicamente alla assicurazione sulla vita viene ad incidere sulla posizione della banca e che pertanto il rischio di performance è per intero addossato all’assicurato”).
Peraltro, priva di rilievo (tenuto conto dell’oggetto del thema decidendum) è la circostanza, dedotta dalla società appellante, dell’inapplicabilità nella fattispecie in esame dell’art. 1, lett. w bis, del T.U.F., introdotto dal d.lgs n. 303 del 29.12.2006, trattandosi di un contratto concluso prima dell’entrata in vigore di tale norma, che contempla espressamente i prodotti finanziari emessi da imprese di assicurazione nell'ambito della disciplina dell'intermediazione finanziaria.
Va, infatti, rilevato, in primo luogo, che, anche prima di tale modifica normativa, i prodotti finanziari emessi da imprese di assicurazione potevano entrare a pieno titolo tra gli strumenti finanziari ed ogni altra forma di investimento di natura finanziaria di cui alla soprarichiamata lett. u) dell'art. 1, comma 1, del T.U.F.; nonchè, comunque, il contrasto sorto in giurisprudenza in merito all’applicabilità della disciplina in tema di intermediazione finanziaria anche ai contratti assicurativi con funzione finanziaria stipulati prima dell’entrata in vigore dell’anzidetta norma è essenzialmente emerso al fine di individuare l’operatività o meno, anche relativamente a tali contatti, degli obblighi di informazione previsti dagli artt. 21 e 23 T.U.F. alla luce di quanto disposto dall’art. 25 bis dello stesso testo normativo (al fine di porre l’osservanza di tali obblighi a carico dell'assicuratore, allo stesso modo dell'intermediario finanziario, a pena di nullità del contratto). Ebbene, nel caso di specie, a nulla rileva l’effettiva operatività o meno di detti obblighi di informazione, tenuto conto di quanto sopra osservato in ordine alle domande di nullità e/o annullabilità del contratto e di risarcimento danni ex artt. 1175, 1176 e 1228 c.c. proposte dall’odierno appellato nel primo grado di giudizio (si ribadisce, esulanti dal thema decidendum del presente gravame).
Quindi, esclusa la ricorrenza nella fattispecie in esame di un contratto di assicurazione (per le motivazioni sinora esplicitate), ne consegue la mancata applicazione della prescrizione biennale di cui all’art. 2952 c.c. e, per converso, l’operatività di quella ordinaria decennale prevista dall’art. 2946 c.c. (come correttamente statuito dal giudice di prime cure). Come noto, la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, ovvero dal
momento in cui si ha l’effettiva possibilità legale di esercitare il diritto. Dunque, per tutte le polizze vita, la premorienza dell'assicurato rispetto alla scadenza naturale della polizza comporta il verificarsi dell'evento a decorrere dal quale il diritto può essere fatto valere (cfr. in tal senso Tribunale Bologna n. 356/2017 già citato). Orbene, nel caso di specie, essendosi verificato il decesso dell’assicurato C. G. in data 24.03.2010, il diritto del beneficiario (odierno appellato) si sarebbe prescritto solo in data 24.03.2020, ovvero in un momento successivo sia alla domanda di riscossione del premio ricevuta dalla società appellante il 4.03.2013, sia all’introduzione del giudizio di primo grado avvenuta mediante la notifica del relativo atto di citazione il 13.06.2016. E’, quindi, infonda l’eccezione di prescrizione sollevata dalla società Poste (omissis). 
Rispetto, invece, alla domanda con cui l’appellante ha richiesto la declaratoria della mancata debenza delle somme versate al Fondo istituito presso il MEF, non può farsi a meno di rilevare che alcuna statuizione può essere, in ogni caso, adottata relativamente ad un soggetto estraneo al presente giudizio (e, prima ancora, a quello di primo grado). Invero, qualsivoglia pronuncia implicante la condanna di tale Fondo alla ripetizione delle somme riscosse (o, comunque, ad
essa propedeutica) è inibita dalla mancata sua partecipazione al giudizio, nonché giova rilevare che il versamento delle somme afferenti il contratto per cui è causa in favore del medesimo Fondo è, comunque, avvenuto da parte di Poste (omissis) sulla base dell’errata considerazione dell’intervenuta prescrizione biennale del diritto del soggetto beneficiario a reclamare i medesimi importi.
Parimenti, alla luce di quanto sinora osservato, va disattesa la domanda con cui l’appellante ha richiesto l’accertamento di un concorso di colpa dell’appellato e la consequenziale riduzione delle somme a lui spettanti ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c.. Invero, nel caso di specie non si discute di risarcimento del danno (come richiesto dall’anzidetta norma), ma di riscossione di importi dovuti in virtù di un contratto finanziario e, comunque, alcuna condotta colposa (anche
alla luce del compendio probatorio in atti) può essere imputata a T. A.. Dunque, le asserzioni prospettate dall’appellante (secondo cui la controparte avrebbe negligentemente richiesto la liquidazione delle somme dovute in modo tardivo) sono prive di plauso e non supportate da alcun riscontro probatorio.
In ragione, pertanto, di quanto esposto, l’appello va rigettato, con la conferma integrale della sentenza gravata.
Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza ex art. 91 c.p.c., [...]

P.Q.M.

Il Tribunale di Paola, in composizione monocratica, definitivamente decidendo in grado di appello nella causa civile iscritta al R.G. n. 732/2017, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:

1. rigetta l’appello proposto da Poste (omissis)., in persona del legale rappresentate p.t., e, per l’effetto, conferma la sentenza n. 274/2017 emessa dal Giudice di Pace di Paola in data 14.02.2017 e depositata il 23.02.2017;
2. condanna Poste (omissis)., in persona del legale rappresentate p.t., alla rifusione, in favore di T. A., delle spese del presente grado di appello;
3. dà atto che, per effetto del rigetto dell’appello, sussistono i presupposti di cui all’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 30.5.2002 per il versamento da parte della società Poste(omissis)., in persona del legale rappresentante p.t., di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per l’impugnazione.