Giu Ricorso in cassazione e ragionamento ermeneutico
Corte di Cassazione sez. 1 - 01 luglio 2022 N. 21059
Massima
la censurabilità per cassazione dell'errore ermeneutico imputato alla decisione di merito, oltre ad ubbidire a regole di stretta impostazione che si concretano nel duplice postulato dell'enunciazione del criterio di legge asseritamente violato e dell'indicazione del punto e del modo in cui ne sarebbe avvenuta la violazione da parte del giudice gravato, non può risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata – e la tesi della ricorrente proprio a ciò mette capo – poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile, ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l'interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l'altra e che quella da essa proposta non abbia trovato il gradimento del giudicante (Cass., Sez. I, 27/06/2018, n. 16987; Cass., Sez. III, 28/11/2017, n. 28319; Cass., Sez. IV, 15/11/2013, n. 25728).

ciò per vero si coglie d'altronde la peculiarità del ragionamento ermeneutico che è attività strettamente riservata al giudice di merito, in quanto è solo il giudice del merito che, attraverso la cognizione del fatto sostanziale portato al suo esame, per come esso prende forma e si schiarisce nel contraddittorio delle parti, può ricostruire la comune intenzione trafusa dalle parti nel regolare contrattualmente i propri interessi. E questo fa si che l'accertamento di fatto a cui in tal modo procede il giudice di merito goda in sede di legittimità di una tutela rafforzata, rendendosi esso infatti censurabile per violazione di legge solo nei ristretti limiti ricordati ovvero per intenderci quando il ragionamento ermeneutico che ha luogo in quella sede si mostri viziato in un punto preciso di esso perché in conflitto con uno degli indici legali di interpretazione. Ma se una tale violazione non si rende in concreto riconoscibile perché le contestazioni che a detto ragionamento si muovono intendono solo vedere accolta un'interpretazione diversa da quella fatta propria dalla decisione impugnata, ecco allora che quei limiti vengono trascesi e la critica che prende forma in quelle contestazioni si risolve in una critica di fatto, come tale non esaminabile in questa sede.

Casus Decisus
La (omissis)., già affidataria per conto dell'AUSL 2 dell'Umbria del servizio di lavanolo, ricorre per cassazione avverso la sentenza 176/2016 del 12.4.2016 con la quale la Corte d'Appello di Perugia, respingendone il gravame, ha confermato la revoca, già deliberata in prima istanza, del decreto ingiuntivo ottenuto dall'odierna ricorrente al fine della corresponsione del conguaglio stabilito dall'art. 30 del capitolato d'appalto nel caso in cui il noleggio ed il ricondizionamento della biancheria fosse risultato pari o superiore al 18% del quantitativo giornaliero previsto per ogni paziente nella misura di 2,500 kg. Nel rigettare il proposto atto di gravame la Corte d'Appello ha nuovamente sconfessato l'interpretazione ricorrente della citata clausola negoziale, in grazia della quale il maggior compenso avrebbe dovuto essere riconosciuto sull'intero quantitativo di biancheria eccedente i 2,500 kg., ritenendo al contrario remunerabili solo i quantitativi pari o superiori al 18% rispetto alla soglia indicata; ed in questa guisa ha perciò ribadito i medesimi convincimenti già in parte esternati dal primo giudice circa la decisività, nell'interpretazione del citato art. 30, del criterio letterale («qualora, infatti, l'intenzione delle parti fosse stata quella di sottoporre a conguaglio l'intera variazione percentuale oltre il limite di 2,500 kg. una volta raggiunto o sforato il quantitativo del 18%, questo sarebbe stato espressamente previsto»), la logicità della soluzione adottata («il senso della clausola porta ad esonerare dal conguaglio quantitativi eccedenti i 2,500 kg. nella misura del 17,99%. Una volta raggiunto il 18% dovrà calcolarsi pertanto lo 0,001% in eccedenza»), l'illogicità, per contro, dell'assunto oppostamente patrocinato («Nel caso in cui si proceda a considerare oggetto di conguaglio l'intera eccedenza pari o superiore al 18%, le stesse prestazioni oggetto di contratto, se contenute entro il limite percentuale previsto, sarebbero prestate a titolo gratuito, in caso contrario verrebbero retribuite»), l'irrilevanza del fatto che nella clausola non fosse stato utilizzato il termine "franchigia" («non appare decisivo ... il mancato utilizzo del termine franchigia nella clausola contrattuale, posto che esso non ha carattere esclusivo e risulta comunque chiaro il senso della disposizione»), l'inconferenza del comportamento dell'(omissis) che aveva effettuato un primo pagamento in adesione alla tesi dell'assegnataria («occorre ribadire che il primo pagamento del conguaglio ha avuto carattere episodico ed isolato, tanto che l'amministrazione ha provveduto alla contestazione della successiva fattura, argomentando il mancato pagamento con le riscontrate difformità di calcolo») ed, in ultimo, l'esaustività del proprio giudizio orchestrato sul criterio letterale e sul criterio comportamentale delle parti («considerato chiaro il senso della clausola contrattuale, non occorre far riferimento agli altri canoni ermeneutici richiamati dalla parte appellante, aventi carattere sussidiario e residuale»). Il mezzo qui proposto dalla (omissis) si vale di sei motivi di ricorso ai quali replica l'(omissis) con controricorso.

Testo della sentenza
Corte di Cassazione sez. 1 - 01 luglio 2022 N. 21059

2. Con il primo motivo di ricorso si lamenta la violazione dell'art. 1362 cod. civ. in relazione al citato art. 30 del capitolato d'appalto poiché la lettura della clausola mette in chiaro che «il conguaglio deve essere calcolato sull'intera variazione rispetto al peso di Kg. 2,500 e non solo sulla quota parte eccedente il 18% della variazione», diversamente risultando che per quantitativi pari al 18% il compenso sarebbe stato pari a zero.

Con il secondo motivo di ricorso si lamenta la violazione dell'art. 1362 cod. civ. in relazione al citato art. 30 del capitolato d'appalto, nonché l'omesso esame di un fatto decisivo con riferimento all'adempimento dell'obbligo motivazionale, poiché non si era mai sostenuto da essa ricorrente che «la clausola che prevede il riconoscimento delle variazioni uguali al 18% sarebbe illogica», mentre non è, per contro, condivisibile il diverso avviso enunciato sul punto dal decidente del merito, dato che «in nessuna parte del capitolato si afferma di ammettere a compenso in questo caso lo 000,1 in eccedenza».

Con il terzo motivo di ricorso si lamenta la violazione degli artt. 1369, 1371 e 1655 cod. civ. poiché al contrario di quanto sostenuto al riguardo dal decidente del merito, il diverso trattamento del caso in cui l'eccedenza resti al di sotto del tasso soglia rispetto al caso in cui lo sfori è giustificabile in funzione del «contemperamento degli interessi di entrambe le parti» che si è inteso così promuovere.

Con il quarto motivo di ricorso si lamenta la violazione dell'art. 1362 cod. civ. poiché, a dispetto delle considerazioni spese dal decidente del merito riguardo all'assenza nella decisione impugnata del termine "franchigia", è la disciplina contrattuale ad aver previsto «espressamente il conguaglio anche per le variazioni uguali al 18%, il che ha esattamente un significato opposto a "franchigia" poiché significa computare (e non escludere) tale variazione al quantum dovuto».

Con il quinto motivo di ricorso si lamenta la violazione dell'art. 1367 e 1371 cod. civ. poiché, contrariamente a quanto affermato dal decidente del merito in punto all'esaustività del criterio letterale, «veniva in rilievo anche il canone ermeneutico espresso dall'art. 1367 c.c.» circa la conservazione del contratto, nonché il principio enunciato dall'art. 1371 cod. civ., l'interpretazione della Corte d'Appello conducendo «esattamente ad un risultato contrario al contemperamento degli interessi» in gioco.

Con il sesto motivo di ricorso si lamenta la violazione dell'art. 1362, comma 2, cod. civ. con riferimento all'art. 6, lett. a), l. 7 agosto 1990, n. 241 e con riferimento all'art. 115 cod. proc. civ. in relazione al citato art. 30 del capitolato d'appalto, nonché l'omesso esame di un fatto decisivo, poiché, diversamente da quanto creduto dal decidente di merito circa l'inconferenza del fatto che la prima fattura predisposta dalla ricorrente in forza dell'interpretazione della norma negoziale da essa patrocinata fosse stata pagata, «non si poteva seriamente sostenere che il pagamento integrale della prima fattura di conguaglio emessa da (omissis) non fosse indice rilevatore della comune intenzione dei contraenti alla luce del comportamento successivo alla stipula del contratto».

Tutti i sopradetti motivi, scrutinabili congiuntamente in quanto tutti evocanti il medesimo tema decisionale, si mostrano privi di pregio cassatorio.

La Corte d'Appello, sollecitata nuovamente ad interpretare la clausola negoziale figurante all'art. 30 nel capitolato speciale d'appalto – in forza della quale, previsto che il prezzo per il noleggio ed il ricondizionamento della biancheria messa a disposizione dalla ricorrente era stato determinato su un quantitativo giornaliero per paziente pari a 2,500 kg., si era stabilito che "variazioni pari o superiori al 18 % di tale quantitativo saranno oggetto di conguaglio, con cadenza quadrimestrale, sulla base del prezzo per kg pattuito" –, confermando l'interpretazione già resa dal primo giudice, ha, come si è visto, ritenuto che essa dovesse interpretarsi in base al suo tenore letterale, nonché alla luce del comportamento delle parti, nel senso che il conguaglio dovesse essere calcolato sulla sola eccedenza pari o superiore al 18% rispetto al quantitativo giornaliero, con l'effetto, quindi, di esentare da compenso la quota eccedente i 2,500 kg. ma al di sotto della detta soglia percentuale. Nel far ciò – e nello sconfessare di conseguenza l'opposta tesi ricorrente, che pretendeva fosse ammessa a compenso, nell'ipotesi de qua, l'intera eccedenza determinatasi oltre il quantitativo giornaliero preventivato – la Corte d'Appello ha ritenuto esaustivo il ricorso ai criteri enunciati dall'art. 1362, comma 1 cod. civ. accertando la comune intenzione delle parti in base alle parole e alle espressioni contenute nel contratto, ciò nella convinzione che «quando il significato delle parole usate nel contratto è tale da rendere evidente l'effettiva volontà dei contraenti ci si può limitare al riscontro della chiarezza ed univocità del tenore letterale dell'atto». La Corte d'Appello si è data, peraltro, cura di scrutinare la vicenda al suo esame anche applicando il criterio di cui all'art. 1362, comma 2, cod. civ., considerando a tal fine privo di rilevanza valutativa il fatto che l'(omissis) avesse effettuato in precedenza il pagamento di una fattura predisposta dalla ricorrente in conformità all'interpretazione della clausola da essa patrocinata, attesa l'episodicità del fatto e la pronta contestazione operatane dalla debitrice.

3. Queste prime osservazioni portano a ritenere che, se la Corte d'Appello ha reputato decisivi ai fini dell'interpretazione della clausola de qua i criteri indicati nell'art. 1362, commi 1 e 2, cod. civ., essa non solo ha mostrato di attenersi fedelmente ad un consolidato comando nomofilattico in vista del quale il criterio letterale e quello del comportamento delle parti concorrono, in via paritaria, a definire la comune volontà dei contraenti (Cass., Sez. IV, 1/12/2016, n. 24560; Cass., Sez. III, 10/05/2016, n. 9380; Cass., Sez. III, 9/12/2014, n. 25840) ed esauriscono in questa veste il dubbio ermeneutico nel senso di escludere la necessità di ricorrere agli altri criteri di legge (Cass., Sez. IV, 21/08/2013, n. 19357; Cass., Sez. III, 24/01/2012, n. 925; Cass., Sez. III, 28/08/2007, n. 18180), stante, per vero, il principio di gerarchia che ne governa l'applicazione in forza del quale i canoni strettamente interpretativi prevalgono su quelli interpretativi-integrativi e ne escludono la concreta operatività, quando l'applicazione degli stessi canoni strettamente interpretativi risulti da sola sufficiente a rendere palese la comune intenzione delle parti stipulanti (Cass., Sez. IV, 26/10/2021, n. 30135; Cass., Sez. III, 15/07/2016, n. 14432; Cass., Sez. IV 25/10/2005, n. 20660); ma ha anche in tal modo evidenziato l'estemporaneità delle censure che la ricorrente muove al deliberato d'appello e, marcatamente, all'interpretazione da esso accolta, argomentandone a suo modo la contrarietà rispetto agli altri indici ermeneutici enunciati dalla legge. E' evidente, infatti, che, attingendo ad un terreno di giudizio non solcato dal ragionamento decisorio, il ragionamento difensivo viene a porsi in un cono d'ombra che ne preclude la scrutinabiltà, dato che, come correntemente si afferma, la proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al "decisum" della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall'art. 366 numero 4 cod. proc. civ., con conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d'ufficio (Cass., Sez. III, 7/11/2005, n. 21490).

4. Va poi più in generale considerato, a fronte delle residue censure che si sottraggono alla preclusione accennata, che la censurabilità per cassazione dell'errore ermeneutico imputato alla decisione di merito, oltre ad ubbidire a regole di stretta impostazione che si concretano nel duplice postulato dell'enunciazione del criterio di legge asseritamente violato e dell'indicazione del punto e del modo in cui ne sarebbe avvenuta la violazione da parte del giudice gravato, non può risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata – e la tesi della ricorrente proprio a ciò mette capo – poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile, ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l'interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l'altra e che quella da essa proposta non abbia trovato il gradimento del giudicante (Cass., Sez. I, 27/06/2018, n. 16987; Cass., Sez. III, 28/11/2017, n. 28319; Cass., Sez. IV, 15/11/2013, n. 25728).

5. In ciò per vero si coglie d'altronde la peculiarità del ragionamento ermeneutico che è attività strettamente riservata al giudice di merito, in quanto è solo il giudice del merito che, attraverso la cognizione del fatto sostanziale portato al suo esame, per come esso prende forma e si schiarisce nel contraddittorio delle parti, può ricostruire la comune intenzione trafusa dalle parti nel regolare contrattualmente i propri interessi. E questo fa si che l'accertamento di fatto a cui in tal modo procede il giudice di merito goda in sede di legittimità di una tutela rafforzata, rendendosi esso infatti censurabile per violazione di legge solo nei ristretti limiti ricordati ovvero per intenderci quando il ragionamento ermeneutico che ha luogo in quella sede si mostri viziato in un punto preciso di esso perché in conflitto con uno degli indici legali di interpretazione. Ma se una tale violazione non si rende in concreto riconoscibile perché le contestazioni che a detto ragionamento si muovono intendono solo vedere accolta un'interpretazione diversa da quella fatta propria dalla decisione impugnata, ecco allora che quei limiti vengono trascesi e la critica che prende forma in quelle contestazioni si risolve in una critica di fatto, come tale non esaminabile in questa sede.

6. Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile.

7. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Ove dovuto sussistono i presupposti per il raddoppio a carico del ricorrente del contributo unificato ai sensi del dell'art. 13, comma 1- quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115. P.Q.M. Respinge il ricorso